Messico - La guerra di Anonymous e delle reti sociali ai signori della droga

"Noi siamo Anonymous. Noi siamo Legione. Uniti come uno, divisi da zero. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo." 

L’arma: le reti sociali

di Jenaro Villamil da “Proceso” n. 1827 del 6 novembre 2011

Mentre cresce la violenza per lo scontro tra cartelli della droga e gruppi militari, paramilitari e polizia, utenti e attivisti delle reti sociali irrompono in Messico come produttori di controinformazione. Alcuni di loro convocano addirittura delle mobilitazioni come quella degli Indignados a Ciudad Juárez e a Città del Messico; altri, come Anonymous –organizzazione di ispirazione anarchica senza leader o dirigenti conosciuti, che utilizza come simbolo una maschera di Guy Fawkes, leader cattolico inglese coinvolto in una cospirazione per assaltare il Parlamento britannico il 5 novembre 1605 - sfidano in modo aperto persino il cartello de Los Zetas.

Il video caricato da Anonymous su YouTube, il 6 ottobre, per annunciare "l’operazione cartello" è una delle prime azioni che va in questa direzione.
Siamo stanchi del gruppo criminale de Los Zetas che si dedica a sequestri, furti e ricatti”, ha affermato nel video un portavoce di Anonymous. E ha avvertito che se non liberavano uno dei suoi membri, sequestrato mentre partecipava all’Operazione Paperstrom (distribuzione di volantini informativi n.d.t.), effettuata tra il 20 e il 29 agosto a Veracruz, avrebbero rivelato informazioni che collegano politici, imprenditori, poliziotti e militari all'organizzazione de Los Zetas, nata come braccio armato del cartello del Golfo.

Il 31 ottobre Anonymous ha inviato dei messaggi contraddittori: dapprima ha avvisato che avrebbe sospeso l’operazione a causa degli “altissimi rischi”; poche ore dopo ha fatto marcia indietro e ha affermato che "l’Operazione cartello" sarebbe continuata.
Attraverso il blog Anonymous Iberoamérica  ha informato che quell’operazione non era diretta solo contro Los Zetas, bensì contro coloro che “si dedicano al narcotraffico e alle loro relazioni con i governi”, in particolare quello del Messico e le agenzie antidroga degli Stati Uniti.

È diventata una questione internazionale. È globale. Possono cercare di fermare gli Anonymous del Messico, del Centroamerica e forse degli Stati Uniti, ma non possono fermare Anonymous come idea mondiale, come spirito globale che non si può prendere a colpi di pistola né sciogliere nell’acido”, ha ripetuto in un comunicato del 1º novembre.

Tre giorni dopo, giovedì 4 novembre, poco prima che iniziasse l’operazione, Anonymous ha informato attraverso i suoi accounts nelle reti sociali che l'attivista era stato liberato e che il piano di divulgare informazioni relative ai legami dei Los Zetas veniva sospeso.
Secondo Anonymous, il compagno rilasciato ha fatto sapere che se avessero rivelato qualunque nome legato al cartello, la sua famiglia “ne avrebbe subito le conseguenze”, “per ogni nome reso pubblico, sarebbero state giustiziate 10 persone”.
La sfida di Anonymous, lo stesso gruppo che il 15 settembre scorso ha promosso ‘l’operazione Indipendenza’, l'attacco alle pagine web dei ministeri federali, ha fatto suonare un campanello d’allarme a livello internazionale, mentre la stampa messicana ha preferito minimizzare e ignorare la notizia.

Le catene televisive BBC e CNN, il sito elettronico Strafor, il New York Times, tra altri mass media stranieri, hanno pubblicato news in cui avvertivano che Anonymous entrava di forza nella guerra contro il narcotraffico in Messico. Tutti hanno convenuto nel segnalare che l’incremento della violenza a Veracruz, Torreón e Monterrey ha prodotto una svolta nel ruolo delle reti sociali.

Bisogna ricordare che Anonymous non è un’organizzazione. Non ha gerarchie. In pratica è un collettivo di persone che si autoidentificano”, ha affermato Scout Stewart, vicepresidente della compagnia di intelligence Stratfor, che il 2 novembre ha pubblicato un approfondito reportage sull’operazione cartello. Nel rapporto Steward afferma che per alcuni attivisti questa campagna sarebbe solo “uno scherzo”, altri hanno dichiarato che la campagna può essere rischiosa e altri ancora hanno insistito che bisognava portarla avanti. “La natura collettiva di Anonymous permette che ogni attivista scelga a quali azioni vuole partecipare, inclusa l’operazione cartello”, ha precisato lo specialista

Per il senatore Francisco Javier Castellón Fonseca, presidente della Commissione di Scienza e Tecnologia, l’operazione di Anonymous costituisce “una sfida del potere virtuale a un altro potere,  fattuale come il narcotraffico”.
Non ci eravamo accorti che la guerra contro il narcotraffico cominciava a andare verso una guerra nello spazio virtuale. Viviamo in un mondo affascinante, in cui a volte non si può separare la realtà dalla fiction. Ciò che Anonymous vuole dimostrare è la sua capacità di potere, la sua capacità di intervenire su quest’altro potere che è il narcotraffico”, ribadisce durante l’intervista a “Proceso”.
- Obbediscono a qualche agenda internazionale? – gli viene domandato.
- Non dipendono da nessuna agenda né terrorista né governativa. L’unica cosa che vogliono dimostrare è che è possibile violare qualunque codice di sicurezza. Loro sono hackers. Sono diventati un gruppo molto cauto, al contrario di Wikileaks, che è diventato ben altro. Wikileaks non otteneva i documenti attraverso gli hackers: li comprava o li sponsorizzava.

La cosa più simile all’operazione cartello è stato quello che Anonymous ha fatto il 28 ottobre, quando i suoi membri hanno hackerato la pagina elettronica dell’ex-procuratore del Tabasco, Gustavo Rosario Torres.
Quel giorno sul sito dell’ex-funzionario è apparsa una grossa scritta: “Gustavo Rosario è uno Zeta”. Su YouTube hanno caricato un video alle 07:19 del mattino, in cui rivendicavano l’attacco.
Sul portale informativo www.sdpnoticias.com, l’account AnonHispano ha affermato: “Questo è solo l’inizio. Siamo in possesso di informazioni scottanti. Popolo del Messico, laddove altri hanno fallito e sono rimasti a metà strada nel fango della corruzione, o desistono per paura, Anonymous non vi lascerà soli. Sappiamo i rischi che comporta farlo, ma non faremo marcia indietro. Siamo una legione”.

Violenza contro gli utenti

Negli ultimi mesi, prima dell'Operazione Cartello, è aumentata l’ondata di violenza contro gli utenti delle reti sociali, in parallelo con la tendenza dei governi statali di criminalizzare tutti quelli che divulgano “rumors” (voci n.d.t.) o informazioni non controllate dalle autorità.
La risposta delle autorità è stata ogni volta più feroce. Quanto accaduto a Veracruz e a Ciudad Juárez va nella stessa direzione. Se continuamo a permettere che ciò accada, ci avviciniamo alla dittatura”, avverte Castellón Fonseca che ha sostenuto nel Senato il voto contro l’accordo antifalsificazione (ACTA), promosso dagli Stati Uniti e che implicava restrizioni al libero uso di internet.
A Nuovo Laredo (Stato del Tamaulipas), il 13 settembre scorso sono stati rinvenuti due corpi con segni di tortura. Entrambi avevano un messaggio intimidatorio de Los Zetas: li hanno assassinati per aver postato sui loro blog specializzati informazioni sul cartello della droga.

Il 26 settembre è stata decapitata la giornalista Marisol Macías Castañeda, una presunta rappresaglia per aver divulgato sul suo blog e su Twitter “informazioni delicate” che collegavano forze di polizia con il narcotraffico. Los Zetas si sono attribuiti l’esecuzione.

A Veracruz, il governo di Javier Duarte ha raggiunto la notorietà internazionale, non tanto per i suoi risultati contro il crimine organizzato, bensì per aver incarcerato, lo scorso 26 agosto, Gilberto Martínez Vera e María de Jesús Bravo Carranza, conosciuta come Marichú, per aver postato su Twitter e Facebook, le due reti sociali più usate in Messico, messaggi su scontri armati e su presunti sequestri avvenuti in scuole pubbliche del porto della città.

Il segretario di Governo, Gerardo Buganza, ha accusato gli utenti di Twitter di divulgare voci che, ha detto, “hanno causato isteria e allarme pubblico”; entrambi sono stati incarcerati con l’accusa di essere “promotori del terrorismo”. L’ondata repressiva è arrivata ai parlamenti degli stati di Veracruz e Tabasco, i cui legislatori hanno approvato a settembre delle riforme ai codici penali per rendere un delitto punibile gli avvisi falsi o i rumors diffusi attraverso le reti sociali.

L’arresto di Martínez Vera e Bravo Carranza ha causato un’ondata di proteste su Twitter, Facebook e su vari blog. Duarte è stato accusato di essere un repressore. La catena televisiva britannica BBC ha parlato dell'esistenza “in Messico di una crociata ufficiale contro gli utenti Twitter”, e ha legato questa repressione con la reazione del governo federale di fronte all’attentato al Casinò Royale di Monterrey, in cui sono decedute 52 persone.

Marichú Bravo, partecipando a un evento organizzato dal Senato, ha raccontato del modo in cui è stata maltrattata e picchiata da elementi della pubblica sicurezza prima di essere trasferita al carcere di Pacho Viejo (Stato di Veracruz).
Mi hanno obbligato a firmare una dichiarazione in cui mi impegnavo a non usare mai più una rete sociale”, ha raccontato.

Anche a Torreón, Coahuila, gli utenti delle reti sociali hanno denunciato la corruzione, l’incapacità e l’autocensura del governo, delle forze di polizia e persino di una rete televisiva nazionale: TV Azteca.

Sabato 20 agosto, i nomi dello stadio Corona, del club di calcio Santos e di Torreón, hanno fatto il giro del mondo attraverso Twitter e Facebook dopo una sparatoria che ha costretto a interrompere in modo brusco la trasmissione televisiva della partita Santos-Morelia .

I 18 minuti di panico generati dalla sparatoria intorno allo stadio hanno sepolto gli spot governativi alla vigilia della 5ª relazione di governo di Felipe Calderón.
Su YouTube, Google e Twitter sono circolate fotografie in cui si mostravano i fori d'impatto dei proiettili all’interno dello stadio che contrastavano con la versione delle autorità che insistevano nel dire che gli scontri erano avvenuti al di fuori dello stadio. Su Google la frase “sparatoria a Torreón” è stata linkata 207mila volte.

Un’altra dimostrazione recente dell’impatto delle reti sociali è stata quella di martedì 1º novembre: dieci minuti dopo che 150 poliziotti hanno represso una manifestazione di Indignados a Ciudad Juárez, è iniziato a circolare su YouTube un video, ripreso in varie reti sociali, in cui veniva documentata la brutalità delle forze dell’ordine comandate dal tenente colonnello Julián Leyzaola Pérez, capo della Polizia Municipale della città.
Migliaia di messaggi che esigevano la liberazione dei 29 giovani detenuti, sono circolati su internet.
Tre giorni dopo, il 4 novembre, il gruppo del PRD nel Senato ha promosso un punto di accordo in cui si esigeva dal governatore César Duarte e dal sindaco di Ciudad Juárez, Héctor Murguía Lardizábal, la scarcerazione dei giovani; inoltre si esigevano da loro le garanzie per esercitare la libertà d’espressione, di manifestazione e di protesta.

Mesi prima della repressione del 1º novembre, a Ciudad Juárez è stato fatto uno dei primi tentativi per bloccare i siti elettronici e le reti sociali che contraddicevano le versioni ufficiali sulla guerra al narcotraffico.

Il 14 marzo 2010, l’impresa Cablemás, filiale di Televisa e provider  internet in quella città, ha bloccato decine di portali di notizie, tra gli altri: l’Associazione dei Giornalisti di Ciudad Jhuárez, www.monitorpacj.com; i blog www.arrobajuarez.com, www.lapuertanoticia.com, www.lavozdejuarez.com, www.pulsopolitico.com e www.plataformafinanciera.com.

Facebook e Google: libertà limitata

Marne Levine, vicepresidentessa della Politica Pubblica Globale di Facebook, ha affermato che questa rete sociale ha già “più di 30 milioni di utenti” in Messico ed “è un buon meccanismo per esercitare la libertà d’espressione”.

Consultata da “Proceso” durante una sessione privata nel Senato della Repubblica del 4 novembre, Levine ha ammesso che l’apertura nelle reti sociali “comporta qualche rischio”, anche se ha insistito sul fatto che l’istituzione per cui lavora sarà sempre a favore della libertà d’espressione.

Levine ha ricordato che in Medio Oriente, in mezzo alle proteste di gruppi sociali, si è verificato un fenomeno contraddittorio: “il governo era a favore dell’apertura, ma altri gruppi non erano d’accordo. Noi siamo sempre stati a favore di quest’apertura”.
In risposta alla critiche costanti e ai rischi che comporta l’apertura, Levine ha dichiarato che Facebook ha creato “alcuni strumenti” per conoscere l’ambiente politico in cui si susseguono alcune proteste nazionali con il proposito di identificarli.

Ha detto inoltre che sono stati creati nuovi protocolli informatici di sicurezza per impedire l’uso dell’informazione privata degli utenti (una delle critiche più frequenti  fatta a questa rete sociale), così come lo stabilire “link attivi di comunicazione nei siti”.

La nostra équipe monitora 24 ore su 24 ciò che si pubblica sulla rete. Se vediamo che c’è qualche problema, cerchiamo di verificare che cosa sta succedendo e fermarlo. Noi interveniamo”, ha dichiarato Lavine, che ha lavorato nell’amministrazione di Barack Obama come capufficio del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca.

Questa è la forma che abbiamo di lavorare non solo con i governi, ma anche con i legislatori e con i cittadini”, ha puntualizzato Lavine.

Il Messico è il quinto paese al mondo con il maggior numero di utenti di questa rete sociale che, a livello mondiale, ha già oltrepassato gli 800 milioni di utenti. Soltanto nell’ultimo anno la crescita del numero di utenti è stata del 62%, secondo dati della consulente Com Socore.
Mozelle W. Thompson, consulente legale e politico di Facebook ha dichiarato che internet è diventato una piattaforma a favore della libera informazione ed “è magnifico che Facebook possa essere utilizzato per difendere la libertà d’espressione”.
A sua volta, il rappresentante degli Affari Governativi, Politica Pubblica e Responsabilità Sociale di Google, Manuel Támez, ha affermato che “non è internet a generare la violenza; internet è solo il riflesso di ciò che accade nella società”.

I partecipanti al foro chiamato “Il ruolo di internet in un contesto di violenza in Messico”, tenutosi alla fine di ottobre, hanno sottolineato che i tentativi di censura o di controllo delle reti sociali riflettono soltanto l’ignoranza delle autorità di fronte alla dinamica di questi media interattivi, autogeneratori di contenuti.

Castellón Fonseca, che ha partecipato a quell’incontro, ha dichiarato che, data la situazione di violenza che vive il paese “in molti stati federali le reti sociali e internet sono diventati anch’essi una forma di comunicazione e di protezione all'interno delle comunità”.
Questo comporta anche che la violenza , inclusa quella usata dallo Stato per reprimere il crimine, o quella usata dagli stessi criminali per eludere il controllo statale e combattere i propri avversari, comincia a diventare una tattica contro le reti sociali”, ha sottolineato il legislatore del PRD.

Occupy México e Occupy Televisa

Proprio attraverso Google, Facebook e Twitter - le tre reti sociali più consultate in Messico - si è propagato nel paese il movimento iniziato tre mesi fa negli Stati Uniti con il nome Occupy Wall Street. Soltanto su Google, la ricerca sui movimenti di “ocupas” o degli “indignados” produce già 173 milioni di link a pagine web.
Su scala nazionale, il movimento Occupy México ha 20mila link in Google e 848 follower in Facebook che hanno organizzato una pagina comunitaria da cui lanciano le loro convocazioni: dalla protesta alle porte della Borsa Messicana dei Valori, su viale Reforma, all’evento di sabato 5 novembre davanti alla sede di Televisa Chapultepec.

Occupy Televisa è nato attraverso decine di utenti Twitter fin dalla fine di ottobre. Tra le proposte che sono spuntate c’è quella di bloccare gli ingressi dell’impresa per impedirne l’accesso per un giorno ai suoi “professionisti della comunicazione”, così come quella di promuovere un black out dei canali di questa rete televisiva.
Su Facebook Occupy Televisa ha raggiunto gli 895 follower in meno di una settimana.

Anonymous si è sommato alla protesta, dichiarando in un video caricato su YouTube che “Televisa è la rabbia”.
L’ex socio di Emilio Azcárraga Jean, Simón Charaf, proprietario del Bar-Bar e promotore del nuovo blog www.televisaleaks.com, impeganto a denunciare i 100 abusi di Televisa, si è ugualmente associato al movimento. Il suo argomento è stato che la società di media tiene “sequestrati” i vertici dei partiti politici “utilizzando le frequenze televisive di cui siamo tutti proprietari, senza responsabilità né professionalità”.

Lo stesso 5 novembre è stata diffusa un’altra iniziativa nelle reti sociali in cui è stata convocata una manifestazione presso la sede del Faro de Playas di Tijuana per “promuovere la coscienza sociale, di equità e senza discriminazione, attraverso dei workshop e dei circoli educativi”.

In questo maniera il contagio del movimento degli indignados, sorto a maggio in decine di città spagnole, non solo ha attraversato l’Atlantico per riprodursi negli Stati Uniti, ma ha addirittura fatto irruzione nelle reti sociali messicane. 

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