Eugenio Corti: come la destra cattolica ha costruito artificialmente la fama letteraria dello scrittore promuovendolo alla candidatura per il Nobel

di k.ts.

“Carneade! Chi era costui?”
Don Abbondio – da I promessi sposi di Alessandro Manzoni

Vi sarà capitato di leggere su il Cittadino e sulla stampa locale, se vivete in Brianza, della candidatura dello scrittore Eugenio Corti al Nobel per la Letteratura.
Candidatura sostenuta anche dalla Provincia di Monza e Brianza, dalla Regione Lombardia e da numerosi sindaci di diverso colore politico.
E, come me, vi sarete chiesti chi è Eugenio Corti.
Questo articolo è stato scritto sulla spinta della curiosità e dell'imbarazzo di chi si trovava a ignorare l'esistenza di un autore della Brianza così importante da meritarsi una candidatura al Nobel.
Più passava il tempo e mi addentravo nella storia, più a questi sentimenti si sostituivano prima l'incredulità poi il fastidio per un'operazione politica o al più di autopromozione che con la letteratura ha poco o niente a che fare.

Per giudicare la grandezza e il successo di uno scrittore, anche se non esistono, come per le pubblicazioni scientifiche, criteri o griglie di valutazione standard, ci sono comunque alcuni parametri dettati dalla consuetudine e dal buon senso.
Questi parametri si possono così riassumere:

- L'importanza della casa editrice per cui l'autore pubblica.
- Scritti critici e recensioni pubblicate sull'opera dell'autore, anche l'importanza dei critici e studiosi che scrivono di lui è un criterio da considerare.
- Influenza che lo scrittore ha avuto su altri letterati.
- I premi letterari e i riconoscimenti ricevuti dall'autore.
- Il numero di traduzioni all'estero.
- Numero di lettori che conoscono la sua opera e la leggono, il famoso apprezzamento del pubblico. Questo dato che è più quantitativo che qualitativo ha comunque la sua importanza, se non altro per considerare la diffusione di un'opera e la sua penetrazione nella cultura e nella società.

Eugenio Corti, nato nel 1921 a Besana Brianza, scrive il suo primo romanzo I più non ritornano nel 1947. Il libro viene pubblicato da Garzanti e racconta la ritirata di Russia, quando le forze di invasione nazi fasciste furono messe in rotta dalla controffensiva dell'Armata Rossa. La storia narrata da Corti, i cui avvenimenti si collocano tra il 16 dicembre 1942 e il 17 gennaio 1943, riguarda la fine del XXXV° Corpo d'Armata - in cui lo scrittore, tenente di artiglieria, era inquadrato - e in particolare si riferiscono alla sua ritirata disastrosa incalzato dall’avanzata sovietica.

Il secondo libro I poveri Cristi (1951 ed. Garzanti) narra le vicende della campagna in Italia condotta, dopo l'8 settembre del 1943, dall'esercito italiano fedele alla monarchia al fianco delle truppe alleate. Anche a queste battaglie lo scrittore partecipò personalmente. Il libro non ebbe successo, anni dopo fu completamente riscritto dall'autore e pubblicato nel 1993 con il titolo Gli ultimi soldati del Re (ed. Ares).

Questo fu l'ultimo libro di Corti pubblicato da una grande casa editrice, il romanzo successivo Il cavallo rosso, giudicato dai suoi ammiratori il capolavoro dello scrittore, uscì nel 1983 edito da Ares, una piccola casa editrice cattolica diretta da Cesare Cavalleri, appartenente all'Opus Dei.

Il romanzo, un tomo voluminoso di 1200 pagine, riprende in larga parte le vicende delle seconda guerra mondiale già narrate dal Corti nei suoi primi due romanzi .
La produzione letteraria di un certo valore di Eugenio Corti si può dire racchiusa e conclusa in questi tre romanzi e nell'opera teatrale Processo e morte di Stalin (1962 ed. Massimo Editore).

I recenti volumi La terra dell'Indio (1998), L'isola del paradiso (2000) e Catone l'antico (2005) sono solo bozze di romanzo pubblicate dalla casa editrice Ares per rimpinguare una produzione che, dal punto di vista quantitativo, è al quanto deficitaria.

Dal punto di vista qualitativo le cose però non vanno meglio.
La qualità di un autore è in un certo modo garantita dai critici letterari che ne spiegano l'opera, favorendone la divulgazione.
Ebbene, se questo è un metro di giudizio comunemente accettato, bisogna dire che la critica più illustre e riconosciuta non ha mai scritto niente sull'opera del Corti. Il suo nome non compare in nessuna delle più conosciute e riconosciute storie, enciclopedie ed antologie della letteratura italiana.

Visitando il sito dell'Aiec (Associazione Culturale “Internazionale” Eugenio Conti) e il sito gemello Le pagine di Eugenio Corti , sempre a cura dell'Aiec, o il sito del comitato promotore al premio Nobel la mancanza di fonti bibliografiche e di studi sull'opera e la vita del romanziere è palese. 

Non avendo critici degni di questo nome che si occupino della sua opera, a dare un senso di verosimiglianza alla candidatura  al Nobel per la Letteratura è arrivata una apologeta, la chietina Paola Scaglione, giornalista pubblicista, che nel 1997, cioè a 50 anni dall'uscita del primo romanzo di Corti e a 14 anni dal supposto “capolavoro” Il Cavallo rosso, è la prima in assoluto - compresa la stampa cattolica - che pubblica uno scritto sul Corti di una lunghezza superiore a poche righe.

Il libro della Scaglione, I giorni di uno scrittore – Incontro con Eugenio Corti, è scritto nello stesso stile dei libri di tradizione cattolica sulla vita dei santi. Pubblicato dalla piccola casa editrice Maurizio Minchella, la quarta di copertina è firmata da Cesare Cavalleri di Ares, l'editore di Corti. La Scaglione, in questa strana intervista senza domande, quasi fonde sé stessa con l'intervistato, alla fine, non fosse per il virgolettato, non si capirebbe chi stia parlando e anche così non è molto chiaro.

Il secondo mattone, nella costruzione del piedistallo allo scrittore, Paola Scaglione lo colloca con L'opera di Eugenio Corti e la Brianza, pubblicato nel 2000 dai Quaderni Balleriniani, la casa editrice del Collegio Ballerini di Seregno. L'intento è di spacciare Eugenio Corti per un “cantore” della Brianza.
L'operazione è veramente sfacciata visto che I più non ritornano è ambientato in Russia, I poveri Cristi (poi divenuto I soldati del Re) è ambientato nel sud e nel centro Italia, La terra dell'Indio in Brasile, L'Isola del paradiso a Tahiti, Processo e morte di Stalin ovviamente in Russia e Catone l'antico nell'antica Roma.

Resta Il cavallo rosso ambientato per meno di un terzo in Brianza, a Nomana (n.d.r. la Besana Brianza dello scrittore), ma per la maggior parte in Russia, in Italia, in Germania, in Africa.

Insomma di Brianza nell'opera di Corti ce n'è poca, in più l'autore espelle dal suo romanzo ogni forma espressiva del dialetto locale. Le battute pronunciate anche dai personaggi più popolani sono scritte in italiano, a cui a volte l'autore aggiunge un “ e lo disse in dialetto”. Succede, ad esempio, quando lo scrittore fa parlare i comunisti brianzoli, ma il fatto che questi usino il dialetto serve solo a sottintendere, essendo il Corti un viscerale anticomunista, che i comunisti sono rozzi e ignoranti.

A meno che, in Eugenio Corti, l'essere il “cantore” della Brianza non si manifesti nel senso di superiorità, di disprezzo e nelle battute - “i soliti meridionali” - che l'autore riversa sugli italiani del sud (vedi nelle Note ).

Sempre nel 2000, per Bellavite editore di Missaglia, esce un altro libro a cura di Paola Scaglione La trama del vero. Scritti in onore di Eugenio Corti, 134 pagine di cui 104 sono di competenza dalla stessa Paola Scaglione, con un saggio che ripropone il tema di Corti e la Brianza (La Brianza di Eugenio Corti: una terra da raccontare ).

Il saggio non aggiunge niente a quanto già detto dalla Scaglione sull'argomento.

Le restanti 30 pagine se le dividono Cesare Cavalleri, editore di Corti, Francois Livi, traduttore del primo romanzo di Corti in francese, Massimo Caprara, ex deputato del Pci e giornalista poi divenuto fervente cattolico, Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo di Como indagato nel maggio 2008 per favoreggiamento di un prete pedofilo (la morte del vescovo nel novembre 2008 chiuse le indagini a suo carico), Anna Mazza Tonucci, il cui intervento è infarcito di citazione del primo libro di Paola Scaglione.

Nel 2002 esce l'ultima fatica di Paola Scaglione Parole scolpite. I giorni e l'opera di Eugenio Corti (ed. Ares). Il libro è una rimasticatura del metodo: pseudo intervista, racconto biografico, lettere scambiate tra Eugenio Corti e i suoi lettori, già usato dalla Scaglione nel primo libro del 1997. Un ruminare infinito gli stessi quattro fili di erba. A me la sua lettura ha ricordato il borbottio che accompagna lo snocciolare del rosario.

Nel luglio 2010, all'approssimarsi della candidatura di Eugenio Corti al Nobel per la Letteratura, esce quella che dovrebbe essere la Summa degli scritti critici sul nostro - Presenza di Eugenio Corti. Rassegna della critica (ed. Ares) - , 150 pagine che ospitano gli interventi di 25 autori quasi tutti riferibili all'area dell'Opus Dei e al cattolicesimo tradizionalista. Il più prestigioso degli autori è Étienne de Montety, direttore del Figaro Litteraire dal 2006 che firma due interventi entrambi su Il cavallo rosso, apparsi sul Figaro Magazine, inserto del giovedì del quotidiano le Figaro.

Il primo è del 1998 ed è una scheda dei consigli per la lettura, del tipo di quelle che settimanalmente escono sui quotidiani e sui settimanali di tutto il mondo. Il secondo intervento appare invece in un articolo su un sondaggio promosso tra 100 scrittori francesi avente come tema il libro pubblicato negli ultimi anni che li ha segnati di più. Étienne de Montety indica Il cavallo rosso di Eugenio Corti e giustifica la sua scelta in 13 righe di cui 9 per riassumere la trama e 4 di commento.

Questo: “Epopea moderna, romanzo escatologico, questo ufo della letteratura europea gode di un culto tanto appassionato quanto segreto. E inspiegabile, se non si ammette la forza prodigiosa che da esso emana”.

Bastano queste due frasi a dar consistenza ad una candidatura per il Nobel della Letteratura?

Sembrerebbe di sì. Almeno bastano per il consigliere regionale dell'Udc Enrico Marcora che il 22 luglio 2010 presenta una mozione  con cui il consiglio regionale si impegna a sostenere la candidatura al Nobel.

Nella motivazione della mozione approvata nel settembre 2010  le tredici righe scritte da Étienne de Montety diventano: “ Il 28 novembre 2009 Étienne de Montety indica Il Cavallo rosso di Eugenio Corti come il miglior romanzo uscito in Europa negli ultimi 25 anni ”.
Che suona un po' come quelle targhe appese su alcune case italiane con su scritto : “Qui dormì Garibaldi”. Fra l'altro Étienne de Montety non ha mai detto che Il cavallo rosso è il migliore romanzo degli ultimi 25 anni, ma ha risposto ad un sondaggio sul romanzo degli ultimi 25 anni che lo ha segnato di più. Le due cose sono ovviamente diverse.

Azzardo una teoria. Visto che il sondaggio era promosso da le Figaro Magazine e che i 100 romanzi dei cento scrittori dovevano essere diversi, Étienne de Montety che rispondeva da “padrone di casa” per cortesia ha scelto per ultimo.

Comunque sia, il fatto certo è che Eugenio Corti non ha mai vinto un premio letterario, neanche quelli minori, e gli unici premi che può esibire arrivano non dal mondo della cultura ma dalla politica.

L'Ambrogino d'oro del Comune di Milano nel 2007.
Il premio Isimbardi della Provincia di Milano nel 2009.
Il premio Lombardia al Lavoro della Regione Lombardia nel 2010.
L'altro premio di cui Corti si può fregiare è il Premio Cultura Cattolica assegnatogli nel 2000 e anch'esso non è un premio letterario.
Il premio fu, infatti, assegnato nel 2003 ad Antonio Fazio (sotto processo per la scalata Antonveneta, a giorni la sentenza, il PM ha chiesto una condanna di tre anni) e nel 2006 a Ettore Bernabei, democristiano noto per l'atteggiamento di censura con cui diresse la Rai (vedere i video sulle canzoni censurate dalla Rai democristiana negli anni '60-'70).

Il disinteresse della critica e l'assenza di riconoscimenti è stata giustificata dallo stesso Eugenio Corti e dai suoi ammiratori con l'ostilità dei comunisti e della sinistra che lo avrebbero osteggiato in quanto cattolico tradizionalista e anticomunista. Passando sopra al fatto che gran parte del mondo culturale cattolico lo ha anch'esso ignorato, non si può negare che la storia della letteratura è piena di esempi contrari. Cioè di scrittori di destra e anche violentemente anticomunisti dei quali si sono occupati critici di sinistra che ne hanno apprezzato le opere.

Questa cosa vale ancor di più per gli scrittori definiti cattolici.

E' certo che se Celine si fosse limitato a scrivere Bagattelles pour un massacre  (il suo pamphlet filonazista e violentemente antisemita) la sua fama sarebbe riuscita difficilmente ad uscire da una ristretta cerchia di fanatici del III Reich, ma così non è stato.

Perché, allora, quello che non è valso per Celine, per Borges, per Ezra Pound, ecc. o per Giovanni Testori e per Clemente Rebora - questi ultimi esempi di scrittori cattolici rispettati dalla critica e di chiara fama - dovrebbe valere ed essere la causa del poco successo di Eugenio Corti?

L'accusa di censura mossa dallo scrittore e dai suoi ammiratori tutti appartenenti al cattolicesimo tradizionalista, all'Opus Dei e a Comunione e Liberazione, ha un che di paradossale, visto che la Chiesa ebbe fino al 1966 l'Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) e che l'Opus Dei mantiene tutt'ora per i propri aderenti, sotto forma di Guida Bibliografia, un indice di opere sconsigliate alla lettura dove compaiono tutto Marx ed Engels, Spinoza, Voltaire, Kant, Albert Einstein, Bertrand Russel, Karl Popper, Jacques Le Goff, Norberto Bobbio, Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo e il Decameron di Boccaccio. In totale 60.000 opere.

Non solo fra i sostenitori di Corti si sente forte la presenza dell'Opus Dei, Cavalleri e Sciffo, ma lo stesso Corti ha un'idea di cattolicesimo, ad esempio la sua avversione per papa Paolo VI, che fanno supporre una sua forte vicinanza all'Opus Dei.

Eugenio Corti si definisce autore paolotto che scrive per paolotti.
Nella Treccani si può leggere la definizione di paolotto come sinonimo di clericale, bigotto, baciapile e, per estensione, conservatore e reazionario.

L'essere un autore reazionario e bigotto non lo trasforma automaticamente in un cattivo scrittore.
Ma è chiaro che questo concetto vale all'inverso, un autore baciapile e conservatore non può essere, solamente per questi motivi, un grande scrittore da premio Nobel.

La realtà è che la candidatura di Eugenio Corti al Premio Nobel per la Letteratura non ha alcun fondamento, se non nella volontà della destra cattolica di imporre il proprio campione che, però, campione evidentemente non è per il resto della cultura italiana ed europea, cristiana e laica.

L'operazione è cominciata a fine degli anni Novanta con la creazione non tanto di studi critici delle sue opere, quanto di un'apologetica, con l'imposizione della lettura dei suoi romanzi in alcune scuole private cattoliche della Brianza (es.: Ballerini di Seregno e Don Gnocchi di Carate) e con le traduzioni delle sue opere, tutte fatte negli ultimi anni, per dare l'impressione di un interesse internazionale che è in realtà non c'è o è minimo.

La cosa divertente è che mentre le edizione estere riportano sulle quarte di copertina frasi del tipo: “Dalla sua pubblicazione in Italia Il cavallo rosso è diventato un vero fenomeno letterario e sociale” (edizione francese) oppure “Un fenomeno letterario in Italia, Il Cavallo rosso è un best-seller europeo, è stato votato il miglior romanzo italiano del decennio da un sondaggio pubblico” (edizione americana).
In Italia Corti viene venduto in questo modo: “ Nonostante il supponente silenzio di gran parte della critica ufficiale italiana le opere di Corti hanno conquistato moltissimi lettori anche all'estero, grazie alle ormai numerose traduzioni delle sue opere più importanti”, oppure “ La fama internazionale di Corti è particolarmente solida in Francia”.

Le numerose traduzioni in realtà sono otto in tutto: Francese, Inglese, Spagnolo, Russo, Polacco, Lituano, Rumeno e Giapponese. Non compare ad esempio il Tedesco, mancanza non da poco per essere definito un best-seller europeo.

Le quarte di copertina servono a vendere i libri, anche se queste citate dimostrano una disonestà intellettuale evidente.

La cosa si fa triste, se queste quarte di copertina diventano il solo materiale a cui attingere per scrivere articoli che dovrebbero raccontare in modo obiettivo la candidatura di uno scrittore locale al Nobel per la Letteratura (vedi articoli de il Cittadino de il Giornale di Seregno e di Carate).


Diventa ancora più triste, perché sintomo di un'italietta veramente piccina, il fatto che sia poi la politica ad usare queste quarte di copertina “disoneste” per sostenere pubblicamente un autore marginale.

Chiunque è libero, a livello personale, di sostenere qualsiasi romanzo e schifezza e costituire non uno ma cento comitati, ma nella loro veste ufficiale i consiglieri regionali, provinciali e i sindaci sono stati eletti per fare gli amministratori e per governare, non per fare i critici letterari e imporci il loro gusto estetico.

La questione ha anche dei risvolti esilaranti. Il comitato per il Nobel ad Eugenio Corti ha organizzato una raccolta di firme a sostegno dell'iniziativa che è stata successivamente inviata all'Accademia di Svezia.
Nella serata di presentazione svoltasi a novembre a Seregno, il sindaco Giacinto Mariani ha posto la sua firma in calce al documento con grande solennità, immortalato dai fotografi.

L'ex gestore di locali di spogliarello (Giacinto Mariani) - mai pentito - e lo scrittore paolotto, bigotto, baciapile, tradizionalista cattolico, contro il divorzio e, a quanto afferma, sempre coerente con i suoi principi (Eugenio Corti) alleati per il Nobel alla Letteratura. Non è una bella immagine?
Anche questo succede in Brianza.


Ps L'ultima notizia del 3 marzo è che il Ministro della Cultura, con velleità da poeta, Sandro Bondi ha presentato la richiesta per l'assegnazione a Eugenio Corti della Medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte della Repubblica Italiana.

Si è anche costituito un comitato per promuovere l'opera di Eugenio Corti e fare del 2011 l'anno cortiano. Presidente l'agente betulla Renato Farina-  L'anno di Eugenio Corti

Note: Parte di un recensione de Il cavallo rosso scritta da un lettore di Amazon.fr

[..] I nostri coraggiosi abitanti di un paesino della Brianza costituiscono il popolo di Dio come il Corti se lo immagina. Resistenti al male, lavoratori, pii, gli abitanti di questa piccola regione prealpina formano i valorosi soldati al servizio di Mussolini e di Hitler, coraggiosi quasi come i soldati tedeschi sul fronte orientale che il Corti ripetutamente loda. Certo, ci dice l'autore, non sono fascisti (i ventanni di regno di Mussolini rivelano della “buffoneria”, per citarlo); ma si cercherà senza speranza qualche condanna di qualsiasi genere del regime fascista. Al contrario, l'ateismo dei regimi nazisti e stalinisti è severamente condannato – ma con delle sfumature ben distanti da quelle che ha potuto proporre Grossman. Il principale rimprovero che sembra fare Corti contro il nazismo è di non aver saputo appoggiarsi sui contadini russi e ucraini che, liberati dal collettivismo staliniano, avrebbero potuto utilmente assecondare le forze tedesche. Per il resto, in un sola frase, si rammarica della brutalità di cui hanno dato prova i nazisti verso gli ebrei. Che lacrime, che rammarico invece quando le truppe del III Reich sono costrette a ritirarsi: che ammirazione per questa armata che si batte con talento uno contro dieci; che empatia verso questi degni soldati costretti a ritirarsi....
E' veramente con riluttanza che alcuni dei personaggi (del romanzo) tornano a battersi contro i tedeschi per liberare il loro paese, l'Italia.
Un'Italia, che Corti non ama. A varie riprese, l'anarchia, la mancanza di organizzazione e di disciplina, la debolezza delle qualità morali dei suoi compatrioti – e principalmente dei meridionali (che hanno delle fisionomie arabe, tiene a precisare per ben due volte) – sono stigmatizzate. Come dice blandamente uno dei personaggi, “Ah se tutta l'Italia potesse assomigliare alla Brianza!
[..]. 

Commenti

Direi un buon articolo che centra bene la questione.
Aggiungo solo che, per le notizie che ho, alla candidatura di Corti si è accodato l'intero centro sinistra in Brianza. A Seregno la consigliera dell'FDS si è astenuta giudicando la proposta di candidatura non pertinente ai compiti di un Consiglio Comunale e di sapore essenzialmente politico - ideologico piuttosto che letterario come avrebbe dovuto essere.

Romeo Cerri

Mi vuoi dire che il consiglio comunale di Seregno ha votato  a sostegno della candidatura al Nobel?

Sì, il Consiglio Comunale di Seregno come, penso, il resto dei CC della Brianza ha votato per la candidatura di Corti. Tutti d'accordo a Seregno, a parte la consigliera della FdS.

Romeo Cerri

Forse è vero che la produzione letteraria di Corti - pur apprezzabile - non è tale da giustificare un Nobel, anche se mi domando cosa in realtà sia ritenuto meritevole di encomio dai giurati scandinavi. Qualcuno infatti è riuscito a capire per quale ragione è stato conferito il Nobel a Dario Fo? Se l'hanno dato a lui, possono averlo tutti.

Le consiglio allora due semplici link

http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1997/fo-bio.html

e

http://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Fo

giusto per restituire un pò di misura alla questione.

D'altronde questo è il paese che ha considerato e considera il più importante intellettuale del 900, Pier Paolo Pasolini, alla stessa stregua di un personaggio alla Fabrizio Corona, degno solo di occupare le cronache rosa e nere sui giornali scandalistici.

Questo restituisce la giusta misura del degrado intellettuale e civile in cui questo paese è sprofondato.

Forse nell'articolo non sono stato molto chiaro. Quello che mi ha infastidito non  è la costituzione di un comitato per sostenere la diffusione dell'opera di Eugenio Corti, ma la disonestà intellettuale con cui questo comitato si è mosso.

A parte gli argomenti che ho già esposto , aggiungo  a titolo di esempio che le candidature al Nobel della Letteratura, per statuto che si può leggere sul sito http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/nomination/ possono essere presentate da:

1. Membri dell'Accademia Svedese e altre accademia o società che per costruzione  e scopi sono simili. (ad esempio per l'Italia l'accademia dei Lincei)

2. Professori di letteratura o lingiustica di università e college universitari

3. Precedenti Premi Nobel per la Letteratura

4. Presidenti di quelle società di autori che sono rappresentative della produzione letteraria nei loro rispettivi paesi.

 

A quanto mi risulta non si parla di sindaci, consigli regionali, provinciali  o di amici e lettori del romanziere.

La raccolta di firme per sostenere la candidatura di Eugenio Corti a che è servita, visto che l'accademia svedese, per statuto, non la terrà in nessun conto?

Non è questa un'operazione di autopromozione molto disonesta?

Vi ringrazio per questo articolo, che ho trovato molto istruttivo e molto ben documentato.
Ho infatti seguito su "Il Cittadino" l'iniziativa, con interesse ma anche con notevole stupore, dato che avevo sentito parlare dell'autore solo alcuni anni fa in un convegno e non mi aspettavo certo una similie mobilitazione.
Questo articolo mi apre un po'di più gli occhi sulla vicenda e mi induce a parecchie riflessioni.

Solo una piccola pecca: perché chi l'ha scritto (peraltro così bene!) non l'ha firmato per esteso? Questo mi ha proprio stupito e anche un po'deluso, perché mi pare in contraddizione con l'operazione di "disvelamento" e di onestà intellettuale che l'articolo stesso vuole favorire.
A parte questo, grazie ancora e complimenti!!
Michela Monforte

Non conosco questo autore, del quale proprio oggi mi ha parlato un'amica. L'articolo - non firmato - mi apparirebbe talmente melevolo, che mi affretto ad acquistare "Cavallo Rosso": sono sicuro che se anche all'autore dell'articolo è sfuggito, deve esserci di mezzo anche la CIA.

Il mio articolo non era un invito a non leggere i romanzi di Eugenio Corti. 
L'articolo verteva sull'operazione Nobel a Corti che è cosa differente.
Se le capita legga anche I più non ritornano, preferibilmente nelle prime versioni.

Io sono riuscito ad avere per le mani l'edizione del 1948 e devo dire che l'ho trovata pregevole  se non altro per la cruda testimonianza degli avvenimenti (la ritirata di Russia).
L'autore in quel primo romanzo appare sincero nel descrivere le proprie umane debolezze.
Nelle successive edizioni il Corti  ha voluto abbellire il suo ruolo dandosi i tratti del coraggioso.
Queste parti contraddicono  quelle più vecchie del romanzo e i comportamenti lì narrati dando la fastidiosa sensazione di un autore ipocrita e intelletualmente disonesto.

Il sé stesso narrato  mi è sembrato non un eroe ma uno stupido, un pulcinella che agisce da vile e si da arie da eroe.

Con il tempo continuando a riscrivere il romanzo e dandolo alle stampe in versioni molto diverse, il Corti, a mio avviso, non ha fatto altro che peggiorare la sua opera, togliendole quella verità e quindi bellezza che in qualche modo aveva nella prima edizione.

Quello che ho notato è che nelle successive edizioni Corti ha voluto inserire elementi di polemica politica estranei al tempo narrato. Oltre a moltiplicare le invettive anticomuniste, l'autore ha inserito elementi di polemica contro il Concilio Vaticano II, contro il divorzio, ecc.. .
La scrittura è inoltre peggiorata trasfomando del materiale vivo, frutto dell'aver partecipato  ai fatti narrati, in poco più di una favoletta edificante.

Se nella prima edizione l'autore mi è sembrato un Giobbe dolente che racconta della "mano terribile di un Dio castigatore" , nelle sucessive edizioni mi è apparso come un ottuso bigotto pieno di certezze e cieco anche a sé stesso.

Anche I poveri Cristi (Garzanti), il secondo romanzo di Corti, è stato completamente riscritto ed é uscito per Ares con il titolo Gli ultimi soldati del Re.

Non sono riuscito a procurarmi una prima edizione e quindi non so dare un guidizio.

Sta di fatto che le recensioni alle vecchie edizioni non si possono trasferire su quelle nuove come fa ad esempio il sito di eugeniocorti.it per la recensione fatta da Mario Apollonio a I poveri Cristi.

La volontà  di Corti di riscrivere i suoi primi romanzi, stravolgendoli completamente nelle edizioni sucessive sarebbe stata una delle cause della rottura con la casa editrice Garzanti che inizialmente ha pubblicato I più non ritonano e I poveri Cristi

Secondo Corti e i suoi fans invece l'autore sarebbe stato ostracizzato dalla cultura di sinistra (manca solo il KGB, per fare il paio con la sua battuta cretina sulla CIA).

Ho letto il suo articolo, mi complimento con lei per due motivi. Innanzitutto perché l'articolo è decisamente ben documentato e in secondo luogo perché è la prima critica negativa che leggo del romanzo, e non è per nulla una critica "stupida", superficiale o semplicemente anticattolica per principio. Questo è importante.
Sto facendo una tesi sul Cavallo rosso, sarebbe bello scambiare qualche parola
la mia mail è ilpisa@rocketmail.com
Già la ringrazio
Luca Pisanelli

Ottima la composizione dell'articolo e ottima anche la documentazione, in quasi tutti i campi (brilla quello critico) tranne uno:
lei, oserei affermare, non ha letto nessuna delle opere dell'autore, neppure "I più non ritornano", che pure, con un po' di stomaco, si consuma in una notte. Sommando tutte le pagine di modesta, ma possiamo anche dire cattiva, critica che lei ha letto probabilmente avrebbe letto l'intera opera omnia di Corti, che è appunto piuttosto ridotta. Nessun dubbio che la critica
sia importante ma, prima di dare un giudizio su un autore, mi farei un'idea mia. Leggendolo mi viene da dire "Wow io a questo il Nobel lo darei"? Dopodiché il confronto con le altre voci, sicuramente più autorevoli della nostra, può essere molto proficuo.
Starei tuttavia molto attento a basarmi solo sul giudizio altrui per creare il mio. Per esempio, per quanto riguarda lo scarso accoglimento dell'opera di Corti all'interno del mondo cattolico, le segnalo la disputa fra Corti e mons. Lazzati, allora rettore dell'Università Cattolica di Milano. Lazzati era sostanzialmente un socialista cattolico (cfr. Maritain, Mounier) e proprio contro quelle posizioni combatteva Corti, il quale era andato volontario in Russia proprio per verificare quel che diceva Maritain, cioè che molti comunisti erano più cattolici dei cattolici italiani. Negli anni del referendum per il divorzio Lazzati vieta di invitare Corti in Cattolica a tenere incontri e vieta di lavorare sulla sua opera. Simili atteggiamenti sono stati riservati a Corti da molte frange del cattolicesimo italiano, soprattutto le più conformiste o concilianti con la tendenza nettamente social-comunista della cultura italiana del Secondo Dopoguerra. Un'opera che infatti ha dimenticato di citare è "Il fumo nel tempio", saggio (moderatamente) contro i risultati del Concilio Vaticano Secondo. Lascio a lei immaginare le possibili reazioni del mondo cattolico. E se il mondo cattolico rifiuta uno che si professa cattolico reazionario e bigotto, il mio stupore raggiunge quota zero nel sentire che i non cattolici non lo stimano né lo conoscono.
Quindi la invito ad approfondire le sue affermazioni e a confrontarsi innanzitutto coi testi prima che con la critica ai testi. La invito inoltre a considerare, almeno, tutte le possibilità; cioè, ad esempio, che la motivazione politica sia stato ciò che ha reso sconosciuto Corti e non ciò che vorrebbe vederlo premiato. La prego insomma di non ragionare secondo la mentalità medio-borghese per cui in Italia non vince mai il merito ma solo la capacità di fregare il prossimo. Magari chi ha proposto la candidatura non è così scemo (anche se è sempre comodo giustificare quello che non capiamo con la stupidità degli altri, ci fa sentire... intelligenti) da giocarsi la faccia con un autore "di nicchia", per usare un eufemismo, non alla moda, cattolico e pure confesso bigotto.

Dai commenti ho notato che ha letto effettivamente qualcosa dell'autore... Mi risulta allora difficilmente spiegabile come lei ritenga del tutto irrilevante il contenuto o lo stile delle opere (delle quali si potrebbe discutere molto date le sue opinioni).
Forse che il Nobel è attribuito con criteri di politica letteraria e non di valutazione dell'opera?

le faccio i miei complimenti,io ho fatto voto di non leggere mai un solo rigo di quell'immondizia di corti. penso che quella roba vada bruciata,censurata,mandata al macero e cancellata dalla memoria come un vergogna. Disgustoso quel pagliaccio infame che defini' "fortunato" il povero Gramsci in carcere. Vecchio fetente malvissuto.

Grazie dei complimenti ma non sono d'accordo.
Scriveva Heinrich Heine: "Là dove si danno alle fiamme i libri si finisce per bruciare anche gli uomini".

Le consiglio di leggere Libro e libertà di Luciano Canfora.

Dalla sentenza di condanna di Giordano Bruno:

"Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti li sopradetti et altri tuoi libri et scritti come eretici et erronei et continenti molte eresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano pubblicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.."

...Anche perché adesso per mettere fuori gioco un libro o un autore è sufficiente costrunire una serie di accuse su internet fondate sul "si dice" (quel generico "si dice" deresponabilizzante di cui ha scritto bene Heidegger). Con questi criteri pseudocritici, che tralasciamo i contenuti dell'opera per accontentarsi di elementi esterni e quantitativi, un Socrate non avrebbe mai avuto il premio Nobel. Non stupisce che non lo ebbe neppure quello che può essere considerato un Tolstoj e un Grossman italiano, o un Manzoni del Novecento. L'unica considerazione di merito sul contenuto che leggi in questa critica anonima (!) riguarda le diverse riscritture: come dire che Manzoni doveva restare al "Fermo e Lucia" per essere davvero uno scrittore. Colpisce poi l'unica citazione della sovrapposizione tra scrittura italiana e oralita' dialettale, che ricompare più volte nel "Cavallo rosso" ed è riferita a tutti i personaggi sia brianzoli che ossolani di matrice popolare, sia comunsiti che cattolici, senza che in questo vi sia ombra di disprezzo da parte dell'autore. Se ne può dedurre che questa critica malevola o nasce dall'aver frettolosamente percorso alcune pagine per cercarti dei pregiudizi ideologici, o che l'intera opera è stata letta senza ascolto, ma con gli occhiali di pregiudizi ideologici. Ergo: se la candidatura al Nobel non può venire dalla sola politica (e in effetti è venuta da intellettuali), anche la sua bocciatura sarebe bene che non venisse dalla sola politica o da una sua ideologia.

Quando avrò un po' di tempo le risponderò sulla questione della riscrittura, entrando nel dettaglio.
Il confronto comunque con Fermo e Lucia/I promessi sposi non regge neanche sulla questione della riscrittura, perché I più non ritornano è un diario di guerra, in cui Corti ricorda gli avvenimenti da lui personalmente vissuti. 

Si legge nella prefazione  pubblicata nel 1947 del romanzo: "Cominciai a stendere le memorie dei giorni di "sacca" mentre ancora mi trovavo all'ospedale militare di Merano, verso la metà del febbraio 1943. Mi furono d'aiuto i laceri foglietti di carta (cartoline in franchigia - moduli di vaglia) su cui durante l'assedio in Tcerchowo, avevo accuratamente raccolto, in ordine cronologico, avvenimenti ed episodi".

Il sottotitolo de I più non ritonano, è "Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-43)" è quindi dichiarato il carattere memorialistico del libro e non di romanzo di fantasia. 
Ed è evidente che un ricordo fresco è più veritiero di un ricordo scolorito dal tempo. 

Altra cosa è invece riscrivere Fermo e Lucia e dare alle stampe I Promessi sposi, perché qui l'autore non deve ricordare i fatti ma costruire un romanzo.

Si potrebbe capire una riscrittura del diario per migliorare lo stile, ma non è il caso di cui stiamo parlando, in realtà Corti modifica i fatti (come ho scritto, vorrei entrare nel merito, appena avrò un po' di tempo per farlo).

Una per tutti ma significativa è la modifica sulla consegna dei prigionieri russi ai tedeschi per la fucilazione.
Questo coinvolgimento dell'Esercito Italiano nelle esecuzioni sommarie nella riscrittura sparisce.

Edizione 1948 pag. 98 : "Correvano già dal mattino voci, secondo le quali tutti i prigionieri russi erano stati fucilati dai Tedeschi. I soli italiani ne avevano fatti oltre duecento negli attacchi alla baionetta del giorno precedente"....
...Dopo aver descritto la brutalità delle fucilazioni Corti prosegue a pag. 98....

"Anche i prigionieri fatti da noi, venivano chiesti dai Tedeschi per il massacro, e si dovevano consegnare".

Questa frase sparisce nell'edizione che si trova oggi in libreria.

L'intento é evidente: non dare elementi alla propaganda comunista, eterna ossessione di Corti.

E così dal libro del 1948, nelle edizioni più recenti, scompaiono alcuni passaggi sulla brutalità tedesca o su quella degli ucraini contro gli ebrei, come questo passaggio:

"Personalmente avevo sempre davanti alla mente, fra i tanti, un episodio cui avevano assistito i vecchi uomini del mio Gruppo, durante l'avanzata del '41.
In un paese da poco occupato pioveva fortemente. C'era un civile ucraino, profugo ed ebreo probabilmente, in preda a un attacco d'epilessia: su di una carriola altri civili lo portavano da un casa all'altra, perché fosse ricoverato. Ma le donne li respingevano dalle soglie, con altre grida. Un gruppo di Ucraini stava lavorando a riempire con terra un fossato. La carriola fu portata sull'orlo e, prima che i soldati italiani potessero intervenire, l'uomo gesticolante fu scaraventato dentro.
Gesticolava sempre, mentre gli Ucarini lo coprivano a palata di fango, con fredda calma
".

Il motivo per la sbianchettatura di questo brano è sempre quello, in più qui c'è l'elemento di contraddizione tra gli Ucraini e in particolare le donne Ucraine, secondo Corti  "buoni" perché pieni di fede e quindi impermeabili al comunismo (malvagio), e la brutale eleminazione di un ebreo che viene sepolto vivo in un villaggio, davanti ai soldati italiani che stanno a guardare.

E se Corti è disposto a sbianchettare anche i suoi ricordi che come scrive nell'edizione del 1948: "Personalmente avevo sempre davanti alla mente", non si può forse dire che quanto a onestà intellettuale sia un autore abbastanza misero?

Stiamo parlando di un diario che si suppone che l'autore scriva con onestà intellettuale almeno verso sé stesso ancor  prima che con i lettori, e non di un romanzo di fantasia.

Detto questo nell'articolo mi ero tenuto accuratamente lontano da un analisi critica del testo lasciando a chi lo fa di professione questo compito.

Avevo solo giornalisticamente notato che:

- La critica seria non si è mai occupata di Eugenio Corti
- La recensione di Apollonio era riferibile a un romanzo completamente riscritto, I Poveri Cristi che non è lo stesso che si trova in libreria con il titolo Gli ultimi soldati del Re.
- Eugenio Corti non ha mai vinto un premio letterario ma solo premi conferitegli dalla politica (non è la stessa cosa).
- La candidatura al premio Nobel alla letterartura non la si fa con le raccolte firme. Perché per statuto l'Accademia di Svezia valuta solo candidature proposte dalle seguenti categorie:

1. Membri dell'Accademia Svedese e altre accademia o società che per costruzione  e scopi sono simili. (ad esempio per l'Italia l'accademia dei Lincei)
2. Professori di letteratura o lingiustica di università e college universitari
3. Precedenti Premi Nobel per la Letteratura
4. Presidenti di quelle società di autori che sono rappresentative della produzione letteraria nei loro rispettivi paesi.

Quindi mi sembrava perfettamente inutile far pronunciare consigli comunali, provinciali e regionali a favore della candidatura di un autore, al di là del fatto che questo autore fosse Eugenio Corti.
Mi è sembrata una ben misera figura fatta fare alla cultura italiana.

Sul fatto che l'articolo sia stato pubblicato su internet non vedo che cosa c'entri, avrei dovuto scriverlo su una pergamena e inchiodarlo sulle porte delle chiese in Brianza?

Non so a cosa si riferisce lei con il "si dice" che avrei usato magari se riesce a essere più preciso le rispondo.

Lei scrive : "Se ne può dedurre che questa critica malevola o nasce dall'aver frettolosamente percorso alcune pagine per cercarti dei pregiudizi ideologici, o che l'intera opera è stata letta senza ascolto, ma con gli occhiali di pregiudizi ideologici".

Non so se è vero, però se le danno così fastidio i "pregiudizi ideologici" perché legge e difende l'opera di Eugenio Corti che è piena zeppa di pregiudizi ideologici? Tanto più che sono esplicitamente dichiarati dall'autore.

Forse perché con Corti, lei condivide gli stessi "pregiudizi ideologici"?

Ma, allora, vede che avevo ragione io: la campagna per il Nobel a Corti non è stata una questione di letteratura ma di politica e ideologia.

Sarebbe da inviare in copia ai sindaci ed ai consigli comunali che, qualche anno orsono, hanno sottoscritto la proposta di assegnare a Corti il premio Nobel.

Della trilogia di Corti, Il Cavallo Rosso, ho letto il primo e il terzo romanzo (ho saltato il secondo perché supponevo che fosse per contenuto e stile simile al primo). Non metto in dubbio che la vicenda narrata possa essere interessante, ma per scrivere un romanzo bisognerebbe avere anche un qualche talento di scrittore, ed invece è proprio questo ciò che manca a Corti. Il suo stile è scialbo, abbastanza monotono, privo di invenzione e di tratti incisivi. Mi ha colpito anche, fin dalle prime pagine, il frequente ricorso al cosiddetto “nesso relativo”, uno stilema di derivazione classica, che rivela una sorta di ingenuo omaggio e adeguamento da parte dello scrittore ad un’idea di linguaggio letterario che risulterebbe più elevato e dignitoso ricorrendo a certe “eleganze”. Se dovessi giudicare Corti con una formula sintetica lo definirei un volonteroso senza talento.

Linguaggio a parte, penso che si possano fare anche altre considerazioni circa la mediocrità di Corti come romanziere. Ho sempre pensato, e verificato, che i grandi scrittori e poeti sono sempre ideologicamente “irriducibili”. Potrei citare le numerose interpretazioni critiche che vedono in Leopardi o Manzoni o Verga o Pascoli ecc. ora un “progressista” ora un “conservatore”, anche con valide argomentazioni, ma certamente insufficienti e inadeguate a spiegarne la complessità. La natura umana e la visione storica a cui attingono i grandi artisti sono troppo complicate e profonde per essere inquadrate in uno schema ideologico. Al contrario, ogni pagina del buon Corti trasuda “ideologia”. Quella dell’Opus Dei o di Plinio Correa De Oliveira, tanto per intenderci, che trova l’origine di tutti i mali del mondo nel Rinascimento, seguito dall’Illuminismo, dalla rivoluzione russa e infine dal ’68. In questa visione apocalittica di inarrestabile decadenza tutti i guai dell’umanità sono cominciati da quando la chiesa ha progressivamente cessato di esercitare la propria egemonia culturale sulla società. Il mondo di Corti risulta così ingenuamente diviso tra “buoni” e “cattivi” senza nessuna visione critica. Si può supporre che Manzoni (a cui qualcuno ha avventatamente accostato Corti) non avesse una gran stima dell’intelligenza della plebe milanese che saccheggiava i forni, ma almeno ha cercato di capirne le ragioni in pagine giustamente memorabili. Ma da dove saltano fuori i “cattivi” (i comunisti) nella pagine di Corti? Si era accorto che in Italia, nel dopoguerra, c’era stata una “rivoluzione” che aveva trasformato un paese ancora contadino in una potenza industriale? Forse sì, ma probabilmente la riteneva conseguenza del Rinascimento oppure opera del demonio. In definitiva, oltre alla debolezza formale anche la rozzezza dello schema ideologico (a cui come qualcuno ha precedentemente detto viene sacrificata talora la verità storica) fa sì che il “romanzone” di Corti non meriti, almeno a mio parere, il tempo e la fatica necessari per arrivare fino in fondo.

Buongiorno, segnalo che la candidatura al Nobel per Eugenio Corti è stata ufficialmente presentata da François Livi, professore emerito di lingua e letteratura italiana alla Sorbona di Parigi; è stata pertanto una candidatura valida a tutti gli effetti.
Saluti

Abbiamo visto che la tesi di questo articolo - il Nobel come "autoproduzione molto disonesta" - è fondata su un assunto falso, non verificato dall'autore dell'articolo con la dovuta attenzione: come ho segnalato nel mio precedente intervento la candidatura al premio Nobel di Eugenio Corti è stata validamente presentata da un accademico di chiara fama dell'Università Sorbona di Parigi.

A questo proposito, varrà forse la pena di menzionare il duplice convegno internazionale dedicato alla figura e all'opera di Eugenio Corti, a soli due anni dalla scomparsa: a gennaio 2016 la prima sessione presso la Sorbona di Parigi, a giugno la seconda sessione presso l'Università Cattolica di Milano.
Non sono esperto del mondo accademico ma pare che non sia pacifico che un autore contemporaneo riceva tali attenzioni a soli 24 mesi dalla morte.

Ecco, senza voler essere tropo polemici, forse non è una presunta "destra cattolica" a promuovere Eugenio Corti, forse si tratta di uno scrittore di cui l'Italia dovrebbe andare fiera - già la Francia lo fa; e forse dovremmo provare un filo di vergogna quando un professore universitario francese afferma che se Corti non sarà inserito nel canone italiano della letteratura, certamente lo sarà nel canone occidentale.

Egregio Callimaco, ha letto bene l'articolo e i commenti dello stesso autore inseriti a maggior chiarezza? 

Le faccio questa domanda perché il suo intervento è frutto o di una lettura superficiale o di manifesta malafede e disonestà intellettuale.
Dove sta scritto, infatti, che la candidatura al Nobel di Eugenio Corti non sarebbe valida?
Visto che le candidature al Nobel vengono rese note dall’Accademia svedese a 50 anni di distanza, l’autore dell’articolo era a conoscenza del fatto che solo nel 2061 avrebbe avuto certezza della validità o meno della candidatura di Corti. 
Chi ha scritto l’articolo non possiede la macchina del tempo,  quindi si è ben guardato dall’affermare che la candidatura non fosse valida in assoluto, cioè che la candidatura di Eugenio Corti non fosse stata presentata da qualcuno con i giusti requisiti (è stato Livi a nominarlo? l’ha detto lo stesso Livi?).
E’ certo che, regolamento alla mano http://www.nobelprize.org/nomination/literature/index.html consigli comunali, consigli provinciali, regioni, ecc.. non sono ritenuti qualificati nominators.

L’articolo che inoltre non è entrato mai in una analisi dell’opera di Corti, a parte in un commento su I più non ritornano, voleva sottolineare proprio questo, cioè che quelle pubbliche esternazioni sulla validità internazionale dell’opera di Corti, fatte da organi istituzionali, si basavano e si basano sul lavorio di un ristretto numero di persone, tutte più o meno appartenenti o vicine alla posizioni di Comunione Liberazione e Opus Dei, e di quel cattolicesimo minoritario e ultra conservatore (in Francia più che di destra dovremmo parlare politicamente di estrema destra monarchica).
Un mondo minoritario due volte, sia all’interno del mondo culturale italiano ed europeo, sia all’interno dello stesso cattolicesimo.

Se si guarda ai due convegni che lei cita, i nomi sono sempre quelli: Cavalleri (editore di Corti), Scaglione (biografa), Livi e Genot (traduttori in francese di Corti), nomi ampiamente citati nell’articolo, a cui si é aggiunto qualche medievalista. Dopo l’Eugenio Corti spacciato come cantore della Brianza, immagine che politicamente poteva piacere a qualche amministratore illetterato della Lega Nord, adesso abbiamo Corti esperto di medioevo. 
Poco importa che gli unici suoi tre romanzi parlino della seconda guerra mondiale. 
Nel 2008, all’età di 86 anni Corti ha pubblicato un libriccino di 192 pagine: Il medioevo e altri racconti, http://www.eugeniocorti.net/?page_id=139 in cui racconta "la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), lontana antenata della moglie dello scrittore" (sic!), il resto è dedicato al ’68, a Don Gnocchi ecc.. Mezzo libro sulla beata antenata della moglie, vissuta fra l'altro in epoca tardomedievale-rinascimentale (è stata coetanea del Brunelleschi), ma basta per infarcire il convegno di interventi sulla visione del Medioevo di Eugenio Corti….capirai…

Comunque sia al momento l’analisi critica dell’opera di Corti non sembra aver fatto un passo avanti. Siamo alla solita Scaglione e Livi le cui opere critiche sono state già citate nell’articolo.

Non si dia pena se Corti non è stato e non verrà inserito nel canone della letteratura italiana. 
Corti non è  stato vittima di un complotto,  ma è semplicemnete uno scrittore scarso, uno dei tanti.
 

Gentile k.ts.

Ho seguito la discussione in merito alla questione Corti, di cui condivido la sua analisi generale. È inutile ormai aggiungere qualcosa su un caso datato, però mi sembra sia palese la totale sfasatura e assurdità della candidatura di Corti al Nobel - per quanto non sia raro che dietro al Nobel ci siano operazioni politiche. Corti resta uno scrittore, come lei ha detto, 'scarso' soprattutto se paragonato con i veri nomi della letteratura mondiale.  Allo stesso tempo, però, direi che è anche meno scarso di tanti altri. Si tratta di dargli la sua giusta collocazione  (se si riesce a digerire senza mal di pancia il suo bieco reazionarismo e quello - forse ancor più disturbante - della sua attuale critica).
Per esempio ho trovato i 'Più non ritornano' un testo intenso, scritto in una lingua asciutta che riesce a donare al lettore alcune delle possibili verità sulla guerra.

Riguardo a questo libro avrei una domanda: lei ha parlato di tagli e di modificazioni tra l'edizione originale e quella che circola attualmente (Anche io ho letto il testo Ares del 2013). Saprebbe dirmi qualcosa di più al riguardo ? Ne ha scritto da qualche altra parte ? Quale è il tono generale di queste modifiche?
Oltre al caso della consegna dei prigionieri, ci sono altri passaggi espunti, per quel che si ricorda, in cui traspariva, pur velatamente, una qualche corresponabilità italiana nelle violenze tedesche?

Saluti

Guido

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