Cultura

L'Expo agita le archistar italiane

"Renzo Piano: «Sull’Expo sto con Celentano. Si rischia l’affarismo». Questo l'incredibile titolo virgolettato con il quale il Corriere della Sera ha lanciato ieri, contro i progetti dell'Expo 2015, l'intervista all'archistar genovese, uno dei più grandi cementificatori del nostro tempo. Difensore del verde e della tradizione architettonica lombarda al punto da avere costruito a Lecco un centro commerciale di 10 piani le cui forme aliene e i materiali usati ben poco si integrano con l'ambiente circostante. Quello che stupisce nelle critiche di Renzo Piano ai progetti dell'Expo di Milano, è il fatto a tutti noto che l'architetto, star del design mondiale, è capo cordata del gruppo finanziario che ha perso il concorso per costruire sulle ceneri della vecchia Fiera milanese vinto da City Life con il progetto degli archietti Isozaky, Libeskind, Hadid. Inoltre Piano costruirà a Torino il più alto grattacielo italiano e sta costruendo grattacieli a Londra (dove ha tutta la popolazione contro) e New York; insomma quando c'è da speculare colando cemento armato a tonnellate non si tira indietro. E Piano non è uno che costruisce sempre cose belle. Lo dimostra il Vulcano Buono di Nola, un mega centro commerciale che peggioora ulteriormente il già degradato ambiente dell'area napoletana. L'ecomostro (si può dire o no?) inaugurato nel 2007 da Romano Prodi, ha la forma del vulcano con al centro del "cratere"  una piazza a cielo aperto grande quanto piazza Plebiscito a Napoli (22.000 metri quadri); tutto attorno 155 negozi, un ipermercato Auchan di 13.500 metri quadri e un'ampia offerta di servizi disposti lungo una galleria lunga quasi un chilometro. Alla faccia della via Gluk

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Ceriani porta Galileo a Monza

Umberto Ceriani, uno degli attori "storici" del Piccolo Teatro di Milano, presenta questo recital trattodallo spettacolo che Giorgio Strehler diresse nel 1963 e che costituì il maggior evento teatrale e culturale di quel decennio. Ceriani, allora poco più che un ragazzo, partecipò a quello spettacolo recitandovi la parte di Ludovico Marsili. Quattro lunghi mesi di prove faticose ed esaltanti, mentre il testo di Brecht man mano prendeva voce e corpo attraverso gli oltre trenta attori guidati dall'arte magistrale di Strehler, e poi la lunga serie di repliche nell'arco di due anni, hanno lasciato in Ceriani ricordi vivi e incancellabili. Questa intatta proprietà della memoria non è circoscritta al ruolo che egli interpretava, ma riguarda tutto lo spettacolo nella sua interezza: il lavoro del regista sugli attori, dal più piccolo fra essi fino al grande e sublime Buazzelli-Galileo, rimane nitido nel ricordo in tutte le sue parti; così che, oggi, agli spettatori di questo recital è data l'opportunità di ascoltare, fedelmente riproposti, i ritmi, le intonazioni, le suggestioni di quel lontano spettacolo e, soprattutto, quella recitazione "epica" di cui Strehler fu l'iniziatore teorico e pratico e che in "Vita di Galileo" trovò la sua più convincente applicazione.La proposta di Ceriani di questo recital ha diversi significati: è un omaggio a Brecht, grande drammaturgo del '900 europeo;  è l'affettuoso ricordo, da parte di uno che vi ha partecipato, di un bellissimo spettacolo di grande impegno culturale quale fu "Vita di Galileo"; ed è infine un commosso sentimento di riconoscenza per i suoi maestri Giorgio Strehler e Paolo Grassi.Teatro Binario 7 - Via Turati 8, MONZA (MI)UMBERTO CERIANI in “VITA DI GALILEO”di Bertolt Brecht da uno spettacolo di Giorgio Strehler

      Per informazioni: tel 039 2027002  www.teatro binario7.itBiglietti: Intero € 18.00 / Ridotto € 12.00 / under 18 € 06.00Orari Spettacolo: 12 Aprile ore 21.00 / 13 Aprile ore 16.00 e ore 21.00
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Giovani arrabbiati a Monza

Poltrone coperte da lenzuoli che si scoprono per divenire continuamente altro. È così che inizia Look Back in Anger, la nuova produzione di Palkettostage rivolta al pubblico giovanile. Un allestimento giocato sul transitorio, sull’instabile e sull’incerto di ogni rapporto. Fedele alla linea di comunanza col mondo giovanile di Palkettostage, ecco che la messa in scena di Jonny Kemp rivela il suo intento: parlare della rabbia degli Angry Young Man descrivendo la precarietà dei nostri giorni. Una precarietà che si rivela in un allestimento scarno, con scatole di cartone che non smettono mai di “essere” qualche cosa. Forse è l’unico modo possibile per raccontare una disillusione, quella del mondo del lavoro e del suo non essere d’aiuto a chi vorrebbe “farcela da solo”. Così il tema del potere accentua i suoi parossismi, passando dalla sfera lavorativa a quella degli affetti, e divenendo un dolore che sfocia anche lì, dove non dovrebbe esserci. Divenendo distanza. Lo spettacolo si rivela come l'attenta indagine dei nuovi “giovani arrabbiati”, grazie anche alla fantasiosa messa in scena di un appartamento creato con locandine cinematografiche e con specchi che divengono luci; accessori essenziali e particolarmente cari a coloro che cercano di costruirsi un proprio universo. La casa quindi, come metafora del rifugio della propria personalità: essa è il luogo prescelto a divenire il depositario di una continua e inarrestabile creatività. Questa la scenografia “temporanea”, capace di essere smontata parallelamente alla rottura di un rapporto di coppia; provvisoria come le forme create nello spazio dai giovani protagonisti. Un allestimento capace di seguire i turbamenti interiori dei personaggi tra scatole vaganti e specchi frantumati, ma che continuano a inondare di luce gli interpreti.In scena, quattro giovani attori, quattro brillanti performer che traducono in modo chiaro e diretto il significato della loro lingua, senza mai cadere nella monotonia dell’ascolto. Un linguaggio attoriale fresco ed espressivo, perfetto per raggiungere facilmente la comprensione di chi si affaccia, anche per la prima volta, ad uno spettacolo in lingua. Con la sua messa in scena “vagante” e con lo sfondo musicale della Indie Revolution, Palkettostage apre la nuova stagione ricordando ai giovani quanto temporeggino a disfare la propria valigia, lasciando che i propri averi si impossessino ferocemente del luogo prescelto. Come se qualche passeggero-attore in realtà transitasse di lì per sbaglio, lasciando da qualche parte un pezzo di sè, per poi ripartire. PALKETTOSTAGEInternational theatre productions di Cetti Favapresenta: "LOOK BACK IN ANGER"di John Osborneregia di Jonny Kempe con gli attori della  European Arts CompanySpettacolo in lingua originale ingleseLunedì 10 marzo 2008 – ore 10,00Monza, Teatro Manzoni

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"Control" ad Arcore

Domenica 24 febbraio ore 21 all'ArciBlob di Arcore, ingresso gratuito con tessera Arci, vi aspetta una chicca: "Control", il film sui joy Division presentato all'ultimo festival di Cannes. In Italia non è quasi stato proiettato. Dunque cercate di approfittare di quest'occasione. Questa la recensione di Gianluca NatileSpiazzato. Spiazzato e assalito da mille riflessioni sin dal giorno, quasi un lustro, che divorai la notizia che si sarebbe realizzato un film sulla fugace, intensa , controversa vita di Ian Curtis, voce e leader della leggendaria band mancuniana dei Joy Division. Un'attesa lunga, mascherata da me ad arte di fronte ai miei amici o ogni qualvolta mi trovassi in un discorso che sfiorasse minimamente l'argomento liquidando il tutto con tesi più o meno probabili circa la necessità di un film considerando le insidie che il regista avrebbe dovuto fronteggiare. Insidie dicevamo, ma in realtà ogni volta che ci toccano qualcosa che riteniamo sacro ci assale la preoccupazione che qualcuno possa distorcere o strumentalizzare ciò di cui ci sentiamo intimamente proprietari. Un atteggiamento adolescenziale sosterrebbero alcuni ma le bands ed i fenomeni musicali sopravviverebbero nell'immaginario collettivo se fossero impoveriti di ciò che li rende eterni agli occhi degli appassionati? E che cosa li rende eterni se non l'amore incondizionato della propria gente.La cinematografia ha sempre narrato, ora bene ora male ma non è questo il punto, la vita dei personaggi e del particolare mondo legato alla musica esaltando un concetto che spesso viene sottovalutato anche dagli stessi critici : il suono ha e crea continuamente un'estetica e su di essa si corrobora un fenomeno. Un fenomeno impossibile da condannare.E vi assicuro che, se i Joy Division presero idealmente per mano un giovane Olandese Anton Corbijn che  avendoli addirittura sentiti alla radio in Germania partì alla volta di Manchester per immortalarli con la sua macchina fotografica sedotto com'era dal suono ancora punk ma già  definitivamente orientato verso quella maestosa claustrofobia  che galleggiava su  inesorabili marce di cui Ian Curtis ne era sia fisicamente e poeticamente gran cerimoniere, l'assoluta bellezza delle immagini sempre in bianco e nero che il regista evoca dopo quasi un trentennio testimoniano l'amore e la dedizione che lo stesso ha impiegato nel portare a termine questo lavoro.Film che inizialmente sembrava dovesse essere girato da Danny Boyle(Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting) con l'hollywoodiano Jude Law nel ruolo di Ian Curtis.Non oso pensare l'idea che migliaia di fans dei Joy Division( e non parlo di gente vestita di nero ma di persone che si annidano in ogni sorta di scena, dal punk alla techno, dal rock indipendente al folk, da ciò che è rimasto della new wave all'electro, dal dub a qualsiasi genere o meglio scena voi vogliate menzionare, se ancora oggi si può parlare in questi termini),si siano fatti nel sentire nomi  che sanno tanto di patinato, ma sono sicuro che hanno realmente corso il rischio di vedere il proprio culto sdoganato in territori lontanissimi da quello che questa band ha rappresentato, per la sua centralità storica, musicale, culturale.Ma nella produzione del film c'era chi alla fine dei conti doveva esserci.C'era Deborah Curtis, moglie di Ian, autrice del libro Touchin from a distance( in Italia edito da Giunti nel 1996 col titolo Cosi' vicino cosi'lontano) e co-produttrice del film che mai viene meno a ciò che è narrato nel libro che ho appena citato.C'era Tony Wilson, boss della Factory Records scomparso pochi mesi fa per un tumore, primo vero prime mover di quella Mad-chester che tanto avrebbe fatto parlare di se.C'erano i New Order al completo che hanno curato tutto ciò che riguardava il suono.Sembra però che vi siano stati dei litigi durante la lavorazione del film mai meglio precisati tra Peter Hook e lo stesso regista.Last but not  least c'era il semisconosciuto Sam Riley nella difficile parte di Ian di cui riesce ad interpretarne la poeticità ed il romanticismo non la violenza  l'ideologia e soprattutto quella tensione al di più che muove i Joy Division al dramma che si fa condizione e motivo centrale della loro personale crescita artistica. E qui hanno inizio haimè alcune riflessioni.Anton Corbijn è uno dei più grandi videomaker(indimenticabili i video per U2 e Depeche Mode) della terra ed il film tutto ha un andamento fotografico quasi si sfogliasse un book per rivivere  delle pagine di una storia che in molti conosciamo, ma se il lato poetico è ben evidenziato sin dalle prime battute come se si volesse  celebrare, a ragione, l'indiscusso valore della poetica Curtisiana non ho ravvisato nel film o meglio vi è come sfumatura , quella tensione che induce Ian Curtis a specchiarsi e rendere tangibile lo sforzo, la fatica, il dolore, il sacrificio che lo anima nel portare a termine il proprio lavoro in un periodo determinante per la storia del rock tutto in un contesto sociale di una città completamente emarginata dalle luci di cui la musica necessitava per manifestarsi e diffondersi.La tensione al di più; quella tensione che attraverso l'epilessia si riverberava nel suono e nella danza cosi strana,  convulsa ma suggestiva, un potente rito di tribalismo bianco che scioccava ed esaltava il sempre più numeroso pubblico quasi Ian volesse difendere e affermare il fatto che la musica ci chiede tutto. Uno sforzo continuo che è destinato a rendere il risultato efferato, migliore, unico.Il valore della musica dei Joy Division è caratterizzato  dall'assoluta originalità che essi avevano al tempo, a tal punto da diventare dopo il Punk , che come ogni fenomeno nichilista si assume il diritto e il dovere, fallimentare ma genuinamente e stupendamente onesto, il centro vitale ed il punto di partenza di un cambiamento di cui in molti ne avrebbero beneficiato.Inutile citare gli artisti che li adorano incondizionatamente. Non c'è spazio o angolo che i Joy Division non occupino nel cuore delle scene musicali più svariate.Mentre il film viaggia , al pari del libro di Deborah Curtis, sui binari della quotidianità quasi ci sia l'intento di capire svelare perché Ian si sia suicidato a soli 23 anni mi accorgo quanto ancora sia invece irrisolta questa storia. Come nel libro vi sono una marea di sensazioni, che Anton Corbijn palesa attraverso una narrazione puntuale nel ripercorrere i fatti ma evasiva nello spiegarli alla fine.Essersi sposato cosi giovane, l'aggravarsi dell'epilessia incompatibile con la vita stressante delle rock-bands, l'amore per Annik e quindi il tradimento nei confronti della madre di sua figlia, la paura del tour negli Stati Uniti sono il calvario delle motivazioni che sembrano accompagnare Ian Curtis alla fine.Tutte le vicende che il regista affronta durante il film sono foto che ci ritroviamo nei nostri occhi e che si immergeranno lentamente nell'inconscio collettivo di chi vorrà codificare un messaggio.Eppure il film può realmente dare il là ad un messaggio alle generazioni più giovani e a chi ha dimenticato cos'era il post-punk, la sua innegabile potenza creativa e suggestiva. Se si ha la fortuna di salire su un palco occorre dare tutto. Rischiare se stessi, tendere a realizzare lavori musicalmente consapevoli,  brillare e bruciare tutto quello che si ha dentro nel nome di un amore, nel nome di ciò che ci rende vivi.Oggi tutte le scene musicali alternative sopravvivono su clichè ripetuti a oltranza, anche quelle ritenute più tecnologicamente nuove perché nel mondo della musica non vi è più quella ossessiva ricerca che ha alimentato tutta la storia della musica pop che si è svuotata del suo dogma trainantee cioè l'estetica del suono di cui i Joy Division sono sostanza sofferta e selvaggia.E' un film ora lento ora veloce che sfuma alla fine come sfumavano alcuni pezzi dei Joy division lasciando alla batteria il compito di un epilogo che rendeva scarna e insicura la fine. E' un film che abbiamo aspettato. Con ansia. E'un film meno violento di quanto mi aspettassi.( questo anche per volontà mai celata di Deborah Curtis che non voleva che la figlia si trovasse di fronte a scene che vedevano il padre in determinate condizioni). E' un film la cui fotografia riproduce fedelmente la sensazione e i colori di quegli anni della "ice age". E' un film fatto con amore e passione e per questo non è perfetto. E un film che elude la spettacolarizzazione e non mercifica assolutamente la vita di Ian Curtis e le vicende dei Joy Division.Accendete una sigaretta vi prego, non pensate a nulla, per un attimo chiudete gli occhi e poi riapriteli senza timore. Date un senso alle forme ridiamo un colore, quale che sia al suono, e amanti della musica ritorniamo ad aggredire la realtà perché ci stanno raccontando Ian Curtis.Heart and soul one will burn.

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Le figurine del design

Lo spremiagrumi di Alessi, la Fiat 500, la libreria Menphis, e altri 45 famosi oggetti di uso comune, che tutti conosciamo e che molti di noi hanno usato in passato o usano ancora oggi, sono i soggetti  di una mostra dedicata alle icone del nostro tempo che si inaugura questa sera 21 febbraio 2008 a Villa Sartirana di Giussano. La mostra oltre a esporre gli oggetti-icona, prevede anche il racconto degli stessi da parte di altrettanti personaggi-icona quali Renzo Arbore, Mario Bellini, Carlo Verdone, Roberto D’Agostino le cui interviste verranno trasmesse da una serie di grandi video posizionati nel percorso espositivo. Le icone sono oggetti del desiderio che nascono proprio dal bisogno di possesso e identificazione. Per questo i curatori della mostra hanno deciso di raccoglierle in un album di figurine Panini, facendo scendere così dal piedestallo le icone e riportandole in una dimensione di gioco. La realizzazione della mostra che resterà aperta fino al 16 marzo (ingresso libero) è a cura della web Tv www.ultrafragola.com . Info: Comune di Giussano Ufficio Cultura tel: + 39 0362 358 250 email: cultura@ comune.giussano.mi.it

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Fotogiornalismo e mostre

Si è aperta allo Spazio Forma di Milano (con le solite polemiche tra l'assessore Sgarbi e la burocrazia del Comune)  la mostra di Richard Avedon. Grande mostra e, naturalmente, grande fotografo.Negli ultimi anni si sta accentuando la moda di celebrare i grandi fotografi attraverso mostre e libri. Non saremo certi noi a criticare questa moda, ma non vorremmo che la fotografia ed il fotogiornalismo diventassero, come altre forme d'arte, oggetto di culto da museo e librario. Il fotogiornalismo deve trovare il suo sbocco naturale nei giornali e non altrove. C'è un articolo interessante di Gian Luigi Colin pubblicato dal Corriere della Sera sulla mostra di Avedon ed io inviterei Colin che è il responsabile dell'immagine del Corriere a fare di più sul suo giornale per la causa del fotogiornalismo. Il Corriere è il giornale più letto e più prestigioso del nostro Paese e, anche se non apprezziamo più di tanto la politica delle immagini che si fa in questo giornale, chiederemmo a Colin di fare qualcosa perchè almeno le fotografie pubblicate dal suo giornale vengano firmate.Non crediamo di chiedere troppo e poi crediamo sia un diritto di ognuno vedere le proprie opere firmate. Tornando all'argomento mostre, noi vorremmo vedere più mostre di fotografi italiani. Comprendiamo che ci sono interessi da parte di certi gruppi a spingere i fotografi stranieri, ma noi dobbiamo batterci affinché i talenti nostrani trovino più spazio e siano più valorizzati sia nei giornali che nelle gallerie fotografiche. (www.poterefotografico.com) nella foto: Bob Dylan, Central Park, New York, 10 Febbraio 1965

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Cultura, motore dei territori

La quinta edizione del Festival delle Città Possibili, la rassegna delle buone pratiche amministrative, emigra quest'anno da Monza a Vimercate. L'iniziativa ideata e promossa da Giuseppe Civati, che l'ha inaugurata nel 2004 con il tema "Spazi di cittadinanza", si terrà sabato prossimo a Villa Giusti e avrà come tema "La cultura motore dei territori". La rassegna si divide in due parti: al mattino parleranno gli amministratori delle realtà locali che hanno affidato lo sviluppo delle loro città alla valorizzazione di questa importante risorsa, quali i sindaci di Brescia e Mantova; nel pomeriggio a dialogare con il pubblico saranno i principali animatori della cultura brianzola. (vedi il programma).Città possibili 4.1LA CULTURA, MOTORE DEI TERRITORI Le migliori ‘pratiche’ amministrative in rassegna a Vimercate, Villa Gussi, via Mazzini, 41                                                                                                           ProgrammaSabato 2 febbraio 2008ore 10Mantova, patrimonio dell’umanità - Fiorenza Brioni, sindaco di MantovaLa vocazione culturale di Brescia - Paolo Corsini, sindaco di BresciaVenaria e il sistema delle regge sabaude - Gianni Oliva, assessore alla cultura, Regione PiemonteMart. Arte e cultura tra Trento e Rovereto -  Donata Loss, consiglio di amministrazione, Università di Trento Coordina Giuseppe Civati, consigliere regionale, Regione Lombardiaore 14.30Se la cultura trova casa - Diego Colombo, Casa della Cultura di Monza e BrianzaLa Poesia è presente - Dome Bulfaro, PoesiaPresenteTeatri possibili (anche in Brianza) - Corrado Accordino, Teatro Binario 7, MonzaStazioni creative - Marcello Arosio, AreaOdeon, MonzaBanfi e la filosofia “delle nostre parti” - Sandro Amonini, Circolo culturale Antonio Banfi, VimercateGli abitatori del tempo e il loro successo - Rosanna Lissoni, vicesindaco e assessore alla cultura, VillasantaPer una festa della filosofia - Erasmo Storace, Associazione Sophia, Cesano Maderno Coordina Roberto Rampi, vicesindaco e assessore alla cultura, VimercateCittà possibili 4.1 è un’iniziativa promossa nell’ambito del Festival delle Città possibili 2008a cura del gruppo regionale del Partito Democratico

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Memoria della Shoah

L'Itituto d'Istruzione Superiore di Monza - Istituto d'Arte e Liceo Artistico il 26 gennaio inaugurano la mostra "Dalla Shoah ad oggi:contro ogni forma di discriminazione e di violenza”. La mostra sarà aperta fino al 23 febbraio tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00; le scuole medie e superiori, previo appuntamento, potranno visitarla. Il sabato, negli stessi orari, sarà aperta anche alla cittadinanza.Tutti coloro che visiteranno la mostra potranno votare un'opera, quella più votata dal pubblico sarà equiparata al primo premio della giuria. Il 23 febbraio 2008 ci saranno le premiazioni,saranno assegnati 7 premi 1°, 2°, e 3° classificato del biennio e 1°, 2° e 3° classificato del triennio, più il primo premio del pubblico.

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L'attualità di Camus

“Camus il primo uomo” è la nostra testimonianza dell’attualità di Albert Camus. Una riscrittura inedita che sceglie di tenere Camus come punto di riferimento ideale e filosofico, raccontando una vicenda originale ispirata all'opera e alla vita dell'autore francese. I personaggi de “Il malinteso”, la vicenda del romanzo incompiuto “Il primo uomo”, la biografia stessa di Camus riaffiorano in questo “doppio dramma” nel quale vengono portate sulla scena due storie speculari,sinistramente simili e ciclicamente analoghe.Un uomo e una donna su un’automobile viaggiano da un tempo indeterminato e senza apparente destinazione; un uomo, che potrebbe essere Camus stesso, ripercorre le tappe della sua vita alla ricerca delle proprie origini. Sul palco, diviso in due parti come due diverse “stanze della mente”, si compie un unico, lungo viaggio alla ricerca dell'autenticità, un percorso di riappropriazione del senso possibile della vita che l'assurdo e il tragico dell'esistenza negano quotidianamente. Nella scelta di una drammaturgia inedita, c'è tutta l'esigenza di contemporaneità del nostro progetto: scegliere di parlare del nostro tempo, del nostro taglio temporale attraverso la lucidità camusiana è il nostro nuovo punto di partenza per capire meglio la nostra esistenza, qui e ora.Binario 7dal 29 gennaio al 2 febbraio ore 21.00e domenica 3 febbraio ore 16.00 e ore 21.00CAMUS – Il Primo Uomodi Corrado Accordino e Paolo Bignaminicon Corrado Accordino e Alessia Vicardiregia Corrado Accordinoproduzione La Danza Immobile/ScenaAperta/Accademia delle Arti per l’Infanzia

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Lo stile fascista a Monza.

Che ne dite di uno stadio comunale da calcio con annessa pista di atletica e con le relative tribune, collocata di fianco alla Villa Reale? Perché non realizzare una piscina olimpionica vicino al suo grande pratone della Villa ? Oppure un grande teatro all’aperto per 6.000 posti con il relativo anfiteatro di tribune messe nei giardini della Villa? Forse sarebbe invece meglio mettere uno zoo al Serrone e magari anche il tiro al piccione a fianco? Beh, non ci credereste, ma ciò è realmente accaduto ed è stato proposto con alcuni progetti negli anni tra il ‘20 e il ’30, ma anche più tardi. Testimoniano ancora quel periodo e quel modo di pensare, la presenza dell’autodromo (1922, poi ampliato), quella del Golf club (1929), il tennis club (1928) e l’ippodromo (1923) che, per nostra fortuna, è stato cancellato e tolto nel 2000. Quella cultura “fascista” di voler trasformare il Parco di Monza in una sorta di grande impianto sportivo era un’idea  che veniva anche da precedenti periodi, quando si progettò di trasformare il parco stesso in una grande “città giardino”, lottizzandolo e concedendolo a privati. E’ inutile dire che certe ipotesi risultano oggi del tutto anacronistiche e fuori luogo. Certo è che, volendo restaurare la Villa e il Parco, nessuno proporrebbe oggi di ridurlo in sorta di venaria o in una riserva reale per la caccia di lepri e fagiani (come era un tempo), ma paradossalmente si sente ancora parlare di fare uno “grande stadio della formula 1” e c’è chi, a forza di dire che il Parco è stato ridotto “a un vero schifo”, alla fine, si è convinto che forse i prodotti di quel periodo sono da riconsiderare, anzi, sono monumenti da tutelare. Viene il dubbio che chi oggi lo propone forse cerchi l’attenzione della piazza che, avendo ormai abbandonato quelle idee balzane, diversamente, non lo prenderebbe in considerazione. A Monza è peraltro sempre stato strabiliante come, ad esempio, il Monumento ai Caduti, da tutti considerato un prodotto del ventennio fascista e del suo gonfiato stile di regime, prodotto a dir poco di cattivo gusto, oggi trovi anche altri adepti. E’ se è vero che il fascismo è quasi ormai un museo di sé stesso, arriva anche qualche adesione dalla parte opposta. E’ altrettanto vero che il monumento ai caduti inaugurato da Mussolini nei primi anni ’30 è da tempo la meta delle manifestazioni di molti, dai reduci della prima guerra mondiale, da quelli della seconda, ma anche dai partigiani, dimenticando così le ragioni assai diverse che hanno mosso quelle guerre e quei caduti. Si può anche sostenere che tanto sono tutti morti e questo li accomuna in un solo tragico destino, ma ci si dimentica che il luogo deputato a questo tipo di ragionamento è solo il cimitero, dove ladri inveterati, assassini, vittime, benefattori, perseguitati politici e i loro aguzzini dormono tutti, in pace eterna, in un solo luogo.Leonardo Benevolo, uno dei maggiori storici di architettura e  urbanistica in Europa, nel ’95 a Monza, aveva proposto di abbattere sia il palazzo UPIM, sia il Comune, ma anche di spostare il monumento ai caduti, ricreando così l’antica piazza del mercato, il “pratum magnum”, con la sua cortina di case al contorno come si vede nel disegno riprodotto qui sotto. Un sogno? Forse, ma tra l’alternativa di mettere nel centro città un monumento fascista  e non ricreare invece l’antico e libero spazio collettivo, evidentemente ci sono diversità di vedute e di prospettive, compreso il piacere di stare in spazi a misura d’uomo e non di fronte alla strombettata di un gruppo che pare composto da sodomiti. Certo si può anche sbagliare nelle scelte e nel tempo, ma a ciascuno le proprie responsabilità, anche quella di decidere con quale “biglietto da visita” ci si vuole presentare ai cittadini e ai visitatori. E il monumento? Nessuno dice di fonderlo per darlo alla Patria. Lo si può spostare al cimitero, dove lo spazio esiste e dove giacciono tutti insieme, eroi e  disertori. Ma si tratta di cosa ben diversa.

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Befy Jane a Triante

“Che fine ha fatto Befy Jane? ovvero La Rock Story un po’ balzana dei Re Magi e di Befana”  è un divertente giallo natalizio interpretato da dieci attori e tre musicisti. Del celeberrimo film di Robert Aldrich “Che fine ha fatto Baby Jane?”, cui fa “irreverenzialmente” riferimento il titolo dello spettacolo, resta l’atmosfera di suspence  che, seppure in chiave comica, stravagante e surreale, connota la trama gialla della commedia. Da un paio di vecchie leggende popolari arrivano invece i due spunti che hanno dato il via alla scrittura di una storia completamente originale, ossia  l’incontro tra i Re Magi e la Befana e l’ambientazione di una parte della vicenda nel regno delle streghe. Una delle due leggende narra infatti che la Befana, avendo rifiutato l’invito dei Re Magi ad unirsi a loro nel viaggio verso Betlemme, se ne sia poi pentita ed abbia cominciato a vagare per il mondo in cerca di Gesù Bambino. Secondo l’altro racconto invece la Befana era una strega cattiva, in seguito diventata buona per intercessione divina. Protagonisti della commedia sono la giovane streghetta Befana Giovanna,  per gli amici Befy Jane, e una combriccola di divertenti personaggi: le tre madrine Olmescerlocca, Frignasvelta e Gabbanadolce, i Re Magi (una sorta di donchisciottesca armata Brancaleone che ha perso la stella cometa) e il mago Tamburone,  grande capo del regno delle streghe ma succube della perfida Fatalona, che, come ogni strega cattiva che si rispetti, cercherà di ostacolare il compimento del destino della bella eroina. Sul palco insieme a questi e ad altri personaggi a sorpresa, un trio di musicisti accompagnerà lo svolgersi dell’azione con una colonna sonora originale a ritmo di rock e di blues Con questa commedia la “Sezione Teatro” dell’Associazione Culturale senzaspazio torna sulla scena monzese dopo un periodo di assenza. Dopo “Le duellanti”, delirante commedia per nove personaggi femminili rappresentata con successo nel 2003 al Teatro Villoresi e al Teatrino della Villa Reale,  senzaspazio ha rappresentato a Monza nel settembre 2005 in Piazza Carrobiolo la fiaba per bambini “La ballata di Desiré”, vincitrice nello stesso anno del secondo premio al concorso  “I racconti dall’Isola”  indetto dall’Isolacasateatro e dal Comune di Milano. Entrambi i lavori erano scritti e diretti da Elisabetta Raimondi, autrice anche dell’atto unico “Smarriti”, un dramma esistenziale presentato in anteprima all’Isolacasateatro di Milano  e ora in fase di rielaborazione in vista di un suo prossimo debutto a Monza.

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Monza, 2.400 anni all'ombra dei grandi

Dopo quella della "Corona del Ferro" e quella del Parco, Valeriana Maspero ha scritto per l'editore Vittone la storia della città che li ospita. L'ultima fatica della storica monzese è stata presentata ieri sera alla sala Maddalena da Pier Franco Bertazzini che ne ha curato la prefazione. Monza è una città molto particolare e non facile da conoscere per chi non ci vive e non ci è nato.  Una città che ha accumulato nel tempo molti primati, in tutti i campi, ma che non li mette in mostra e anzi sembra per eccesso di ritrosia voler nascondere e negare. Per la sua posizione geografica e politica, è sempre stata sul cammino di chi si affacciava all’orizzonte del Nord Italia, dai quattro punti cardinali, dalla preistoria ad oggi. Beniamina dei grandi, la grande storia vi spesso ha fatto tappa: qui i Romani costruirono il ponte Arena, l’ostrogoto Teoderico un palazzo, Teodelinda il suo oraculum, qui passarono Carlo Magno, gli Ottoni e il Barbarossa,  Carlo V richiese la sua corona, qui Maria Teresa d’Austria costruì l’imperial regia villa, Napoleone creò il parco, i Savoia stabilirono la loro seconda residenza reale, l’industria automobilistica italiana volle il suo autodromo nazionale. Monza è sempre stata una città dilacerata tra lo sviluppo economico - che la investe per le grandi risorse umane e strutturali - e la salvaguardia dell’esistente – supportato dalla piacevolezza dell’ambiente (basterebbe il parco cintato più grande d’Europa) e dal grande valore dei suoi monumenti storici (basterebbe il Duomo, con il tesoro più antico e prezioso delle cattedrali europee). Ma considerando il percorso storico, si scopre come il suo carattere tenda a conservare tratti di orgoglio per il proprio passato e aspirazione a una pur riservata autonomia, aspetti che vengono fatti propri dalla gente che la abita nel corso dei secoli. La storia di Monza, bimillenaria città - dal villaggio celtico del 400 avanti Cristo, allo splendore di capitale longobarda, a custode della corona ferrea del Sacro romano impero, a sede del vicereame del Lombardo-Veneto asburgico, residenza prediletta nella belle époque savoiarda e finalmente capoluogo della provincia di Brianza – viene fluidamente raccontata in queste pagine attraverso le vicende dei suoi personaggi, delle sue bellezze, della sua arte, dei suoi monumenti e della sua gente.Valeriana MasperoSTORIA DI MONZApp. 320 16 foto a colori di Piero PozziISBN 88-88478-08-6Prezzo €  20, 00

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Perché gli italiani amano così tanto Dante?

Gli ultimi dati sono noti: nella serata di venerdì scorso la recita dantesca di Roberto Benigni ha sbancato l’audience. Dato ancora più rilevante se si pensa che in fondo, nonostante l’appeal che il comico toscano comunque riscuote, si trattava di spettacolo "difficile" di poesia trecentesca. E come non ricordare la serie di lectio Dantis di Vittorio Sermonti a Milano, con il pubblico tenuto fuori perché la capienza della sala era insufficiente? E le tante e simili iniziative minori che percorrono la penisola, dedicate a adulti e piccini? Insomma: Dante è oggi, parlando in tecnocratico, un brand irresistibile che si vende ad ogni uscio. Gli italiani sembrano innamorati di questo grande poeta trecentesco, riscoprendone di continuo il piacere della lettura diretta, benché la stessa non sia affatto facile né immediatamente comprensibile all’ascoltatore moderno. E’ la poesia del grande poeta, dirà qualcuno, che affascina al di là dello spazio e del tempo. Risposta a mio parere semplicistica: in termini di poesia pura esistono poeti ben superiori a Dante (uno per tutti: Leopardi) e anche lo stesso Petrarca, tanto per restare nel secolo, gli è forse preferibile (e così fu considerato per molti secoli). Eppure di impatto assai minore a livello di grandi masse. Saranno le ambientazioni "gotiche" o gli amori disperati dell’Inferno che fascinano le folle, dirà un altro, pensando ai canti di Paolo e Francesca, di Pier delle Vigne e del conte Ugolino. Verissimo, rispondo, ma cosa di più "gotico" del Boccaccio di Lisabetta da Messina o di Nastagio degli Onesti, casi esemplari di amor fou? Eppure una lettura delle migliori novelle del Boccaccio non godrebbe di altrettanto seguito. Una spiegazione del fenomeno può forse invece risiedere nella biografia di Dante, che, almeno per sommi capi, tutti conoscono. Una biografia che colpisce soprattutto nella seconda parte, quando di fronte ad ingiuste accuse dell’avversa parte politica giunta al potere, il poeta toscano scelse per la seconda parte della sua vita un rigoroso e dignitoso esilio (il suo "far parte per se stesso"), mai piegandosi alle profferte che gli venivano da Firenze, passato il calore dello scontro politico: tornare in città ma riconoscendo le sue fittizie colpe. E tale rigido ma franco metro adotta anche all’interno della sua opera. Profondamente cristiano e guelfo, non esita a lanciare parole di fuoco sulla Chiesa del suo tempo (condannando anche un buon numero di papi) ma al contempo anche riconoscendo pieni meriti ai suoi avversari politici (Farinata) o a personaggi del mondo islamico (Saladino, Averroè) che l’Europa cristiana aveva ferocemente combattuto. Un uomo che pagò duramente questo suo atteggiamento rigoroso e inflessibile non solo con l’esilio ma anche con uno stato di continuo bisogno ("Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale) senza deflettere dai suoi convincimenti. Insomma: Dante forse affascina perché fu un "hombre vertical" fino alla fine – il suo ritratto tradizionale, col viso grifagno e il naso aquilino ce lo conferma – che non può non destare ammirazione in un’epoca così piena di tanti "hombres horizontales" quale la nostra. Dante, prima ancora che poeta, è forse oggi così popolare perché dimostra agli italiani quotidianamente storditi dall’opportunismo, dalla raccomandazione facile, dal decadimento di ogni pudore morale, perfino dalla vera e propria corruzione, che un’altra condotta nel nostro mondo è possibile, a viso alto e magari a tasche vuote?

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Arte, cultura e qualità urbana

Monza città d’arte e cultura? Ci si interroga da tempo sulla possibilità di aderire a questo modello che secondo molti cittadini sarebbe l’unico a dare finalmente alla capitale della Brianza un’identità e un ruolo, oltre che una nuova economia basata sullo sviluppo di nuove attività indotte,  a fronte di investimenti sostenibili per la realizzazione di progetti che già esistono. La recente apertura in occasione delle Giornate Europee dell’ala della Villa Reale restaurata  con l’afflusso di pubblico che ha generato, l’inaugurazione del nuovo museo Gaiani del Duomo di Monza con le previsioni che indicano in almeno 100mila i visitatori attesi ogni anno, dimostrano che l’ipotesi di puntare con decisione sull’opzione culturale, in alternativa a  quella ben poco redditizia di “città dell’autodromo”, portata avanti finora da tutte le amministrazioni monzesi, è più che fondata. Ma a confortarla oggi ci sono anche i numeri relativi alla più interessante di queste operazioni di marketing culturale attuate in Italia da città di provincia decisamente più piccole di Monza.  Il 15 dicembre 2007 il MART, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, festeggerà i suoi primi cinque anni di attività e il bilancio è molto positivo. A partire dal 2002, anno in cui è stata inaugurata la nuova sede del MART, sono confluiti nel comune di Rovereto migliaia di visitatori-turisti, facendo registrare un trend positivo in costante aumento - come dimostra il passaggio dai 173.000 visitatori del 2003 ai 242.000 del 2005 -. E la presenza di questi turisti culturali si è tradotta in una serie di ricadute positive in quasi tutti i comparti dell'economia cittadina, concorrendo alla realizzazione di numerosi interventi, come li recupero e la riqualificazione dei palazzi storici, il miglioramento delle infrastrutture, l'ampliamento della gamma dei servizi offerti, la ristrutturazione e la riapertura dell'Ostello della Gioventù che ha contribuito al potenziamento dell'offerta ricettiva. Sempre nel corso degli ultimi anni si è assistito ad una graduale crescita dei servizi di ristorazione, con l'apertura di una decina di nuovi esercizi, tra cui tre ristoranti e pizzerie, e tre bar che offrono anche la somministrazione di pasti veloci. A tal proposito, nel 2006, i bar che hanno annesso alla propria offerta la tipologia dei pasti veloci sono ulteriormente aumentati. Per quanto riguarda il settore del commercio, questo appare in lenta ma continua espansione, con l'apertura ad esempio di sette nuovi esercizi del medio dettaglio e con un aumento dei punti vendita ubicati nel centro storico, passati dal 40,20% al 43,91% degli esercizi totali. Sul versante dell'offerta culturale e formativa, Rovereto può vantare la presenza di un polo universitario, con la facoltà di Scienze Cognitive dell'Università di Trento, l'attivazione del corso di laurea triennale in Ingegneria dell'Informazione e dell'Organizzazione, il Dipartimento di Scienze della Cognizione e della Formazione, attivo dal 2003, un centro di ricerca interuniversitario, un Laboratorio di Scienze Cognitive, il Centro Interdipertimentale Mente Cervello, un master post universitario in gestione delle istituzioni e degli eventi dell'arte e della cultura, presso il polo culturale e museale del MART, oltre a numerose altre istituzioni artistiche e culturali, che rafforzano l'idea della città quale importante centro per la cultura e lo studio degli scenari contemporanei. Il Comune di Monza ha davanti a sé dunque un esempio virtuoso che potrebbe imitare in tempi relativamente brevi. Gli spazi e le risorse per la creazione e integrazione di multiple sedi espositive di livello internazionale ci sono: il Serrone e le sale restaurate della Villa Reale, il Museo Gaiani del Duomo, sono già disponibili. Basterebbe realizzare il progetto di pinacoteca firmato da Gae Aulenti alla ex Pastori e Casanova, inspiegabilmente fermo da anni, e portare avanti il restauro della Villa, stralciando dal progetto di restauro già approvato dalla Regione le parti più onerose e non indispensabili (interramenti stradali, sale convegni sotterranee, la foresteria regionale, la SPA, ecc) per creare in pochi anni un percorso culturale di altissimo livello, capace di attirare centinaia di migliaia di visitatori. Una investimento sulla qualità urbana di Monza,  molto qualificante per la città, che favorirebbe inoltre lo sviluppo e la crescita della sua struttura di offerta formativa che già vede diverse facoltà universitarie presenti sul suo territorio. Città d’arte, città universitaria, città del Parco, che si vuole di più per Monza?

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Viaggio fotografico nel Parco di Monza

CREDA onlus Editore annuncia l'uscita del libro fotografico: Angoli acuti Parco di Monza Fotografie di Olga Cazzaniga. Il libro verrà presentato Martedì 20 novembre alle ore 21 presso la Galleria Civica di via Camperio 1 a Monza, un'occasione per parlare di Parco, lomografia, arte, soggettività. Olga Cazzaniga non è una gentile signora, ma lo pseudonimo scelto dai due giovani fotografi monzesi Francesco Maggi e Giovanni Tagliabue per raccontare "un viaggio nel Parco di Monza da angoli e prospettive "altre", dalla parte sbagliata della storia, quella non famosa, non celebrata, che non ha padroni e a tutti appartiene". Il libro è disponibile nelle principali librerie di Monza e Milano, oppure può essere richiesto direttamente all'editore: Angoli AcutiParco di Monza fotografie di Olga CazzanigaCREDA onlus Editore, 2007, 56 p.Formato 21x21 cm        ISBN 978-88-95196-01-5Prezzo 12,00 euro

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