Monza - La disperazione regna dietro le sbarre. Ogni 5 giorni una ‘protesta estrema’

di Marco Galvani da il Giorno

OGNI cinque giorni un detenuto del carcere di Monza protesta ingoiando chiodi, lamette, pile o procurandosi tagli sul corpo. Nei primi sei mesi dell’anno in via Sanquirico di gesti di autolesionismo se ne sono contati 75. Uno dei dati più alti in Lombardia.

SOLTANTO a Bergamo (82) e Pavia (77) la situazione è peggiore. Un triste primato denunciato dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che ha fotografato il clima oltre le sbarre.
«L’emergenza non è affatto superata - attacca Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Dall’1 gennaio al 30 giugno nelle carceri della Lombardia si sono contati il suicidio di un detenuto, 441 atti di autolesionismo, 54 tentati suicidi, 192 colluttazioni e 56 ferimenti. Bergamo, Pavia e Monza sono le tre prigioni con il numero più alto di atti di autolesionismo, mentre è a San Vittore che ci sono stati più tentati suicidi (9) sventati dai poliziotti. La situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato di oltre 1.300 unità: dai 9.033 del 31 agosto 2013 si è infatti passati agli attuali 7.718».
Anche la casa circondariale di Monza si è svuotata: mediamente sempre fissa fra 700 e 800 ospiti, l’ultimo censimento della popolazione carceraria conta poco meno di 600 detenuti. Ma «il contesto è assai complicato per il ripetersi di eventi critici - rimarca Capece -. Se il numero dei detenuti è calato, questo è la conseguenza del varo, da parte del Parlamento, di quattro leggi svuota-carcere in poco tempo. Tuttavia l’Amministrazione penitenziaria non ha migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché ad esempio il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti. Occorre dunque rivedere il sistema dell’esecuzione penale il prima possibile, altro che vigilanza dinamica nelle galere. Serve una nuova guida capace di introdurre vere riforme all’interno del sistema a cominciare dal rendere obbligatorio il lavoro in carcere. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri lombarde e di tutta Italia».
marco.galvani@ilgiorno.net

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