'Ndrangheta a Desio. Condannato a 14 anni lo sfasciacarrozze Ignazio Marrone

31/08/2017

di Pier Attilio Trivulzio

Desio, crocevia della Brianza dove i calabresi della 'ndrangheta vanno – non certo a cuor leggero - a braccetto con i siciliani di Cosa Nostra ed ex Stiddari, costretti a pagare per operare sul territorio.  
Insomma, 'nduja e cannoli alla  brianzola.

Come nel processo appena conclusosi a Monza il cui collegio giudicante presieduto da Giovanni Gerosa, giudici a latere Gaia Caldarini e Marta Pollicino hanno condannato ad una pena di 14 anni il siciliano 41enne di Canicattì titolare della “Recupero eAutodemolizioni srl” di Desio, Ignazio Marrone, “per aver fatto parte dell'associazione di tipo mafioso denominata 'ndrangheta in cui ha ricoperto un ruolo di vertice nella locale di Desio legata alle famiglie Iamonte-Moscato“ e a 10 anni il medico plastico calabrese 43enne, Arturo Sgrò “partecipe della locale con il compito di riscuotere crediti derivanti da illecite attività e provvedere al sostentamento dei detenuti in carcere e tra questi i familiari Giuseppe ed Edoardo Salvatore Sgrò arrestati nel luglio del 2010”.
A Sgrò sono state concesse le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti e la minima partecipazione.

Per Marrone – detenuto nel carcere di Opera dal 30 novembre 2010 al 30 gennaio 2012, compagno di cella con il gelese Alessandro Barbieri - appartenente al clan dei Rinzivillo ed imparentato con la famiglia Madonia - il pubblico ministero della Dda, Cecilia Vassena aveva chiesto 15 anni.

Marrone e Sgrò erano stati arrestati a fine gennaio dello scorso anno su ordine del Gip Carlo Ottone De Marchi.

Una taske force di 500 uomini, per quattro giorni avevano bloccato il capannone di Desio, 20 mila metri quadri di via Ferravilla dotato di sofisticate apparecchiature di videocontrollo della “Recuperi e Autodemolizioni srl” e il vicino terreno di via Matilde Serao che era stato interamente rivoltato come un calzino alla ricerca di armi.

L'operazione si era poi conclusa in un capannone della vicina Muggiò dove oltre a motori, cambi e parti d'auto di provenienza furtiva era stata rinvenuta una pistola.

Per evitare di essere intercettato Ignazio Marrone aveva provveduto a munirsi di un jammer, disturbatore di frequenze, e “fregare”, così, gli uomini della Squadra Mobile di Milano e i carabinieri di Desio che lo controllavano.
Ma non è servito, così come non è servito lo stesso espediente a Massimo Carminati, il fascista di Mafia Capitale.

Ignazio Marrone  aveva rapporti con personaggi di spessore  criminale come Pio Candeloro, Nicola Minniti,  Saverio Moscato, Farruggio Salvatore e Giuseppe Pensabene (condannato 15 anni per la banca della ‘ndrangheta di Seveso) al quale aveva proposto la tregua dopo un attentato nel novembre 2009 ai camion della sua azienda, tregua che ha segnato il vertice della locale di Desio. “Ignazio Marrone figura di raccordo tra appartenenti a consorterie mafiose siciliane e calabresi nella locale di Desio”, scrive il Gip Luerti.

Emblematico l'attivarsi di Marrone nei confronti di Emanuele Napolitano, nato a Gela il 5 marzo 1968 e che a fine novembre 2013 viene trasferito dal carcere di S. Sara di Oristano a Opera.

Scrive il Gip: “Napolitano è accusato di associazione mafiosa, tentato omicidio, strage, estorsione, tentato sequestro, traffico di stupefacenti, rapina aggravata, ricettazione, armi” ed anche per il Gip che chiede la sua carcerazione nell'ambito dell'operazione Fire Off oltre ad “associazione a delinquere armata di stampo mafioso finalizzata a estorsione, attentati ed incendi a danno di imprenditori siciliani operanti nel settore edile di Busto Arsizio, il soggetto acquisisce il controllo anche indiretto delle attività edili avvalendosi delle diffuse conoscenze della loro pregressa vicenda giudiziaria, del loro collegamento a famiglie mafiose di origini gelesi e della capacità di incutere timore anche attraverso ricorso a minacce con armi e attentati incendiari”.

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