Monza - Processo Vivacqua. La passione di Paolo per il pirodistilgasogeno, un impianto anche in Romania

di Pier Attilio Trivulzio

Con l'aiuto di politici locali Paolo Vivacqua era in procinto di avviare a Ravanusa un modernissimo impianto di riciclaggio di rifiuti in grado di trasformare l'immondizia in elettricità; al tempo stesso pensava di costituire in Romania una società con lo stesso scopo sociale.

A vedere l'impianto “con un geometra e un amico venuti dalla Sicilia”, l'8 ottobre 2011 Vivacqua era andato, non a Orzinuovi come aveva detto in aula l'avvocato Loreno Magni bensì a Montichiari dove ha sede la “Piromak srl”; a fine ottobre (week end dei morti) era stato in Romania con la compagna Lavinia Mihalache ed era andato a vedere un grande immobile vicino a Bucarest che aveva deciso d'acquistare fissando con la proprietà un appuntamento per il 18 novembre. Per il viaggio aveva già acquistato i biglietti aerei.


L'11 novembre, per prendere ulteriori accordi sulla disponibilità dell'impianto di pirodistilgasogeno, era andato a visitare “Ecomondo”, alla Fiera di Rimini. Viaggio fatto in compagnia di Salvatore Grasta, Nicola Licata Caruso e Enzo Infantino sulla Bmw a cui la Guardia di finanza di Gorgonzola aveva piazzato la “cimice”.

E' tanto preso da questo business dell'immondizia, che, il 14 novembre, alle 9.28 e alle 10.34 ne parla con il sindaco di Ravausa Carmelo D'Angelo; alle 10.23 e alle 10.34 con Angelo Bottaro. Alle 10.51 è lui che chiama Domenico Tanfoglio, titolare della “Piromak srl”, dicendogli d'avere fretta di concludere perchè “il 29 scadono i fondi che la Sicilia mette a disposizione e bisogna fare tutto in giornata”. E' l'ultima telefonata del rotamat. Sette colpi di calibro 7,65 lo raggiungono, cade a terra dietro la scrivania nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio, il cellulare ancora in mano, la sciarpa al collo e mille euro nel portafoglio.

Per la Procura di Monza l'omicidio sarebbe stato commissionato dalla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo. Processo in Corte d' Assise.

Il motivo, una presunta relazione con l'elettricista aspirante investigatore Diego Barba che si sarebbe rivolto a Salvino La Rocca il quale avrebbe assoldato come killer Antonino Giarrana e Antonio Redaelli. In diverse telefonate intercettate la Biondo parla delle difficoltà economiche in cui versa da quando Paolo Vivacqua è andato a vivere con la giovane compagna Lavinia Mihalache e non provvede al suo sostentamento.

Ora però emergono nuovi elementi. Raccontati dal colonello Marco Selmi nell'udienza scorsa che combaciano con la deposizione della teste Elena Pricop, in servizio dal 12 settembre al 17 novembre 2011 come domestica e baby sitter nella casa di Carate Brianza dove Paolo Vivacqua viveva con Lavinia Mihalache e il piccolo Nicolas. Ammette la Pricop d'avere avuto un rapporto difficile con Lavinia che però le avrebbe fatto imbarazzanti confidenze come quella di un infermiere dell’ospedale di Desio con cui Lavinia, avrebbe intrecciato una relazione. “Bisogna sempre avere una soluzione di riserva”, le avrebbe detto Lavinia.

Dalla deposizone emerge la fragile personalità della Pricop che dal 2006, lasciata la Romania, viene in Italia e però, continuamente, cambia posto. Ha un figlio 13enne di cui sente la mancanza e allora lo fa venire a Desio.
Piange in aula quando il presidente Giuseppe Airò le chiede “Perché Lavinia non era contenta di lei?”.

Un difensore le ricorda d'avere dichiarato: “Dopo la morte di Paolo Vivacqua Lavinia mi minacciò dicendomi di stare attenta a quello che dicevo”.

Le viene chiesto della presenza in Italia dei fratelli di Lavinia pochi giorni giorni prima della morte di Vivacqua. “– conferma -. Uno dei fratelli sarà venuto cinque o sei volte nei due mesi che sono stata a servizio. Dormiva in casa. Era venuto perché Paolo doveva incontrare un americano e lui avrebbe fatto da traduttore. Ricordo che una sera che stavo preparando la cena ho visto il fratello sul terrazzo in compagnia di due uomini”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa che legge dichiarazioni a verbale. “Dopo il viaggio in Romania i fratelli di Lavinia sono venuti in Italia con un'auto nera con targa rumena. Ho lavorato fino a sabato 12 novembre e in casa c'erano le loro valigie. Il lunedì non ho più visto né i bagagli né loro”.

Dei due uomini e dell'auto nera con targa rumena aveva parlato nella precedente udienza il colonello Marco Selmi della Guardia di finanza facendo riferimento ad una informativa.

Depone Salvatore Longo, carabiniere della stazione di Campobello di Licata, chiamato da Diego Barba il 17 agosto 2010 dopo essere stato aggredito e picchiato da Antonio e Davide Vivacqua. “Avendo trovato la porta di casa aperta avevano aggredito a calci e pugni il Barba, avevano anche un bastone”, riferisce il teste che precisa d'essere stato contattato direttamente dal Barba sul suo cellulare dopo che questi aveva informato dell'aggressione il comando di stazione. “Due giorni dopo Barba mi ritelefonò dicendomi d'avere una forte preoccupazione perchè la ex moglie, Germania Biondo lo aveva avvisato che Paolo stava tornando in Sicilia e che possedeva una pistola”.

La telefonata di Barba la ricevetti alle 16.44, alle 23.02 mi richiamò dicendomi che Paolo Vivacqua, previo avviso, s'era presentato a casa sua accompagnato da Calogero Licata Caruso (cognato di Diego Barba – ndr) minacciando di morte lui e i suoi figli. Non farti trovare in giro, gli aveva detto, mandi i messaggi sul cellulare a mia moglie”.

Su domanda dell'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba l'appuntato riferisce della sua conoscenza con Barba. “Lo conosco dal 1995, frequentava la chiesa Evangelica di cui io sono ministro del culto. Era elettricista e possedeva un'agenzia di assicurazioni. Ha sempre avuto la passione per le indagini”.

Gli affari portavano Paolo Vivacqua ad avere rapporti con personaggi legati alla 'ndrangheta. Come Domenico Zema arrestato nell'ambito dell'inchiesta “Infinito”, riarrestato e indagato 416bis nell'inchiesta “Tibet” assieme al rotamat di Ravanusa Giuseppe Vinciguerra, dal luglio 2011 braccio destro del gruppo 'ndranghetista comandato da Giuseppe Pensabene.

In aula Zema racconta dei suoi rapporti d'affari con Paolo Vivacqua interessato all'acquisto di un immobile a Cesano Maderno e di un terreno a Carugo a cui era interessato anche Giuseppe Vinciguerra. Ammette d'aver ricevuto finanziamenti e di dovere ancora 200mila euro. “Se i figli me li chiederanno...”.

Tocca a Mario Infantino che con Paolo aveva acquistato un bar a Muggiò e viene fuori il nome di Antonio Robertone detto “Ciccio Panza” appartenente al clan 'ndraghetista dei Mancuso, in carcere per droga.

Depone quindi l'investigatore Attilio Cascardo il quale dice d'avere avuto dal socio Diego Barba l'incarico di sorvegliare Paolo Vivacqua. “Sorveglianza e pedinamento che la cliente Germania Biondo aveva chiesto alla fine del 2010 per dimostrare l'infedeltà coniugale del marito che abitava ancora con lei ma la sera non era mai a casa. Una questione di corna”.

Però un vero e proprio mandato dalla cliente dice di non averlo ricevuto, d'aver fatto soltanto un paio di sorveglianze e alla contestazione sulla cifra richiesta il teste dà risposte diverse rispetto a quelle verbalizzate e soprattutto una serie di intercettazioni dimostrano che sta raccontando una diversa verità.

Gli viene chiesto di spiegare i suoi rapporti con il carabiniere Sossio Moccia e di Vincenzo Battistello in servizio alla Polizia giudiziaria di Monza.

Aveva altri rapporti con personale della Guardia di finanza e con Attilio Santoro con il quale ha avuto una conversazione quando Santoro ex onorevole stava a Roma?”, chiede il pm Donata Costa.
Non lo sentivo da diverso tempo...”.
Lei lo sente nel 2012, perchè? Avevate interessi comuni?”, insiste la pubblica accusa. “E' un ex onorevole indagato per il 416 bis...”.

Qual è la rilevanza in questo processo?”, domanda l'avvocato Manganelli, difensore di Salvino La Rocca.
Volevo capire se Attilio Santoro era a conoscenza – legge il pm - Volevo metterlo al corrente di alcune cose, metterli in regola per duemila euro. Era il 2012...”.
Aveva una scuola serale...”, risponde l'investigatore.

E lei organizza una trasferta in Calabria?” chiede il pm.
L'onorevole me lo aveva chiesto, se ci sono persone che vogliono prendere il diploma pagano duemila euro”.
Non demorde la pubblica accusa: “Cosa è andato a fare in Calabria? Chi è Franco Manca e che rapporti aveva con l'onorevole Santoro?”.
Risposta: “Manca è un commercialista calabrese con cui dividevo un ufficio”.
Con questo Franco Manca lei va in Calabria dall'onorevole Santoro per vedere che cosa?”.

L'investigatore perde la sua sicurezza. E' in evidente imbarazzo. Dice soltanto: “Era una cosa in più...”.
Non è convinta Donata Costa, che, probabilmente, chiamerà nuovamente Cascardo sul banco dei testimoni.

Anche Battistello sfila in aula e racconta della sua conoscenza con Cascardo e Barba. “Davanti al palazzo di giustizia di Monza Cascardo mi disse di avere elementi da portare in Procura perché la moglie di Vivacqua voleva fare arrestare Paolo e i figli. Dopo un paio di giorni mi disse: ho già fatto tutto io con un colonnello della Guardia di finanza di Lodi che conosco”.

Subito dopo le deposizioni di Attilio Cascardo e di Vincenzo Battistello, con una dichiarazione spontanea, Diego Barba tiene a precisare di “non aver fatto né indagine e neppure pedinamenti. L'incarico di Germania Biondo alla società di Cascardo era per una consulenza e io non mi sono mai messo in mezzo”. In merito a quanto dichiarato da Battistello dice invece che “fa confusione con altra signora”.

In merito alla fonte confidenziale che indicò la signora Biondo come mandante dell'omicidio ha deposto il maresciallo Giovanni Cosentino. “Mi limitai a fare accertamente anagrafici su Gino Guttuso e sulle sue frequentazioni in un bar di Desio luogo di ritrovo di pregiudicati”.

Elena Pricop sarà nuovamente chiamata a testimoniare. Alla prossima udienza del 15 dicembre sono previsti come testi Calogero Licata Caruso, il capitano Cataldo Pantaleo che coordinò le indagini e Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua e figlia di Franca Lo Jacono uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Redaelli nel box di Desio. Per questo fatto Giarrana e Redaelli sono già stati condannati.

 

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