Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

Ventidue udienze per stabilire chi ha ucciso Paolo Vivacqua nel suo ufficio di Desio la mattina del 14 novembre 2011 dal killer che è scritto nella sentenza “era già all'interno dell'ufficio all'arrivo di Paolo, lo ha freddato alle spalle, cogliendolo alla sprovvista sparando dal basso verso l'alto”.

Processo indiziario dal momento che “l''omicidio non ha avuto testimoni diretti, non è stata trovata l'arma del delitto, non sono stati trovati reperti biologici significativi, non è stato possibile accertare il volto o la fisionomia degli autori del fatto attraverso le telecamere collocate nelle vicinanze del luogo del delitto, non vi sono state dichiarazioni confessorie né etero accusatori” - scrivono i giudici, aggiungendo che “la circostanza che la pubblica accusa e le parti civili abbiano fornito moventi differenti non scalfisce il granitico quadro indiziario emerso a seguito dell'istruttoria dibattimentale”.

Quadro indiziario che “ravvisa nell'interesse economico un plausibile movente dell'azione omicidiaria: un interesse profondo, scaturente dal desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua, e ciò sarebbe stato possibile soltanto dopo la sua eliminazione fisica”.

L'istruttoria dibattimentale ha consentito di individuare un forte legame tra Diego Barba e Licata Calogero Caruso: siffatto elemento è denso di significato e rappresenta la chiave di lettura di diverse questioni. Licata Caruso è risultato essere il faccendiere, l'uomo “ombra” di Paolo Vivacqua, che ben avrebbe potuto gestire liberamente le ricchezze ed i danari di Paolo dopo la morte di questi. E' pacifico che Licata Caruso fosse l'uomo più fidato di Vivacqua, tanto che questi non esitò a difenderlo quando Salvatore Grasta lo avvertì di “guardarsi da Lillo”, perché cognato di Diego Barba. E' altresì pacifico che egli fosse il formale gestore dei conti correnti di Vivacqua e che, in tale veste, conoscesse nel dettaglio tutte le movimentazioni della vittima. Occorre inoltre considerare che la mattina dell'omicidio Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e, nella circostanza, aveva appreso che questi si stava recando all'ufficio di Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata Caruso potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima in ufficio”.

Stranamente quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo tutt'altro che secondario, come del resto si evince dalle intercettazioni delle conversazioni intercorse tra i familiari della vittima che, sin dall'inizio, si sono diffusamente interrogati sul motivo di tale isolamento”.

“In particolare Lavinia Mihalache si lamenta col fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua del fatto che la mattina dell'omicidio gli amici più fidati di Paolo (Lillo, Enzo, Mario) lo avessero lasciato solo, senza preoccuparsi di dove fosse.
E' indubbio – scrivono i giudici – che se dopo la morte di Paolo Vivacqua non fosse intervenuto il sequestro, gli imputati – con l'aiuto di Licata Caruso – avrebbero potuto attingere dai conti correnti della vittima. Una simile prospettiva avrebbe aperto scenari di indubbio interesse ed orizzonti ancor più floridi per gli odierni imputati”.

Invero, l'eliminazione fisica di Vivacqua ed il conseguente “subentro” di Licata Caruso nella gestione economica dell'imponente patrimonio, avrebbe infatti rappresentato la fonte di apprezzabili vantaggi, di cui - in primis, Diego Barba, in ragione del vincolo di affinità con Licata Caruso – avrebbe potuto godere”.

Sette mesi dopo l'omicidio di Paolo Vivacqua viene uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli la consuocera del rotamat di Ravanusa, Franca Lojacono. “Un'accurata comparazione della scena dei due crimini e dei rispettivi modus operandi consentono a questa Corte di ravvisare forti collegamenti, oggettivi e soggettivi, tra l'omicidio Vivacqua e l'omicidio Lojacono, avvenuti all'interno del medesimo contesto, in un ristretto arco temporale. Le modalità di esecuzione dell'omicidio Vivacqua sono fortemente indicative della circostanza che il fine avuto di mira degli imputati fosse non già quello di perpetrare una rapina ai suoi danni bensì di ucciderlo; ciò rende ragione del fatto che nessuna traccia sia stata rinvenuta sulla scena del crimine e che nulla sia stato sottratto dall'ufficio della vittima. Diversamente nel caso Lojacono, i killer hanno agito per compiere una rapina, al fine di impossessarsi di un'ingente somma di denaro custodita all'interno di una valigetta che avrebbe dovuta essere rinvenuta nel box. Occorre poi interrogarsi quale sarebbe stata la scena del crimine ove Vivacqua si fosse avveduto della presenza dei suoi assassini ed avrebbe reagito. Il quesito che si pone all'attenzione è funzionale ad evidenziare come un'eventuale reazione di Vivacqua avrebbe potuto imprimere alla scena del crimine contorni ben diversi, atteso che ben può fondatamente sostenersi che una reazione da parte della vittima avrebbe potuto innescare, a sua volta, una reazione da parte degli aggressori, con esiti non dissimili da quelli cristallizzatisi nel caso dell'omicidio Lojacono.
Invero, nel caso del secondo omicidio, la reazione della donna e le difficoltà nel rinvenimento del denaro avevano provocato in Giarrana e Radaelli uno stato di panico misto ad ira; in sostanza una reazione incontrollata sfociata in un'efferata aggressione che aveva condotto a morte l'anziana vittima.
Siffatta analisi – frutto non già di un'astratta comparazione delle due scene del crimine, bensì di un'indagine condotta alla luce delle singole circostanze del caso concreto – offre una chiave di lettura diversa da quella sostenuta dalle difese e consente di cogliere appieno come, dietro apparenti incommensurabili diversità che connotano le scene dei due crimini, si celino in realtà i medesimi autori”.

Le implicazioni che ne discendono sono di estrema rilevanza: la circostanza che gli autori del secondo omicidio siano le stesse persone accusate dal palermitano Gino Guttuso rafforza ulteriormente la credibilità e l'attendibilità dello stesso, così dissolvendo definitivamente eventuali dubbi aleggianti attorno alla sua figura. Non solo: il collegamento tra i due omicidi, riconducibili ai medesimi soggetti, rappresenta ex se un riscontro ulteriore ed autonomo alle dichiarazioni di Guttuso. E così, se da un lato si appalesa l'endemica debolezza delle asserzioni difensive, dall'altro, il cerchio indiziario si chiude. Se ne deve pertanto dedurre che i due omicidi sono strettamente collegati e che sicuramente l'anello che li unisce è costituito proprio dal fatto che Giarrana e Radaelli sono stati incaricati in entrambi gli episodi dal La Rocca e da Barba come riferito da Guttuso e come è riscontrato da convergenti molteplici elementi esterni”.
I complessivi dati processuali portano poi a ritenere che il La Rocca abbia agito su impulso del Barba e non di altri, tipo la criminalità organizzata.
E', infatti, più aderente ai dati processuali la prima ipotesi proprio perché l'omicidio Lojano appare estraneo a interventi della Stidda e appare essere maturato dal fatto che l'omicidio Vivacqua non aveva consentito l'apprensione dei soldi da lui pochi mesi prima acquisiti con l'operazione Bricoman, ipotizzando successivamente che la consuocera potesse essere la custode del denaro.
Dette conclusioni – dicono i giudici - sono coerenti e suffragate da univoci e coerenti indizi: Gino Guttuso accusa tutti, le intercettazione e i comportamenti degli imputati riscontrano la pista del medesimo, Luigi Mignemi conferma il racconto di Guttuso riferendo quanto effettivamente appreso da Giarrana, il silenzio degli imputati sia nel corso delle indagini che in dibattimento stupisce e resta inspiegabile, diversi depistaggi, tramite informatori, sono in gran parte attribuibili proprio al Barba. Inoltre i tabulati telefonici, l'assenza di alibi, la certa loro presenza sui luoghi dei fatti, i rapporti diretti e indiretti che lega tutti i protagonisti, la negazione di circostanze pacifiche, come la relazione Barba/Biondo, le modalità delle condotte osservate nel corso delle indagini, costituiscono elementi aggiuntivi di conferma della fondatezza dell'accusa. I riferimenti di Giarrana al forte credito che vantava e che avrebbe riscosso in caso di scarcerazione, trova conferma anche nel racconto di Mignemi ed anzi avvalora quello che questi dice “quella cosa avrebbe fatto guadagnare loro un sacco di soldi”.

Ecco il quadro di sintesi degli indiziati.
Antonino Giarrana – “Di rilievo sono anzitutto le dichiarazioni di Guttuso che in sede di incidente probatorio ha confermato l'incontro avvenuto a casa sua presenti Radaelli e La Rocca così come ha confermato il prestito e la restituzione del motorino con la targa occultata. Dai tabulati telefonici si evince un significativo flusso di contatti tra lui e gli imputati. In sede di interrogatorio Giarrana confermò d'aver rivelato a Mignemi molti particolari relativi alla riunione a casa sua un mese prima dell'omicidio Vivacqua. Ed in quanto alla pistola, parlando con altri detenuti, dice che la pistola usata per l'omicidio Lojacono era pulita ma dello stesso calibro di quella utilizzata per l'uccisione di Paolo Vivacqua.
Giarrana si dichiara estraneo anche ai fatti relativi all'omicidio Lojacono benchè sia pacifica la sua penale responsabilità; mentre le dichiarazioni di estraneità all'omicidio Vivacqua vengono reiterate innumerevoli volte, quasi
mnemonicamente. Rilevanti sono anche i rapporti di contiguità con tutti gli altri personaggi coinvolti, come traspare limpidamente anche dalle insistenti richieste da lui avanzate nei confronti del cugino La Rocca affinché pagasse gli onorari dell'avvocato, sia del Barba nei confronti del quale manifesta profondo risentimento perché non gli offriva alcun aiuto, anzi “fa l'indiano, fa finta di non salutarmi”. Nel corso dell'interrogatorio dell'8 maggio 2014 Giarrana conferma di aver parlato con Mignemi delle caratteristiche dell'arma silenziata usata nell'omicidio Vivacqua; del fatto che Barba ha una bella casa le cui luci si accendono battendo le mani e che Guttuso era conosciuto come il Palermitano”.

Antonio Radaelli – “Sono 5 i contatti telefonici tra Radaelli e Giarrana il giorno dell'omicidio Vivacqua. “E' però di particolare rilievo – argomentano i giudici – la mancata risposta alla chiamata delle 10.56, ora in cui si colloca la morte di Vivcqua, agganciando la cella di Seregno, la medesima agganciata dal cellulare della vittima. Il numero verrà chiamato dall'imputato soltanto alle 11.14, quando l'azione criminosa era ormai terminata da oltre dieci minuti. In quanto alle intercettazioni in carcere significative sono quelle in cui nel commentare con i compagni l'invito in Procura per rendere interrogatorio con informazione di garanzia relativa all'iscrizione nel registro degli indagati per l'omicidio Vivacqua esterna la propria preoccupazione circa il fatto che qualcuno possa aver dato agli inquirenti “la dritta che siamo stati io e lui...E' quello che mi preoccupa!.
Anche per lui sono di rilievo le dichiarazioni di Guttuso e Mignemi”.

Diego Barba – “Nell'agosto 2010 aveva subìto il pestaggio, sicuramente per lui umiliante e che aveva deteriorato i rapporti con Vivacqua: era terrorizzato e si era rivolto al maresciallo Longo dei Carabinieri di Campobello di Licata, suo amico e a soggetti appartenenti alla malavita siciliana per avere protezione e impedire altre reazioni di Paolo Vivacqua. Nel maggio 2012 è stranamente presente nello studio dell'avvocato Daria Pesce ove aveva accompagnato Germania Biondo e questo aveva fatto arrabbiare i figli di Vivacqua che commentano l'episodio in termini negativi anche verso la madre: era lì per seguire le vicende della famiglia e verificare come si stavano indirizzando le indagini per l'omicidio evidentemente perché temeva di essere coinvolto, comportamento questo che va così interpretato alla luce dei complessivi depistaggi di cui è stato protagonista.

Il giorno dell'omicidio Vivacqua ha 3 contatti telefonici con La Rocca tra le 11.38 quando è lui a chiamare La Rocca e le 14.12 quando La Rocca lo chiama. Quindi 5 sms dalla sua utenza ad un'altra sua utenza tra le 16.48 e le 17.19. Quindi alle 18.03 viene chiamato da La Rocca.

Guttuso e Mignemi convergono nell'indicarlo quale soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli l'arma. Che si fosse attivato personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli è circostanza confermata dalle dichiarazioni del teste Battistelli. I numerosi depistaggi da lui posti in essere rappresentano ulteriori indirzi a suo carico. Il suo primo tentativo di depistaggio risale al 4 aprile 2014 quando ai carabinieri di Desio perviene un'annotazione di servizio relativa ad una fonte informativa presentatosi presso la caserma dei Carabinieri di Campobella di Licata che indicava “il noto e pregiudicato mafioso” Smiraglia Giuseppe che acquisterebbe terreni in Sicilia con denaro contante proveniente dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni. Il secondo è rappresentato dalla indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache. In sede d'interrogatorio Barba ammette d'aver suggerito ai Carabinieri alcune piste che potevano essere percorse. Mentre fallisce l'ultimo tentativo di “vincere” le dichiarazioni di Guttuso e screditare la figura di Mignemi attraverso le dichiarazioni di Giuseppe Nappa il quale indica gli autori dell'omicidio di Paolo Vivacqua in Diego Barba e Germania Biondo in accordo con Livinia Mihalache e i fratelli.
Barba – ricordano i giudici – ha capacità di muoversi abilmente sia all'interno delle forze dell'ordine sia tra i mafiosi”.

Salvino La Rocca – “Il 14 novembre 2011 tra le 11.41 e le 14.12 chiama prima Guttuso quindi Giarrana e poi due volte Barba. Alle 16.22 è Guttuso a chiamare La Rocca; alle 18.03 Rocca chiama Barba e quindi alle 19.41 e alle 19.45 è Giarrana a chiamare il cugino La Rocca. Guttuso ha spiegato in modo plausibile le ragioni dei contatti a lui riferibili: voleva sapere se avessero usato la sua moto per l'omicidio e non soltanto per la rapina in danno del Vivacqua di cui si era parlato nel primo incontro a casa di Giarrana.
Guttuso e Mignemi coinvolgono direttamente la figura di La Rocca quale soggetto che funge da anello di collegamento tra Giarrana, Radaelli e Barba.
Il giorno dell'audizione di Gino Guttuso in sede di incidente probatorio, si è accertata la presenza della madre di Salvino La Rocca accompagnata da Giovanni Gammino, soggetto noto alle forze dell'ordine in quanto coinvolto in fatti di mafia. Al riguardo si è escluso che la presenza di costoro potesse dirsi casuale, essendosi, al contrario, dimostrato il collegamento all'esame del predetto Guttuso. Si consideri inoltre come La Rocca sia risultato essere destinatario delle pressanti richieste di aiuto avanzate da Giarrana, aiuto motivato dal fatto che lo riteneva come la persona che lo aveva coinvolto nei fatti di causa unitamente al Barba”.

Germania Biondo – “A diversa conclusione si deve pervenire con riguardo alla sua posizione. A suo carico c'è un forte movente, c'è il rapporto con Barba che secondo Giarrana è coinvolto nell'omicidio con il La Rocca, ma ad avviso della Corte, per tale imputata, sono carenti univoci riscontri in ordine al presunto suo ruolo di ideatrice e mandante dell'omicidio dell'ex marito. Il primo dato che emerge con evidenza è che il giorno del delitto, il 14 novembre 2011, nessun contatto interviene tra lei e gli altri coimputati. A meno di ipotizzare una particolare scaltrezza della Biondo, non è credibile che nessuno, e in particolare il Barba abbia sentito la necessità di informare la donna del fatto compiuto. Ma se si ipotizza che la Biondo sia particolarmente scaltra, non ci si potrebbe sottrarre alla considerazione che - da protagonista della vicenda addirittura quale ispiratrice – avrebbe messo in guardia e severamente vietato ai complici di parlare tra di loro, almeno il giorno del delitto. Le successive intercettazioni non consentono di cogliere, neppure larvatamente, un elemento che dimostri la consapevolezza della donna di chi abbia compiuto l'omicidio e di tradirsi riguardo alla conoscenza dei complici e al suo rullo. Le conversazioni con il Barba sono riconducibili a ragioni affettive-sentimentali e all'aiuto che il Barba stava dando in alcuni adempimenti come l'apertura di una cartoleria.
Giarrana e Radaelli in carcere non fanno mai accenni diretti o indiretti ad una sua compartecipazione. Quando la Biondo viene citata è per lamentarsi che ha rivelato agli investigatori la conoscenza tra Giarrana e Paolo Vivacqua. Dato il contesto e l'asprezza dell'appellativo usato nei suoi confronti è ipotizzabile che se vi fosse stato un coinvolgimento della donna se ne sarebbe fatta menzione.
Le forti rivendicazioni di cui alle conversazioni intercettate e la complessiva condotta dell'imputata costituiscono indizi gravi per la sussistenza di un movente, ma che, all'esito del processo, non raggiungono il carattere della precisione in rapporto all'omicidio e, comunque, difettano completamente dal carattere della concordanza con altri elementi altrettanto certi e univoci.
Ulteriore dato indiziario di una certa rilevanza è costituito dalle parole di Guttuso nel ricordare l'incontro del mese precedente l'omicidio. “La Rocca disse, in qualità di portavoce di Diego Barba che la moglie di Vivacqua stava cercando qualcuno
che si prestasse a commettere una rapina per suo conto, in quanto voleva prendergli dei soldi, dato che Paolo e anche i figli, che facevano una vita da nababbi, l'avevano lasciata in una condizione di indigenza, la trattavano male dato che non poteva avere una nuova vita. Peraltro Guttuso che non conosce la Biondo e sa solo che è la ex moglie di Vivacqua, la menziona con un richiamo indiretto di terzo livello: La Rocca riferisce quello che ha detto Barba, ma non che Barba riferisce di una richiesta esplicita della Biondo né La Rocca si presenta quale portavoce della Biondo”.

LE CONDANNE
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio alla pena dell'ergastolo; La Rocca Salvino e Barba Diego alla pena della reclusione per anni ventitre (23)
DICHIARA
Tutti i predetti imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici
DICHIARA
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio in stati di interdizione legale e decaduti dalla responsabilità genitoriale
DICHIARA
La Rocca Salvino e Barba Diego in stato di interdizione legale durante la pena e sospesi dalla potestà genitoriale durante la pena
Visto l'art 230 c.p.
Applica a La Rocca Salvino e Barba Diego la misura di sicurezza della libertà vigilata per una durata non inferiore a tre anni.
Dichiara tenuti e condanna Giarrana Antonino, Radaelli Antonio, La Rocca Salvino e Barba Diego, in via tra di loro solidale, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite: Vivacqua Antonio, Vivacqua Gaetano, Vivacqua Davide, Commaudo Valentina, Mihalache Lavinia, in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale sul minore Vivacqua Nicolas, da liquidare nella separata sede civile. Assegna a ciascuna delle predette parti civili una provvisionale esecutiva di euro 50.000 per ciascuna delle parti civili costituite, ponendo il relativo onere a carico degli imputati in via solidale.
ASSOLVE
Biondo Germania dai reati ascritti per non aver commesso i fatti e dispone la revoca della misura cautelare in corso di esecuzione nei suoi confronti, disponendone la piena rimessione in libertà se non sottoposta a misura cautelativa per altra causa.
Così deciso in Monza nella camera di consiglio del 9 dicembre 2015

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