Monza - Minacce e intimidazioni nel processo ai figli del boss. Il Pm scrive al questore

di Stefania Totaro da il Giorno

IL PM della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano si sente minacciato e scrive al Questore di Milano Luigi Savina.
A firmare la lettera, inviata anche al comandante dei carabinieri di Monza e al dirigente del nucleo scorte, è Marcello Musso, che rappresenta la pubblica accusa al processo al Tribunale di Monza che vede i fratelli Giovanni e Vincenzo Miriadi, figli di Assunto Miriadi, ucciso a colpi di kalashnikov a Vimercate negli anni ‘90, imputati a vario titolo insieme al cugino Mario Girasole e a un altro giovane, Isidoro Crea, di tentato sequestro di persona a scopo di estorsione e tentata estorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso, aggiunta proprio da Musso, che nella sua requisitoria ha chiesto condanne da 27 a 12 anni di reclusione. Un processo alle ultime battute (oggi riprendono le arringhe dei difensori degli imputati) dove la tensione si taglia a fette tra parole e atteggiamenti di pesante conflittualità tra le parti.

TANTO che già la presidente del collegio giudicante monzese Letizia Brambilla l’estate scorsa ha sospeso l’udienza e poi deciso che in aula ci fosse sempre presente un carabiniere. Nella sua missiva il pm fa ora riferimento ad «atteggiamenti se non minacciosi certamente intimidatori e provocatori posti in essere tra il numeroso pubblico composto non solo dai parenti dei detenuti ma da numerosi personaggi interessati a seguire il processo». E racconta di episodi ritenuti inquietanti, avvenuti nel piazzale fuori dal tribunale, che hanno allarmato la sua stessa scorta. L’autista e l’appuntato «hanno sentito pronunciare parole di minaccia nei confronti del pm da parte del pubblico». Gli imputati (tutti sono ancora detenuti in carcere tranne Isidoro Crea) sono stati arrestati nel dicembre scorso perché accusati di avere tentato di estorcere denaro all’imprenditore edile vimercatese Giuseppe Malaspina, un uomo dal passato tormentato da diversi conti con la giustizia poi tutti pagati e ora alle prese con una procedura di fallimento di una delle sue società. Sotto accusa diversi episodi. Quello più grave, del novembre 2011, contro il fratello Carlo Malaspina: una sera, mentre rientrava a casa, quattro uomini incappucciati hanno cercato di rapirlo e di caricarlo in auto. La resistenza di lui li ha fatti desistere, ma l’uomo ha riportato fratture a un braccio e a una gamba. E poi sei colpi di pistola contro la sede dell’impresa edile Gimal di Vimercate, una bottiglia di benzina lasciata sul tavolo dell’immobiliare Progeam di Vimercate, legata ai Malaspina, colpita poco dopo dall’esplosione di un ordigno.

RAGIONE della tentata estorsione, secondo la pubblica accusa, un terreno di via Pellizzari a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 per edificare. Appartenuto a una società della famiglia Miriadi, negli anni ‘90 era stato messo all’asta in seguito al fallimento dell’impresa. Ma i due fratelli Miriadi avrebbero preteso, secondo l’accusa, prima la restituzione del terreno e poi 12 milioni di euro. Tutte accuse negate dagli imputati, che sostengono di non avere mai minacciato nessuno e di avere soltanto voluto dagli imprenditori i soldi che spettavano loro per del materiale edile rimasto nel terreno. I due fratelli si sono costituiti parti civili al processo. Giuseppe Malaspina ha dichiarato che intende devolvere l’eventuale risarcimento dei danni a Telethon.
stefania.totaro@ilgiorno.net

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