Monza - Sentenza Vivacqua: la Procura si appella, i dubbi delle difese

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

La Procura di Monza non ci sta e appella la sentenza della Corte d'Assise che, per l'omicidio di Paolo Vivacqua, condanna Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli ma assolve l'ex moglie Germania Biondo.
La Procura sarebbe anche pronta a sollevare un’accusa di falsa testimonianza nei confronti del superteste, Gino Guttuso, dopo la sua ritrattazione in fase di incidente probatorio.
Anche i legali degli imputati sono pronti a dare battaglia in Corte d’Appello, dopo aver letto le motivazioni depositate in cancelleria ai primi di marzo.
Un breve sintesi si può leggere nell’articolo pubblicato su infonodo (vedi Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza).
Elenchiamo qui di seguito alcuni punti che non convincono i difensori e alcune piste che sempre secondo questi sarebbero state tralasciate.

Per la Corte “Il plausibile movente dell'azione omicidiaria è insita nel desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua soltanto dopo la sua eliminazione fisica...Il forte legame tra Barba e il cognato Licata Caruso rappresenta la chiave di lettura...Occorre considerare che la mattina del 14 novembre 2011 Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e nella circostanza (telefonata ore 9.30) aveva appreso che questi si stava recando in ufficio a Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima nell'ufficio”.
In realtà non è Vivacqua che dice a Licata che sta andando in ufficio, bensì Licata che dice a Vivacqua: “Sto andando in ufficio a Sesto San Giovanni” (alla Royal Aste – ndr).

PAOLO E' STATO LASCIATO SOLO E LA CHIAMATA MANCANTE

Stranamente, sottolineano i giudici, quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo. In particolare Lavinia Mihalache si lamenta con il fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua che gli amici fidati Lillo, Enzo e Mario lo avessero lasciato solo senza preoccuparsi di dove fosse”.
Lavinia, che quella mattina era a Muggiò al bar di Mario Infantino dove lavorava l'amica Mariana Rusnac, dichiara d'aver “chiamato Paolo alle 10.50. Non mi rispondeva e mi sono preoccupata. Alle 15 ho visto Mario Infantino, gli ho chiesto di Paolo e la risposta è stata: non l'ho visto”. A Mariana dice: “Vado all'ufficio, mi sento che gli è successo qualcosa”.
Sono passate 4 ore dalla chiamata che dice d'aver fatto a Paolo che però non aveva risposto.

Dai tabulati telefonici sulle due utenze di Vivacqua intercettate, la chiamata della Mihalache non risulta. Né sembra sia tata fatta nessuna attività investigativa sui cellulari 389/4349xxx e 388/756xxx,
trovati dentro la Bmw di Vivacqua che possedeva una ulteriore sim telefonica 331/4024xxx, utilizzata prevalentemente per chiamate in Sicilia.
Nel promemoria lasciato all'agenzia di Pirovano che doveva servire per l'appuntamento col notaio per il rogito della casa di Carate Brianza, Paolo diede un'ennesima utenza: 389/4349xxx.

IL KILLER LO ASPETTAVA IN UFFICIO
La Corte, nelle motivazioni delle sentenza, sposa la tesi esposta nell'arringa da Manuela Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, cioè che il killer aspettasse Vivacqua all’interno dell’ufficio.
I giudici scrivono: “La posizione di rinvenimento del cadavere e la direzione dei colpi (dal basso verso l'alto) che hanno attinto il corpo di Paolo avvalorano l'ipotesi che il killer fosse già all'interno dell'ufficio all'arrivo dell'uomo e che lo abbia freddato alle spalle, cogliendolo di sprovvista, per poi allontanarsi indisturbato”.
Per entrare nell'ufficio, dunque, il killer doveva essere in possesso delle chiavi. Queste erano appena state cambiate da personale della ditta di Angelo Bottaro il quale un paio di giorni prima dell'omicidio telefona a Paolo dicendogli di andare da lui a ritirarle. La mattina dell'uccisione, Bottaro chiama Paolo alle 10.23
Alle 10.34 è Paolo (che è dentro la Bmw) a chiamarlo. Bottaro richiama alle 11 e alle 11.01. Alle 11.18 è Carmelo d'Angelo a chiamare.
A queste ultime chiamate il rotamat non risponde. Perchè il killer l'ha ucciso sparandogli contro 8 proiettili con una Beretta calibro 7,65 silenziata.

I DEPISTAGGI DI BARBA
Per i giudici “Diego Barba è il soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli la pistola... Barba si attivò personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli...I numerosi depistaggi posti in essere dall'imputato rappresentano ulteriori indizi a suo carico: una informativa ai Carabinieri di Campobello di Licata indicante Giuseppe Smiraglia “noto pregiudicato e mafioso” acquirente di terreni in Sicilia con proventi derivanti dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni implicato nell'omicidio Vivacqua”.

Il secondo tentativo di depistaggio, con l’indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache è descritto nella deposizione del colonnello Mario Selmi della Guardia di finanza. L’ultimo depistaggio attuato dal Barba è quello di screditare le dichiarazioni di Gino Guttuso e di Luigi Mignemi. Ciò avviene attraverso le dichiarazioni in aula di Nappa Giuseppe che indica i mandanti dell’omicidio in Barba e Germania Biondo in accordo con la Mihalache e i suoi fratelli.

Barba, scrivono i giudici, si è impegnato su più fronti e segnatamente con i CC di Campobello di Licata (ed in particolare con il M.llo Longo), con i CC di Desio e con il Selmi per deviare e insinuare piste false.

Soffermiamoci e leggiamo attentamente la testimonianza del colonnello Selmi che nella sua deposizione ha spiegato come “dall'attività investigativa avviata nel 2010 quand'era comandante a Sondrio, da intercettazioni telefoniche con il principale indagato che in passato era stato detenuto alcuni mesi in carcere con Franco Coco Trovato furono registrate conversazione con Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, che mi portarono a lavorare in Svizzera, Slovenia ed in altri paesi. Raccolsi notizie su Paolo Vivacqua e i suoi figli, su Licata Caruso, Vincenzo Infantino e Gugliemo Di Pasquali... che ci portarono a disporre di evidenze come il numero del conto di Paolo Vivacqua in Svizzera e del suo corrispondente in terra elvetica, indicammo l'esistenza di una serie di siti dove c'erano somme di denaro contante...una cassetta intestata al suocero di Vivacqua. Segnalammo quali erano le aziende: LV Rottami, Ecoservice, Fer&Inox, FV Metalli, D&G Trasporti e le società che fruivano delle fatture false: Trasformetal, Ecosteel, Tersi Metal...”.

Per inciso, gli ultimi bonifici arrivati all'uffico delle Poste di Lissone sui due conti della LV Rottami erano della società Terzi Metal di Lorenzo Terzoli.
Un totale alla data del 15 novembre 2011 di 6,5 milioni di euro come sempre prelevati in contanti. Gli ultimi prelievi dai conti della LV Rottami per 300 e 350 mila euro – secondo la testimonianza di Rita Faieti, direttrice dell'ufficio postale - vengono fatti da Licata Caruso e da Vincenzo Infantino il giorno dopo l'uccisione di Paolo. In cinque mesi, tra giugno e settembre 2011, dai conti della LV Rottami sono stati ritirati in contanti 20,4 milioni di euro.

Interrogato in carcere dal pm Bruna Albertini nell'ambito dell'indagine milanese per false fatturazioni, alla domanda: “Chi c'è dietro la LV Rottami?” Licata Caruso risponde: “Non lo posso dire, fuori ho tre bambini”. Insiste il magistrato: “Però allora deve dirci di chi ha paura”. “Non ho paura – è la risposta – ho tre bambini, ho famiglia”.
Poi fa i nomi dei clienti Terzi Metal, Fervorari, Galli di Lecco e Traform Metal. Società, queste, sotto indagini della Gdf di Sondrio un anno prima che Barba presentasse Germania Biondo al socio Attilio Cascardo. La donna s'era detta disposta a rilevare particolari relativi agli affari dell'ex marito con l'obiettivo di farlo finire in carcere assieme ai figli Antonio, Gaetano e Davide.
Dunque non sarebbe stato Diego Barba a “depistare” il colonnello Selmi.
La persona in carcere con Franco Coco Trovato era Ferdinando Ronchi, titolare di due società svizzere, la Regmo e la Rofin. Nel novembre 2012 Ronchi viene arrestato vicino a Erba con l'accusa di favoreggiamento nei confronti del boss Francesco Crivaro, arrestato nell'aprile 2011 a Morbegno in uno dei possedimenti di Ronchi.
L'informatore di Selmi potrebbe dunque non essere Diego Barba.

Il colonnello della Gdf nel corso della sua deposizione a Monza aggiunge: “Nel maggio 2011 sostanzialmente avverto che stava succedendo qualcosa di strano e cioè che Paolo Vivacqua aveva ospitato, nei primi dieci giorni del maggio 2011, una persona di origine siciliana, perché questa persona avrebbe fatto da intermediario con un killer che lui cercava per uccidere qualcuno. Non sapevamo chi era l'obiettivo, ma questa persona era ospitata in un appartamento che gli avrebbe messo a disposizione Vivacqua e poi in effetti, in quel locale che noi avevamo segnalato come luogo di custodia della documentazione fatta scomparire, c'era un mini appartamento. Non mi si escludeva potesse essere di un collaboratore di Vivacqua. Questa persona siciliana apparteneva ad un gruppo mafioso, uomo d'onore di un clan mafioso, avrebbe poi trovato il killer per uccidere qualcuno. Informai subito la dottoressa Albertini alla Procura di Milano e alla domanda: “Scusi lei come fa ad avere questa notizia” risposi: “Questa è attività di intelligence, non so se è vero o non è vero, so però che le informazioni che ho avuto in precedenza hanno avuto un livello di credibilità. Non successe niente, dopo qualche mese però Paolo Vivacqua viene ucciso”.

Arriviamo al giugno 2012 – prosegue Selmi nella sua esposizione - ed una sequenza di notizie vere o non vere non lo so, mi veniva indicato che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, un certo Carmi Mihalache. Questo Carmi era stato indicato come uno dei due fratelli di quella persona che era convivente con Paolo Vivacqua, certa Lavinia Mihalache. Era stato precisato che Carmi e suo fratello avevano un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, che sarebbero giunti in Italia una settimana prima dell'omicidio e che mentre Carmi sarebbe partito per la Romania, l'altro sarebbe arrivato dalla Spagna”.

Questa ultima parte potrebbe essere stata suggerita al colonnello Selmi non già da Diego Barba bensì dal suo socio Attilio Cascardo che per un paio di settimane aveva svolto il lavoro di indagine su mandato di Germania Biondo.
La fonte fa il nome di Elena Pricop Grigore, baby sitter del figlio della Mihalache, Nicolas.
Agli atti risultano le dichiarazioni rese ai carabinieri e in aula dalla Pricop sul soggiorno di due americani e del fratello di Lavinia, Carmi, presenti in casa di Paolo sicuramente fino a sabato 12 novembre. “Quando arrivai in casa il lunedì Paolo e Lavinia dormivano ancora, notai che i bagagli non c'erano più e però vidi la giacca. Suonò il cellulare ma non so chi fosse stato a chiamare perché non compariva alcun nome”; e poi l' intercettazione in cui la Pricop chiede a Lavinia “di una giacca non nuova rinvenuta che non è mai stata nell'armadio di Paolo”.

La sentenza riporta le conversazioni di Lavinia la sera del 14 novembre con il fratello Laurenti che sta in America, al quale chiede il numero di cellulare ucraino di Carmi. Viene spontanea una domanda: Lavinia non vedeva mai Laurenti, perché chiedere a lui il cellulare di Carmi che è il fratello con cui è più in contatto e che, secondo la Pricop, era a Carate due giorni prima dell'uccisione di Paolo?

Agli atti c'è poi la velenosa telefonata del 6 novembre di Paolo a Lavinia in cui lui le dice: “Ti tolgo la casa, ti farò togliere anche i soldi dalla posta, ti tolgo tutto e ti lascio col culo per terra”. E la nota del bonifico fatto da Paolo a Carmi Mihalache il 14 ottobre 2011 appoggiato sul Banco Cam SA di Benissa, nonché l'intercettazione ambientale dello stesso giorno in cui Paolo dice a Carmi di essere “andato in Sicilia dove ho nascosto 300 mila euro che Lavinia sa come recuperare”; rivela quindi d'avere dato 100 mila euro d'acconto (all'agenzia di Massimo Pirovano – ndr) per comperare la casa di Carate, che sta facendo costruire una casa in Romania ed ha preso il bar di Muggiò “che ho pagato io” per Lavinia e quando è nato Nicolas ha dato a lei 100 mila euro da mettere su un libretto postale per il bambino.

Carmi ha avuto anche un prestito di 100 mila euro da Paolo, conosce le banche svizzere dove il rotamat di Ravanusa aveva aperto dei conti. Tant'è che a febbraio 2012 la Mihalache lo chiama e gli chiede: “In quale banca svizzera sei andato con Paolo?”. Perché Lavinia era interessata ad avere questa informazione?

Sabato 11 novembre, tornato dalla Fiera di Rimini, Paolo accompagna l'amico Salvatore Grasta nel box e gli mostra un sacchetto contenente 400 o 450 mila euro. Grasta riferisce di ciò in aula durante il processo. Quella somma non è stata trovata dai carabinieri nel corso della perquisizione effettuata la sera dell'omicidio. Li ha presi Lavinia oppure la mattina del 14 novembre, andando in ufficio a Desio, Paolo Vivacqua li ha portati con sé? In questo caso potrebbero essere stati presi dal killer che l'ha ucciso.

I MISTERI DEI FRATELLI INFANTINO

L'avvocato Cacciuttolo così come gli altri legali erano interessati a porre domande a Vincenzo Infantino. Non si è mai presentato. Anche dopo la richiesta fatta dal presidente Giuseppe Airò ai carabinieri affinché venisse tradotto sotto scorta al processo.
Assieme a Calogero Licata Caruso, Vincenzo Infantino detto Enzo era il braccio destro di Paolo Vivacqua e sicuramente in due occasioni, il 28 giugno 2011 e il 30 settembre versa sul suo libretto personale, prelevandoli dai conti della LV Rottami, rispettivamente la somma di 150 e 350 mila euro che pochi giorni dopo trasforma in contanti.

Alla richiesta del pm Albertini di spiegare queste operazioni risponde: “Per fare una cortesia a Rita (la direttrice dell'ufficio postale di Lissone ndr)”.

La LV Rottami chiude ufficialmente i battenti due settimane prima dell'omicidio di Paolo Vivacqua. “Abbiamo lavorato fino all'agosto – ricorda Enzo Infantino al pubblico ministero – quando siamo tornati dalle ferie Licata mi fa, guarda che il lavoro è abbassato un po' e non ti voglio licenziare, vediamo quello che nasce e ci dividiamo”.

Infantino Enzo continua a prelevare somme importanti in contanti contanti negli uffici postali e nelle banche della Brianza fino all'indomani della morte di Paolo Vivacqua.

Suo fratello Mario - titolare del bar di Muggiò acquistato in società con Paolo che aveva messo 50 mila euro chiedendogli in cambio di intestarsi l'1 % della società Edil Vlb detenuto da Germania Biondo - quand'era a Ravanusa non possedeva conto corrente.
Arrivato in Brianza ha acceso conti presso la Posta e due banche movimentando cifre considerevoli. Alla richiesta di Vivacqua di presentarsi in ufficio e mostrare i rendiconti si è categoricamente rifiutato.
Alle spalle di Paolo Vivacqua molti si sono arricchiti. Ultimamente il rotamat aveva deciso di chiedere il rientro a quanti aveva prestato denaro.
Ne aveva parlato con l'avvocato Loreno Magni che gli curava gli affari e che la Procura di Milano ha indagato per associazione a delinquere.
Voleva chiudere anche la questione della casa di via Donizetti a Carate Brianza, acquistata dalla Pirovano & Partner Gruppo Immobiliare.

Queste in estrema sintesi alcune delle contestazioni che i legali solleveranno in sede di Appello, presso il Tribunale di Milano.

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