Processo omicidio Vivacqua. Il figlio Antonio: “Ultimamente mio padre camminava assieme a Mimmo Zema”

di Pier Attilio Trivulzio

Valentina Commaudo è la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel box della sua casa di Desio nel giugno 2012 da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
É moglie di Antonio Vivacqua, il maggiore dei figli del romat di Ravanusa.
Lunedì è tornata lunedì in aula per completare la sua testimonianza.

Racconta: “Da quando sto con Antonio il rapporto con mia suocera, Germania Biondo, è stato altalenante anche se prima con lei avevo confidenza; da prima del 17 giugno 2012 i rapporti si sono raffreddati e l'avevo cacciata da casa mia.”.

Interrogata il 25 marzo 2013 lei non dice che la Biondo può essere coinvolta nell'omicidio, come mai?”, chiede l'avvocato Cacciuttolo che difende l'ex signora Vivacqua.
Prima dell'omicidio anch'io mi ero riavvicinata a Germania”.

Le risulta che nell'agosto 2010 Paolo Vivacqua volesse riconciliarsi con la signora Biondo?”.
In quel periodo sì. Mio suocero mi aveva detto che volevano rimettersi insieme”.

Le disse come avrebbe risolto il problema con Lavinia Mihalache?”, insiste il legale.
L'avrebbe lasciata”.

La Commaudo dice che nessuno le mostrò un album segnaletico per cercare di riconoscere quel “calabrese” che il 3 novembre, undici giorni prima dell'uccisione di Paolo Vivacqua, assieme ad altre due persone era andato a vedere il caponnone di Sesto San Giovanni.

A questo proposito, il 25 marzo 2013 al pubblico ministero Donata Costa dichiarò “...Devo avere a che fare anche con questa gente”.

Eppure nessun approfondimento venne fatto dalle forze dell'ordine. Le viene chiesto del rapporto tra la Biondo e Diego Barba.
É stato Antonio, mio marito, a dirmi di chiedere alla Biondo del rapporto. Quando i genitori si separano una relazione da fastidio. Come quella che ha avuto con un'altra persona”.
In questo caso fanno fede gli atti del processo di Milano, il cittadino cinese “Michele” mai identificato.

É la volta di Davide Vivacqua, il minore dei fratelli, da due mesi agli arresti domiciliari. A lui chiedono dell'episodio dell'agosto 2010 quando in vacanza a Ravanusa col fratello Antonio andarono a Campobello di Licata a picchiare l'investigatore privato perché sul cellulare della madre era arrivato un sms con la scritta “Camp”.

Ammette di non aver mai visto la signora Biondo (non la chiama mai mamma) assieme a Barba e rivela che la sera stessa “davanti a casa nostra arrivarono due o tre persone che dissero: “Non toccate il Barba, s'erano messi loro davanti a lui”.

Persone di rispetto della zona?”, chiede il presidente Giuseppe Airò.

Persone venute da Campobello di Licata che ci dissero: lasciatelo in pace ci siamo noi”.

Riferisce che un mese prima d'essere ucciso il padre gli disse: “Dovesse succedermi qualcosa vi raccomando Nicolas (figlio di Lavinia Mihalache nato nel giugno 2011 – ndr), è vostro fratello. Voleva spiegarmi alcune situazioni. Come se se lo aspettasse...”.

Riferisce a suo giudizio un particolare importante: “Ricordo che la Biondo andava a buttare la spazzatura davanti all'ufficio di San Giorgio a Desio. Forse ci andava per controllare quando Paolo arrivava, è una mia congettura. Da casa sua all'ufficio ci sono quattro chilometri e lei li faceva prima di arrivare al lavoro al magazzino di Gessate della FV Metalli”.

Una sera che le avevamo detto di non restare a casa sola e d'andare a dormire da qualcuno lei rispose: A me non mi toccano, non mi fanno niente. Mi faccio accompagnare da mia sorella. Quando aveva saputo che mio padre stava vendendo i terreni di Carate mi disse: Fatti dare dei soldi per noi. E fatti dire dove li mette. Mio padre mi dette 300mila euro che sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza. Non ho mai detto a mio padre che la Biondo era interessata. Ed in merito al capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste a lei intestato e di cui mio padre mi aveva chiesto i documenti, la Biondo mi domandò perchè stava vendendo? Quei documenti del capannone che mio padre aveva chiesto non me li ha mai consegnati”.

Per Antonio Vivacqua la morte del padre gli fu così comunicata da Vincenzo Infantino. “Guarda che hanno buttato giù papà”.
Mia madre mi ha visto sbiancare ed ha capito, è partita con la segretaria ma a Desio é arrivata soltanto a sera tarda e senza passare dall'ufficio”.

Dal 14 novembre 2011 siete stati liberi fino al 20 aprile 2012. Ne avete parlato dell'omicidio e se sì con chi?”, chiede il pm Donata Costa.
Stavamo cercando di capire chi era stato. Lei, mia madre, diceva:Devi dire tutto. E io giustamente a lei non dicevo niente. E però lo veniva a sapere da Salvatore Grasta che spesso la contattava”.

Pubblico ministero: “Suo padre aveva nemici, aveva ricevuto minacce?” “Inizialmente sapevamo che erano stati sia siciliani che calabresi. Ultimamente mio padre camminava con Mimmo Zema che gli doveva un milione di euro. Erano assieme per una questione di soldi. Siciliani? Un gruppo di giù lo cercava. Lo chiamavano in molti per chiedere lavoro e per farsi prestare soldi, dai mille fino ai centomila euro. A Gaetano che lavorava a Torino ed era in difficoltà aveva promesso un milione di euro”.

Che mio padre abitava a Carate con Liviania io l'ho saputo soltanto dopo la sua morte e così in quali società e con quali quote mia madre era intestataria”.

Ultimo teste il maresciallo Fornaro dei carabinieri di Desio.
É stata addestrato da un tecnico a leggere col Sistema Sfera (noleggiato al costo di 35mila euro) i tracciati delle celle telefoniche agganciate dai cinque indagati dopo le dichiarazioni di Gino Guttuso. Si sforza di spiegare e per due ore passa dai tracciati di un indagato a quelli di un altro.

Su domanda dell'avvocato Pagliarello che difende Antonino Giarrana viene posta una domanda precisa: cosa dice Sfera sul contatto “troppo mattiniero per due che non lavorano” delle 7.12 del 14 novembre 2011 tra Giarrana e Radaelli?

Presidente: “Cè un totale di 148 contatti, prendiamoli per quello che valgono, magari stava lì...”.

Interviene il pubblico ministero: “Hanno 148 contatti mai alle 7.12 del mattino! Giarrana chiama Radaelli ma non c’è cella d'aggancio col cellulare di Giarrana”.

Teste: “La compagnia telefonica non ha indicato nulla nei tabulati che ci ha fornito e che non sono modificabili”.
Spiega che a “Sfera” Si possono soltanto fare domande. Quando abbiamo posto la domanda con quale utenza Giarrana si collega ci dà quella di Salvino La Rocca. Ma non alle 7.12 del mattino bensì dopo le 11”.

La cella telefonica più vicina all'ufficio di via Bramante d'Urbino è collocata in via San Gennaro e dall'esame risulta che alle 10.40 si aggancia la fonte confidenziale Gino Guttuso con tale Giuseppe Stancanelli. Soltanto alle 11.35 Giarrana stava vicino alla cella di via San Gennaro...

Testimonianza sofferta quella del maresciallo Fornaro costretto a rispondere con una serie interminabile di “No” alle domande dei legali.

Presidente: “L'operante riferisce come si sono svolte le indagini. Può solo riferire. Nel processo siamo appena appena entrati...Quello che dice sul contenuto non è la prova”.

Ci prova l'avvocato Frigerio a spiegare che “Sfera aiuta ad associare dati, velocizza il lavoro, non è però in grado di dire dove esattamente si trova il soggetto rispetto alla cella”.
Infatti non c'è una sola cella”, ammette maresciallo dell'Arma.

Se sto a Desio aggancio anche le celle di Lissone e Seregno, è corretto?”.
Sì, è corretto”, è la risposta.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, fa apposizione ad una risposta del teste. “É un carabiniere, non un tecnico!” e chiede al presidente che la sua opposizione venga verbalizzata. Cosa che avviene. “Non è qualificato a riferire su celle e campi. Se abbiamo dubbi si cerchi un tecnico non un carabiniere!”.

Il pool dei legali fa presente che ancora non hanno a disposizione le intercetazioni telefoniche dei giorni precedenti l'omicidio Vivacqua e quelle relative al 14 novembre, ma soltanto i brogliacci. Sollecitano il deposito. Si tratta di 12 ore di telefonate e 80 ore di intercettazioni ambientali.
Si torna in aula il 26 gennaio h. 9,00.
Il 9 febbraio testimonieranno Gino Guttuso, Luigi Mignemi e Nicola Rulli.

 

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