Al caffè

ForumMonza saluta i suoi lettori

Cari amici, dopo tre anni Forummonza.info chiude i battenti e saluta i suoi lettori. Non c’è alcuna coincidenza tra questa decisione e il risultato elettorale che riconsegna l’Italia al partito di Berlusconi e la Brianza alla Lega, cioè a due forze politiche alle quali questo sito è totalmente estraneo; si tratta semplicemente della prevista scadenza del contratto di hosting che ho deciso di non rinnovare. Dopo il 25 aprile, data di inizio nel 2005 della sua presenza sul web, Forummonza.info verrà oscurato dal server. Io comunque non lo aggiornerò più a partire da oggi.Quando tre anni fa, sollecitato dal caro amico Peppino Motta, registrai la testata, il progetto editoriale era quello di fare un giornale on line che integrasse la parte "giornalistica" con i commenti, le notizie e gli interventi inviati dai lettori del forum “Monza”, creato dall’amico Motta nel 2001 sulla piattaforma Domeus. L’idea  era consentire ai lettori di creare autonomamente "il loro giornale" mettendo a disposizione uno strumento professionale per farlo. Il progetto è, purtroppo, sostanzialmente fallito per mancanza di adesioni e continuare a insistere in solitudine o quasi come ho fatto finora non avrebbe senso. Tanto più che sono ormai diverse le iniziative di comunicazione on line attive a Monza, alcune molto più strutturate e partecipate di Forummonza, e altre ne stanno nascendo, pertanto ritengo che la chiusura di questo sito non lascerà alcun vuoto incolmabile nello scenario dell’informazione cittadina. Posso dimettermi tranquillamente e senza rimpianti Ringrazio tutti voi per l’interesse dimostrato in questi anni e in particolare quelli che hanno voluto utilizzare questo spazio per diffondere le loro notizie ed opinioni, proponendo discussioni o animandone altre. Se qualcuno fosse interessato a continuare a dialogare e discutere con me, magari nella forma di un blog condotto a più voci, può scrivermi e vedremo cosa si può fare insieme. Attendo vostre notizie all’indirizzo carlo_arcari@hotmail.com. Un caro saluto a tutti. Carlo Arcari

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Prime donne all'asta

Una fotografia di Carla Bruni, oggi Madame Sarkozy, scattata da Michel Comte, e di proprietà del collezionista, Gert Elfering, sarà messa all’asta da Christie’s. Si prevede che verrà aggiudicata alla fine dal banditore per una cifra oscillante tra i 3 e i 4.000 dollari. Nemmeno tanto se si tiene conto che l’immagine è stata scattata da un grande fotografo e la modella è la prima donna di Francia. E il nudo è di gran qualità.(www.poterefotografico.com)

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Qui si fa l'Alitalia o si muore

"Martedì 25, subito dopo Pasqua, è già stato convocato un nuovo incontro tra l'amministratore delegato di Alitalia, Maurizio Prato, il presidente di Air France - Klm, Jean-Cyril Spinetta e le nove sigle sindacali dell'ex compagnia di bandiera". Avete letto bene, "nove sigle sindacali". Questo spiega anche ai meno esperti in economia come ha fatto la compagnia aerea nazionale a perdere 15 miliardi di euro negli ultimi 15 anni e spiega anche perché si è arrivati a questo punto, cioè all'ingresso tronfale della vertenza sul futuro dell'Alitalia nella campagna elettorale più squinternata della storia repubblicana. Al "grande venditore" Silvio Berlusconi non è parso vero di avere ancora qualcosa da vendere agli italiani per rimanere al centro di una scena politica che, con la nascita del PD e il tramonto della CdL, sembrava averlo per la prima volta marginalizzato. E ci si è buttato a pesce facendo del salvataggio Alitalia la sua bandiera elettorale. "Qui si fa l'Alitalia o si muore" è una parola d'ordine con la quale il capo del centro destra, come sempre, parla agli elettori per parlare di se stesso. In pratica egli dice a quelli (e sono tanti) che si identificano nella sua vicenda politica e imprenditoriale: "Se non si riesce a impedire la vendita di Alitalia a Air France siamo finiti, il nostro modello di sviluppo basato sul debito pubblico e l'arricchimento privato è finito per sempre". Per questo si è inventato "la cordata", l'ennesimo progetto di marketing elettorale  "win win" basato sul suo personale conflitto di interessi al quale ha chiamato a partecipare tutti quelli che ne hanno compreso la potenzialità. Se egli dovesse vincere le prossime elezioni, infatti, l'Alitalia diventerà un ennesimo grande affare realizzato a spese di tutti i cittadini, perché verrà ceduta, con un "prestito ponte" generosamente concesso dal suo governo, a se stesso e alla sua cordata di amici, complici e sodali. Il tutto con l'appoggio dalle "nove sigle sindacali" dei lavoratori Alitalia. Geniale.

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Un nuovo fotogiornalismo è possibile?

La foto che riproduco con grande piacere qui sopra è di Pippo Civati, che l'ha scattata ieri alla Villa Reale di Monza dal palco sul quale Walter Veltroni parlava a migliaia di persone arrivate da tutta la Brianza per ascoltarlo. L'immagine pubblicata sul sito www.civati.splinder.it è bellissima e sono molto invidioso che a scattarla sia stato lui e non io. La fotografia è un mix di citazioni indimenticabili e proprio per questo trasmette a chi la guarda una forte carica emotiva: la ragazzina con la bandiera, issata sulle spalle (probabilmente dal padre) sopra la folla anonima dei manifestanti, riprende una famosissima foto icona del maggio francese, mentre il suo cappottino rosso che spicca in un'immagine in bianco e nero è quello della bambina di Schindler List. Complimenti all'autore. E' una foto che meriterebbe, se ci fosse, la prima pagina di un quotidiano brianzolo, un quotidiano che non c'è mai stato e forse non ci sarà mai se non sarà la sinistra a farlo. La bella foto di Civati mi induce a parlare di un tema che mi sta a cuore: il fotogiornalismo. Di crisi del fotogiornalismo in Italia si parla da almeno 30 anni. La verità è che i fotoreporter, essendo meno tutelati dei loro colleghi che lavorano nelle redazioni dei giornali, soffrono molto di più la crisi del giornalismo che riguarda però tutti gli operatori dell’informazione. La fotografia è infatti un elemento indispensabile dell’informazione, come lo sono i lanci dell’Ansa, l’inchiesta o l’intervista realizzata da un inviato. Ma oggi, dopo anni di progressiva crisi della professione che segue da vicino quella della carta stampata, il valore economico e culturale della fotografia si è molto ridotto. Gran parte dei servizi giornalistici che un tempo prevedevano il contatto fisico visivo tra il cronista e il fatto o il personaggio, vengono oggi realizzati per telefono o via internet,  di conseguenza con l’avvento del web anche il fotoreporter ha visto restringersi molto il suo spazio professionale. Ieri cronista e fotografo lavoravano insieme sullo stesso servizio: mentre uno intervistava un personaggio l'altro lo fotografava tenendo conto anche delle cose dette durante l'intervista, inoltre una volta stampate le foto davano al giornalista elementi di memoria che poteva recupare nel suo articolo. Oggi invece i due reporter lavorano separati, uno dei due,come si è detto, molto spesso non incontra nemmeno l'intervistato. di qui l'impoverimento del servizio che ne deriva. Un fotografo che "copre" una partita di calcio, ad esempio, deve essere in grado di inviare al quotidiano la foto del gol al massimo dieci minuti dopo averla scattata, se no non la vende. Insomma il fattore tempo diventa cruciale e il modo di lavorare dei fotoreporter di oggi è condizionato dalla tecnologia digitale che rende possibile ridurre al minimo i tempi di produzione e distribuzione dell'immagine.  La continua compressione del tempo che quotidiani e settimanali perseguono, per tenere il passo della Tv o di internet, dequalifica e rende banale il lavoro del fotogiornalista. La scelta delle immagini da pubblicare oggi viene fatta in pochi secondi su internet e quasi mai da chi ha scritto l'articolo di conseguenza  la qualità delle immagini da stampare inevitabilmente ne risente. La velocità tecnologica non serve ad informare meglio e in modo più completo il lettore,  come  è dimostrato dal fatto che egli apprezza, e soprattutto compra sempre meno in edicola un prodotto in cui il linguaggio fotografico è stato ridotto il più delle volte a semplice didascalia degli articoli. Se questi argomenti vi interessano vi consiglio ancora di andare a leggervi il sito www.poterefotografico.com di Pino Granata.

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Consigli a un giovane fotografo

(www.poterefotografico.com) Grazie al cielo la fotografia attrae sempre e molti sono i giovani ed i meno giovani che vogliono entrare nella nostra professione. Non è un luogo comune il fatto che fare i fotoreporter oggi non è così facile come lo era 20 o 30 anni fa. 30 anni fa un mio carissimo amico mi presentò il fratello minore che voleva a tutti i costi fare il fotografo. Me lo presentò e questo mi fece vedere alcune foto in bn. Gli chiesi se ne aveva alcune a colori, ma questo mi rispose che non gli piaceva il colore. Resta il fatto che i bn che mi aveva fatto vedere erano molto buoni e mi diedi tanto da fare che alla fine i proprietari dell'agenzia presso la quale ero sales manager, lo assunsero. Scoprii poi che il tipo era daltonico e che per quel motivo non aveva mai scattato foto a colori. Oltretutto era anche a digiuno di tecnica. Però era , e credo lo sia ancora, un ragazzo serio, colto ed intelligente, ed in più anche molto educato , cosa quest'ultima che non guasta. Beh giorno dopo giorno imparò e si conquistò il suo spazio. Rimase in quell'agenzia qualche anno e poi iniziò la sua attività di fotografo indipendente che gli sta ancora dando grandi soddisfazioni. L'allora giovane fotografo aveva quelle doti che non ho citato a caso e che sono fondamentali per chiunque voglia affermarsi nel mondo dell'immagine. Ancora oggi si presentano molti giovani aspiranti fotografi.Le cose non sono più così facili. perchè oggi c'è tutto un genere che non funziona più ed è quello dei servizi di varie umanità. Per esempio io a chi esordiva anni fa consigliavo di fare servizi sulle università più importanti (Normale, Bocconi, Statale, Cattolica) e questi servizi era solo questione di tempo e sarebbero stati acquistati. Oggi non ci provo più nemmeno a consigliarli. E anche le foto delle varie manifestazioni politiche e sindacali avevano mercato.Oggi la vedo molto dura su quest'argomento.Altro consiglio che davo era quello di fotografare il proprio territorio(città, istituzioni, banche, attività commerciali, mercati). Nessuno si arricchiva, ma era solo questione di tempo e se le foto erano di buona qualità si vendevano. Oggi l'unico settore che si vende discretamente è quello dello showbiz. Paparazzate incluse. Naturalmente celebrità in studio, a casa, in vacanza o mentre girano film e telefilm. Qui non è facile e la gavetta da fare è tantissima, ma alla fine uno sbocco si trova e più facilmente che negli altri settori.Un altro modo di operare è quello di imparare a scrivere e di fare testo e foto di vari argomenti. Realizzare il pacchetto completo di testo e foto aiuta molto a vendere. Anche la foto sportiva oggi è piuttosto richiesta ed un po' tutte le agenzie si stanno dedicando a questo tipo di attività che una volta era appannaggio solo di alcune agenzie. Lascerei perdere le foto classiche di stock (Geografia, viaggi, situazioni varie. Oggi il mercato di questo tipo di immagini è molto inflazionato e se non si è dei grandi fotografi è meglio lasciar perdere. Quello che consiglio a tutti è d avere un'adeguata preparazione culturale e molta, moltissima pazienza. Senza queste le cose già difficili per le condizioni di mercato, diventano difficilissime.

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Malati: oltre al ticket l'ecotassa

E' sempre più difficile difendere la figura e il ruolo del giornalista in Italia. Ieri sera guardando "Striscia la Notizia", uno dei pochi organi di stampa affidabili rimasti in circolazione (oltre a "Report" e al "Le Jene"), ho appreso una cosa che nessun giornale milanese, Corriere in testa, aveva finora portato a conoscenza dei suoi lettori. La  notizia clamorosa è la seguente: da quando è stato installato l'Ecopass, il molto discusso sistema di tassazione della circolazione automobilistica  all'interno delle mura spagnole voluto dal sindaco Moratti, i cittadini per recarsi al pronto soccorso degli ospedali Fatebenefratelli e Policlinico, con un malato o un ferito, devono pagare il balzello di 5 euro al Comune. Il caso del Fatebenefratelli è particolarmente eclatante perché l'ingresso del pronto soccorso è in via Castelfidardo, solo 30 metri all'interno dell'area presidiata dalle inflessibili telecamere digitali. L'inviato di "Striscia" è andato dai Vigili Urbani a chiedere spiegazioni e si è sentito rispondere che non c'è niente da fare: bisogna comunque pagare. Un cittadino che ha bisogno di un servizio sanitario urgente (e gratuito) può accedervi solo a pagamento?

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Smemoratezza e oblio. Negazionismo o minimalismo

Le celebrazioni della Giornata del Ricordo a Monza hanno evidenziato una serie di comportamenti che si sono allontanati da una memoria condivisa che doveva caratterizzare la ricorrenza. La responsabilità, in primo luogo e quasi totalmente, compete all’amministrazione comunale di Monza. Infatti, nella commissione per le celebrazioni, il Vice Sindaco, Dario Allevi ha respinto le proposte che sono state avanzate dai rappresentanti delle associazioni antifasciste che consistevano nell’organizzare una serata di dibattito, non solo come è stato fatto con esponenti esclusivamente di destra, ma anche con storici più obiettivi, come lo era stato due anni fa con Giovanni Sabatucci e di esporre assieme a quella predisposta dall’ADES, anche la mostra della “Fondazione della Memoria”. Quest’ultima, fortunatamente, su iniziativa del “Comitato Unitario Antifascista” in collaborazione con la “Circoscrizione 3” è stata esposta a San Rocco. Dal confronto delle due mostre è apparso chiaro il motivo del rifiuto. La prima, quella all’Arengario, contiene una omissione temporale non indifferente: tutto il periodo che va dal 1922 – ascesa al potere del fascismo – sino al dopoguerra del 1945. Smemoratezza ed oblio certamente voluti per far dimenticare il fascismo, le sue nefandezze e le responsabilità di quanto compiuto anche in Slovenia e Croazia. La seconda quella alla Circoscrizione 3 è invece, dal punto di vista storico e nella stessa cronologia storica, completa. Infatti il titolo della mostra è: “FASCISMO – FOIBE – ESODO”. Una serie di pannelli evidenziano, nel periodo fascista, il nazionalismo esasperato, la italianizzazione forzata e gli eccidi compiuti dai fascisti assieme ai nazisti dopo l’otto settembre 1943. Altri pannelli, l‘orrore delle Foibe, senza tralasciare le gravi responsabilità dei partigiani di Tito che non “infoibarono” o uccisero solo i fascisti, ma gente innocente e persino anche partigiani italiani. Altri, pannelli infine, la tragedia dell’esodo di centinaia di migliaia di persone che, giustamente come ha dichiarato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sulla quale ha pesato anche la “congiura del silenzio di una vera pulizia etnica”.Nel dibattito di mercoledì 6 febbraio alla Circoscrizione 3, mentre gli autori della mostra Bruno Enriotti ed Angelo Ferrante e una serie di interventi, compreso quello di una esule istriana, hanno evidenziato con obiettività la complessa e tragica vicenda – mi spiace che “Il giornale di Monza” nulla abbia detto su questi interventi e sui contenuti della mostra -  altri interventi, compreso il relatore Sandi Volk, sfiorando il “negazionismo” sull’esistenza della Foibe, hanno tentato di minimizzarne la portata e le responsabilità dei partigiani di Tito.Posizioni inconcepibili che fortunatamente appartengono ad un estremismo che negli anni “70” era chiamato “extra parlamentare” – non a caso alla riunione erano presenti personaggi di quell’epoca che da tempo non si vedevano in giro – ed ora sono con posizioni ultra estremiste, al di fuori persino ai partiti della sinistra radicale.La ciliegina sulla giornata del ricordo, l'ha messa però ancora una volta il sindaco di Monza, quando nel suo discorso di domenica 10 febbraio all’Arengario ha dichiarato “non capisce quale sia la differenza tra la giornata del ricordo e quella della memoria, anzi bisognerebbe unificarle”. Qui siamo di fronte non a smemoratezza od oblio, ma a una profonda ignoranza della storia o invece, questa mi sembra la più probabile, da diligente “allievo di Allevi”- quest’ultimo è un esponente di AN che però si vede ha bevuto poca acqua di Fiuggi – è diventato dal 4 novembre in poi il portavoce di maldestri tentativi di “parificazione” tra fascismo ed antifascismo, cioè tra coloro che hanno rappresentato la dittatura, il razzismo e la barbarie e coloro che combattendo hanno ridato al nostro Paese l’indipendenza, la democrazia e la libertà.

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Memoria corta e divisa. Perché?

Sono un giovane che è alla ricerca della verità sui gulag russi di cui nessuno parla mai si pensa solo, giustamente dei campi di stermnio nazisti, però dei campi di sterminio russi in cui sono morti anche li milioni di persone nessuno ne parla ( chissà perché, forse che i morti in Russia siano diversi da quelli morti nei campi nazisti ) Questo non lo faccio per polemica, ma solo per una ricerca mia (al forum avevo già inviato una email di questo genere giorni fa però non la vedo pubblicata come mai? non pubblicate il mio indirizzo grazie). Questo lettore che si firma "Veritiero", ma che vuol restare anonimo (alla faccia della Verità),  invitato a intervenire utilizzando lo spazio previsto sotto ogni articolo, insiste nel mandare il suo messaggio direttamente al sottoscritto. Lo pubblico con evidenza perché è la dimostrazione, a mio avviso, del modo sbagliato con il quale purtroppo si è sempre discusso di queste cose. Il Giorno della Memoria istituito con una risoluzione dell'ONU nel 2005, si celebra in Italia e in molte altre nazioni del mondo, tra cui Germania e Gran Bretagna. la sua celebrazione non risponde dunque a logiche politiche italiane. Paragonare il genocidio nazista ai gulag socvietici, lamentando che di questi ultimi non si parla mai, è un errore e una bugia. Una bugia perché dei gulag si parla e si è parlato sempre, dal dopoguerra a oggi, e il tema dei gulag è stato presente nel dibattito politico nazionale e internazionale per tutti questi anni. Durante la campagna elettorale del 1948, ad esempio, venne stampato dalla Dc un manifesto in cui si vedeva lo scheletro di un soldato italiano dietro il reticolato di un campo di prigionia su cui sventolava la bandiera sovietica con lo slogan "Mamma, votagli contro anche per me". Senza contare l'enorme pubblicistica prodotta in materia e le centinaia di convegni, romanzi, film, realizzati sull'argomento, fonti alle quali "Veritiero" portà soddisfare la sua sete di ricerca. Inoltre il lettore non può ignorare che una celebrazione dedicata ai cittadini italiani assassinati nelle foibe dai comunisti titini, il Giorno del Ricordo è stata istituita in Italia addirittura un anno prima, nel 2004. Se si vuole dedicarne un'altra alle vittime dei gulag sovietici non credo ci saranno opposizioni. Chi vuol farlo lo proponga all'ONU o al Parlamento italiano.Il paragone tra stalinismo e nazismo che il lettore fa è anche un errore concettuale, perché mentre nei campi di sterminio nazisti finivano quasi esclusivamente gli ebrei, uomini, donne, bambini,malati, vecchi, rastrellati in tutta l''Europa occupata secondo un programma che ne prevedeva l'uccisione sistematica e che i nazisti portarono avanti fino all'ultimo, sacrificando ingenti risorse e uomimi sottratti allo sforzo bellico, i gulag sovietici non avevano per finalità il genocidio di un popolo. Erano campi di lavoro forzato dove milioni di persone (oppositori politici russi, prigionieri di guerra, ecc), sono morte di stenti e di fatica. Luoghi dell'orrore, certo, ma di un orrore diverso e non paragonabile a quello nazista. Stalin per mandare i suoi oppositori nei gulag, ad esempio, violava le stesse leggi sovietiche e per questo è stato condannato dallo stesso PCUS dopo la sua morte. Hitler e Mussolini avevano invece scritto apposite leggi razziali che definivano gli ebrei "sottouomini" senza diritti, di cui si poteva fare legalmente quello che si voleva. Questa è la differenza. Il nazismo sterminando gli ebrei non violava nessuna legge tedesca, come i delatori monzesi che consegnarono nel 1943 ai boia nazisti i coniugi Colombo, non violarono nessuna legge italiana. Il Giorno della Memoria che si celebra in tutta Europa serve anche a ricordare questo.

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Memoria corta

Quest'anno a Monza non sono molte le manifestazioni pubbliche organizzate per ricordare la tragedia dell'antisemitismo e delle persecuzioni fascista e nazista: due mostre, una alla Circoscrizione 3 e una all'ISA, una cerimonia commemoratiova alla stazione ferroviaria e una lettura di poesie al Binario 7. Ho deciso pertanto di offrire ai lettori un piccolo contributo alla riflessione su quei tragici eventi ripubblicando un mio articolo comparso sul settimanale Domani del 2 febbraio 2003, intitolato "Memoria corta".Monza vanta una storia lunga duemila anni e una recente opera intitolata appunto “Monza, la sua Storia” ne ripercorre le tappe con una minuziosa e documentata ricostruzione, frutto del lavoro di illustri studiosi ed esperti cultori della materia. Per questo motivo, in occasione del giorno della Memoria, dedicato al ricordo della persecuzione e dello sterminio nazista degli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, sono andato a consultare l’erudito e riccamente illustrato volume, edito lo scorso anno dall’Associazione Pro Monza, per conoscere le vicende degli ebrei monzesi nel corso dei secoli. Ma non ho trovato niente, la parola “ebreo” non si trova nell’indice dei nomi, né in nessun altra pagina. Possibile che gli ebrei a Monza non siano mai esistiti o non abbiano lasciato tracce degne di nota? La città medioevale dei mercanti non ha mai conosciuto una comunità di banchieri, prestatori o cambiatori israeliti? Non sono mai esistiti a Monza una sinagoga, una scuola, un cimitero ebraico? Pare di no. E la colonna di Piazza Duomo con la sua scritta in ebraico “Gesù è venuto e ci ha redento” che significa? Niente che abbia a che fare con gli ebrei, dicono i meglio informati, un pio “arredo urbano” dell’epoca delle grandi pestilenze. Sempre più incuriosito ho chiesto lumi agli amici ebrei e ho scoperto che anche loro, per lo più monzesi solo da qualche decennio, sanno poco o niente del passato ebraico della città. Si dice che nell’archivio storico del Comune esistano tracce di un ricco banchiere ebreo che nel Cinquecento finanziò il ducato di Milano impegnato nella guerra con Venezia, ma per esserne certi bisognerebbe poter accedere a questi documenti. Insomma, il vuoto. Eppure una storia c’è, piccola e recente rispetto a quella di altre più antiche e famose comunità ebraiche italiane, ma non così irrilevante da meritare l’oblio. Ci sono almeno tre figure di ebrei monzesi che nel secolo scorso hanno lasciato il segno e che pare strano non vengano ricordati dalla loro città. La Pinacoteca Civica, ad esempio, è stata fondata grazie all’importante donazione Segrè, una famiglia di ebrei che alla fine dell’Ottocento erano venuti a vivere in un villino di via Cesare Battisti e che hanno lasciato nel 1923 la loro ricca collezione di quadri al Comune. Aurelia Josz, ebrea fiorentina, fondatrice della Scuola di Agraria del Parco di Monza, vanto della città, di cui si è celebrato quest’anno l’anniversario. Una grande figura di donna socialmente impegnata, esponente di rilievo di quella cultura della solidarietà fattiva che appartiene alla migliore tradizione civile, monzese e lombarda. Alessandro Colombo, professore di matematica venuto a insegnare a Monza da Pittigliano nel 1901, conosciuto e stimato in città al punto da diventare amministratore dell’Ospedale San Gerardo, una carica, allora come oggi, molto importante e prestigiosa. La marea nera del razzismo nazi-fascista che ha sconvolto l’Europa tra il 1938 e il 1945, si è abbattuta anche su Monza. Non ha trovato fortunatamente molti ebrei da sommergere perché quei pochi rimasti si erano ben nascosti e gli altri erano andati a vivere a Milano dove era più facile mimetizzarsi. Sarebbe forse scampato anche il vecchio professor Colombo se egli, nell’inverno del 1943, non avesse voluto rischiare tornando nella casa di Monza per riprendere oggetti e fotografie dei figli, messi in salvo da tempo. Denunciato da un delatore, Alessandro Colombo, fu arrestato e portato a San Vittore, dove lo raggiunse poco dopo la moglie, Ilda Zamorani, che volle consegnarsi ai nazifascisti per seguirne il destino. Deportati ad Auschwitz sono morti insieme nelle camere a gas subito dopo il loro arrivo.La loro storia è simile a quella di migliaia di altre vittime della banalità del male che anche a Monza non ha mancato di manifestarsi. Mandati a morte da concittadini con i quali avevano condiviso l’esistenza, Alessandro Colombo e Ilda Zamorani, sono gli unici due ebrei monzesi vittime della Shoah, ma proprio per questo meritano di essere ricordati.

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Vacanze di Natale in Kenya

Il giornalismo di Natale segue naturalmente il copione dei film di Natale. In Kenya in questi giorni siamo alla catastrofe umanitaria a causa di una guerra tribale interetnica scoppiata a seguito di elezioni presidenziali che tutti indicano come una truffa. La televisione ci rimanda immagini di stragi africane, compiute cioè a colpi di machete e di altre armi primitive ed elementari, ma efficaci, quali il fuoco appiccato alle case e alle chiese per bruciare vivi chi ci stava dentro, ovviamente donne e bambini. E i nostri grandi quotidiani nazionali come scelgono di darci la notizia? Ma intervistando i vip in vacanza a Malindi, ovviamente. Un bel giro d'orizzonte sui telefonini degli illustri vacanzieri ed ecco fatto il pezzo di colore che mette in secondo piano i cadaveri (di colore) mutilati e bruciati degli straccioni africani e mette invece in primo piano le opinioni del generone romano bipartizan, una compagnia di giro che va da Briatore alla ministra Melandri, dai calciatori alle loro veline in quell'eterno gossip televisivo che ormai si è sostituito alla realtà. Naturalmente il giornale che più si è distinto in questa caccia all'inviato "speciale" in Kenya è stato il Corriere della Sera di Paolo Mieli, il quotidiano sottoveste per eccellenza. Il quale ci ha informato per bocca dei citati vip che non ci sono problemi per i turisti e per il business (italiano) delle vacanze di Natale. Tutto tranquillo nei lussuosi resort dello stato più corrotto dell'Africa più amata dagli italiani. Purtroppo.

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L'inchiesta che non c'è

la prima notizia del 2008 che vi voglio dare è in qualche modo rivolta al futuro. Antonio Cornacchia, già collaboratore di Domani, designer di questo sito, designer del sito di MonzalaCittà, ha aperto un  blog http://ilgiornalechevorrei.blogspot.com/ per lanciare il dibattito su un tema che gli sta molto a cuore e che interessa tutti noi che da tempo perseguiamo con esiti diversi lo stesso obiettivo: dar vita a Monza e in Brianza a un periodico di informazione, di approfondimento e dibattito culturale e politico che oggi non c'è. "Io credo che Monza e il suo territorio abbiano bisogno di qualche spazio di riflessione e di confronto in più. Credo ci sia il bisogno di far dialogare chi ci vive, chi ci lavora e chi la guarda da lontano. Io credo che ci sia il bisogno di una narrazione della città stessa — e di quanto le è contemporaneo — critica, capace di affrontare con decisione il suo presente e il suo futuro. Una narrazione che porti a individuare il senso di quanto accade e che non si fermi a esporre la cronologia dei fatti", egli scrive nel suo appello, al quale abbiamo risposto (in pochi per ora) con le nostre opinioni. C'è chi sostiene che uno strumento di questo tipo a Monza ci sia già e non sente la necessità di crearne un altro (Isman-Arengario), c'è chi pensa a uno strumento simile al forlivese www.unacitta.it da copiare (Antonio), chi invece crede sia possibile realizzarlo tramite un network dei siti, blog e forum esistenti (Gimmi Perego) e infine chi ritiene sia possibile farlo unendo ForumMonza ad Arengario (Majoli). Io sono interessato all'argomento e partecipo alla discussione, ma non credo in nessuna di queste ipotesi. Non mi convincono perché mi sembra rinuncino tutte a porsi prima le domande principali: perché dovrebbe nascere un nuovo giornale in Brianza? Se il giornale è un mezzo, qual è l'obiettivo? Chi è il committente? Chi è il lettore? A queste domande per ora nessuna delle persone coinvolte ha tentato di rispondere anche perché nessuno (io compreso) credo abbia chiaro cos'è questo territorio, chi sono i monzesi e chi sono i brianzoli? Quali sono la cultura e lo spirito del luogo (se esistono)? C'è una visione della Brianza e del ruolo di Monza a cui fare riferimento? Ecco, io credo che proporre di fare una rivista di approfondimento prima di cercare di rispondere alle domande da me poste sia come mettere il famoso carro davanti ai buoi. Un grande personaggio del secolo scorso scriveva in un suo libretto di massime allora molto citato: "Chi non ha fatto l'inchiesta non ha il diritto di prendere la parola". Insomma, prima di scrivere e narrare e opinare, bisogna conoscere, bisogna fare l'inchiesta e informare. Per questo credo che lo strumento da costruire per primo sia un mezzo (mensile, bimestrale, trimestrale) che promuova e raccolga l'inchiesta fatta sul territorio, la arricchisca di commenti e opinioni e la proponga ai lettori. E' questa attività di raccolta di fatti, immagini, testimonianze, recensioni, che produrrà nuove idee, frutto di conoscenza, approfondimento e confronto, e nuove iniziative culturali e politiche rivolte al territorio. Il blog di Pippo Civati è un esempio prezioso in questo senso. Egli è un politico e un amministratore pubblico che narra nel suo blog i risultati dell'inchiesta che ogni giorno fa sul territorio brianzolo e in Consiglio regionale. Ecco quello che dovremmo fare anche noi perché, cari amici, se non fa questo un giornale, una rivista, cosa fa? Perché lo fa? Per chi lo fa? Antonio dice che le cose buone e giuste vanno copiate. Bene, io dico, cominciamo a copiare quello che fa il blog di Pippo Civati. La grafica seguirà.

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Chi pianta datteri non ne mangia

L'anno prossimo a Monza e in Brianza si ricomincerà a discutere del Partito Democratico e a (spero) mettere in campo iniziative per farlo vivere concretamente sul territorio e tra i cittadini. A Monza c'è un grande problema che incombe: l'opposizione alla giunta Mariani e ad alcune sue scelte che si annunciano contrarie agli interessi della città, a partire dal rinnovo delle concessioni del Parco. Inoltre c'è una grande scadenza che si profila all'orizzonte e per la quale i prossimi mesi saranno decisivi: le elezioni provinciali brianzole del 2009. Sono in molti a ritenere che l'attuale opposizione in consiglio comunale non sia adeguata; mancano idee, programmi, obiettivi, inoltre la compagine di centrosinistra che si dovrebbe opporre alla giunta Mariani e alla sua maggioranza, di fatto rappresenta solo se stessa dal momento che i suoi membri non sono più espressione di organismi politici degni di questo nome, essendo DS e Margherita ormai estinti, e Faglia e in suoi ex assessori oggettivamente privi di radici sociali e politiche. Per quanto riguarda la scadenza elettorale provinciale i tempi stringono e c'è necessità di capire come si andrà, con quale progetto e quali candidati, al confronto. Augurando ai lettori che guardano a questo orizzonte politico un Buon Natale e un felice Anno Nuovo li invito a rileggere con me questa lettera spedita nel 2002 al forum Monza da Giuseppe Motta, che si trova a pag. 38 del libro "Baraonda Democratica". Buona lettura.ps. se non l'avete ancora fatto andatevelo a comprare nelle librerie monzesiChi pianta datteri non ne mangia Il proverbio deriva dalla convinzione, vera o falsa, che l’albero fruttifichi solo dopo cento  anni dalla semina. L’insegnamento è quindi chiaro: chi pianta datteri non deve aspettarsi di poter raccogliere i frutti dell’albero che avrà piantato. L’assenza di qualsiasi giudizio negativo sui piantatori di datteri indica che questo tipo di lavoro è apprezzabile e essenziale per assicurare ad altri, utilità e piacere di gustare quei frutti. Sotto questi aspetti l’uomo può essere visto come un piantatore di datteri e la vita come il relativo albero.Attività, impegni, opere, idee, invenzioni, scoperte vengono spesso riconosciute e sfruttate solo dopo la morte di chi vi si è dedicato. L’affermazione di un amico che recentemente rivendicava, per chi aveva esemplarmente seminato, il diritto di raccogliere i frutti del suo lavoro, non contrasta con quanto anzi detto perché si riferisce a situazione diversa da quella indicata dal proverbio. In una vi è chi semina per sé e deve poter godere dei frutti del suo lavoro: non sarà quindi un piantatore di datteri. Nell’altra vi è chi semina per chi neppure conosce, si impegna senza sapere se la sua opera verrà apprezzata, fa bene il suo lavoro perché è giusto farlo così, fa il bene perché è tale e non per essere ripagato dall’albero al quale presta ogni cura: questo è il piantatore di datteri. Lavori entrambi necessari e apprezzabili che rispondono a esigenze e fini diversi. Come è incomprensibile il seminatore che lascia marcire i suoi frutti così lo è il piantatore di datteri che spera di raccoglierli. Il fine che ognuno si propone deve essere chiaro, fin dall’inizio dellavoro, sia nella mente dell’interessato che in quelle di chi con esso collabora. Ciò per evitare possibili giudizi inesatti o disillusioni.A volte infatti tendiamo a sottovalutare la preziosa attività che svolgono nell’interesse di tutti i piantatori di datteri solo perché il loro lavoro non dà un’utilità immediata.A volte sono questi che, dimenticando l’importanza della loro opera, tentano di forzare la natura nella speranza di poter raccogliere i frutti dell’albero che hanno coltivato. In entrambi i casi si può finire col compromettere la fruttificazione o addirittura l’albero.(Monza, 03-03-02)

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La versione di Peppino

Cari amici, come annunciato siamo riusciti, l'editore Carlo Vittone ed io, a realizzare il libro che raccoglie le lettere scritte da Peppino Motta a Monza e ai monzesi tramite il suo forum. Il libro verrà presentato martedì 18 dicembre alle ore 17.30 alla libreria Ancora Artigianelli di via Pavoni a Monza. Successivamente verrà diffuso anche dalla libreria Libri&Libri e sarà possibile ordinarlo sul sito www.vittoneeditore.it.  Il libro ospita una prefazione di Pippo Civati e una presentazione scritta da me di cui allego un riassunto. Vi aspettiamo.“Baraonda democratica” è un libro epistolare, un libro fatto di lettere spedite alla sua città da Giuseppe Motta, cittadino monzese purosangue che l’ha amata profondamente e nel corso della sua esistenza (1932-2006) l’ha letteralmente inondata di messaggi d’amore. Giuseppe Motta, Peppino per gli amici, ha cominciato a scrivere a Monza negli anni 90, prima sulle pagine de “il Cittadino”, poi ideando e lanciando nel 2000 il suo “forum”, una piazza telematica che per cinque anni ha rappresentato un punto di incontro e di dibattito che ha avuto anche un importante ruolo politico in occasione delle elezioni amministrative del 2002. Avvocato noto e stimato in città, Peppino Motta aveva 68 anni quando lanciò il forum”Monza” sulla piattaforma telematica Domeus, anticipando di molti anni l’era dei blog. Egli era un innovatore e un uomo di comunicazione nato, che aveva subito intravisto nella rete internet uno strumento potente di democrazia e di partecipazione.Il suo forum in cinque anni di vita ha ricevuto e diffuso in rete oltre 13mila messaggi ed è stato animato da centinaia di cittadini, molti dei quali esponenti politici e amministratori monzesi. Nel libro, curato da Carlo Arcari, sono state raccolte 267 lettere da lui inviate al forum tra il luglio 2001 e il novembre 2005, quando la malattia gli impedì materialmente di continuare a scrivere e “moderare” (in realtà animare e provocare) il dibattito virtuale con i suoi concittadini.Le lettere raccontano un periodo recente della storia monzese, quello che ha visto una città tradizionalmente “di destra”, pochi mesi dopo la travolgente vittoria elettorale di Berlusconi, affidarsi a una giunta di centro sinistra che per la prima volta portava i “comunisti” nella maggioranza. Un esito che il suo forum aveva caldeggiato al punto da lanciare ufficialmente la candidatura a sindaco di Michele Faglia.I suoi interventi che nel libro sono divisi in quattro capitoli descrivono l’evoluzione di questa esperienza di partecipazione politica, dall’entusiasmo iniziale alla delusione finale, quando dopo tre anni risultò evidente che il dialogo tra cittadini ed eletti non era mai in realtà esistito per volontà di questi ultimi che non ammettevano né sopportavano critiche e respingevano qualunque suggerimento o proposta proveniente dal basso. Pochi mesi prima della sua scomparsa, su questa delusione, Peppino Motta scriveva denunciando l'incomunicabilità:  “Ai fatti però occorre contrapporre altri fatti e non giudizi e non il silenzio. Nel non aver compreso questo principio credo stia una delle principali colpe di questa amministrazione..”.Oggi a due anni dalla sua morte, il forum “Monza” è praticamente estinto, ma il dibattito telematico cittadino continua grazie ad altre iniziative una delle quali www.forummonza.info era stata da lui promossa nella primavera del 2005. Nuovi giornali online sono stati aperti, altri blog hanno rilanciato la conversazione. Nessuno di questi è riuscito a diventare il luogo del confronto diretto tra cittadini e amministratori, ma l’uso di internet per discutere dei problemi e della politica monzesi si è ormai imposto e la democrazia digitale è una strada aperta per chiunque decida di percorrerla.

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Baraonda democratica

E finalmente in dirittura d'arrivo il libro "Baraonda democratica" che raccoglie buona parte delle centinaia di lettere scritte da Peppino Motta tra il 2001 e il 2005 al suo forum monza@domeus.it. Giuseppe, “Peppino” per gli amici, Motta era un innovatore nato che amava stare vicino, anzi a cavallo della frontiera. Per questo alla fine degli anni 90, indignato per come andavano le cose in città e reputando la pagina delle lettere de Il Cittadino una “piazza” asfittica e inadeguata  per portare avanti le sue campagne contro le scelte dell’amministrazione Colombo, cominciò a guardare con attenzione a internet e alle nuove tecnologie che consentivano a un cittadino qualsiasi di rivolgersi liberamente e senza mediazioni ai suoi pari e agli eletti in Consiglio comunale. Il libro racconta la storia di un'originale avventura telematica.Giuseppe Motta aveva infatti scoperto con un discreto anticipo la “democrazia digitale” frutto della tecnologia della rete e aveva subito aperto sulla piattaforma internazionale Domeus, un forum telematico chiamato “Monza” che ben presto diventò lo strumento della sua azione politica, diffondendo le opinioni  e i commenti sulla vita pubblica monzese, suoi e di centinaia di cittadini che grazie a internet diedero vita a un grande dibattito politico e civile in una forma totalmente nuova per la città.In poco più di cinque anni di attività, dal 2000 al 2005, il forum di Peppino  Motta ha ricevuto e diffuso, infatti, oltre 13.600 messaggi sui temi più diversi, quasi tutti però di interesse cittadino. Questo libro ne raccoglie 267 da lui scritti tra il luglio 2001 e il novembre 2005, quando la malattia gli impedì di continuare a scrivere e “moderare” (in realtà animare e provocare) un dialogo digitale portato avanti per cinque anni con migliaia di  concittadini, famosi e anonimi. Il libro di 240 pagine verrà distribuito nelle principali librerie di Monza da Vittone Editore a partire dal 1 dicembre 2007. Il prezzo di copertina è di 20 euro e dal momento che è prevista una tiratura limitata invitiamo gli amici e i lettori che vogliono avere il piacere di rileggere le sue lettere su carta, a prenotarlo scrivendo a   info@vittoneeditore.it  o a carlo.arcari@tin.it

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Un tunnel di carta

Il tunnel di viale Lombardia  è, per ora, un manufatto di carta del peso di circa 195 tonnellate, per un totale di 243 metricubi. Con i documenti prodotti sino ad oggi, la galleria urbana da due chilometri che Monza e la Brianza aspettano da 11 anni, potrebbe essere realizzata in cartapesta con uno  spessore quasi mezzo centimetro.Le ultime notizie dicono che Anas e Impregilo stanno trattando per trovare un accordo sui lavori, scambiandosi altra carta che si aggiunge alla precedente. Per sottolineare questo spreco di cellulosa i cinque Comitati per la Galleria hanno spedito al presidente di Anas, Pietro Ciucci, e al presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini, una ruspa di cartoncino da assemblare, simbolo dell’unica attività che sinora sono stati in grado di generare, cioè la produzione e movimentazione di quaranta milioni di fogli A4. In undici anni, i dodici tra Enti e società private coinvolti hanno contribuito a realizzare due progetti, uno dei quali nelle tre versioni preliminare, definitiva ed esecutiva, più una complessa variante tecnica in stesura. Altri chilometri di carta sono serviti per due protocolli di intesa e per decine di accordi formali, per due gare d’appalto, otto ricorsi, quattro atti di interpello, decine e decine di mappe integrative, perizie, deduzioni e controdeduzioni. Sono decine anche i comunicati stampa emessi sull’argomento da enti e associazioni, mentre sui giornali sono usciti sino ad oggi sul tunnel più di 1.500 articoli.

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