Cina - La vita secondo Apple. La città-fabbrica di Foxconn dove si produce il 40% dell'elettronica mondiale per il grande pubblico

Primo fornitore mondiale di componenti elettroniche e primo datore di lavoro privato in Cina, al colosso taiwanese Foxconn sta ormai stretto il proprio gigantesco bunker di Shenzhen Longhua. Viaggio in Guangdong e Sichuan, luogo emblematico del suo risveglio industriale.

di Jordan Pouille da Le Monde Diplomatique/ il Manifesto giugno 2012

«È LA PRIMA VOLTA che parlo a uno straniero. Conosci Michael Jackson? Sul mio telefono ho tutte le sue canzoni!». Mezzanotte e mezza, di fronte all’ingresso di Hongfujin, una divisione di Foxconn dedicata all’iPod. Nell’umidità notturna di Longhua, alla periferia di Shenzen, un gruppo di cuochi ambulanti, il fornello a gas fissato al retro del furgoncino, sono venuti a fare concorrenza alla mensa aziendale. Si rivolgono alle migliaia di giovani in giacca rosa o nera che, a pancia vuota, lasciano il proprio posto di lavoro. Alcuni si mostrano incuriositi e ci avvicinano con fare candido e allegro. Per i clienti che mangiano al furgoncino di Bo Zhang, una porzione di spaghetti saltati viene 3 yuan (1).

Da solo, Bo ne prepara almeno mille al giorno. «I capi di Foxconn preferiscono tenere i lavoratori in fabbrica durante la pausa per il pasto. Così, appena arriviamo noi, questi bastardi fanno scendere il prezzo di una portata alla mensa a 1,50 yuan, invece dei soliti 4!» Bo Zhang è a sua volta un ex operaio di Foxconn, addetto all’officina di laminazione delle scocche metalliche dei MacBook. Si ricorda di una sala poco ventilata e rumorosa, del caldo soffocante, della polvere d’alluminio che ricopriva la pelle e i capelli. All’epoca, non soltanto gli operai ma perfino i quadri aziendali non avevano alcun contatto con la gerarchia taiwanese, che pure prendeva le decisioni. Le sue richieste di trasferimento, cosa poco sorprendente, venivano tutte rifiutate. Ha lasciato la fabbrica nel giro di un anno, nel maggio 2010. Per poterci meglio tornare. «Adesso, sono gli operai a darmi da vivere», dice divertito. E poco male se tra i suoi sgabelli in plastica si aggirano i ratti e il fumo della fabbrica si mescola all’odore sottile della salsa di soia.

Attorno al suo ristorante improvvisato non c’è alcuna guardia: solo una folla di giovani stanchi, che preferisce la convivialità di Bo alla stretta disciplina che regna all’interno di Foxconn, al di là delle porte di sicurezza. A quel che dicono, le umiliazioni e le punizioni da parte dei capireparto sono finite dopo lo scandalo dei suicidi in serie, nel corso del primo semestre del 2010 (2). «I dirigenti sono molto più discreti. In effetti, nemmeno si sentono più. Se uno ha la mente salda, questa vita è gestibile. Io lavoro in piedi, ma ho una pausa di dieci minuti ogni due ore», ci racconta Yang (3), 21 anni e secco come il tralcio di un vitigno. Il suo compagno Cao Di si ricorda delle vessazioni del passato: «Se gli obiettivi di produzione non venivano raggiunti, dovevamo rimanere in piedi davanti a un muro per sei ore a riflettere sui nostri errori». Il regolamento resta comunque severo: «Naturalmente, dobbiamo lasciare sempre i telefoni cellulari all’ingresso, e non possiamo né andare in bagno né bere un sorso d’acqua durante il lavoro». Bisogna aspettare le pause. Tra tutti e due, riescono a imballare ottomila iPad al giorno, lavorando dalle 8 alle 19. «A partire – precisa uno con fierezza – da quelli della prima generazione, nel 2010».

Risse tra guardie e lavoratori

È QUI, A LONGHUA, che il fondatore taiwanese di Foxconn, Terry Tai-ming Gou, ha costruito la sua prima fabbrica in Cina, nel 1988. Avviluppati in un bunker di tre chilometri quadrati circondato dai dormitori, 350.000 operai vi lavorano giorno e notte per fabbricare stampanti e cartucce Hewlett Packard (Hp), computer Dell o Acer, lettori Kindle di Amazon, Playstation di Sony e tutti i prodotti della gamma Apple; ed è proprio per far fronte all’insaziabile domanda mondiale di questi ultimi che Foxconn ha realizzato due impianti supplementari, ancora più grandi: uno nel Sichuan, per l’iPad, e l’altro, nell’Henan, per gli iPhone. Nel primo caso, la produzione è stata avviata il 30 settembre del 2010, nel secondo ad agosto 2011. I nuovi stabilimenti danno lavoro a circa 200.000 operai ciascuno.

Da stamattina, a Shenzhen, un gruppo di uomini in abito scuro, si sfida, imperturbabile, a carte, in una sala piena di fumo. Di tanto in tanto, i giocatori buttano un occhio distratto in direzione dello schermo che ritrasmette le immagini della telesorveglianza. Gestiscono una decina di dormitori dalle facciate piastrellate, come ce ne sono dappertutto in città. I loro sono separati dall’officina B4 della fabbrica Foxconn da due strade a quattro corsie, percorse a qualunque ora dai camion. Dall’ultimo piano, attraverso le inferriate delle finestre, si possono scorgere alcuni giovani nell’atto di impilare dei cartoni di colore nero e verde – i colori della marca Acer.

Questi amministratori sono incaricati di raccogliere, per conto di un ricco proprietario, gli affitti di dodicimila operai ammassati in millecinquecento camere. Lavatrici e distributori d’acqua potabile sono installati fuori, fra i sacchi dei rifiuti domestici, gettati dalle finestre e subito sventrati dai cani randagi. Le saracinesche del pianterreno nascondono una miriade di internet café illegali e sale per il gioco online a 1 yuan l’ora, aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, dove i giovani operai possono venire a svagarsi.

Poiché, mancando lo spazio, Foxconn non ospita che un quarto della propria manodopera – in un «campus con piscina olimpica, palestre e ospedali», dichiarano i comunicati stampa –, la stragrande maggioranza del personale è costretta a occupare dei dormitori privati costruiti in fretta e furia, appiccicati gli uni agli altri, su lotti senza nemmeno i nomi delle strade. Gli operai si trovano così alla mercé di commercianti di ogni genere e di albergatori avidi, sui quali l’azienda taiwanese non esercita alcun controllo. Grazie alla telesorveglianza, i gestori privati sono riusciti a sorprendere qualcuno nell’atto di gettare un mozzicone per le scale e a inviargli subito una guardia per coglierlo sul fatto. Sulla base del regolamento affisso in tutti i corridoi, il malcapitato è passibile di un’ammenda non trattabile di 20 yuan. A Longhua, il mantenimento dell’ordine è prerogativa delle società di sicurezza private: dei bellimbusti in uniforme di polizia, ma senza armi né distintivo. Come coloro che sono deputati a sorvegliare, sono immigrati, reclutati davanti alla fabbrica. Anche la paga è la stessa; a separarli c’è solo un berretto.

All’entrata di officine, magazzini e dormitori, sono pronti a infliggere multe da tutte le parti, controllare badge e frugare negli zaini. Una chiamata d’emergenza alla polizia, e sono loro i primi ad arrivare. La maggior parte si pavoneggia a bordo di biciclette mountain bike, dalle sirene rosse e blu fissate al posto del portabagagli. La sera, si piazzano alle estremità di ogni strada, con tutte le luci accese, simulando dei blocchi di polizia per poter meglio controllare i flussi. A volte, fra operai e guardiani scoppiano delle risse, e in questi casi spetta alla polizia intervenire. «Le forze dell’ordine, quelle vere, si muovono solo se viene loro segnalato un assembramento anomalo. In tal caso, si mettono a filmare uno per uno i capi, e questi ragazzini finiscono per disperdersi», racconta un commerciante. Dai loro sofisticati pick-up, i poliziotti di Longhua azionano una telecamera girevole.

La loro ossessione sono i tentativi, ricorrenti nella provincia, di manifestazioni; mentre, in compenso, sono molto più tolleranti rispetto agli innumerevoli bordelli camuffati da karaoke o in centri per massaggi. Altrettanto falsi sono i diplomi, le patenti e le carte d’identità proposti da diverse pubblicità. Un vero flagello, a detta di Foxconn: «Non siamo voluti mai ricorrere al lavoro dei minori. Se alcuni casi si sono verificati, è perché dei lavoratori hanno utilizzato documenti falsi e si dicevano più vecchi dell’età che avevano», ha già detto l’azienda. Delle verifiche condotte da Apple nel 2011 hanno evidenziato la presenza di bambini presso cinque dei suoi fornitori (4).

In questa città-fabbrica, a sedurre gli operai che aspirano a una riqualificazione, ecco strambe scuole di «formazione continua». È il caso di Guo Tan, 25 anni, da due anni addetto alla verniciatura delle scocche dei telefonini Nokia. Suo fratello lavora in una fabbrica di accendini del Zhejiang; sua sorella a Dongguan (Guangdong), in una fabbrica di pantofole.

Dopo il Capodanno cinese, ha seguito un corso di «marketing online» in un istituto che a Longhua ha un’attività ben avviata, che gli prometteva una nuova carriera e un nuovo inizio: «Mi sono voluto riqualificare perché passo dagli orari notturni a quelli di giorno ogni mese, talvolta ogni due settimane, senza preavviso, cosa che mi impedisce di dormire correttamente». Guo lavora dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Per l’esorbitante cifra di 4.000 yuan, ossia più del doppio del suo salario di base, ma «pagabili a rate», si è regalato tre ore di corso al giorno, quattro giorni alla settimana, per due mesi, con il premio finale di un bel certificato. Il documento però non è un diploma e la formazione acquisita non è riconosciuta da nessuna delle imprese cinesi in cui vorrebbe essere assunto. Originario del Guizhou, una delle province più povere del paese, Guo ha un obiettivo: «Vorrei tornare a casa con una compagna e abbastanza soldi per mettere su la mia piccola attività ed essere l’unico amministratore di me stesso. Questo rassicurerebbe i miei genitori». Costretto a rimettere in sesto i suoi conti, dovrà restare alla Foxconn ancora per un po’.

Bibite energetiche, peluche giganti e bigiotteria

A LONGHUA, l’ingenuità della manodopera è pari solo al suo appetito consumista. Fin dall’uscita dalla fabbrica, gli operai sono immersi in un universo di tentazioni a buon mercato. I dormitori più vicini alle uscite della fabbrica (Nord, Sud, Est, Ovest) sono tappezzati di pubblicità luminose e sonore di telefonini e bevande energetiche. Per la strada, i ragazzi sono adescati da voci al megafono: offrono loro peluche giganti, gioielli di bigiotteria... perfino giacche aziendali Foxconn contraffatte, a 35 yuan cadauna, «se gli capita di perdere quella fornita dalla direzione il giorno dell’assunzione e che devono obbligatoriamente portare sei giorni su sette», dice la venditrice. Più lontano, su Minging Lu, un tatuatore ha installato la sua apparecchiatura elettrica vicino a un lampione. Nemmeno i nuvoloni di polvere sollevati dal continuo passaggio dei camion riescono a distrarlo. Per 300 yuan, è pronto a tatuare temibili dragoni sul torso o la schiena degli operai. Quando viene il loro giorno di riposo settimanale o mensile, se hanno totalizzato abbastanza ore di straordinario, i lavoratori fanno la fila davanti al parrucchiere o affittano dei pattini per andare a scaricare la fatica accumulata nella piazza principale. Nascosti sotto gli striscioni che vantano l’«armonioso sviluppo» di Longhua, degli altoparlanti diffondono la loro musica preferita.

Lontano dal baccano, sopra un magazzino di coperte, risuonano gli inni di un chiesa evangelica, sfuggita forse all’ufficio per gli affari religiosi di Shenzhen. «Dio vi chiama», si può perfino leggere a caratteri verdi e rossi sulla finestra del primo piano. Da quando ha aperto, cinque anni fa, alcuni operai di Foxconn vi vengono a pregare, piangere e cantare, giorno e notte. Le loro donazioni hanno permesso già di acquistare un piccolo pianoforte e finanziare gli spostamenti di un pastore di base a Dongguan. Niente che possa turbare le autorità per il momento.

Poi, nell’aprile 2011, miracolo! La metropolitana è finalmente arrivata a Longhua. Ogni otto minuti, un convoglio climatizzato si ferma alla stazione di Qinghu, in corso Heping Lu, e porta i giovani operai fino a Lohuo, il quartiere animato di Shenzhen, al confine con Hongkong. «Ci sono sempre più traffico, tentazioni e insicurezza», riassume Sunny Yang, un ingegnere di ritorno da una serata di badminton tra amici. Vive a Longhua con sua moglie e sua figlia di due anni e sopporta sempre di meno la confusione della città-fabbrica. «Anche se – si sente in dovere di aggiungere – resta una città ricca di opportunità per i laureati».

Confortante, agli occhi di Yang, è invece l’apparizione nei dormitori di una popolazione più pacifica: gli anziani, che passano le loro giornate tranquillamente seduti attorno ai radi campi da gioco, servendosi delle reti metalliche come stenditoi per abiti... da bambini.

Questi sessantenni non hanno traslocato in mezzo alle fabbriche per piacere, ma perché i loro «lavoratori ragazzini», operai di Foxconn, li hanno dovuti chiamare a prendersi cura dei propri figli. Questa è, ad esempio, l’idea di Lei, 23 anni, originaria dell’Hunan e madre di un bambino di due anni e mezzo: «Anche i miei genitori erano operai immigrati nella regione, e il loro hukou rurale [passaporto interno] non mi permetteva di essere iscritta a scuola lì [gli immigrati non hanno gli stessi diritti dei residenti, specie per quanto riguarda l’accesso ai servizi pubblici]. Allora mi hanno lasciato al villaggio. Per tutta la mia infanzia, non li ho visti che una volta all’anno, per il Capodanno cinese. Non voglio che mio figlio viva la stessa solitudine. Voglio fargli avere un’istruzione sul posto, anche a costo di pagarne il prezzo», afferma la giovane donna, che ci fa visitare la sua modesta dimora.

Per il momento, in famiglia vivono in tre in una stanza di nove metri quadrati, per 350 yuan al mese. Appena lo spazio sufficiente per i materassi, il televisore e il passeggino del piccolo. Il marito di Lei assembla telefoni fissi Cisco, dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Guadagna bene: fino a 4.000 yuan al mese. Lei ha smesso di lavorare quando ha avuto il bambino. Adesso è incinta di cinque mesi. Dopo la nascita del secondo figlio, farà venire i suoi genitori pensionati e ricomincerà a lavorare, per raddoppiare le entrate domestiche.

Che ne pensano gli anziani che hanno già lasciato la campagna? «È vero che ci si annoia un po’ qui, l’aria è inquinata, le strade sporche, non c’è spazio per coltivare il proprio orto e ci si sente un po’ sotto sorveglianza con tutte queste guardie», sospira la signora Jiang, 63 anni. Insieme ad altre persone, oggi aspetta un fattorino da Hongkong per del latte maternizzato d’importazione, «garantito senza melammina».

A Longhua, molte madri e future madri sono ben consapevoli del proprio corpo e dei loro diritti, circostanza che ha l’effetto di infastidire i loro superiori in fabbrica. «Quando ho saputo di essere incinta, il mio caporeparto mi ha fatto aspettare dieci giorni prima di esentarmi dal passaggio al metal detector. E, quando ho chiesto di cambiare reparto, ha rifiutato. Ho dovuto convincere un suo superiore», dice divertita una giovane donna. Incinta di otto mesi, Jun Hao è ora addetta all’etichettatura delle scatole per computer: «Attacco autoadesivi per 3.000 yuan al mese. Non è forse giusto?»

Dopo il parto, avrà diritto a un congedo per maternità di tre mesi: «Mia madre non ci ha creduto neanche per un secondo, ma nel contratto c’è». Nella Cina continentale, alle donne si prospettano novanta giorni di maternità al 100% del salario mensile medio dell’anno precedente, vale a dire ventotto giorni in più che a Hongkong. Un obbligo facile da far rispettare nella funzione pubblica e nelle grandi aziende di stato cinese, molto meno nel settore privato, riconosce il quotidiano ufficiale China Daily (5).

Da dove può venire una tale presa di coscienza da parte di Jun? Dalle ore passate sui forum di discussione femminile, attraverso i computer degli innumerevoli internet café? C’è da dubitarne, vista la misura in cui questi luoghi sono di pertinenza esclusiva degli uomini, ossessionati dai giochi in rete. Forse viene piuttosto dalle campagne d’informazione condotte da qualche ospedale, come il centro ginecologico Huaai di Longhua. È qui che, protetti dall’anonimato, le operaie e i loro compagni vengono fino a tarda sera per raccogliere ogni genere d’informazione sulla maternità o la contraccezione.

«Tanto più conosceranno i loro diritti, tanto più facilmente faranno dei progressi, e non solo sui salari (6). Per Shenzhen è una garanzia di stabilità», dicono in ospedale. Una precisazione davvero stupefacente: malgrado la decorazione rosa bonbon, questo istituto di sanità beneficia infatti di un partenariato con l’Esercito popolare di Liberazione (Epl). La maggior parte dei medici sono ufficiali. Si rimane sbalorditi di fronte ai pannelli illustrati di educazione sessuale affissi lungo i marciapiedi, che però un guardiano ci vieterà di fotografare. Vi si legge: «L’omosessualità è un fenomeno culturale come il sadomasochismo. Un fenomeno che non è ancora giunto alla piena maturità in Cina», un modo per dire che la società cinese non sarebbe affatto preparata ad accettare l’omosessualità.

Quando arrivano con il loro fagotto davanti all’imponente centro di reclutamento, vicino alla porta Nord, i giovani migranti scoprono gli slogan di benvenuto: «Realizzare i propri sogni», «Fare fortuna». Possono contemplare le gigantografie in cui operai euforici sono vestiti come studenti di un campus universitario americano, con i cappelli «tocco» sulla testa. Più pragmaticamente, un cartello rosso, ricorda che «non serve né un titolo né soldi per trovare posto in azienda»: ai reclutatori non dispiace. Se rimangono senza incarichi, possono sempre promettere un posto agli scombussolati canditati che scendono dalla metro, mentendo su salari e orari.

Pixian, solo casa e azienda per gli operai 

ORMAI, per conservare la propria manodopera, Foxconn deve vedersela con i padroni delle piccole fabbriche, che non esitano ad affiggere le loro offerte di lavoro fino alle porte dei dormitori, né ad allinearsi ai salari in vigore a Longhua. Approfittando dell’ambiente high-tech dell’area industriale, questi imprenditori vengono per fabbricare i loro telefoni, destinati ai modesti mercati delle piccole città o delle campagne cinesi. «Quello che perdiamo in termini di costo del lavoro, lo recuperiamo sull’unità di prodotto, perché vendiamo direttamente al consumatore», spiega un uomo d’affari incontrato nel magazzino della fabbrica Samzong – naturalmente da non confondere con Samsung. Del resto, anche i telefoni Kpt, ispirati al Blackberry, e gli Ying Haifu, simili ai Nokia, sono prodotti a Longhua. Probabilmente nelle stesse fabbriche «in affitto» pubblicizzate negli annunci dipinti sui muri.

Lasciamo Shenzhen Longhua e il suo universo spietato con il sentimento che, al di là dei loro rigidi orari di lavoro, Foxconn non abbia più molta presa sui suoi soldatini dell’elettronica. Tempo libero, sonno, formazione, spiritualità, alimentazione, potere d’acquisto e spostamenti: sono tutti domini che gli attori esterni sanno sfruttare, spesso in maniera predatoria, a volte benevola.

Raggiunto al telefono, Louis Woo, portavoce dell’azienda, conferma questa tendenza senza condannarla: «Non possiamo più controllare questa nuova generazione di operai che ha scelto di vivere e realizzarsi insieme agli altri ragazzi. Sappiamo ormai che la loro ossessione non è più quella di tornare a casa. Anche se non disdegnano di stare più spesso con le loro famiglie, vogliono vivere, consumare e realizzarsi in mezzo a quelli come loro, fra ragazzi».

Forte di questa lezione, il produttore taiwanese ha scelto di proseguire la sua espansione altrove, verso l’interno del paese, in province sicuramente distanti dai grandi porti mercantili ma anche ricche di territori vergine in cui è possibile ripensare un complesso industriale dalla A alla Z, e dove gli amministratori locali gli stendono tappeti rossi.

Come a Pixian – a più di duemila chilometri da Shenzhen –, alla periferia di Chengdu (provincia del Sichuan), dove Danone imbottiglia la sua acqua Robust e Intel fabbrica i suoi processori. Il 16 ottobre 2009, ossia ancora prima dell’ondata di suicidi del primo semestre 2010, viene siglato con le autorità del Sichuan un impegno d’investimento congiunto. Il cantiere prende avvio il 25 luglio 2010, mentre a produrre si comincia il 30 settembre. Ma, sette mesi più tardi, si verifica un’esplosione mortale, dovuta a un difetto strutturale del sistema di ventilazione, secondo un’inchiesta del New York Times, che descriveva nei particolari le condizioni di lavoro degli operai di Chengdu (7).

Foxconn vi produce ormai dodici milioni di iPad a trimestre, vale a dire i due terzi della sua produzione totale, ripartiti fra tre officine e cinquanta linee di produzione spalmate su un perimetro di quattro chilometri quadrati.

Qui non ci sono né rumorosi bordelli né pacchiani karaoke, né pubblicità luminose né fabbriche di telefonini contraffatti o chiese evangeliche: gli operai si spostano docilmente in una città-fabbrica nuovissima, asettica, di architettura neostaliniana. Strade a doppio senso e tre carreggiate collegano le massicce officine A, B, C alle porte dei dormitori 1, 2 e 3. Il servizio navetta, di giorno come di notte, è garantito dagli autobus articolati della città di Chengdu – a lenta andatura, in modo da sfuggire agli autovelox. Con betoniere, camion di trasporto merci e auto della polizia, sono gli unici veicoli che si vedano circolare a Pixian.

Questo complesso industriale appena nato, costruito in tempi record – settantacinque giorni – da Jiangong, una società controllata dalla città di Chengdu, si colloca in una nuova zona franca, esente dunque dall’imposizione fiscale. Il trasferimento di Foxconn viene descritto nella stampa locale come «il progetto numero 1 del governo del Sichuan». Solo per la bella faccia di Ming Gou, le autorità hanno costruito sei nuove strade, due ponti, 1,12 milioni di metri quadrati di superficie abitabile per gli operai. Hanno speso 2,2 miliardi di yuan in indennità di espropriazione per diecimila famiglie, i cui quattordici villaggi sono stati rasi al suolo nell’agosto 2010 (8).

Le nuove officine Foxconn non sono nient’altro che austere costruzioni bianche perforate da migliaia di piccole finestre oscurate. Si stendono lungo due strade dai nomi evocativi: Tian Sheng lu («Cielo Vittoria») e Tian Run lu («Cielo Profitto»). Attorno alle fabbriche non è stata sistemata alcuna rete antisuicidio, come c’è a Longhua. La manodopera, più giovane, è sicuramente peggio pagata – il salario base è di 1.550 yuan contro i 1.800 di Shenzhen –, ma è in gran parte del posto e può fare visita alla famiglia più facilmente.

«Culturalmente, Chengdu non ha niente a che vedere con Shenzhen, che è una città composta esclusivamente di immigrati. La nostra fabbrica di Longhua conta per esempio un 20% di giovani provenienti dall’Hunan e un 10% dal Sichuan. Ma qui, i lavoratori del Sichuan sono tra loro e sono quindi più rilassati. E poi la gente del Sichuan è nota per il suo calore umano. Ci sono talmente tante sale da tè», si entusiasma Louis Woo, portavoce di Foxconn. Che i suoi operai trovino però il tempo di andare lì a svagarsi non è sicuro.

Secondo le testimonianze raccolte sul posto, le autorità locali si incaricherebbero loro stesse del reclutamento – una prova di quanto a Chengdu abbiano preso sul serio questo progetto. A ciascun villaggio della provincia del Sichuan vengono anzi imposte delle quote di lavoratori da fornire a Foxconn. «Ho accettato l’offerta del capo del partito del paese in cambio di un’agevolazione amministrativa: ha fatto accelerare le mie pratiche di matrimonio con la mia compagna, originaria di una provincia vicina. Ma non si tratta di lavoro forzato. Posso licenziarmi quando voglio, senza che il nostro paese smetta di ricevere le sovvenzioni dal governo della provincia», dice Yang, addetto ai magazzini.

Perfino gli studenti di informatica sono stati mobilitati per fare i loro stage alla Foxconn. «Questi metodi sono provvisori e corrispondono a una fase iniziale dello sviluppo. Gli operai non ci conoscono e non verrebbero da sé a fare la coda al centro di reclutamento. Ecco perché bisogna andarli a cercare», dicono alla Foxconn. Nell’azienda, il turnover è elevato. Ventiquattromila operai (cioè quasi il 7% della manodopera ogni mese) a Shenzhen Longhua, afferma il Daily Telegraph (9). A Chengdu potrebbero essere molti di più: «Quando alcuni amici hanno hanno deciso di andarsene, un direttore della risorse umane ha chiesto loro di aspettare. Doveva gestire già quarantamila lettere di licenziamento», ci confida un lavoratore.

Battezzati «Gioventù gioiosa», ma riempiti di guardie, i dormitori di Pixian hanno fino a diciotto piani. Ragazze e ragazzi sono separati. Queste strutture si trovano ripartite tra i quartieri di Deyuan, Shunjiang e Qingjiang. Ciascun complesso di dormitori è dotato di mensa, un supermercato senza alcolici in vendita, internet café, distributori di biglietti, tavoli da ping-pong e campi da badminton. Ciascuna camerata ospita da sei a otto persone – per un affitto mensile di 110 yuan – e dispone di una sala con cabine doccia e bagni. Per far risparmiare tempo ed energie ai lavoratori, a recuperare il bucato è un’impresa di pulizie.

Apprezzatissimo dai giovani operai di Pixian, l’internet café offre un arredamento curato, aria condizionata e comode poltrone. Gli schermi dei computer ostentano il logo Foxconn. Il prezzo della connessione raddoppia dopo un’ora, inducendo gli operai a non trattenersi troppo a lungo. Ad avere diritto di cittadinanza sono solo negozi in franchising simili a quelli delle grandi città, come Family Mart. «Una volta fuori dalla stanza o dalla fabbrica, la vita diventa piuttosto cara», si duole Cheng, la cui giornata è regolata come uno spartito musicale.

«Mi alzo alle sei, prendo l’autobus alle 6.40 e inizio la mia giornata in fabbrica alle 7.30. Siccome lavoro fino alle 20.30, arrivo a casa solo alle 21.10. Così mi rimane un’ora da sfruttare prima dello spegnimento delle luci». Fuori, i venditori ambulanti di spaghetti e spiedini giocheranno tutta la notte al gatto e al topo con i poliziotti alla guida di macchinine per campi da golf.

È lo stesso genere di paesaggio che hanno realizzato nella periferia di Chongqing, a trecento metri da Chengdu. Foxconn trasferisce qui una parte del suo reparto stampanti Hp di Shenzhen. La produzione stenta a mettersi in moto, e già le navette dell’università di Chongqing conducono la marea di studenti requisiti per uno stage obbligatorio in fabbrica. Probabilmente si uniranno ai diecimila operai del reparto Hp di Shenzhen che hanno accettato di tornare nella loro provincia natale, come Pan Fang, 22 anni, e i suoi amici. La loro nuova stanza conta otto letti numerati e otto sgabelli. La prima impressione è positiva: «Qui l’aria è meno inquinata, e Foxconn ci ha fatto installare l’acqua calda, il climatizzatore e anche un televisore». Sanno già che il loro lavoro sarà lo stesso: assembleranno seicento stampanti al giorno ciascuno. E sperano che anche il loro salario seguirà...

* Giornalista, Pechino.
(1) 1 yuan = circa 0,12 euro.
(2) Tra gennaio e maggio 2010, tredici giovani operai hanno tentato di mettere fine alla propria vita; ci sono riusciti in dieci. Si legga Isabelle Thireau, «I “cahiers de doléances” del popolo cinese», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2010.
(3) Alcune tra le persone incontrate non hanno voluto dare il loro nome, spesso per timore di rappresaglie.
(4) «Apple Supplier Responsibility Report. 2012 progress report», Apple.com
(5) «“Soft welfare” needs supervision», China Daily, Pechino, 26 aprile 2012.
(6) Dal 2009, il salario base dei 350.000 operai di Longhua – esclusi premi e straordinari – è raddoppiato, passando da 900 a 1.800 yuan.
(7) «In China, human costs are built into an iPad», The New York Times, 26 gennaio 2012. L’inchiesta ha indotto la Apple ad aderire all’organizzazione non governativa Fair Labor Association.
(8) Nanfang Zhoumo, Canton, 10 dicembre 2010.
(9) «“Mass suicide” protest at Apple manufacturer Foxconn company», The Daily Telegraph, Londra, 11 gennaio 2012.
(Traduzione di Fran. Bra.)

 

L’impero venuto da Taiwan

WUHAN, Chegdu, Zhengzhou, Chongqing, Shanghai, Ningbo e Tientsin: in tutto, Foxconn possiede una ventina di fabbriche cinesi di ogni dimensione. Dalla console per i videogiochi allo Smartphone 4 G, il 40% dell’elettronica mondiale destinata al grande pubblico è prodotta in Cina dall’industria taiwanese, che dà lavoro a più di un milione di operai, la cui media d’età è di 27 anni, secondo le verifiche di Fair Labor Association (1). Questi lavoratori passano in fabbrica dalle cinquantasei alle sessantuno ore alla settimana. La loro paga può arrivare fino a 4000 yuan al mese (poco meno di 500 euro). Ma Foxconn è presente anche fuori dalla Cina, con una fabbrica di assemblaggio di televisori Sony anche in Slovacchia. Oggi, la multinazionale dà ormai il via alle sue produzioni in India, Malesia e Brasile. A 61 anni, Terry Tai-ming Gou, il suo fondatore, detiene il 30% delle quote e figura al centottantaquattresimo posto nella classifica 2012 dei grandi patrimoni stilata dalla rivista Forbes. Poiché Foxconn non fa altro che assemblare i componenti acquistati dai suoi clienti, per poi controllare la qualità del prodotto finale, la manodopera, e non il materiale, rimane la sua prima fonte di spesa... così come la sua principale forza. Di qui l’importanza di una integrazione verticale, nella quale dei bisogni dei lavoratori si fa carico il datore di lavoro. Tuttavia, il recente annuncio di un massiccio arrivo di robot lascia presagire un cambiamento di tattica, almeno a Shenzhen. E’ quanto conferma Louis Woo, portavoce della società: «Non possiamo abbandonare Shenzhen perché, anche se là i salari sono più elevati che altrove in Cina, questa città ha finito per diventare una vera calamita per talenti, soprattutto grazie alle università. Condizioni nelle quali possiamo pensare di fare ricerca e sviluppo per conto nostro. Attività che richiedono macchinari sofisticati».  

(1) «Foxconn investigation report», Washington, DC, 29 marzo 2012

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