Monza - La musica del carcere, un album con otto brani registrato da cinque giovani detenuti

di Giacomo Valtolina da il Corriere della sera del 21/10

MONZA Oltre alle sbarre sulle finestre e alle porte blindate, quando Manolo entra nella piccola stanza ecco computer, scheda audio, microfono e asta: una sala di registrazione atipica. In prigione. Tutto è pronto, lui non si scompone, one-two-three-four, buona la prima: «Schiaccio il tasto play per andare avanti», «Vado a un party, senza robe illegali ché non ne posso più», «Voglio stare sempre fuori», «Se ti ritrovi darai il meglio del meglio». Sembrano parole scritte da assistenti sociali ed educatori, invece sono farina del suo talentuoso sacco. Manolo, poco più di vent’anni, sudamericano, dentro per reati minori con ancora lunghi mesi da scontare. La sua traccia funziona subito, la intitola Carpe diem, verrà scelta per aprire un album hip hop composto da giovani detenuti del carcere di Monza: Potere alle parole lab è il nome del «disco», otto pezzi ascoltabili in streaming su Soundcloud. «E pensare che l’idea di registrare è nata dal nulla, vista la quantità di materiale che i ragazzi tiravano fuori».

Chi parla è il rapper cosentino Kiave, 33 anni, protagonista di una serie di dieci workshop nella prigione brianzola con l’associazione «Il razzismo è una brutta storia » su storytelling ed espressione creativa, sostenuta da Feltrinelli e fondazione Cariplo. Kiave, all’anagrafe Mirko Filice, non poteva sapere che gli sarebbe servito tutto il suo bagaglio di esperienze, dalla Pedagogia imparata all’università ai tecnicismi da fonico, suo mestiere originario. «Alla prima riunione c’erano 40 detenuti di tutte le età, poi le lezioni sono state seguite da uno zoccolo duro di una dozzina di ragazzi. Ma l’album l’abbiamo realizzato solo con i migliori cinque — spiega —. Lavorare con loro mi ha dato soddisfazione, ma uscire dal carcere mi lasciava amarezza e groppo in gola. Dentro alle prigioni, l’ambiente è teso. Perciò vogliamo farli uscire per un concerto». Quella tensione andava sciolta in rime. «Ho iniziato con lezioni di storia del genere, ascolto del rap italiano Anni 90 (dai milanesi Sangue misto ai romani Colle der fomento) e proiezioni di film: ma che fatica portare dentro anche solo un dvd».

L’occasione è Notorious, pellicola sul noto rapper americano B.I.G. che ha cadenzato le prime note proprio in prigione. «Da allora hanno iniziato a portarmi strofe e ritornelli, alcuni con storie personali durissime». Come quella dell’ecuadoriano Eddy Dannato che ha messo in fila il suo dramma: «Mio padre davanti a me è stato ammazzato»; «Ora la coscienza sussurra il dolore, dopo aver vissuto dei film dell’orrore ». O come Afrosen, francese, che parla della sua «rinascita» fuori dal carcere. «Chiusa la porta, nessuno pensava più alle pene — racconta Kiave —. Forte empatia, tutti rappavano liberi, trovando sfogo». C’è chi ha scritto il pezzo per la fidanzata che lo aspetta fuori e chi chiede scusa ai genitori: «Alla fine è venuto che il bene si sconfigge il male — conclude l’artista —. Troppi rapper per inseguire il successo puntano sulla violenza che fa vendere copie. Ma chi è nato sulla strada sa che è un luogo buio che bisogna illuminare. Non oscurarlo ancor di più».

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