Carabiniere si spara davanti alla chiesa. È giallo nell’Arma. Tre morti e nessun perché: due anni di misteri

di Gabriele Moroni e Umberto Zanichelli da il Giorno

HA SCELTO di morire poco lontano da casa. Un suicidio inspiegabile. Di un uomo tranquillo, carabiniere modello, che fino all’ultimo ha mantenuto un comportamento di assoluta normalità. Così al dramma umano si mescola il giallo. Romeo Braj, 37 anni, maresciallo, dal marzo del 2011 comandante del Nucleo radiomobile della Compagnia di Vigevano, si è ucciso ieri mattina sparandosi alla tempia con la sua pistola d’ordinanza. Il sottufficiale non avrebbe lasciato messaggi o quanto meno non ne sono stati ancora trovati. Sulle cause del suo gesto sono in corso accertamenti.

BRAJ che viveva a Cassolnovo, piccolo centro alle porte di Vigevano, era sposato e padre di due bambine di 4 e 7 anni. Nulla faceva presagire un gesto del genere: il maresciallo avrebbe dovuto rientrare in servizio ieri pomeriggio dopo alcuni giorni di licenza. In mattinata era uscito di casa e si era messo alla guida della sua Renault Clio. La moglie, non vedendolo rientrare, lo ha ripetutamente chiamato sul telefonino senza ottenere risposta. A questo punto la donna si è rivolta ai carabinieri di Vigevano per avere notizie del marito: i colleghi le hanno riferito di una telefonata ricevuta poco prima con la quale Braj si informava se ci fossero novità in ufficio. Un atteggiamento inspiegabile per chi sta meditando di porre fine alla sua vita. Erano iniziati i controlli per verificare se il sottufficiale fosse rimasto vittima di un incidente. Contemporaneamente i colleghi hanno iniziato a perlustrare la zona attorno a Cassolnovo: ed è stato proprio uno di loro che attorno alle 11.30 ha fatto la drammatica scoperta. Insospettito dalla presenza dell’auto di Braj, che ha subito riconosciuto, si è avvicinato pensando a un’avaria del mezzo.

L’AUTO era chiusa e il corpo di Romeo Braj giaceva a terra a poche decine di metri sul retro della chiesa di San Cristoforo, in fase di ristrutturazione. Per attuare il suo proposito, il maresciallo ha percorso via del Porto, una strada ancora asfaltata, che prosegue poi con un strada in terra battuta che si addentra nelle campagne verso il fiume. La chiesetta, un canaletto, un allevamento di storioni. Poi si entra nel Parco del Ticino.

ROMEO Braj era nato nel 1975, si era arruolato nei carabinieri nei 2000. Dopo avere prestato servizio a Milano era approdato a Vigevano nel 2003. Nel marzo di due anni fa aveva assunto il comando del Radiomobile. Un uomo mite, schivo, riservato. «A volte – dice un collega – per prenderlo in giro lo invitavo a usare qualche termine un po’ ruvido, un po’ militaresco. Niente. Romeo era quello di sempre: tranquillo, pacato, correttissimo anche nel linguaggio. Era il comandante che tutti vorrebbero avere». Il corpo del maresciallo Braj si trova ora all’obitorio dell’ospedale di Vigevano a disposizione della Procura della Repubblica in attesa dell’autopsia.
La moglie, una volta informata dell’accaduto, raggiunta la caserma ha accusato un malore.
gabriele.moroni@ilgiorno.net
umberto.zanichelli@ilgiorno.net


Tre morti e nessun perché: due anni di misteri
di Tiziano Troianiello da il Giorno

IL PRIMO giallo è datato 3 luglio 2010. Un pomeriggio afoso, nel quale viene trovato morto, nella sua Alfa 147, il carabiniere Fabrizio Iezzi, 29 anni. Era sotto un cavalcavia dell’autostrada del Sole a poche centinaia di metri dal casello Piacenza Nord, nel Lodigiano, tra Guardamiglio e San Rocco al Porto. Gli agenti della Polstrada, i primi a intervenire, vedono il corpo di Fabrizio riverso sul sedile, la camicia imbrattata di sangue e un buco vicino al cuore. L’uomo impugna la pistola. Ma qualcosa non quadra: un altro colpo è partito dalla pistola d’ordinanza, ma è fuoriuscito dal lunotto posteriore dell’auto. Suicidio o omicidio? Il giallo, da allora, è rimasto tale. L’inchiesta è in mano alla Procura di Lodi. Secondo indiscrezioni, Fabrizio stava indagando su un giro grosso, su gente piena di soldi che voleva acquistare terreni in Brianza pagando contanti migliaia di euro. Pochi mesi prima, gli era stata rubata una ricetrasmittente. Negli ultimi tempi, aveva i nervi a fior di pelle.
Il secondo giallo – a differenza del primo – è salito alla ribalta delle cronache per giorni. Un carabiniere di quartiere ucciso, in un vicolo nella città bassa di Lodi, nel piovoso pomeriggio del 3 novembre 2012. Due automobilisti di passaggio sentono tre spari e si fermano. Imboccano via del Tempio e si trovano di fronte a una scena agghiacciante: Giovanni Sali, 48 anni, carabiniere di quartiere con due figlie, è a terra. Sta spirando. I soccorsi arrivano, ma non c’è nulla da fare. Scattano le indagini. Lodi diventa una città blindata, per una settimana: posti di blocco dappertutto; carabinieri, guardia di finanza e polizia passano al setaccio locali e alberghi. Nulla. Anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza sembrano essere inutili, per un caso che sembra un rompicapo perfetto. Tre colpi sparati: due a segno, un terzo proiettile conficcato nel muro. Da allora, ogni tanto la Procura di Lodi rassicura: «Stiamo seguendo piste precise», «i familiari possono star tranquilli, stiamo indagando». Ma finora non sono scattati né arresti né denunce e il giallo sembra fitto. Un mese dopo quel delitto, un’altra tragedia investe l’Arma: nel suo ufficio, a notte fonda, si ammazza con la pistola d’ordinanza Pasquale Lomuscio, 43 anni, comandante della stazione di Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Era amico di Giovanni Sali, e collega - anni prima - nella stazione dei carabinieri di Cavenago d’Adda. Lascia due lettere nelle quali spiega i motivi del suo gesto. «Ragioni strettamente personali», fanno filtrare gli investigatori.

Commenti

pazzesco.... chissa cosa c'è sotto....

dal resto della società. Se siamo una società corrotta non c'è alcun motivo di ritenere che l'arma non lo sia altrettanto

Sembra abbastanza chiara la trama... e pensare che dovremmo sentirci protetti dalle Forze dell' Ordine... che riposino in pace queste povere anime, colpevoli solo di essere stati troppo fedeli all' Arma e di sapere qualcosa di troppo

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