Lombardia - Pensionati e manager. Con doppio stipendio

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

In pensione. Ma non certo seduti sulla panchina del parco. In Lombardia ci sono tredici pensionati ai vertici di un ospedale o di un’Asl. Lo stipendio si aggira sui 180 mila euro l’anno (154 mila più il bonus). Una somma che va ad aggiungersi ad altri 80/120 mila versati dall’Inps. Un doppio — e lauto — incasso che dallo scorso dicembre la legge vieta. Così a dicembre, quando scadrà il contratto con il Pirellone, non potranno più essere rinominati. Ma loro non ci stanno. E in pensione davvero sperano di non andarci.

Tutti ne parlano, ma giurano di non essere i diretti interessati. Per loro, del resto, si sta muovendo la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), che per missione svolge un’azione di lobby proprio per i manager ospedalieri. Il vicepresidente è Walter Locatelli, direttore generale dell’Asl di Milano e tra i pensionati non rinominabili. Gli altri sono Antonio Mobilia (Asl Milano 2), Corrado Pontoni (Gallarate), Carla Dotti (Legnano), Gilberto Compagnoni (Cremona), Paolo Grazioli (Asl di Sondrio), Pasquale Cannatelli (Sacco), Alessandro Mauri (Asl Pavia), Amedeo Amadeo (Seriate), Pierluigi Zeli (Besta), Paolo Moroni (Asl di Lecco), Amedeo Tropiano (Gaetano Pini), Renato Pedrini (Asl Valcamonica). La legge che vieta di cumulare la pensione con incarichi pubblici dirigenziali è la numero 114 dell’agosto 2014 sulla pubblica amministrazione. E, con una circolare dello scorso dicembre, il ministro Marianna Madia ha tolto ogni dubbio: anche i direttori generali di ospedali e Asl fanno parte della squadra.

Per la Lombardia vuol dire cancellare in un solo colpo un terzo della classe dirigente. «Stiamo ponendo la questione nelle commissioni di Camera e Senato: le nuove norme criminalizzano l’esperienza che, soprattutto in Sanità, è fondamentale », spiega il presidente della Fiaso, Francesco Ripa di Meana. Il fatturato medio di una Asl o di un’azienda ospedaliera è di 800 milioni. «È un ruolo che necessita di una particolare competenza. E il principio alla base della legge è sbagliato — ribadisce Ripa di Meana —. L’obiettivo è far fuori i manager con un’asticella burocratica senza distinguere a seconda della professionalità». In Toscana i manager ospedalieri in pensione guadagnano molto meno, perché la Regione paga solo la differenza tra il versamento dell’Inps e lo stipendio da direttore generale. I due emolumenti non vengono sommati. E adesso c’è chi spera che questa possa essere una via d’uscita. In pratica: non sommare più le due entrate, ma tenersi la poltrona. E il potere.

Ma c’è anche un altro modo per i manager della Lombardia per non uscire di scena. È quello di diventare commissari degli ospedali. Stesso ruolo, semplicemente un nome diverso. In questo caso non c’è nessun divieto. Un’ipotesi poco realistica? Nient’affatto. Basta un ritardo di qualche mese della riforma della Sanità, in discussione al Pirellone e che comporterà un cambiamento significativo del numero di Asl e ospedali. Le nuove nomine dovranno tenere conto del riassetto in programma. Ma se la riforma non sarà pronta entro dicembre, la soluzione più semplice sarebbe proprio quella di commissariare gli ospedali. Magari per un anno. E intanto lasciare tutto com’è oggi. @SimonaRavizza

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