Tangenti appalti Expo “Acerbo pretendeva seicentomila euro”

di Sandro Riccardis da la Repubblica del 28/02

«UNA cifra pazzesca». Per pagare l’ex sub commissario di Expo Antonio Acerbo, indagato per corruzione e turbativa d’asta e che ha concordato un patteggiamento di tre anni per aver pilotato l’appalto Expo delle “Vie d’acqua”, i costruttori vicentini Enrico Maltauro e Giandomenico, anche loro indagati, discutono su come far arrivare i soldi a una delle società del figlio del manager, Livio Acerbo. Enrico pensa di chiudere con 30mila euro, il cugino Giandomenico (due giorni fa ha ottenuto la revoca dei domiciliari) gli comunica «che gli erano stati chiesti 300mila euro». Dagli atti depositati, emerge come le richieste di Livio Acerbo, indagato per riciclaggio e corruzione, siano state anche maggiori. Enrico Maltauro spiega ai pm Antonio D’Alessio e Claudio Gittardi che sarebbe stato «inopportuno» pagare «direttamente » società riferibili al figlio di Acerbo. «Mio cugino Domenico a un certo punto mi disse che una modalità poteva essere quella di stipulare una consulenza con la società dell’ingegnere Arturo Donadio», socio dello studio di progettazione “Sps”, che aveva avuto rapporti con Maltauro per lavori «sia con il Comune, che per un centro commerciale a Salerno».

È poi Donadio a spiegare ai pm come venne coinvolto nell’operazione. «Tra settembre e ottobre 2013 Giandomenico Maltauro mi chiese come cortesia personale di avviare una collaborazione con Livio Acerbo — dice il 16 gennaio scorso — . Fissai un incontro con Livio, e lui mi propose attività promozionale su alcuni mercati esteri». Nell’incontro non si fece riferimento a una cifra precisa, anche se «Domenico Maltauro fece genericamente riferimento a 150mila euro, legato a un lavoro di progettazione che stavamo avviando con loro per un centro commerciale a Salerno». L’ingegnere chiede a Livio di inviargli una bozza di incarico professionale. «Dopo un po’ ricevetti la bozza in cui mi chiedeva una cifra pazzesca, corrispettivi per un totale di 600mila euro». Donadio ne parlò in azienda. «Convenimmo che la cifra era elevatissima e sproporzionata, predisponemmo delle correzioni». Nella risposta a Livio «il compenso è di 150mila euro». Una mail alla quale lo studio non ebbe mai risposta. E il pagamento saltò. Viene sentito come testimone anche un altro socio di “Sps”, Vito Cafaro, ingegnere. «Il contratto doveva servire a remunerare il pubblico ufficiale Antonio Acerbo. Donadio non contestava la richiesta illecita, dato che c’era stato un accordo con Maltauro e Acerbo — ribadisce — Non accettava la richiesta di 600mila euro arrivata da Livio».

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