Omicidio Vivacqua - "La Biondo deve rimanere in carcere: sono i mandanti del delitto"

di Stefania Totaro da il Giorno

«UN GRAVE QUADRO indiziario nei confronti di tutti gli indagati» contro cui sussistono «tutte le esigenze cautelari».
Per questi motivi i giudici del Tribunale del Riesame di Milano hanno negato la scarcerazione dei due presunti mandanti dell’omicidio di Paolo Vivacqua (il «rotamat» milionario siciliano ucciso il 14 novembre 2011 con sette colpi di pistola nel suo ufficio di Desio), l’ex moglie della vittima Germania Biondo e il suo presunto amante, l’investigatore privato Diego Barba e del presunto intermediario Salvino La Rocca, che avrebbe assoldato, con la promessa di 60mila euro, i due presunti killer Antonino Giarrana e Antonino Radaelli.
Questi ultimi due non hanno presentato alcun ricorso per la scarcerazione perché si trovano già in carcere dopo le condanne per l’omicidio della consuocera di Vivacqua, Franca Lo Jacono, uccisa un anno fa a coltellate nel garage del suo appartamento a Desio perché ritenuta in possesso del «tesoretto» di 5 milioni di euro di Paolo Vivacqua ottenuto dalla vendita del terreno dove è stato realizzato il «Bricoman» a Carate Brianza dopo il presunto pagamento di mazzette per ottenerne il cambio di destinazione d’uso nel Piano comunale di governo del territorio.

DALLA TRENTINA di pagine di motivazione dei giudici milanesi per ognuno dei tre ricorsi emerge che a confermare il «grave quadro indiziario» è stato un detenuto che ha stretto amicizia con Giarrana in carcere e che avrebbe ricevuto le sue confidenze. Secondo il detenuto, «i mandanti dell’omicidio di Paolo Vivacqua sono Barba e la Biondo, la quale “era in disaccordo con il marito per questioni legate alla separazione ed alla eredità” (l’imprenditore era andato a convivere infatti con una romena da cui ha avuto un figlio, ndr) ed era legata al Barba da una relazione sentimentale», mentre Salvino la Rocca, «appartenente alla stidda il quale aveva in carcere a Spoleto vari parenti “per mafia”, su incarico della coppia aveva affidato il compito di eseguire il delitto a Giarrana (di cui risulta cugino, ndr) e a Radaelli». Da questa ricostruzione, che collima con quella eseguita dai carabinieri di Desio e dal pm monzese Donata Costa, emergerebbe anche che la coppia diabolica «si era rivolta a La Rocca per reperire qualcuno che si prestasse ad uccidere Vivacqua, facendo in modo che sembrasse un omicidio di mafia» e «per far apparire che l’omicidio fosse di “criminalità organizzata” era stato scaricato sul corpo della vittima l’intero caricatore con alcuni colpi in testa».

DALLE INTERCETTAZIONI di altre conversazioni avute in carcere tra i detenuti emerge poi, secondo il Tribunale del Riesame, che Giarrana e Radaelli sono a conoscenza del fatto che l’omicidio di Vivacqua è avvenuto verso le 11.30 (circostanza emersa poi dall’autopsia) e anche che Diego Barba era stato picchiato in Sicilia dai figli di Vivacqua «perché andava insieme alla madre». Da cui scaturirebbe per Barba il movente dell’omicidio «nel rancore e negli interessi economici» perché Barba sarebbe stato in affari anche con la vittima. Parlando poi sempre in carcere con il fratello e riferendosi al cugino La Rocca, Giarrana dice che «anche tramite il suo amico investigatore», lo deve aiutare ad uscire dal carcere e afferma: «e lui deve ringraziare me perché, se parlo io, il primo che va a finire in galera qua dentro è lui» e più avanti nello stesso contesto, «Eh, non è che mi devono fare gonfiare i c. Che io son qua dentro e loro fuori che si godono la vita. Perché, se parlo io, lo sai che succede? Che tu nemmeno te lo immagini».

PER I GIUDICI, infine, contro i tre indagati sussistono i pericoli di reiterazione del reato, di fuga, di inquinamento delle prove e la pericolosità sociale.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Intanto la Procura chiede cinque giudizi immediati
di Stefania Totaro da il Giorno

INTANTO la Procura di Monza ha chiesto il giudizio immediato per i cinque indagati dell’omicidio Vivacqua.
A firmare la richiesta di mandarli subito a processo è stata il pm titolare dell’inchiesta Donata Costa e ora si attende la risposta del gip e la fissazione del dibattimento davanti alla Corte di Assise di Monza. Il pm ritiene quindi di avere sufficienti elementi per ottenere la condanna degli indagati. E questo nonostante un testimone che aveva ammesso di avere prestato a Giarrana e Radaelli il suo ciclomotore per l’omicidio abbia ritrattato tutto all’incidente probatorio dopo essere stato malmenato da ignoti aggressori. Ora si attende di scoprire se gli imputati sceglieranno il processo con il rito abbreviato oppure, come già annunciato dai loro difensori, affronteranno il dibattimento per dimostrare la loro innocenza. Al processo si costituiranno parti civili i figli di Vivacqua e la convivente romena, a cui ignoti piromani recentemente hanno bruciato l’auto a Carate Brianza.

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