Desio - L'azienda confiscata a Vivacqua rischia il crac. «Lo Stato pretende le tasse evase dall'imprenditore ucciso»

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Era l’impresa che faceva da schermo a un patrimonio milionario. I beni occulti di Paolo Vivacqua, imprenditore agrigentino (e parecchio chiacchierato) ucciso a colpi di pistola nel suo ufficio di Desio nel 2011, erano mimetizzati da una selva di società fittizie intestate anche ai tre figli e «cartiere » buone solo a emettere fatture false per evadere il fisco.

La sola impresa davvero «operativa» era la FV Metalli di via Marconi a Gessate. Commercio di rottami e metalli. Le indagini successive all’omicidio fecero scoprire un giro di false fatturazioni per 200 milioni di euro. La FV Metalli è stata sequestrata nel maggio 2012 e, in tempo record (19 mesi) confiscata dallo Stato. Oggi — è di dieci giorni fa l’arresto dei mandanti del delitto di Paolo Vivacqua e della consuocera uccisa un anno più tardi — l’azienda tolta al clan criminale dà lavoro a otto famiglie. Gli affari, nonostante il pesante scossone iniziale che ha allontanato fornitori e clienti, sono ripresi e addirittura aumentati. Merito dell’ex amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, Stefano Silvotti , e d e l l ’ attuale amministratore, Andrea Dell’Aquila, che sono riusciti nella difficilissima impresa di non liquidare l’azienda. E anzi, in questo modo hanno garantito allo Stato un guadagno notevole: lo scorso anno la FV Metalli ha pagato all’Erario, tra contributi e tasse, 800 mila euro.

Il problema è però di pochi giorni fa: l’Agenzia delle entrate ha notificato all’amministratore della FV Metalli un accertamento fiscale per l’iperbolica cifra di 12 milioni di euro. Somma che si riferisce alle tasse evase dall’azienda quando era nelle mani dell’imprenditore ucciso. Si tratta di fatto solo del primo passo dell’Erario nei confronti della società perché sono pronte a partire altre richieste di tasse arretrate e sanzioni per oltre cento milioni di euro. Soldi che lo Stato chiede assurdamente a se stesso. Operazione che porterà come unico epilogo al fallimento della FV Metalli.

Ora l’amministratore Dell’Aquila ha fatto ricorso contro questo primo accertamento della Agenzia delle entrate. Una soluzione potrebbe arrivare dal codice antimafia (D.Lgs 159/2011) che prevede che i crediti erariali si estinguano per confusione (art. 1253 c.c.) in ipotesi di confisca di beni, aziende e partecipazioni societarie. Il guaio è che la più logica delle soluzioni (debitore e creditore che diventano lo stesso soggetto estinguono l’obbligazione), è purtroppo non priva di un fondamento giuridico: sono state confiscate le quote sociali della FV Metalli, non l’azienda, pertanto a potersi estinguere sarebbero, secondo l’Agenzia delle entrate, solo eventuali debiti erariali riferiti alle quote societarie e non quelli in capo alla azienda.

A tutto questo si dovrebbero in ogni caso aggiungere le spese legali (la società è formalmente nelle mani dell’Agenzia dei beni confiscati) che, quando ci sono in gioco somme così consistenti, sono naturalmente a sei zeri. «Serve una soluzione che tuteli l’azienda, che ha una acquisito una quota di mercato e di business di tutto rispetto, e le famiglie degli otto lavoratori », dicono gli amministratori. Il futuro della FV Metalli, azienda strappata alla criminalità, sembra ormai segnato. Con buona pace di chi parla di lotta alle mafie e alla criminalità.

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