Monza - Paolo Vivacqua mandante di un omicidio? La testimonianza del colonello della Gdf Marco Selmi

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua era soggetto in contatto con gruppi malavitosi della Stidda. E nei primi dieci giorni di maggio del 2011 aveva ospitato un intermediario che avrebbe dovuto uccidere qualcuno”, racconta il colonello Marco Selmi comandante della Guardia di finanza a Sondrio dal marzo 2008 al luglio 2011 deponendo in qualità di teste al processo in Corte d'Assise di Monza per l'omicidio di Paolo Vivacqua, il rotamat ucciso a Desio il 14 novembre di tre anni fa.

Non sapevamo dove abitava l'obiettivo, sapevamo però che Vivacqua stava ospitando questo intermediario e il luogo dove custodiva la documentazione della sua attività criminale. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornato in Sicilia per uccidere qualcuno”.


Nel 2010 avevamo avviato un'attività di indagine territoriale nella provincia di Sondrio su alcune società impegnate nel commercio di metalli ferrosi – spiega -. Da un soggetto che qualche anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato dal Tribunale di Lecco all'ergastolo nel 1992 - ndr) venimmo a sapere di gruppi criminali che operavano nel settore dei metalli ferrosi. L'attività informativa ci portò ad individuare un capannone di Piantedo della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo, dei figli Gaetano e Antonio Vivacqua e di Vincenzo Infantino. Da intercettazioni risultò che i contatti criminali erano anche con Massimo Ciancimino, con soggetti in Svizzera e in Slovenia”. Aggiunge: “Risalimmo al prestanome dei Vivacqua a cui era intestato il conto in una banca Svizzera, ad una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto contenere 80mila euro e chi ne possedeva la chiave; ad auto con doppio fondo che servivano per trasportare il denaro contante, alle false fatturazione, agli appoggi che il gruppo aveva in uffici postali, del ruolo di società come la FV Metalli e la D&G Trasporti, nominativi di società clienti che emettevano false fatturazioni; del luogo in cui era custodita la documentazione dell'illecita attività dei Vivacqua. Per non disperdere i dati raccolti informammo la Guardia di finanza di Milano e di Monza”.

Premetto – dice - che l'attività informativa è diversa dall'attività d'indagine. E' come un cane da caccia che fiuta la preda che poi il padrone raccoglie. Cominciammo a capire che la rete stava dando buone informazioni ed infatti trovammo una cassetta di sicurezza con 75mila euro, le auto a doppio fondo, i movimenti di denaro e così segnalammo i risultati ai reparti competenti della Procura di Milano anche perchè avemmo contezza che il gruppo dei Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia”.

Sollecitato dal pubblico ministero Donata Costa che chiede: “Non ha fatto attività delegata in questa inchiesta, può rivelarci le sue fonti?”, il colonello Selmi risponde: “Negativo. Io ho passato le informazioni, ho trasmesso quanto da me raccolto agli organi operativi e alla dottoressa Albertini della Procura di Milano che mi chiamò. Mi chiesero quali erano le mie fonti. Non successe niente. Poi Paolo Vivacqua venne ucciso. La dottoressa Albertini, dopo aver verificato, mi chiese espressamente di fare attività delegata. Dissi, va bene. Nel frattempo però altri reparti della Guardia di finanza e dei carabinieri stavano lavorando in quanto alla mia prima informativa ne avevo aggiunte altre sulle tangenti plurime relative a terreni agricoli (a Carate Brianza – ndr) che avrebbero dovuto diventare edificabili. E quindi non accettai”.

Con una informativa datata 22 giugno 2012 mi viene detta una certa situazione che per quanto riguarda l'omicidio di Paolo Vivacqua ha questa sequenza – continua il colonello Selmi all'epoca trasferito dal comando di Sondrio a quello di Lodi, che chiede al presidente Alessandro Rossato di poter consultare gli appunti sul suo tablet -: Carmi Mihalache, fratello di Lavinia convivente di Vivacqua, è andato nell'ufficio, ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con un altro uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, in Italia da due settimane. Carmi era venuto dalla Romania e, l'altro dalla Spagna in macchina che era stata messa (rispetto all'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio – ndr) in un luogo appartato. I due erano arrivati su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo in quanto il figlio non sarebbe stato figlio di Paolo ma di un'altra persona”.

Avevamo appreso che Elena Pricop era una vecchia amica di Paolo e che l'aveva conosciuta in un ristorante. La Pricop avrebbe fatto da baby sitter al figlio della Lavinia e minacciato lei di dire a Paolo che il figlio Nicolas non era figlio suo. Proprio per effetto di questa minaccia Lavinia avrebbe tentato di investire la Pricop per cui Lavinia aveva anticipato a Paolo qualcosa di edulcorato per rabbonirlo. Paolo sarebbe andato dalla Pricop dando a lei dei soldi. E però apprese che Nicolas non era suo figlio. A questo punto nasce il desiderio dei fratelli di Lavinia di entrare in possesso dei soldi che erano nel box”.

A domanda del presidente se era lui l'estensore della notizia la risposta è: “Io non ho fatto questa notizia, vedete voi”.

Domanda del pubblico ministero: “Visto che non ha fatto attività delegata, ci può dire in quale ambito è stata preparata?”. “Negativo. Io ho passato l'informazione al colonnello ....(incomprensibile -ndr)”.

L'avvocato Monica Sala, difensore di Antonio Radaelli, domanda se nelle informative compariva il nome del presunto killer siciliano che Paolo Vivacqua voleva assoldare.

Risposta: “L'ho detto al magistrato. Andate a fare indagini”.

Paolo Vivacqua voleva assoldare il killer in Sicilia?”, insiste il legale.
E' evidente come le cose sono state trattate. C'era una indagine della Procura Generale di Milano, io potevo informare, le informazioni sono arrivate. Bisogna vedere nel fascicolo della Procura di Milano”.

Il teste colonello Marco Selmi viene congedato, saluta ed esce dall'aula. Anche Daria Pesce, avvocato di parte civile per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua che ha seguito il processo relativo alle false fatturazioni, si scusa e chiede di uscire.
Di quanto ha appena raccontato il teste Selmi – commenta - non c'è traccia nei fascicoli del processo che si è celebrato a Milano”.

 

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