Lavoro

Fmi: il lavoro? 20 anni per tornare ai livelli precrisi

di Marco Valsanta da il Sole24ore

In uscita da tre anni di recessione, ma con la strada della ripresa ancora lunga e bisognosa di riforme, soprattutto per rilanciare il mercato del lavoro. Il Fondo Monetario Internazionale, nel rapporto annuale previsto dall’Articolo IV su un’Eurozona dall’outlook tuttora “debole”, vede i passi avanti compiuti dall’Italia. Ma lancia un nuovo monito sul futuro del Paese: senza accelerazioni della crescita potrebbero servire vent’anni - quasi una generazione - per tornare davvero a livelli occupazionali pre-crisi. Nelle previsioni del Fondo, il tasso naturale di disoccupazione - il Nairu, al quale l’inflazione rimane stabile - minaccia di restare in Italia «più alto di quanto visto durante la crisi». In Francia sarà invece nel medio termine ai livelli pari di crisi, mentre in Spagna «scenderà significativamente ma rimarrà sopra il 15% nel medio termine ». In serata la replica del ministero dell’Economia, secondo il quale la stima del Fondo «è basata su una metodologia che non tiene conto delle riforme strutturali che già sono state introdotte».

Cinque, in sintesi, le raccomandazioni rivolte dall’Fmi a Roma per affrontare la sfida, dall’efficienza del settore pubblico al lavoro. C’è «l’adozione e realizzazione della pianificata riforma dell’amministrazione pubblica», che dovrebbe fare i conti anche con una gestione delle risorse umane che sblocchi la produttività. Ci sono «ulteriori misure per l’efficienza della giustizia civile», con la razionalizzazione dei casi diretti alla Cassazione, la specializzazione dei tribunali e indicatori di performance delle corti. Le ricette del Fondo prevedono inoltre il rafforzamento del Jobs act e «misure concrete per ridisegnare » un wage supplementation scheme, la cassa integrazione, creando «un sistema universale di sostegno» legato a ricerca di lavoro e training. Ancora: una «decentralizzazione della contrattazione salariale» per la «maggior flessibilità nei contratti nazionali » e un rapido varo e attuazione della legge sulla competizione in settori importanti quali retail e trasporti. «La piena realizzazione di riforme già legiferate a tutti i livelli del governo - precisa l’organizzazione - è necessaria a migliorare il contesto imprenditoriale».

Agli occhi del Fondo, l’intera Eurozona resta però vulnerabile e rischia di perdere continuo terreno al cospetto degli Stati Uniti. Nonostante i progressi sulla Grecia, incertezza, volatilità e contagio sono possibili. Il Pil dell’Eurozona dovrebbe crescere quest’anno e dell’1,7% nel 2016 - stime invariate dall’aggiornamento di luglio del World Economic Outlook - ma la crescita potenziale di medio termine è stimata all’1%, incapace di «ridurre la disoccupazione a livelli accettabili in numerosi Paesi ». Il Fondo auspica così «misure fiscali favorevoli alla crescita», con i paesi dotati di maggior spazio di manovra che dovrebbero fare «uso della flessibilità prevista dal Patto di stabilità e crescita per sostenere investimenti e riforme strutturali». E invoca azioni per ripulire i bilanci bancari dai prestiti in sofferenza. Quel che serve, continua, è «uno sforzo collettivo più robusto per consolidare la ripresa, alzare la crescita potenziale e rafforzare l’Unione»: maggior spesa, riduzioni delle tasse e rilanci del credito potrebbero alzare la crescita al 2,7% e al 3% nel 2015- 1016. La Bce, da parte sua, dovrà esser pronta a estendere il Qe oltre la scadenza di settembre 2016 e arginare ogni pericolo greco. «Crediamo che probabilmente sarà necessario», ha detto Mahmood Pradhan, vice direttore del dipartimento Europeo del Fondo.

Grillo (M5S): Ora la nostra battaglia é il reddito di cittadinanza

Grillo: «Le piazze non funzionano più I divieti tv? Forse ho sbagliato»
Il leader dei 5 Stelle: pronti al dialogo su Rai e reddito di cittadinanza

di Emanuele Buzzi da il Corriere della sera

Una nuova fase per i Cinque Stelle. Beppe Grillo la racconta partendo dall’incontro con il nuovo inquilino del Quirinale, ma soprattutto parlando di una possibile apertura al dialogo con tutti (Pd compreso) su Rai e reddito di cittadinanza.

Ha appena incontrato il presidente Mattarella. E i suoi primi commenti sono stati molto positivi.
«È difficile valutare un incontro come una seduta psicoanalitica. In questa occasione Mattarella mi è sembrato una persona gentile, sensibile ai temi del Movimento, dalla lotta alla corruzione alla mafia - che ormai è cambiata, è diventata quasi a norma di legge, 2.0 -, al reddito di cittadinanza, su cui sembrava molto d’accordo. Abbiamo speso tempo per far capire al presidente che non sono come mi descrivono, quello che urla, e credo sia rimasto piacevolmente sorpreso».

Pensa sia possibile aprire un dialogo con Mattarella?
«Assolutamente sì. È già un buon inizio. Lui ovviamente deve essere al di sopra delle parti, mi sembra un garante della Costituzione molto preparato, anche se non sta a me giudicare».

Ora la vostra battaglia è il reddito di cittadinanza, in commissione Lavoro al Senato.
«Sì, il reddito di cittadinanza è vedere il mondo del lavoro in un altro modo, è un diritto civile. Ed è anche uno dei nostri due punti cruciali in economia insieme al referendum sull’euro. Si tratta di dare una occasione alla gente».

La vostra proposta costa 15,5 miliardi. In tempi di crisi e di tagli dove pensa possiate trovare le coperture? Chi ne potrà usufruire?
«È destinato a chi perde il lavoro, a chi non lo raggiunge. Sono 780 euro al mese, ma varia a secondo del numero dei componenti familiari. Penso a una coppia con figli, lei casalinga: gli si potrà garantire 1.200-1.300 euro. Nel frattempo chi ne usufruisce segue un percorso con lo Stato. Gli si offrono due-tre lavori, se non li accetta, perde il reddito. Cambierà anche il rapporto con lo Stato, i sindacati, le imprese: un conto è che puoi licenziare con il Jobs act che si abbatte come una scure con alle spalle il reddito di cittadinanza, un altro conto senza. Dobbiamo tenere presente una cosa: in Italia solo il 40% delle persone ha un reddito da lavoro, il 30% sono figli, persone a carico, il 20% vive da reddito indiretto - con le pensioni - e il 10% con i sussidi».

E per le coperture?
«I soldi li troviamo. Spendiamo 45 miliardi per gli armamenti, 20 per la formazione professionale. Poi c’è il gioco d’azzardo e le persone che hanno 2-3 milioni di euro di reddito. Se gli prendi lo 0,5-l’1% a questo scopo non credo siano contrari. Discuteremo anche con la Cei...».

In commissione avrete una audizione. Voi proponete di ritoccare l’otto per mille. Quale crede sarà la posizione della Chiesa?
«Ne discuteremo, ma credo che papa Francesco sarà sulla nostra stessa lunghezza d’onda».

Sul «Corriere» Tito Boeri (Inps) ha parlato di reddito minimo, Libera di Don Ciotti è in sintonia con l’idea, Sel ha presentato una proposta che ha dei punti di contatto con voi, la minoranza pd si è mostrata sensibile all’argomento: pensa che ci possano essere convergenze?
«Sono contento che se ne parli. Io auspico tutte le convergenze del mondo. Bisogna capire che la povertà va affrontata come una malattia, non come un reato. Se ci sono proposte, siamo aperti a qualsiasi discussione. Noi il reddito di cittadinanza vogliamo farlo e vogliamo che sia chiaro che il merito è del M5S».

Siete disposti a trovare una mediazione?
«Assolutamente sì. Per noi il principio è che nessuno deve rimanere indietro, sennò vanno su le destre, i fascisti, le persone che...».

A proposito di destre, a Roma sabato c’è stata la manifestazione della Lega di Matteo Salvini a cui ha partecipato anche CasaPound. Alcuni sondaggi dicono che Salvini possa sottrarre voti al Movimento...
«Sinceramente non so dove Salvini possa arrivare. Decideranno gli elettori. Io non ho niente contro Salvini, se decideranno di seguirlo terranno presente anche che la storia della Lega è diversa dalla nostra. La Lega è stata al governo, è artefice del patto di Dublino e ha investito fondi in Tanzania. La gente è confusa, andiamo sul palco e diciamo tutti la stessa cosa, ma noi abbiamo sempre fatto le cose che abbiamo detto».

Senta, Roberto Fico ha parlato di una riforma Rai, una tv senza l’influenza dei partiti, un’idea condivisa nei principi anche dal governo...
«Sì, se ci atteniamo ai contenuti. Poi ci sono odi interni e invidie, tante nostre proposte sono state bocciate a priori. Se superiamo questo scoglio, come abbiamo sempre fatto sulle cose buone, su Rai e reddito di cittadinanza dialoghiamo con tutti, anche con il Pd. Ma ci deve essere onestà intellettuale».

Si è detto «stanchino», parteciperà alla prossima campagna elettorale per le Regionali?
«Nelle liste per le Regionali abbiamo persone di prim’ordine. Le piazze non funzionano più. Resteremo sotto il palco, staremo a contatto con la gente. Io già faccio gli autogrill, mi sento un attivista come lo ero nel 2005-2006».

Ma andrà in tour?
«Non come prima: ho dei sostituti meravigliosi. Il Movimento non è una cosa che possiamo gestire solo io e Casaleggio, siamo cresciuti, abbiamo altri numeri».

Molti volti del direttorio e non solo sono più spesso in televisione...
«Sono sempre contrario ai talk show, ma ognuno è libero di scegliere il da farsi. Alla tv credo meno perché siamo un Movimento nato in Rete però capisco che ci sia una fetta di elettorato che si informa con i canali tradizionali. Può essere che forse abbia sbagliato io».

Ma davvero crede a una Rai senza partiti?
«La vedo necessaria. Sa cosa mi ha colpito in questi giorni?».

Dica.
«Il fatto che Ei Towers (la società controllata da Mediaset ha lanciato l’opas su Rai Way, ndr ) abbia una struttura congegnata esattamente come Rai Way. Non un caso: è scandaloso, vuol dire che era già tutto preparato».

Lombardia - La rivoluzione delle Poste. Spariscono 61 uffici, 3 in Brianza

di Paolo Marelli da il Corriere della sera

MILANO La rivoluzione scatterà il prossimo lunedì 13 aprile: sarà il giorno del Poste-Day, quando in Lombardia 61 uffici chiuderanno per sempre i battenti su un totale di 1.957 e altri 121 cominceranno ad aprire a giorni alterni. La data è confermata da Pietro Raeli, 54 anni, direttore regionale delle Poste, che illustra le ricadute in casa nostra del Piano nazionale di riorganizzazione deciso dall’azienda in nome della spending review.

Oltre al taglio dei costi di gestione, le Poste hanno messo mano alle forbici per cancellare dalla mappa degli uffici quelli classificati come «improduttivi »: sportelli che, in un mese, smistano solo il pagamento di un paio di pensioni (anche perché il 94% sono ormai accreditate sul conto corrente), tre-quattro raccomandate e, al massimo, una decina di bollettini. «Si tratta di uffici che non servono più di 900 abitanti e sono aperti in quartieri e frazioni di comuni dove c’è un altro ufficio — osserva Raeli —. Per questo motivo o li chiuderemo, o rimoduleremo le loro aperture su 2, 3 e 4 giorni la settimana (dalle 8.20 alle 13.45 dal lunedì al venerdì, dalle 8.20 alle 12.45 il sabato). Comunque il piano garantirà efficienza e capillarità del servizio. Infatti sono stati esclusi i paesi di montagna e di campagna». Sul fronte occupazionale, invece, il direttore regionale assicura che, nonostante le soppressioni, «non ci saranno esuberi. Infatti i dipendenti saranno tutti ricollocati in altre sedi e sempre nello stesso ambito territoriale».

Eppure, al di là delle rassicurazioni, non si placano le proteste, perché il 9,2% degli uffici attivi in Lombardia sarà chiuso, o non resterà aperto tutti i giorni: infatti gli sportelli di 182 comuni su 1.531 (pari all’11,8%) della nostra regione finiranno nel mirino degli tagli. Le province più penalizzate saranno Cremona (29) e poi Como, Pavia e Varese con 22. «Siamo consapevoli che le Poste siano un servizio sul territorio e che i cittadini non sono disposti a rinunciarvi. Ma abbiamo il compito di riequilibrare domanda e servizi.

Non a caso, spostando il personale, il piano permetterà di accorciare le code agli sportelli più affollati, dopo che tanti clienti si sono lamentati per le lunghe file». Ma, per Raeli, i disagi «saranno ridotti al minimo, considerato che anche in Lombardia, come nel resto d’Italia, è in corso una rivoluzione del servizio a domicilio a colpi di clic, grazie all’introduzione del cosiddetto postino telematico». Spiega il direttore regionale: «Al portalettere che busserà alla porta di casa, o tramite prenotazione (al numero 8 0 3 . 1 6 0 oppur e sul s i to www.poste.it), sarà possibile pagare bollette e spedizioni in contrassegno. Così come effettuare ricariche telefoniche e di carte prepagate, oltre a consegnare raccomandate per la spedizione. E ancora: in futuro recapiterà anche referti medici e ricette, oltre che farmaci». Come si pagherà? «Non in contanti, ma soltanto con Postamat, Postepay o con le carte dei principali circuiti internazionali. Infatti il portalettere avrà con sé un apparecchio POS, oltre che palmare e stampante portatile. E i postini telematici sono già 4.400 su un totale di 4.900, con una copertura del territorio pari al 90%». Ma quanto costerà il servizio? «Per il bollettino, ad esempio, si verserà 1.70 euro anziché 1.30, mentre per la raccomandata si pagheranno 2 euro».

Sulbiate - Nel laboratorio delle buone idee. Il Comune apre il primo spazio di coworking gratuito

di Lella Codecasa e Riccardo Rosa da il Corriere della sera del 01/03

SULBIATE Non serve bussare. Apri la porta, un passo, ed entri. Poltroncine in legno artigianali, un albero in plexiglass fosforescente, stampanti e scanner, tavoli e postazioni per computer, musica soft dall’impianto stereo. Entri e le persone che stavano digitando al pc alzano lo sguardo e sorridono. È il primo spazio di coworking pubblico e gratuito della Brianza, in via Madre Laura 1, a Sulbiate. Può entrare chi ha un’idea da condividere, chi magari è senza lavoro e prova a rimettersi in gioco uscendo dalla solitudine, chi cerca un posto dove fermarsi ad usare il computer e rete wi-fi, chi vuole trovare una piccola officina tecnologica con stampanti, frese, taglierine per creazioni tecnologiche. Basta registrarsi sul sito Internet (www.makeinprogress.org) e accettare il regolamento.

Questa fucina delle idee è stata presentata ufficialmente ieri, nasce nel Distretto culturale evoluto di Monza e Brianza, che ha deciso di attivarla in previsione di un progetto più ampio, ovvero l’apertura, in autunno, di un makerspace (uno «spazio pubblico del fare») con strumenti, spazi, laboratori, macchinari, in un’ex Filanda d’inizio Novecento, di proprietà del Comune di Sulbiate e in fase di ristrutturazione proprio grazie al Distretto. «Lo spazio di via Madre Laura, messo a disposizione dall’amministrazione comunale e condiviso con associazioni locali — spiega Venanzio Arquilla, professore del Dipartimento di Design del Politecnico, che coordina il progetto — serve infatti come luogo di coworking, ma anche per avviare un gruppo e un metodo di lavoro che poi verranno trasferiti nell’ex Filanda. Non a caso c’è già un gruppo di persone che in via Madre Laura sta lavorando gratis, per far vivere il coworking e altri progetti in cantiere».

Nello spazio di coworking si possono incontrare: Vénera, artista albanese che ha esposto in Biennale; Virgilio, ingegnere elettronico che studia nuove tecnologie; Davide l’informatico musicista rock; Francesco il designer; Alessandro l’informatico partito per l’Australia e tornato con nuove idee; Alberto artista che ricicla oggetti; Enrico il fotografo che ha girato il mondo. «Il prossimo mese arriveranno macchinari e strumenti per aprire anche il makerspace — dice Arquilla — e sono già in programma laboratori artistici con le scuole, mostre con la collaborazione del Comune, workshop aper t i a tut t i . L’obiettivo? Far nascere qui e far vivere poi nell’ex Filanda una comunità creativa e produttiva locale, che sarà caratterizzata da una forte propensione a sperimentare con inventiva e con spirito positivo, per realizzare progetti che possono poi avere uno sbocco importante sul mercato».

Città Metropolitana - I 500 esuberi della Provincia saranno spalmati tra Comuni e tribunale

di Matteo Pucciarelli da la Repubblica

LA PAROLINA che faceva tremare i dipendenti della ex Provincia inserita nella legge di stabilità era “almeno”. Infatti nel decreto si parla di «un taglio sul costo delle dotazioni organiche di almeno il 30 per cento per le città metropolita mine ». Insomma, come a dire che su Milano gli esuberi partivano da un minimo di 500 unità a un massimo non ben definito. Ma l’idea della giunta metropolitana è che non si andrà oltre a quel numero, ed è un primo sospiro di sollievo per i 1.629 dipendenti del nuovo ente. Resta però la questione: che fine farà quel pezzo di organico da tagliare? Entro il 30 marzo i vertici di Palazzo Isimbardi dovranno individuare nomi e destinazioni di impiegati, quadri e dirigenti in esubero. I sindacati in primis premono per una risoluzione rapida del problema: «Prima si ricollocheranno i “soprannumerari” — dice l’Rsu della Cgil Davide Volante — e prima si libereranno le risorse economiche necessarie per far partire il nuovo ente».

Il problema è semplice: se il personale non si sposta altrove i suoi costi restano a carico di bilanci già ridotti ai minimi termini. La macchina insomma si appesantisce e rischia di partire con un handicap più grave di quello previsto, «perché — spiega Arianna Censi, consigliera delegata alle Risorse umane — già siamo qui a doverne discutere ex post, e non ex ante come avremmo voluto». La prima panoramica da fare sarà quella degli eventuali prepensionamenti: cioè chi ha i requisiti per andare in pensione con il sistema precedente alla Fornero. Se ne parlerà in una riunione domani a Roma con il ministro Maria Lanzetta. A Treviso e Pistoia lo hanno già fatto. Si parla di 100-150 persone su Milano che, grazie allo scivolo, sgraverebbero sui costi del personale. «Ma nessuno sarà obbligato a farlo, si configura come un’opportunità », aggiunge Censi. Poi ci sono le altre amministrazioni locali. «Palazzo Marino quest’anno effettuerà poco meno di 300 assunzioni, programmate fra polizia locale e amministrativi. Si dovrebbe aprire un canale preferenziale », sottolinea Volante. Ma anche altri comuni del territorio (in tutto sono 134) hanno bisogno di personale. E infine i Tribunali: lì potrebbero essere dislocati altri 50-100 lavoratori.

Consorte (ex Unipol): «Le Coop sono fuori controllo perché il governo non vigila»

di Antonio Amorosi da Libero

Incontriamo Giovanni Consorte, ex presidente e ad di Unipol, realtà di riferimento della finanza rossa, dimessosi nel 2006 dopo il caso della scalata a Banca Antonveneta e celebre per la famosa intercettazione con l’allora segretario Ds Piero Fassino.

Le coop al centro di Mafia Capitale, l’ex Nar Carminati che parla come un cooperatore, ma che succede? «
Non c’è più una strategia cooperativa ed è venutameno una logica di sistema».

In che senso?
«Le Coop avevano valori condivisi. Poi c’è stata un’involuzione. Sono prevalsi egoismi aziendali, problemi legati alle dimensioni, molte Coop sono troppo grandi rispetto alle loro capacità reali e non c’è più una regìa».

Ma a Roma è prevalso un altro sistema.
«Eventi che esplodono dove ci sono grandi risorse pubbliche, l’Expo, il Mose, Roma e non c’è una cultura della cooperazione come in Emilia-Romagna, Toscana, in cui c’è un controllo sociale... ma adesso tutto è cambiato».

Perché, in Emilia non sarebbe successo?
«Sì, con quelle risorse sarebbe potuto succedere anche qui. Comunque i controlli sono insufficienti ».

Conosce le persone di Mafia capitale?
«Mai visti. Li sto conoscendo dai giornali».

Dalle Coop ha reagito solo il presidente di Coop Adriatica Adriano Turrini. Dice che bisogna fare pulizia, e ci vuole tolleranza zero...
«Mah...!(ride e mi guarda continuando a ridere).

Come si fa a scoprire solo adesso che Buzzi, a capo di una Coop di detenuti, guadagnava 25 mila euro al mese, ha finanziato Marino e anche Renzi che neanche mostra la lista dei suoi sostenitori?
«Mancano i controlli. Temo che ci saranno problemi in futuro. Ci sono settori che non hanno condizioni per prestarsi a questi livelli di corruttela. È cambiato il contesto politico dopo il 2003. Si annacqua l’ideologizzazione e il Pd non è i Ds».

Siedono con Turrini nel cda di Unipol l’ad Carlo Cimbri, Claudio Levorato di Manutencoop e altri tre, tutti indagati. Perché non usa la tolleranza zero lì?
«La posizione di Turrini è legata ad un sistema di potere dei vertici delle Coop, autoreferenziale. Mancano proprio le linee guida da seguire per gestire una fase del genere. La cooperazioneva rilanciata, realizzando una vera democrazia nella gestione interna. Le Coop non si possono chiudere nella propria impresa, in una logica autarchica. E di fatto Legacoop non esprime un potere reale nei confronti delle aziende».

Spieghi meglio.
«Una Coop non va in crisi da un momento all’altro. I controlli servono a verificare queste situazioni per tempo e magari a non essere dentro Mafia capitale. Ci vuole la professionalità nei Cda per premiare i risultati e non la fedeltà».

Turrini dice che bisogna andare via dopo tre mandati dai vertici Coop. Parla come un politico. Le Coop sono aziende o partiti?
«I gruppi dirigenti Coop devono essere altamente qualificati e competenti ed essere valutati sui risultati. I gruppi vincenti non si cambiano».

Perché, non è così?
«No. Molte Coop sono in crisi per questo. Bisognerebbe adeguare il sistema finanziario promozionale e farne nascere nuove in settori strategici. La cooperazione va rilanciata ma queste sono azioni complesse. E poi ci vorrebbero controlli».

Quindi è vero che non ci sono?
«Basta chiedere al ministero del Lavoro (il ministro Poletti è stato a capo di Legacoop, ndr) quante revisioni hanno fatto e quanto sono costate. Sono demandate a Legacoop? Quante sono state quelle delle grandi Cooperative? ».

Sta dicendo che non vengono fatte o sono all’acqua di rose?
«I sistemi di controllo devono essere esterni, non di Legacoop, così come la revisione dei bilanci non può essere interna. Il ministero del Lavoro, se vuole, intervenga, non tramite Legacoop».

Cosa c’era di diverso prima?
«Non sempre ci si riusciva ma su una logica di sistema scattava una reciproca mutualità e anche i controlli. Certo, chi era dentro le Coop era fortemente ideologizzato, oltre al lavoro, la Cooperativa gli gestiva anche i risparmi, attraverso il prestito sociale. Le logiche di sistema si estendevano in Unipol a Cgil, Cisl e Uil, Cna, Confesercenti, Cia, che sedevano nel cda di Unipol. C’era un reciproco riconoscimento. Questo mondo oggi non esiste più».

Ma quello del Pd-Coop non è un sistema?
«Pochi sanno che abbiamo ristrutturato la situazione finanziaria della direzione dei Ds dal 2002 al 2004. Ristrutturando il debito di circa 300milioni che i Ds avevano anche sulla base delle fideiussioni rilasciate a favore delle banche, accumulatesi nel tempo,da parte dei segretari. E abbiamo sanato la situazione con Banco di Roma, Mps ed Imi. Come anche con Cna o L’Unità. Non ci doveva essere e non c’era alcuna commistione. Era nell’ambito delle competenze professionali esistenti. Con la politica avevamo un rapporto tecnico. Davamo il nostro parere su questioni finanziarie. Unipol non ha mai chiesto alla politica. È la politica che invece si è interessata ad Unipol».

Lei è stato costretto alle dimissioni e allontanato...
«L’operazione Bnl ha visto “contro”molta sinistra. Sto scrivendo un libro su questo, da Telecom alla scalata a Bnl, tutta la verità. Accusarmi per una consulenza, per soldi legittimi che poi mi sono stati restituiti è stato un gioco sporco molto facile da perseguire. C’era bisogno di un capro espiatorio che togliesse l’attenzione dal resto, la fusione Ds-Margherita e l’operazione Antonveneta. Era solo un pretesto per mandarci via da Unipol, a me e Sacchetti».

Milano - Si sgonfia la bufala Expo solo 4 mila le assunzioni

di Gianni Barbacetto da il Fatto quotidiano del 06/12

Le promesse erano mirabolanti. Le previsioni sbalorditive. Le proiezioni stupefacenti. Expo doveva portare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Doveva essere la benzina per far ripartire Milano, anzi l’Italia. Ora, a quattro mesi dall’apertura dell’esposizione, la Cgil fa i conti e le promesse crollano, le previsioni vengono smentite, le proiezioni si mostrano per quello che sono: propaganda. Sono solo 4 mila i posti di lavoro prodotti da Expo. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina a luglio aveva annunciato: “L’Expo 2015 sarà sicuramente un’occasione per creare nuovi posti di lavoro, perché per sei mesi avremo il mondo intero a discutere in Italia di agroalimentare”. Sì, ma tutto questo discutere quanti occupati in più produrrà?

LA GRANCASSA aveva cominciato a battere già nel 2007, non appena Milano si era presentata alla gara, a Parigi, per ottenere l’esposizione. Nel dossier di candidatura erano segnati due numeri: 240 mila, i nuovi posti di lavoro stabili; e 70 mila, quelli a termine per realizzare e gestire l’evento. L’università Bocconi era riuscita a fare perfino di più: uno studio del suo Centro di economia regionale dei trasporti e del turismo, coordinato dal professor Lanfranco Senn, nel novembre 2010 era arrivato a stimare che i nuovi posti di lavoro sarebbero stati 308 mila. È il record. Poi si va a scendere. Un dossier della Camera di commercio di Milano aggiusta un po’ il tiro e scrive: “Con l’esposizione universale si stimano dal 2012 al 2020 in 190 mila le unità di lavoro aggiuntive impegnate per Expo, di cui oltre 100 mila a Milano”. Le previsioni della società Expo spa nel 2012 erano poi scese a 70 mila. Adesso la Camera del lavoro milanese della Cgil ha elaborato i dati dell’osservatorio provinciale sull’occupazione ed è arrivata a una cifra che fa impallidire tutte quelle sparate finora: 4.185. “A fine ottobre le aziende che hanno avviato assunzioni finalizzate espressamente all’Expo”, spiega Graziano Gorla, il segretario della Camera del lavoro, “sono 1.733, per un totale di 4.185 lavoratori. Solo 700 in più rispetto al maggio scorso, quando erano 3.400. Di questo passo, non arriveremo neanche alle assunzioni stimate da noi della Cgil”.

ERANO 20 MILA, quelle previste dal sindacato in risposta alle 70 mila sparate da Expo. Nel maggio scorso, a un anno dall’apertura dell’esposizione, il sindacato le aveva ridimensionate a 9 mila. “Ora credo che non arriveremo neppure a questa cifra”, conclude Gorla. L’Expo si sgonfia, nel quadro di un mercato del lavoro preoccupante. Milano ha raggiunto un tasso di disoccupazione dell’8,2 per cento, aggiungendo un punto in più in soli sette mesi. Ha accorciato le distanze dal dato nazionale, che è il 14 per cento: “È una cosa mai successa nella storia di Milano e della Lombardia, dove la disoccupazione è sempre stata un terzo di quella nazionale”. Ed Expo non riesce a invertire la tendenza. Porta pochi posti di lavoro e poco qualificati: “Sono per lo più provvisori e a termine”. Con un basso livello di specializzazione: manovali, camerieri, addetti alla pulizie, magazzinieri, parrucchieri, telefonisti, addetti di call center. Dei 4.185 avviamenti al lavoro attribuibili all’esposizione, il 24 per cento sono nel settore edile: mille contratti che per definizione termineranno con la fine dei lavori, dunque entro il maggio 2015 quando Expo aprirà i cancelli. I

l 42 per cento degli avviamenti sono con contratti a tempo determinato, il 17 sono collaborazioni, il 4,8 contratti di apprendistato, il 4,6 sono lavoro intermittente e il 3,2 tirocini. Solo il 28,8 sono contratti a tempo indeterminato. Ma attenzione, segnala Gorla, è un tempo indeterminato che indeterminato non è: “Questa tipologia di contratto è normalmente usata in edilizia, ma accompagna la realizzazione del cantiere e dunque si conclude al termine dei lavori”. C’erano stati segnali di ripresa dell’occupazione dopo la pausa estiva, ora però sembrano esauriti. “Continua un forte incremento della cassa integrazione guadagni”, dice Gorla, “che ha ormai superato i 10 milioni di ore. E adesso a questo segnale negativo si aggiunge anche l’improvviso declino degli avviamenti al lavoro e del numero delle aziende attive sul mercato”.

Lavoro e disabili. La Prefettura di Monza «apre» tre uffici

di Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA La Prefettura di Monza si trasforma in palestra professionale per i cittadini colpiti da disabilità. Entro la fine dell’anno, gli uffici del palazzo del Governo di via Prina ospiteranno il percorso formativo di tre disabili. Il loro inserimento professionale sarà possibile grazie a un accordo quadro firmato ieri dal prefetto, Giovanna Vilasi, e dal direttore del settore Cultura della Provincia, Erminia Zoppé.

L’intesa fa parte di un più ampio progetto avviato dalla Provincia già durante la precedente amministrazione, con la collaborazione di Afol (Agenzia Formazione Orientamento e Lavoro) Monza e Brianza, mirato appunto a favorire l’integrazione socio-lavorativa di persone con disabilità: i tre tirocini in fase di avviamento prevedono un impiego con mansioni d’ufficio. «Il complesso contesto economico nel quale viviamo impone di valorizzare ogni chance di inserimento formativo per le categorie svantaggiate — ha spiegato Gigi Ponti, neopresidente di Palazzo Grossi —. Per questo è necessario sostenere e diffondere le esperienze maturate e le buone pratiche, come questa, anche con l’obiettivo di sensibilizzare la nostra comunità».

Monza - Il Comune ha pagato ai fornitori il 95% dei debiti arretrati

di Martino Agostoni da il Giorno

NON È PIÙ molto lunga la coda in municipio di fornitori e consulenti con le fatture arretrate in mano. E dopo gli ultimi anni in cui capitava che lavori e servizi fatti per la città venissero pagati «regolarmente» con mesi di ritardo, e qualche volta anche dopo anni, in Comune si è arrivati a saldare i conti con i provati in circa 45 giorni di media. Non si è ancora raggiunto lo standard europeo sotto i 30 giorni, ma almeno la lunga fila di chi vantava crediti con la pubblica amministrazione cittadina si è riassorbita e si è rientrati in una condizione sostenibile.

IL RIORDINO della situazione debitoria in piazza Trento e Trieste oltre a essere stata confermata dal sindaco Roberto Scanagatti è stata anche certificata dal Ministero dell’Economia che settimana scorsa ha pubblicato i risultati dell’operazione «sblocca debiti» che aveva fatto il governo mettendo in una lista tutti i Comuni italiani e indicando per ciascuno l’importo «sbloccato» e la percentuale di debito con i fornitori saldata. E Monza è risultata tra le città virtuose che a fronte di 35,2 milioni di euro assegnati dall’operazione governativa, è arrivata a saldare il 95,34% dei debiti arretrati. Resta indietro poco rispetto a quando la pila di fatture non pagate in municipio arrivava anche a sfiorare i 40 milioni di euro, così come, a livello nazionale, meno del 5% non ancora saldato da Monza non è grave come altre situazioni italiane come Catania dove i fornitori sono ancora pagati dopo 439 giorni e gli arretrati superano i 200 milioni di euro.

«ABBIAMO PAGATO praticamente tutto», commentava ieri il sindaco Roberto Scangatti dopo che i dati ministeriali sono stati diffusi, relativi ad ogni Comune, da una lista interattiva disponibile sul sito internet di Il Sole 24 Ore.
E SUI DATI di Monza «c’è stato un forte miglioramento rispetto alla situazione del passato - ha proseguito Scanagatti - Ho avuto conferma pochi giorni fa dalla ragioneria comunale che ora i nostri tempi di pagamento medi sono di 45 giorni, un buon risultato rispetto al disastro che c’era fino a pochi anni fa». Monza, come gli altri Comuni italiani, ha comunicato nei mesi passati al Ministero dell’Economia la sua situazione per poter accedere ai meccanismi di bilancio che hanno permesso di aprire un canale di spesa a favore dei crediti verso le imprese private e, commenta il sindaco, «lo sblocca debiti è servito, ci ha permesso di saldare gli arretrati e di non creare nuove situazioni».

MA SE su un punto c’è il plauso verso le politiche di Roma dedicate agli enti locali, le difficoltà per i Comuni nel far quadrare i conti con le direttive centrali sono tutt’altro che superate.

E ANZI PROPRIO in questi giorni è arrivata notizia in municipio che Monza l’anno prossimo dovrà fare a meno di ulteriori 1,2 milioni di trasferimenti dello Stato, dopo i circa 25 milioni già decurtati dal 2011 a oggi.
La preparazione del nuovo bilancio 2015 della città parte già in difficoltà «con questo altro taglio che subiamo», dice Scanagatti augurandosi di poter ricevere da Roma con la stessa tempestività «anche tutti i dati sulle risorse di cui possiamo disporre, in modo da non essere costretti ancora a chiudere a luglio il bilancio per l’anno in corso».

Besana Brianza - Pennello e pc per l’imbianchino 2.0. Internet salva l’impresa di famiglia

di Fabio Lombardi da il Giorno

I RULLI e i pennelli da qualche mese rimanevano inesorabilmente nei magazzini. Così come le latte di tempera. La crisi scoppiata nel settembre 2008 non aveva risparmiato nemmeno la sua attività: la ditta Mulfari Felice imbiancature, fondata negli anni ’70. Sempre meno lavoro e un telefono, orfano di clienti, che ormai non squillava quasi più. Che fare? Chiudere bottega? Resistere in attesa di tempi migliori? Poche vie d’uscita, insomma.
Ma quando sembrava tutto perso, per una volta (di solito avviene il contrario) è stato il figlio ad andare in soccorso al padre. All’impresa serviva un cambio d’immagine, una nuova strategia di comunicazione, insomma una bella «riverniciata». Ma questa volta non da dare con rulli e pennelli, ma da passare con mouse, smartphone e altre «diavolerie» tecnologiche.
Così Diego, 30 anni, una laurea in Comunicazione editoriale multimediale (presa nel 2010) in tasca, incomincia a smanettare sul pc.

«A GENNAIO del 2012 abbiamo aperto un blog (mulfarimbianchino.com) che in questi due anni ha totalizzato 80mila visitatori. Poi ho messo mano al sito internet (www.mulfarimbianchino.it) che già esisteva ma era poco accattivante. Abbiamo messo foto migliori, lo abbiamo arricchito di contenuti: filmati, commenti, suggerimenti, informazioni. Un sito che oggi registra mediamente 120 visite al giorno. Siamo naturalmente presenti anche su facebook con una nostra pagina», spiega Diego che in questi giorni sta partecipando al corso di Tecnico di marketing digitale per Expo 2015 in Camera di commercio di Monza e Brianza. E con i contatti cominciano ad arrivare le prime mail, le richieste di preventivi e infine i nuovi lavori. Il telefono della bottega torna a squillare. «Dal 2012 ad oggi possiamo valutare che ogni anno abbiamo raddoppiato il lavoro», spiega Diego con soddisfazione. E così facendo la Mulfarimbianchino è arrivata addirittura oltre oceano.

«È IL VANTAGGIO di internet che è uno strumento senza confini che può raggiungere ogni angolo della Terra. Alcuni mesi fa siamo stati contattati da un dottore che vive a Toronto e manca da molti anni dall’Italia dove possiede una casa a Seregno. Avendo bisogno di far effettuare alcuni lavori, e non avendo più contatti diretti in Italia, ha cercato attraverso i motori di ricerca su internet un imbianchino in zona ed è arrivato al nostro sito. Ci ha contattati, ci siamo accordati ed abbiamo effettuato i lavori all’interno del suo appartamento seregnese», spiega Diego che venerdì è stato invitato a parlare al «Maker Faire Rome» è la grande fiera europea dedicata all’innovazione, alla creatività e al saper fare che si svolgerà a Roma dal 3 al 5 ottobre. Un rilancio per l’azienda di famiglia, ma anche un’opportunità professionale per Diego. «Dopo la laurea, prima di aiutare mio papà, avevo lavorato per un po’ di tempo in un’azienda. Ora, grazie anche al corso che sto frequentando in Camera di commercio, è possibile pensare di fare il tecnico del marketing per le imprese artigiane del territorio replicando per altri quanto fatto insieme a mio padre. Credo che oggi per superare la crisi occorra conuigare i saperi antichi con le nuove tecnologie».
fabio.lombardi@ilgiorno.net

Desio - Mille in coda per un posto di lavoro ma lo sportello ne trova uno al mese

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

HA SFONDATO quota mille il numero dei curriculum inseriti dentro il database informatico del Punto Lavoro Desio. Una cifra molto alta, a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che la piaga della disoccupazione sul territorio è ben lontana dal rimarginarsi.
ANZI: il numero delle persone che settimanalmente bussa alle porte del servizio comunale, aperto da un anno e mezzo, sembra in costante aumento. Prima delle vacanze estive, gli operatori hanno fatto un punto della situazione e tra una decina di giorni è previsto un nuovo incontro di verifica, con l’aggiornamento dei dati e la pianificazione di azioni per il rilancio delle attività. Il problema è chiaro: il numero dei disoccupati aumenta, mentre si fa sempre fatica a trovare aziende che cerchino personale. Ecco perché il Punto Lavoro ha lanciato un appello alle imprese della zona. «Se stai cercando personale noi lo selezioniamo per te gratuitamente - è l’invito dei responsabili del servizio -. Disponiamo di un database aggiornato con profili di persone alla ricerca di un lavoro stabile e/o occasionale. Noi possiamo raggiungere l’obiettivo di far incontrare le esigenze aziendali e i profili più rispondenti alle richieste». Non appena l’azienda si fa avanti, con un posto a disposizione, il Punto Lavoro scandaglia il proprio archivio dove le categorie più rappresentate sono quelle di magazzinieri (216 profili), addetti alla produzione (207), addetti ai servizi ausiliari (165), impiegati (151) e addetti al front office (143). Nutriti anche i gruppi nel settore della ristorazione (79) e commerciale (48). Non mancano anche 20 tecnici e 10 dirigenti. «Non è sempre facile trovare le persone giuste da assumere per una azienda - dice Davide Scorza, che gestisce il servizio - e qui, con il nostro aiuto, è possibile».
Il bilancio dei primi sei mesi non è stato troppo allegro, con sei contratti, la media non certo ottimale di uno al mese. Nel frattempo, ripartono i corsi di formazione. A ottobre, il Consorzio Desio Brianza - che insieme ad Hub Desio Giovani gestisce il Punto Lavoro - propone un corso di informatica di base e uno di Autocad. Il servizio ha anche un sito www.puntolavorodesio.it dove sono online varie offerte di lavoro; mentre l’ufficio, in Villa Tittoni, è aperto lunedì e mercoledì dalle 14.30 alle 17.30.

Lombardia - Beffa sui fondi Ue fermi 178 milioni di Garanzia giovani

di Matteo Pucciarelli da la Repubblica

DOVEVA rappresentare la svolta: un grande piano a favore dei 260mila “neet” della regione, i giovani che né studiano né cercano lavoro. E invece Garanzia giovani, progetto europeo lanciato nel maggio scorso in pompa magna per il quale alla Lombardia sono stati destinati 178 milioni di euro in due anni, si sta rivelando un flop. Gli iscritti sono sotto le attese. E anche chi ci ha provato non se la passa meglio, nel senso che di risposte ne sono arrivate ben poche. Il programma è rivolto ai ragazzi tra i 15 e i 29 anni senza occupazione. Ci si iscrive sul portale dedicato, si sceglie la regione dove si vuole tentare di entrare nel mondo del lavoro e dopodiché le varie regioni danno l’opportunità di scegliere tra un operatore pubblico o privato accreditato. Il quale dovrebbe prendersi in carico il singolo iscritto e orientarlo tra offerte di stage, tirocini, apprendistati e magari contratti veri e propri. I residenti in Lombardia che si sono iscritti sono 8.136: a conti fatti, meno del 3% della platea a cui le misure sono state rivolte, cioè i famosi 260mila “neet”. Poi ci sono altri 10mila giovani che hanno scelto di optare per la Lombardia, il record fra tutte le altre regioni per scelta da parte dei fuori sede. La seconda parte del problema riguarda le chance di successo del programma in sé.

Alla Afol (il vecchio centro per l’impiego) di Milano città, ad esempio, sono arrivate 300 iscrizioni. Ad oggi nessuno dei ragazzi è mai stato chiamato per il colloquio successivo. In Lombardia la giunta ha deciso di inserire Garanzia giovani dentro uno strumento già attivato in precedenza, cioè la Dote unica lavoro. In teoria un modo per risparmiare tempo; in pratica invece il ministero del Lavoro, in attesa di dare l’assenso definitivo all’idea, non ha ancora versato un euro. E non essendoci i fondi se non sulla carta, la macchina di fatto non parte. «Mancano i decreti ministeriali per l’assegnazione degli incentivi alle aziende che assumono», conferma l’assessore regionale al Lavoro Valentina Aprea. Anche gli operatori privati non brillano: secondo Adapt, centro studi fondato da Marco Biagi, oltre il 90 per cento delle offerte di Garanzia giovani sono in realtà vecchi annunci delle agenzie interinali ripubblicati. «Chiederò ai nostri uffici — aggiunge Aprea — di mandare una nuova mail agli iscritti per assicurare che saranno tutti contattati dagli operatori. Comunque dal maggio scorso ad oggi in 1.500 hanno trovato un inserimento grazie a Dote lavoro».

Monza - Pollice verso degli avvocati per la parcella col pos

di Stefania Totaro da il Giorno del 13/09

DA UN LATO, il pos come i commercianti. Dall’altro, le fatture elettroniche per le spese di gratuito patrocinio bloccate.
Tempi duri anche per gli avvocati brianzoli per le misure volute dal Governo per regolare l’attività dei professionisti. Provvedimenti entrati in vigore quest’estate che hanno scatenato la protesta delle toghe, rimasti increduli di fronte all’imposizione di munirsi nel proprio studio della «macchinetta» per farsi pagare le parcelle dai clienti. A nulla è servito un ricorso al Tar contro il nuovo decreto che colpisce tutti gli avvocati, a prescindere dal reddito dichiarato, quindi dal noto e qualificato professionista iscritto all’Albo dell’Ordine di Monza all’ultimo dei giovani avvocati che faticosamente sta cercando di farsi strada e si vede costretto ad affrontare anche questa spesa aggiuntiva.
Ma a gettare acqua sul fuoco delle polemiche ci ha pensato il presidente dell’Ordine degli avvocati di Monza e Brianza Francesca Sorbi, facendo pervenire alle toghe monzesi una nota di approfondimento secondo cui il provvedimento governativo «non stabilisce affatto che tutti i professionisti debbano dotarsi di pos, né che tutti i pagamenti indirizzati agli avvocati dovranno essere effettuati in questo modo, ma solo che, nel caso il cliente voglia pagare con una carta di debito, il professionista sia tenuto ad accettare tale forma di pagamento. Ma i clienti che sono soliti effettuare i pagamenti tramite assegno o bonifico bancario potranno continuare a farlo. E nessuna sanzione è prevista in caso di rifiuto di accettare il pagamento tramite pos».
L’altro provvedimento che sta facendo indignare anche gli avvocati brianzoli riguarda invece l’utilizzo delle fatture elettroniche per i pagamenti della Pubblica Amministrazione, come il pagamento da parte del Ministero delle spese di Giustizia, ad esempio il gratuito patrocinio garantito ai cittadini che non possono pagarsi un avvocato.
Il pagamento dei compensi è infatti bloccato perchè il canale telematico per la fatturazione elettronica non è ancora operativo mentre la vecchia fattura cartacea non è più ammessa dalla legge.

La Brianza difende la sua Camera di Commercio

di Benedetta Guerriero da il Giorno del 13/08

È TEMPO di vacanze ed è ancora presto per capire quale sarà il futuro della Camera di Commercio di Monza e Brianza, dopo l’emanazione del decreto governativo dello scorso giugno che punta alla semplificazione della pubblica amministrazione. Le Camere di Commercio non hanno alcun legame politico o amministrativo con le province, ma è anche vero che gli enti camerali nascono nel momento in cui viene istituita una provincia. Essendo già nebuloso il destino di Palazzo Grossi, lo è ancora di più quello della Camera di Commercio. Che fine farà l’ente e quale futuro per le oltre 60 persone che vi lavorano? Sono queste le incognite che da qualche settimana preoccupano i vertici della struttura brianzola, che potrebbe nuovamente incrociare il proprio destino con quello milanese, come accadeva prima del 2007. «Non siamo contrari per principio alla fusione, ma chiediamo che venga preservata l’identità del nostro territorio, a forte vocazione imprenditoriale - spiega Monica Mauri, dirigente area sviluppo dell’impresa e armonizzazione del mercato della Camera di Commercio di Monza e Brianza -. Sono 90mila le attività economiche registrate nel nostro registo telematico, che funziona come un’anagrafe delle imprese; 5.114 le aziende nate nel 2013, per un saldo tra nuove iscritte e cessate pari a più 765 imprese».

NUMERI importanti che testimoniano la forte competitività del territorio brianzolo, dove i settori del legno e dell’arredo, la meccanica di precisione e l’hi tech restano i punti di forza dell’industria locale. «Capisco che esistano alcune province in cui il tessuto imprenditoriale sia meno fiorente e sia necessario ridurre i costi, ma non comprendo il senso di smantellare qualcosa che funziona», continua la dirigente. A preoccupare le Camere di Commercio è anche la riduzione, pari al 50 per cento, del diritto annuale, cioè la cifra versata da ogni azienda dopo l’iscrizione al registro camerale, gestito, almeno fino ad oggi, in autonomia dai singoli enti. Il risparmio annuale per le diverse imprese sarebbe pari a 63 euro, ma la riduzione potrebbe avere pesanti ripercussioni sul territorio. «Il diritto annuale viene investito - prosegue Mauri -. Per quel che riguarda la nostra realtà, a fronte dei 12 milioni di euro di introiti derivati dal suo pagamento, la Camera di Commercio di Monza e Brianza riversa sul territorio circa 13 milioni di euro attraverso servizi per le imprese, quali bandi, finanziamenti, servizi di internazionalizzazione, accesso al credito, lavoro e formazione. Gli effetti della riduzione del debito annuale andrebbero a impattare sul territorio per circa 30 milioni di euro».

Fermo il treno Expo solo 3.738 assunzioni per il grande evento. I posti reali gelano le previsioni di 100mila occupati

di Luca De Vito da la Repubblica

C’È UNnumero che toglie il sonno agli ottimisti dell’Expo. È 3.738, ovvero il totale dei contratti fatti dalle aziende e finalizzati alla realizzazione dell’Esposizione universale che hanno riguardato 3.442 lavoratori e 1.519 imprese. A meno di dieci mesi all’apertura dei padiglioni, le cifre sono ancora ben lontane dalle previsioni che qualcuno favoleggiava all’inizio: «L’Esposizione universale porterà 100mila posti di lavoro», erano le stime che circolavano tra gli addetti ai lavori, poi ridimensionate in «ci saranno 70mila nuove assunzioni».

Persino i sindacati, che si dichiaravano cauti, parlavano di «20mila opportunità di lavoro». Ad oggi però, secondo i dati dell’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Milano, le previsioni sono molto più magre.

La rilevazione dell’Osservatorio si basa su quanto dichiarato dalle aziende. Queste devono per legge comunicare ogni avviamento alla Provincia, che ha quindi il controllo su tutte le nuove assunzioni. Dal 2012 nella dichiarazione del datore di lavoro è stato inserito un quesito a cui dare risposta: bisogna «indicare se l’assunzione del lavoratore si riferisce ad attività finalizzata alla realizzazione di Expo 2015». Così il monitoraggio dell’impatto sul mercato del lavoro avviene mese per mese. E a meno di due anni dal via alle rilevazioni, i numeri impongono una revisione delle stime iniziali.

«Secondo le nostre previsioni — ha spiegato Graziano Gorla, segretario generale a Milano della Cgil — alla fine arriveremo a 9mila assunzioni, a cui si deve aggiungere una crescita dell’indotto che si aggira intorno alle 3mila assunzioni». Il secondo elemento che desta qualche preoccupazione riguarda il profilo dei lavoratori che le aziende cercano: manovali, camerieri, carpentieri, telefonisti dei call center, magazzinieri, parrucchieri, aiuti cuoco. «Tutte professioni nobili — aggiunge Gorla — ma che indicano un livello di specializzazione piuttosto basso».

Al primo posto dei settori più attivi sul mercato del lavoro in funzione Expo c’è quello della ristorazione e dell’alberghiero (15 per cento del totale), seguito dal turismo (14 per cento) e dal commercio (12 per cento). L’edilizia è al quarto (10 per cento), mentre per trovare il manifatturiero bisogna scendere al quinto posto (9 cento) al pari con le attività professionali. Un panorama desolante, su cui però non tutti sono concordi nel ridimensionare l’impatto di Expo sul mercato del lavoro.

«È presto per tirare le somme — avverte Lanfranco Senn, economista e docente della Bocconi — bisognerà anche valutare come l’Esposizione universale influirà sul mondo del lavoro in generale: in una prossima ricerca valuteremo come l’Expo stia rivitalizzando le imprese che sottoutilizzavano i propri dipendenti». Questi dati sull’Expo si vanno a inserire in un quadro provinciale che mostra i primi timidi segnali di ripresa. Dopo anni di riduzione del numero di per assunzioni, nei primi cinque mesi dell’anno si è tornati a salire del 5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013: da gennaio a maggio i nuovi avviamenti sono stati 238.974 rispetto ai 226.012 dello scorso anno. «Ma è presto per fare i salti di gioia — conclude Gorla — serve un progetto per stabilizzare questa ripresa: qui entra in gioco la politica e il suo ruolo in quello che sarà il futuro del sito Expo. Noi diciamo no allo stadio di calcio che non serve all’economia. E rilanciamo le nostre proposte: diventi un distretto legato al mondo dell’alimentare, dell’Ict e della ricerca ».

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