Solo un miracolo può salvare il GP di Monza. L'Autodromo si consola con la Mille Miglia

di Pier Attilio Trivulzio

E' la settimana di Montecarlo. L'ultimo atto per dire addio alla Formula Uno in Autodromo dal 2017. Sias non ha i 22 milioni di dollari da dare a Ecclestone per rinnovare il contratto per altri quattro anni, vale a dire fino al 2020. E Bernie non è disposto a fare sconti in considerazione della storia delll’Autodromo di Monza.

I dirigenti di Sias erano già avvisati. “Il contratto è pronto, è lo stesso che ho fatto per il Gran premio d'Austria, basta soltanto cambiare il nome dl circuìto”, aveva detto due anni fa Ecclestone a Carlo Edoardo Valli, allora presidente dell'Automobile Club di Milano, e al ministro Roberto Maroni.

Qualsiasi cosa si dica la Formula Uno nel parco non è glamour come Montecarlo e la storia di Monza è costruita su tanti trionfi ma anche su altrettante tragedie. Inutile elencarle tutte, la lista sarebbe lunghissima ma limitandoci a quelle che più colpirono si può stilare un ancora notevole elenco.

Inaugurazione nel 1922, in preparazione del Gran premio Monza perde la vita Gregor “Fritz” Kuhn; l'anno dopo, il prova Enrico Giaccone, che è al fianco di Pietro Bordino, resta schiacciato dall'auto che si schianta contro un albero a Lesmo.

La prima, grande tragedia è del 1928 con la vettura di Emilio Materassi che sul rettilineo scarta a sinistra e travolge il pubblico: 22 morti, compreso il figlio minorenne del federale di Biassono. E' lutto cittadino.
Sias non ha i soldi per risarcire gli spettatori morti e allora Acm decide di cambiare nome alla società. Nasce la SAM che sta per Società Autodromo Monza, ma anche, siamo nel periodo fascista, Squadre Azioni Mussolini. Per due anni il Gp viene cancellato.

Nel 1933 tre morti: Giuseppe Campari, Mario Umberto Borzacchini e Stanislao Czaykowski. Incidente sul tracciato sopraelevato che per ordine della Procura viene abbattuto. Sarà ricostruito, con ben altra pendenza, l'attuale, per raggiungere i 300 orari soltanto nel 1955.

Nel 1961 la Ferrari di Von Trips tampona la Lotus di Jim Clark sulla frenata della parabolica e vola in mezzo il pubblico. Quindici i morti, compreso il pilota tedesco. Per diversi mesi una mano gentile lascerà una rosa rossa sul luogo dell'incidente.

“Mille Chilometri” 1965: lo svizzero Tommy Spychiger, probabilmente per un problema ai freni schianta la sua Ferrari sport contro il terrapieno della curva parabolica. Il pilota viene sbalzato contro il minuscolo parabrezza in plexiglas e subisce l'amputazione della testa: troncata di netto.
Il giorno quella foto orrenda compare, stampata a cinque colonne in prima pagina sul Corriere della Sera.

Il sabato, durante le qualifiche del Gran premio d'Italia 1970, nello stesso punto dell'incidente di Von Trips trova la morte Jochen Rindt. Bernie Ecclestone piange per il giovane e promettente pilota di cui era manager.
Nel 1978 carambola alla partenza che costa la vita a Ronnie Peterson. Mentre Vittorio Brambilla, colpito in testa da un pneumatico, finisce all'ospedale, ci rimarrà diversi mesi.

E' fatale invece il pneumatico della Jordan di Heinz Harald Frentzen che colpisce in pieno volto il trentino Paolo Gislimberti, volontario della Cea alla variante della Roggia. Stava a bordo pista col casco non allacciato. Ed infatti viene recuperato lontano, in pista. L'Autodromo lancia una sottoscrizione che raccoglie 5milioni di lire per la vedova che sta per partorire.
E i morti in moto? Apocalisse nel 1973: Gp delle Nazioni.
Al curvone, 14 piloti coinvolti, 6 rimangono feriti, muoiono Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.

Due mesi dopo altri tre morti nello stesso punto, il velocissimo curvone che le superbike, fino a tre anni, ultima edizione del Mondiale affrontavano ad oltre 280 orari. Qualcuno, nell'ottica di riportare a Monza dal 2017 la Superbike, “scippandola” a Imola ha in mente di cancellare la (sbagliata) prima variante - opera malriuscita di Giorgio Beghella Bartoli - rendendo da brivido il curvone di Biassono.

La storia dell'Autodromo e del Gran premio d'Italia non è stata scritta soltanto – come molti pensano – solo dalle 18 vittorie del Cavallino Rampante, la prima di Ascari nel '49, l'ultima nel 2010 di Alonso oltre alle cinque di Michael Schumacher.

Lo scandalo del 2012 con le bolle in pista durante la superbike e l'inchiesta della Guardia di finanza hanno azzoppato l'Autodromo. L'arrivo di Andrea dell'Orto (moto dipendente) alla presidenza di Sias ed il nuovo consiglio dovrebbero far ripartire attività e guadagni.

Qualche idea l'hanno avuta. Esempio, l'arrivo della Mille Miglia e la esposizione “Eleganza dinamica” - in sala Regione fino al 21 giugno - con 9 splendide fuoriserie della collezione Lopreso.

Da questa settimana è operativo anche il responsabile marketing Andrea Sabatino.
E' lui, Sabatino, il personaggio sorridente che sul podio rotondo del Gran premio d'Italia dello scorso anno alza il pollice della mano destra in segno di vittoria e nella sinistra stringe il magnum di champagne. Non ha vinto né il Gran premio e neppure una delle gare di contorno. Esperienze in LG e Carlsberg è arrivato in Sias dopo che la sua candidatura era passata al vaglio dei consiglieri.
Venerdì, mentre la “Mille Miglia”, il museo viaggiante più bello del mondo, transitava sulle strade che da Rimini portano a Roma, il procuratore di Sias, Francesco Ferri, presentava ufficialmente – senza darne comunicazione al Consiglio - Andrea Sabatino ai dipendenti dell'Autodromo.
Va da sé che qualche consigliere non l'ha proprio presa bene. Nessuno aveva detto loro che era stato raggiunto l'accordo per un anno. Come avviene per tutte le nuove figure che approdano in Sias. Se poi i conti torneranno il contratto verrà rinnovati, altrimenti…

Soprattutto non l'ha presa bene Ivan Capelli, il presidente dell'Automobile Club di Milano che detiene il 70 per cento delle azioni di Sias (il restante 30 è dell'Immobiliare ACM).
L'ex pilota di Formula Uno e telecronista Rai avrebbe dovuto quanto meno essere avvisato. Anche perché lui aveva speso più di una parola con Luca Mantovano ed avrebbe avuto piacere di affidargli il marketing.

Domenica lo “sgarbo” ha reso gelidi i rapporti Acm-Sias.
Andrea Dell'Orto e Ivan Capelli si sforzavano di fare buon viso a cattivo gioco abbozzando sorrisi poco convincenti. E mentre Capelli, a noi che chiedevamo della trasferta di Montecarlo ripeteva “con Ecclestone ci sono margini di trattativa”, Dell'Orto rispondeva “qualche soldo l'abbiamo ma non abbiamo quelli che Bernie chiede”.

Insomma, soltanto un miracolo dell'ultima ora, consentirà a Sias di tenere a Monza il Gran premio d'Italia.
E' bene dirlo per l'ennesima volta: se l'Autodromo lo perde, la Formula Uno finisce al Mugello. Il Gran premio d'Italia non sparirà dal calendario mondiale nel 2017.

In attesa di conoscere come finirà la partita con Bernie Ecclestone i tifosi si sono goduti, domenica in mattinata, l'arrivo della “Mille Miglia” e al pomeriggio giri in pista sul “catino”. Era la prima volta che questo tratto di pista, gioiello di architettura Anni Cinquanta, era accessibile al pubblico per giri turistici. E' stato un vero e proprio successo. L'ultima vera “Mille Miglia” del 1957 vinta da Piero Taruffi con la Ferrari segnò la fine della “Freccia Rossa” di velocità. I morti di Guidizzolo (Mantova), falciati dalla Ferrari di Alfonso de Portago sul lungo rettilineo cronometrato che assegnava il trofeo speciale dedicato a Tazio Nuvolari a chi raggiungeva la media più alta in quel tratto del percorso, imposero lo stop alla corsa. 

Poche settimane dopo, quando ancora la stampa chiedeva l'abolizione delle competizioni motoristiche, all'Autodromo di Monza si corse sul “catino d'alta velocità” la prima delle due edizioni della “500 Miglia” con gli americani a farla da padroni sulla pista d'alta velocità percorsa in senso antiorario. A medie pazzesche sul giro: 258 km/orari.

Quest'anno, per rendere omaggio all'Expo, la “Mille Miglia” è passata da Monza.
Timbro orario per i concorrenti alla Villa Reale e poi, attraversando il parco e passando sotto il “catino d'alta velocità” nel paddock e quindi in pista per un giro completo. Pista stradale e “catino”, poco più di 10 chilometri percorsi a velocità ridottissima. Le auto storiche della “Mille Miglia” la sopraelevata – che ha subìto un restauro conservativo dopo anni d'abbandono, una spesa di 700mila euro messi a bilancio sotto la presidenza di Paolo Guaitamacchi e una penale di 50mila euro che Sias dovrà pagare al Comune di Monza per aver ritardato oltre misura il restauro – erano obbligati a passare sulla parte bassa della pista, quella che appoggia sul terreno. Non potevano spingersi in alto: c'è il pericolo di crollo. Lo dice la perizia dell'ingegner Bruno Zanini che, chissà perché, qualcuno tiene blindata in qualche cassetto.
Ad avere l'idea di chiedere all'Automobile Club di Brescia di dirottare a Monza la “Freccia rossa” è stato Geronimo La Russa, consigliere dell'Automobile Club di Milano e membro della commissione auto d'epoca. E poiché 60 anni fa (26 maggio) all'Autodromo morì Alberto Ascari – provando, il giovedì dopo il tuffò in mare a Montecarlo con la Lancia, la Ferrari sport con la quale Eugenio Castellotti avrebbe dovuto correre il Gran premio Supercortemaggiore – l'Acm ha preparato un trofeo intitolato al pilota che vinse due mondiali e per primo portò il titolo a Maranello.

Morto Ascari, Gianni Lancia decise di porre fine all'attività sportiva, donò le sue monoposto D50 a Enzo Ferrari che ebbe anche un contributo di 50milioni di lire per cinque anni dall'Automobile Club d'Italia. E con quelle vetture che portavano lo scudetto del Cavallino Rampante, l'anno dopo, Juan Manuel Fangio vinse il suo terzo titolo mondiale. Vincendo anche a Monza grazie alla sportività di Luigi Musso che si fermò al box cedendo all'argentino la sua monoposto. Allora il regolamento lo permetteva.

Ad aggiudicarsi il Trofeo Ascari dell'Automobile Club Milano – riservato all'equipaggio vincitore delle prove in Autodromo - consegnato a Brescia dalla nuora di “Ciccio”, Corinna e dalla nipote Veronica - è stato l'equipaggio Ezio Martino Salviato-Maria Caterina Moglia in gara con la Bugatti T40 del 1928 mentre le coppe sono andate a Giovanni Moceri-Lucia Galliani (Chrysler 72 del 1927) e Daniel Andre Erejomovich in coppia con Gustavo Llanos. Mentre la “Mille Miglia” e andata gli argentini Juan Tonconogy-Guillermo Berisso con la Bugatti T 40 del 1927.

Un suggerimento per il prossimo anno: istituire un trofeo alla memoria di Ludovico Scarfiotti che nel 1966 trionfò al Gran premio con la Ferrari, secondo e ultimo italiano ad iscrivere il suo nome nell'albo d'oro di Monza.

 

Commenti

Bellissima l'architettura del catino, come bellissima rimane l'esperienza delle mille miglia... sempre una magia

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