Processo Vivacqua - Pregiudicato da Campobello di Licata a Monza per intimidire il supertestimone Gino Gattuso

di Pier Attilio Trivulzio

Quante fonti, e troppe anonime, per l'omicidio di Paolo Vivacqua.
Antonio Robertone, muggiorese legato alla n'drangheta, arrestato dai carabinieri di Lissone un mese dopo l'uccisione del rotamat di Ravansa dice: “Per la sua uccisione attenzionate Salvatore Quartararo”. I militari girano l'informazione ai colleghi di Desio che a loro volta la girano al Comando di Monza.
Tre mesi dopo, un altro informatore contatta il maresciallo Cosentino e fa accendere i fari sull'ex moglie Germania Biondo e sull'investigatore Diego Barba i cui cellulari vengono messi sotto controllo.
Il 4 aprile 2012 il brigadiere Foglia e l'appuntato Sacco del nucleo carabinieri di Campobello di Licata inviano ai colleghi di Desio un appunto di servizio relativo all'omicidio Vivacqua segnalando
da fonte anonima due pregiudicati che vivono in Brianza: Giuseppe Smiraglia e Giovanni Turco “spesso in area agrigentina dediti all'attività di rottamazione”.

Il 22 giugno 2012 il colonello della Guardia di finanza in servizio a Lodi fa avere, all'attenzione del sostituto procuratore Donata Costa, una nota informativa relativa a “gruppi di criminalità organizzata di tipo mafioso operanti dal 2010 in provincia di Sondrio che facevano capo ad un soggetto che anni prima aveva passato diversi mesi in carcere con Franco Coco Trovato ed aveva sviluppato una serie di attività imprenditoriali che operavano nel settore dei metalli ferrosi”. Nota in cui si parla di Paolo Vivacqua, dei figli Antonio e Gaetano, Calogero Licata Caruso, Enzo Infantino e Guglielmo Di Pasquali.
Chiamato a testimoniare riferisce che, secondo la sua rete informativa, “l'omicidio di Paolo Vivacqua sarebbe stato commesso da certo Carmi Mihalache proveniente dalla Romania che si sarebbe recato nell'ufficio con il fratello venuto dalla Spagna”.
Passa quasi un anno, il 15 marzo 2013 si presenta ai carabinieri di Desio il palermitano Gino Guttuso residente a Desio il quale dice d'aver prestato ad Antonino Giarrana il suo scooter che sarebbe stato usato il 14 novembre 2011 per uccidere Paolo Vivacqua. Giarrana avrebbe ucciso Vivacqua, Antonio Radaelli l'avrebbe accompagnato; fa i nomi di Salvino La Rocca e di Diego Barba e precisa che il mandante è l'ex moglie Germania Biondo.

Il 27 gennaio 2014 Guttuso viene sentito in Tribunale dal pm Donata Costa presenti il capitano Cataldo Pantaleo e il luogotenente Giovanni Azzaro. Conferma il prestito dello scooter a Giarrana e Radaelli il giorno precedente l’omicidio, scooter che gli viene riconsegnato il giorno dopo “con la targa occultata da nastro isolante nero”. Parla di una riunione un mese prima dell'omicidio a casa di Giarrana presenti Radaelli e La Rocca. “Quest'ultimo, in qualità di portavoce di Diego Barba disse che la moglie di Vivacqua stava cercando qualcuno che si prestasse a commettere una rapina per suo conto in quanto l'ex marito e figli che facevano una vita da nababbi l'avevano lasciata in una situazione di indigenza”.
A questo punto l'inchiesta sull'uccisione del rotamat di Ravanusa torna a Desio dal momento che i militari di questa caserma s'erano occupati dei primi rilievi il 14 novembre 2011 e dei primi interrogatori.
Vengono predisposte intercettazioni telefoniche e ambientali nonché servizi di Ocp.

L’aggressione al supertestimone

“Il 15 maggio 2014 riceviamo il referto medico relativo ad un episodio avvenuto il 18 aprile. Alle 22.30 l'auto di Gino Guttuso era stata tamponata da un'Alfa 164, Guttuso era aggredito da due sconosciuti forse albanesi ed aveva riportato lesioni di particolare entità, oltre ad echimosi riporta l'incrinatura di due costole. Disse che non era in grado di descrivere gli aggressori. Non mostrammo a lui foto segnaletiche”, dice luogotenente Giovanni Azzaro, teste dell'ultima udienza. “Il 6 giugno Guttuso torna in caserma e chiede di conferire con me, si mostra contrariato per gli articoli usciti sui giornali riguardanti l'episodio di pestaggio che ha subìto e dice che come supertestimone ha paura, teme per la sua vita. Ho cercato di tranquillizzarlo, non ha voluto che venisse verbalizzato. Fece riferimenti a parenti di Salvino la Rocca venuti dalla Sicilia. Di quanto ha detto io ho fatto comunque una relazione per non lasciare nulla al caso. Abbiamo anche acquisito tabulati telefonici relativi alle utenze di Guttuso e della moglie per capire se emergeva qualcosa. Non ci fu nulla di rilevante. Il 7 giugno pomeriggio – continua il teste – la moglie di Guttuso chiamò in caserma chiedendo il nostro intervento perché il marito stava dando in escandescenze e stava spaccando tutto. Le consigliammo di farlo ricoverare”.

“Il 12 giugno in Tribunale ci fu l'incidente probatorio. Per ordine della Procura accompagnammo Gino Guttuso. Eravamo più militari presenti quel giorno in Tribunale. Notammo nel cortile del Palazzo di Giustizia la presenza di Giovanni Gammino di Campobello di Licata, gravato fin dal 1998 da precedenti di stampo mafioso, assieme a Pina, Giuseppina La Rocca, madre di Salvino. Gammino faceva cenno a due giovani, erano il figlio e il genero di Guttuso. La stessa circostanza fu notata da un altro militare. Restammo quindi a controllare la situazione e non presenziammo all'udienza preliminare davanti al Gip. Controllammo poi le strutture alberghiere e trovammo che dal 10 giugno Giovanni Gammino era ospite di un hotel. Dai controlli sulla madre di Salvino La Rocca non emerse nulla, così come dal traffico telefonico delle utenze di Gino Guttuso e della moglie dal 10 al 16 aprile nulla emerse”.

Il luogotenente riferisce quindi di due episodi dolosi avvenuti lo scorso anno. “A Carate venne incendiata la Mercedes di Lavinia Mihalache. Intervennero i vigili del fuoco che repertarono materiale utilizzato che confermò il dolo. A settembre invece un altro incendio a Desio: in via Lombardia venne data alle fiamme l'auto di Marianna Rusnic (amica di Lavinia Mihalache – ndr)”.

“Come collega i due episodi dolosi con questo processo?”, chiede l'avvocato Cacciuttolo. “Abbiamo l'obbligo di segnalare questi episodi segnatamentre dolosi”, è la risposta del teste. “Prima di lanciare sospetti sugli indagati..”, insiste il legale. “Non lancio sospetti.. abbiamo fatto accertamenti che per quanto riguarda l'auto della Mihalache hanno confermato il dolo, per l'altro episodio la denuncia è stata fatta il giorno dopo e non è stato possibile fare il sopralluogo”.
“Vi risulta che anche l'auto del figlio di Gino Guttuso sia stata incendiata?”, chiede il legale di parte civile della Mihalache. “Non abbiamo denunce. Risulta però che il veicolo, una Peugeot 206 intestata ad Antonella, moglie di Gino Guttuso al pubblico registro automobilistio non risulta più censita e non risultano trasferimenti di proprietà. C'è soltanto la nota riguardante una scrittura privata e la dicitura tutela del venditore”.
“Su dichiarazione di una nostra fonte ritenemmo possibile che qualcuno si fosse rivolto a Salvino La Rocca per reclutare manovalanza per commettere l'omicidio di Vivacqua – dichiara il teste -. Per qusto motivo chiedemmo alla Procura l'autorizzazione ad intercettare i colloqui in cacere tra Antonino Giarrana e il fratello in quanto si faceva riferimento a Diego Barba”.
L'avvocato Pagliarello difensore di La Rocca interviene facendo presente che non hanno a disposizione le intercettazioni. E l'avvocato Cacciuttolo che difende la Biondo fa presente al presidente che: “Secondo quanto deciso dalla Cassazione il 10 gennaio 2013 l'operante non può riferire pena la nullità della deposizione”. “C'è opposizione, l'hanno fatta dieci volte. Continui a riferire sugli sviluppi dell'indagine”, autorizza il presidente Airò. “Dal 1. agosto al 19 settembre 2012 ricompare il nome di Salvino La Rocca – dice il luogotenente dei carabinieri – che devo dire?”. Pubblico ministero: “Dopo gli arresti per l'uccisione di Franca Lojacono..”. Presidente - ha davanti il testo dell'intercettazione -: “Si parla di Salvino...mio cugino. Lo dica ad alta voce, lei è un pubblico ufficiale”.
“Spalmati nei colloqui in carcere tra Giarrana si parla di un cugino di nome Salvino che noi identifichiamo grazie ad un soggetto che, uscito dal carcere di Monza, dice che si tratta di Salvino La Rocca. Giarrana e Radaelli erano anche intercettati in cella, ottavo raggio rispettivamente cella 808 e 818. E l’intecettazione ambientale fu fatta pure sul cellulare che li stava portando a Palazzo di Giustizia per il processo della signora Lo Jacono”.

In aula il teste riferisce dei riscontri sui tabulati, di celle a cui si collegano i telefonini degli indagati. L'avvocato di La Rocca chiede lumi sul presunto incontro del 14 ottobre 2011, data in cui – con approssimazione – il superteste Guttuso si sarebbe incontrato a casa di Giarrana, presente Radaelli in cui fu proposta la rapina a Vivacqua. “Dalla lettura del traffico Salvino La Rocca era agganciato alla cella di Cesano Maderno, poteva trovarsi in auto sulla superstrada Milano-Meda”. Come dire, stava recandosi all'appuntamento. E' solo un'ipotesi. “I riscontri del programma Sfera danno 460 contatti tra Salvino e Salvatore Cordiano. I due hanno un'attività di rottamazione proprio a Cesano Maderno. In via Trento”, spiega il legale.
Intervento del presidente Airò: “Il teste riferisce solo fatti, non sospetti. I carabinieri guardano i tabulati”.
Per cinque ore il luogotenente Azzaro spiega il lavoro di investigazione “Lavoro iniziato soltanto il 15 marzo 2013 – precisa - perchè riguardo all'omicidio di Vivacqua se ne sono occupati i colleghi di Monza, noi abbiamo ripreso ad occuparcene dopo le dichiarazioni fatte da una fonrte al collega Cosentino e poi da Gino Guttuso”.
Gino Guttuso – che deve rispondere di falsa testimonianza per la ritrattazione nel corso dell'udienza preliminare davanti al Gip De Lillo - è stato convocato per l'udienza del 9 febbraio assieme a Luigi Mignemi e Nicola Rulli. Mignemi ha ricevuto confidenze da Giarrana e, nel corso di un lungo interrogatorio nel carcere di Monza nel quale ha dichiarato: “Ad uccidere Vivacqua è stato Antonio Radaelli”. Il pasticcione del delitto Lo Jacono. Quello che come Pollicino lascia la scia di sangue che porta i carabinieri fino a casa sua. Nei giorni scorsi a Milano si è svolto il processo d'appello per l'uccisione di Franca Lo Jacono. Giarrana che in primo grado era stato condannato all'ergastolo si è visto comminare 30 anni; identica pena per Radaelli che invece, in primo grado, aveva avuto 18 anni.

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