Il fronte fascioleghista avanza ma è già vecchio

di Fabrizio D'Esposito da il Fatto quotidiano

Non c’è nulla di più stantìo del sabato fascista di piazza del Popolo, quello santificato dal mussalvinismo (Mussolini più Salvini) neroverde. Di stantìo e contraddittorio. Il presunto lepenismo all’italiana, in nome del nuovo collante dell’antirenzismo, fa sposare la secessione o il federalismo con il nazionalismo autarchico del tragico Ventennio. Un ossimoro populista e xenofobo. Premesso che i dodicimila di piazza del Popolo non sono un fenomeno nemmeno dal punto di vista dei numeri, è la stessa Lega dell’altro “Matteo” il primo partito a essere vecchio. La faccia del quarantenne Salvini (peraltro in politica già dal 1993) è il feticcio del Carroccio poltronista sopravvissuto alla stagione del cerchio magico di bossiana memoria. Il governatore lombardo Roberto Maroni e l’ex ministro Roberto Calderoli, bene in vista sul palco dell’ultimo sabato di febbraio, e poi il sempre silenzioso Giancarlo Giorgetti, ex delfino del Senatùr oggi riciclatosi come consigliere filo berlusconiano di “Matteo”.

UNO DEI CASI più emblematici di questo vecchio che avanza è rappresentato da Alberto Arrighi. Ex Fronte della Gioventù, ex missino, poi parlamentare di An, anche con responsabilità importanti di partito, infine nella Destra di Francesco Storace. Ecco, Arrighi è rispuntato sabato accanto a Simone Di Stefano, quando il vicecapo mussoliniano di Casa Pound ha preso la parola sul palco blu, modello Marine Le Pen. Di Stefano comiziava e Arrighi con altri tre camerati reggeva il vessillo blu con tre spighe di grano del movimento “Sovranità”. Un dettaglio rivelatore: Casa Pound nel momento del suo sdoganamento ufficiale ha optato per una bandiera meno fascista e più recente della propria, quella con la tartaruga. In ogni caso resta un mistero l’at - trazione salviniana per i fascisti del Terzo Millennio di Casa Pound guidati da Gianluca Iannone. I loro numeri alle elezioni sono irrisori: 26mila voti alle ultime Regionali del Lazio, poco più di 47mila alle politiche (Camera) del 2013. Sono cifre da “ghetto”, tipiche di quella microdestra estremista che si è sempre contata sui decimali e non ha mai raggiunto, per la sua irrilevanza, palcoscenici di livello. Non a caso, lo stesso Di Stefano si è scusato coi suoi camerati, successivamente, per non aver citato i Marò. Colpa, ha scritto su Twitter , dell’emo - zione. Appunto.

DALLA MICRODESTRA mussoliniana a quella postmissina, disintegrata dall’esplosione e dalla fine di An. Un’altra sigla che ha fatto da “apri-concerto” all’intervento conclusivo di Salvini è quella dei Fratelli d’Italia, partitino che detiene la maggioranza nella fondazione di An (quella che amministra soldi e immobili). Anche qui nulla di nuovo sotto il sole delle Alpi e degli Appennini: Giorgia Meloni, che ha abdicato obtorto collo al ruolo di Marine Le Pen italiana (i numeri sono numeri: meno del 4 per cento alle Europee del 2014), seguita da altri ex missini, ex an, ex pdl. Come Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Massimo Corsaro. Non solo, la Meloni è salita sul palco in compagnia di Isabella Rauti, figlia di Pino, che con il marito Gianni Alemanno ha fondato un cantiere per riunire la diaspora della destra postfascista. In campo anche Barbara Saltamartini, ex Ncd. Mancava solo Storace, comunque attento sia ai movimenti di Salvini, sia a quelli del forzista ribelle Fitto. A proposito dell’ex governatore del Lazio: nel marzo di tre anni fa portò in piazza a Roma ventimila persone reali a manifestare contro Monti. Almeno ottomila in più di sabato scorso. Fra tante facce note e riciclate l’unica effettivamente nuova è stata quella di Armando Siri, che ha fondato il Pin, Partito Italia Nuova, ed è il teorico della flat tax al 15 per cento, cavallo di battaglia salviniano. L’unico liberale, forse, in questa compagnia dell’anello mussalviniano.

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