'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

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