Lombardia - Sanità. Vitali: «Casi simili sono all’ordine del giorno. Per questo ho scelto di andare in pensione»

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Cardiochirurgo di fama internazionale, duemila interventi di cuore all’attivo, trecento trapianti, trent’anni di carriera al Niguarda, sei all’Humanitas di Rozzano. Ettore Vitali, 63 anni, è stato anche il presidente della società italiana di Cardiochirurgia: «Dal primo gennaio sono un pensionato. Me ne sono andato dalla Sanità perché non è più quella per cui avevo studiato. Casi simili alla De Marchi sono all’ordine del giorno».

È il famoso dilemma tra curare un malato e rispettare i tetti di budget.
«Tutti i giorni bisogna contrattare con i vertici degli ospedali per potere curare. E se uno spende troppo non va bene».

All’interno degli ospedali ci sono discussioni sui bilanci. Forse anche doverose, visto che le risorse economiche sono limitate. Alla fine, però, le cure ai pazienti vengono somministrate.
«Ma già a marzo i manager ospedalieri invitano i medici a spendere meno. Ho visto anche proiettare slides per fare ridurre la spesa per i farmaci File F, distribuiti solo dagli ospedali (una serie di medicinali ultracostosi per curare i tumori, l’ Aids, le malattie rare, i problemi legati ai trapianti, ndr)».

Il problema dei costi è così sentito?
«Negli ultimi mesi dell’anno, soprattutto novembre e dicembre, l’attività ospedaliera viene ridotta il più possibile proprio per non superare i limiti di spesa indicati dalla Regione ».

Avviene sia nel pubblico sia nel privato?
«Ovunque. E in tutte le specialità. È il pareggio di bilancio a dettare le regole del gioco».

Un esempio concreto?
«A ottobre un paziente doveva mettere un defibrillatore salvavita al cuore per un problema di aritmia, gli è stato detto di tornare a gennaio».

Ma lei ha mai rinunciato a ricoverare un malato per questioni economiche?
«No. Ma tutto dipende dalla coscienza di ciascun medico. Negli ultimi due anni ho visitato anche gratis perché ormai la gente fa fatica a pagare il ticket ».

Lancia accuse pesanti solo ora che è pensionato?
«Nient’affatto. In un’intervista a Il Giorno del dicembre 2013 avevo già espresso il mio pensiero: “Oggi l’unica logica in Sanità è il profitto e il risparmio becero”».

Alla fine del 2007 se n’è andato da Niguarda con un’altra denuncia choc: «La sanità pubblica è al centro di un paradosso. Ai direttori generali vengono dati obiettivi gestionali ed economici che poco o niente hanno a che fare con la cura dei malati».
«Non mi sono pentito mai delle mie dichiarazioni. L’ordine che arriva dall’alto è di risparmiare. E tutto ciò non è più compatibile con la mia etica».

Bisogna, però, essere realistici: in un sistema di risorse limitate, i medici non possono avere carta bianca su come spendere.
«Ma una cosa è evitare gli sprechi, un’altra sentirsi dire di ridurre l’attività a fine anno come avviene in continuazione. Pressoché ovunque».

Il rischio è di gettare i malati nel panico e di diffondere il messaggio che possono non essere curati per questioni economiche.
«Noi non li vogliamo gettare nel panico, ma curare. Occorre, però, che vengano prese delle responsabilità chiare di sistema. I vertici degli ospedali spesso non ci considerano dottori, ma terminali di spesa. Ma la responsabilità, anche penale, delle scelte prese è nostra».

Qualcosa di positivo ci sarà, però.
«La sanità oggi si basa sul sacrificio personale dei medici e degli infermieri. E noi siamo stritolati tra i manager e i pazienti che minacciano denunce. I soldi spesi in prescrizioni di esami evitabili per proteggersi da eventuali cause in Tribunale, quelli sì sono soldi buttati via».

twitter: @SimonaRavizza

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