Chiuso lo stabilimento di Limbiate, Intercos tenta la quotazione in Borsa ma non trova acquirenti

di k.ts.

Niente quotazione in Borsa per Intercos, la società che nel maggio dell’anno scorso ha chiuso lo stabilmento di Limbiate dove lavoravano 146 dipendenti.

L’avventura borsistica per la multinazionale milanese della cosmesi, è terminata alle 15,30 di ieri. In serata la società guidata da Dario Ferrari ha diramato una nota in cui spiega il ritiro dell’offerta pubblica di acquisto (Ipo), apertasi il 29 settembre e conclusasi il 9 ottobre e che in caso di successo avrebbe visto la società quotata al mercato Star della Borsa di Milano dal 14 ottobre.

Si legge nella nota : "Nonostante l'ampio interesse e l'apprezzamento manifestato dagli investitori istituzionali italiani ed esteri nel corso del roadshow e pur considerando la qualita' ed il numero delle adesioni ricevute (corrispondenti ad una richiesta di azioni di poco inferiore al quantitativo massimo offerto), la societa' ha ritenuto che le condizioni dei mercati finanziari, deterioratesi repentinamente nel corso degli ultimi giorni, non consentano di ottenere una valutazione che rifletta fedelmente il reale valore intrinseco e le potenzialita' della societa”.

Che la società non ce l’avrebbe fatta a trovare gli investitori istituzionali per collocare il 44,18% del suo capitale sociale lo si era capito intorno a mezzogiorno di ieri, quando la Reuters ha battuto un’agenzia in cui spiegava che, a poche ore dalla chiusura dell'Ipo, solo tre quarti delle azioni erano state prenotate e al valore più basso della forchetta di prezzo ipotizzata. Forchetta fissata tra i 3,5 e i 4,5 euro (vedi Intercos, book coperto oltre tre quarti, atteso prezzo a minimo ).

La quotazione in Borsa, Intercos l’aveva tentata già nel luglio 2006, ma anche allora la società aveva ritirato l’Ipo e rinunciato al progetto di quotazione “ a causa delle condizioni dei mercati finanziari”.
In quel frangente advisor dell’operazione erano state Caboto e Jp Morgan.

Nel maggio dello stesso anno era stata quotata in Borsa la Saras della famiglia Moratti con il coinvolgimento sempre di Jp Morgan.
La quotazione di Saras era stata al centro di un’inchiesta giudiziaria, conclusasi nel 2011 con l’archiviazione, perché si sospettava che la società, coperta da debiti, fosse stata quotata a un prezzo molto superiore per consentire alle banche creditrici di rientrare dalla forte esposizione (vedi Il tracollo in Borsa di Saras). Durante l’inchiesta era emersa una mail in cui Federico Imbert, allora numero uno di JP Morgan Italia, scriveva: “Parlato a lungo con Miccichè di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su SARAS e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su SARAS. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature. Tiene ovviamente molto al successo data l'esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo” (vedi Italian bankster a culo scoperto!”.

In questi giorni del 2014 è stata invece Rothshild l’advisor della quotazione di Intercos, mentre coordinatori dell’offerta: Banca Imi, Merryl Linch e UBS.

Banca Imi è esposta per 38 milioni di euro con Intercos, mentre BNP Paribas, che ha giocato anch’essa un ruolo nella tentata quotazione di Intercos, è esposta per 18 milioni di euro.
Complessivamente Intercos aveva al 30 giugno 2014 debiti finanziari per circa 225 milioni di euro (vedi tabella sotto).

Il debito con le banche in scadenza 2015-2016 è stato in parte rimborsato a fine luglio e poi rinegoziato con scadenze più lunghe. Al momento Intercos ha debiti finanziari per 208milioni di euro.

L’indebitamento è frutto del finanziamento da 250milioni di euro concesso a partire dal 2007 a Intercos dal pool di banche costituito da: Banca Imi (Intesa San Paolo), BNP Paribas, Credit Agricole, Nataxis, Banca Popolare Emilia Romagna, Banco Popolare Lodi, BNL, UBI e Unicredit.
A pegno del finanziamento, le banche detengono tutte le quote azionarie di Intercos oltre alle ipoteche sugli immobili e sui macchinari della società, e negli accordi sono previste diverse limitazioni alla libertà d’azione del management.
I proventi della quotazione sarebbero serviti alla proprietà a pagare i debiti con le banche.

Secondo il prospetto informativo depositato e approvato dalla Consob, unico impianto libero da ipoteche e gravami è quello di Limbiate, chiuso a seguito dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo comunicato dall’azienda ai lavoratori nel marzo del 2013.

La vicenda dei 146 lavoratori dello stabilimento di Limbiate (in maggioranza donne), aveva raccolto, lo scorso anno, la solidarietà e l’interesse di diversi esponenti politici (in una foto al presidio al di fuori dell’azienda era comparsa anche la biassonese Alessia Mosca, al tempo onorevole vicina a Enrico Letta, poi diventata europarlamentare del PD, vedi il comunicato stampa: Crisi Interfila, le azioni messe in campo dal PD) e lo stesso PD di Limbiate aveva concesso l’area, dove era solito organizzare la festa del partito, ai dipendenti Interfila che avevano gestito una festa, per l’occasione denominata: La fabbrica della speranza, raccogliendo 20mila euro (vedi sito: Interfila, la fabbrica della speranza). 

Speranza di breve durata perché il 10 luglio 2013, le rappresentanze sindacali della fabbrica, assistite dalle organizzazioni sindacali territoriali firmavano il licenziamento collettivo per i 146 dipendenti dello stabilimento di Limbiate, con il ricorso per due anni alla cassa integrazione guadagni straordinaria, prima della mobilità.
Al momento dei 146 dipendenti: 38 sono stati ricollocati all’interno del gruppo, 14 sono stati licenziati, 93 sono in cassa integrazione e uno risulta dimesso, secondo quanto si legge nelle due pagine che il prospetto informativo di Intercos dedica alla chiusura dello stabilimento di Limbiate e che riportiamo sotto.

Al 30 giugno 2014, il gruppo milanese Intercos, contava 2.834 dipendenti di cui 841 in Italia ( tra i quali i 93 in cassa integrazione di Limbiate) e 1.993 all’estero, in gran parte nei tre stabilimenti cinesi: i due di Suzhou e  quello di Shangai. Un altro stabilimento sempre a Suzhou è in costruzione e diventerà operativo dal febbraio 2015.

 

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