mafia

Seregno - Cgil: Contro le mafie per trasparenza e legalità

Comunicato stampa

La Funzione Pubblica CGIL Monza e Brianza aderisce e parteciperà alla fiaccolata organizzata il 23 maggio per le vie del centro di Seregno, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci.
 
Ricordare chi è stato ucciso dalle mafie significa tracciare in modo indelebile il solco che deve separare la criminalità dal sistema democratico.

Mafia, camorra, n'drangheta, sacra corona unita occupano pezzi di territorio, hanno ampliato la loro influenza in realtà che si sentivano al riparo, tentano di piegare le istituzioni corrompendone l'autorevolezza.
 
I lavoratori delle Funzioni Pubbliche, che per definizione “fanno” tali istituzioni, sono chiamati quotidianamente a prendere una netta posizione contro ogni indebita ingerenza ed a sostegno di trasparenza e correttezza.
 
Affinché le amministrazioni pubbliche siano effettivamente il luogo dove i diritti si traducano in risposte concrete per i cittadini e siano presidi di legalità sul territorio.
 
 

Seregno e 'ndrangheta: Noi per Seregno e M5Stelle presentano OdG urgente

Noi Per Seregno e M5Stelle presentano un ordine del giorno urgente in Consiglio Comuale di Seregno che esprime  preoccupazione riguardo alle infiltrazioni ndranghetiste in città, per condannare ogni forma di sostegno, legame e copertura del fenomeno mafioso.
"In considerazione del pesante e grave momento vissuto con sgomento dalla città, l'auspicio è che il documento trovi la più ampia e convinta condivisione da parte di tutte le forze presenti in Consiglio Comunale, in modo da dare un segnale chiaro contro la malavita organizzata e a favore dei cittadini seregnesi onesti, oggi oltraggiati e umiliati dall'accostamento di Seregno con la 'ndrangheta, delle Forze dell'Ordine, della Magistratura e della Prefettura."


 

Milano - Opere bloccate dall’Antimafia, stoccata di Rozza a dalla Chiesa: «Le white list non funzionano»

di Maurizio Giannattasio da il Corriere della sera

Un salto di qualità per i bandi del Comune. È quanto chiede il presidente del Comitato Antimafia, Nando dalla Chiesa a Palazzo Marino. Suggerimento accolto dall’assessore Rozza ma con una serie di precisazioni.«Ci piacerebbe molto — dice la Rozza — ma purtroppo siamo tenuti ad applicare le leggi vigenti. Solo con la nuova normativa, se seguirà i consigli di dalla Chiesa, potremo applicare premialità per le aziende. Altrimenti non esiste che ognuno segua le procedure a modo suo». E anche sul prestare maggiore attenzione alla composizione delle commissioni giudicanti, l’assessore mette i puntini sulle i: «Sono regolate dalla legge. Premesso questo ci tengo a dire che abbiamo una delle centrali appaltanti delle opere pubbliche più rigorose e riconosciute a livello nazionale e internazionale. La centrale unica dal 2013 al 2015 ha denunciato alla procura 16 imprese e 84 sono state segnalate all’Anac. Tra il 2014 e il 2015 abbiamo escluso 300 aziende sia per il sospetto di far cartello sia per motivi diversi».

La Rozza propone una soluzione: «La richiesta al Parlamento è che la normativa sia più cogente e salvaguardi la legalità insieme all’operatività dei lavori. Dal Comitato Antimafia mi aspetto che esprima preoccupazione per come il Tar annulla le interdittive, visto che già sono stati presentati 4 ricorsi e qualcuno ha già vinto il primo round e adesso attendiamo il Consiglio di Stato. Mi sono sempre battuta perché le interdittive siano giudicate dal Tribunale penale e non dal Tar.

Omicidio Vivacqua. La condanna a morte arrivò dalla Stidda. L'accusa ha chiesto 4 ergastoli; 23 anni e 6 mesi per l'ex moglie


di Pier Attilio Trivulzio

Potete uccidere Paolo Vivacqua.
La decisione di dare il via libera all’eliminazione del rotamat di Ravanusa venne presa in Germania da elementi di spicco della “Stidda” e comunicata a Diego Barba e Salvino La Rocca, appositamente recatesi in terra tedesca, il 9 novembre 2011.

Ceduti i terreni di Carate Brianza a Bricoman per 5,1 milioni di euro, trasferita la residenza in Svizzera e in procinto di spostare i suoi affari in Romania, Vivacqua aveva deciso di tagliare i ponti col passato, tanto da non riconoscere neppure un euro di quanto ricavato con l'operazione di Carate al gruppo che fino ad allora lo aveva sostenuto. Bollato come “taccagno” arrivò l'autorizzazione alla sua eliminazione fisica.

Molto di più del “noir che assume le tinte fosche di un vero e proprio romanzo popolare nel cuore dell'operosa Brianza”, come spiegarono i carabinieri di Desio annunciando, dopo oltre due anni di indagini, gli arresti di Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
In realtà il viaggio-lampo in Germania di Diego Barba e Salvino La Rocca, cinque giorni prima dell'omicidio fu compiuto per avere il benestare all'operazione.

Quella di Donata Costa, sostituto procuratore a Monza, pubblica accusa al processo in Corte d'Assise per l'uccisione di Paolo Vivacqua è stata una vera maratona oratoria. Sei ore e mezza di requisitoria per spiegare con chiarezza alla Corte e, soprattutto ai sei giudici popolari, la sequenza degli atti che l'hanno portata a chiedere l'ergastolo per Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; e per tutti e quattro un anno di isolamento diurno. Per Germania Biondo – da maggio ai domiciliari per motivi di salute – la richiesta è stata di 23 anni e 6 mesi e la concessione delle attenuanti generiche. Come donna inserita in un certo contesto culturale, ha spiegato il Pubblico Ministero, si trovava in una situazione di libertà limitata. Se dopo la separazione, Paolo Vivacqua poteva rifarsi una famiglia con la giovane Lavinia, a lei non era concesso e poteva fare solo la nonna.

Per Donata Costa ad uccidere con 7 colpi di pistola calibro 7,65 sparati tutti da dietro, a distanza ravvicinata, il 14 novembre alle 10,43 appena il rotamat di Ravanusa è entrato nell'ufficio di Desio, “tanto è vero che aveva ancora la sciarpa e il cellulare in mano” è stato Antonino Radaelli, recatosi sul posto con lo scooter guidato da Giarrana avuto in prestito da Gino Guttuso.

Delitto eseguito su ordine di Diego Barba e Salvino La Rocca che cinque giorni prima, il 9 novembre, fanno un misterioso viaggio in Germania. A dire di Barba per acquistare una Mercedes, rientrano, però, il giorno dopo senza aver acquistato nulla.
Il 10 mattina – precisa Barba - siamo stati lungamente fermati per un controllo dalle autorità tedesche”.

Quel viaggio – dice la Costa – aveva un'altra motivazione: informare qualcuno della decisione presa di uccidere Paolo Vivacqua”.

All'indomani, l'11 novembre alle 11.04 Barba chiama il cognato Calogero Licata Caruso, inseparabile braccio destro di Vivacqua, fissando con lui un appuntamento. Interrogato in merito a quell'appuntamento che coinvolgeva il parente, Licata Caruso si avvale della facoltà di non rispondere. Indizio che Donata Costa aggiunge a molti altri già acquisiti in questo processo che – è lei stessa a ricordarlo ai giudici popolari - “è indiziario. Non abbiamo la pistola fumante e per questo arduo e difficile sarà il vostro compito”.

Ricorda l'intercettazione dell'ottobre 2011. Paolo Vivacqua accompagna l'amico Salvatore Grasta a vedere i terreni appena ceduti a Bricoman, che gli hanno fruttato 5,1 milioni di euro, e questi gli chiede se nell'operazione c'entra Diego Barba. “No – risponde Paolo – c'entra Lillo (Calogero Licata Caruso - ndr) che ha il cento per cento delle mie società”. Grasta lo avverte: “Guardati da Lillo, ne parlano male”. E Paolo, di rimando: “Se parlano male di Lillo è solo per invidia. E comunque se Lillo fa girare 100mila euro, io ne faccio 100 di milioni”.
Quella conversazione insospettisce il finanziere Martella della tenenza di Gorgonzola che, consultando l'archivio informatico risale alla quota posseduta nel 2004 da Barba nella società Vibi. E' lo stesso Barba, nel corso di una dichiarazione spontanea in udienza a dire “che quella quota fu un favore chiestomi da Paolo Vivacqua”.

Indizi, una montagna di indizi messi in fila per comporre il puzzle dell'omicidio. Quell' un cento della Loviro che senza avvertire l'ex moglie, Paolo Vivacqua fa trasferire a Mario Infantino alla vigilia dell'operazione Bricoman; ed in ordine di tempo, un paio di settimane prima dell'uccisione, la visita di possibili acquirenti – calabresi - del capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste che Vivacqua ha deciso di mettere in vendita senza dire niente a nessuno. E sollecita il figlio Davide affinchè chieda alla madre Germania Biondo i documenti della proprietà.

E poi le dichiarazioni del palermitano Gino Guttuso che dice d'aver prestato il suo scooter a Giarrana e quelle del supertestimonio Luigi Miniemiche ha voluto metterci la faccia – dice la pubblica accusa – ed è venuto qui a spiegarci con dovizia di particolari quanto gli aveva raccontato Giarrana in carcere”.

Ma c'è di più: le ambientali nel carcere di Monza tra Antonio Giarrana, arrestato per l’omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, e il fratello Carmelo che appare indispettito per il comportamento reticente di Antonio. “Salvino che ti ha detto?”, chiede Antonio a Carmelo, e Carmelo “ma che c’entra Salvino?” e poiché il fratello tace aggiunge: “Papà ha intenzioni brutte con Salvino”. E insiste: “Se devi dirmi qualcosa...Dimmi tu che Salvino non dice nulla...”. Antonino al fratello Carmelo: “Vai dall'investigatore privato (Diego Barba - ndr) amico di Salvino, così se tu ci vai io so cos'hanno in mano perché l'investigatore conosce tutti alla Procura di Monza”.

E ancora le dichiarazioni di Lavinia Mihalache che trovato Paolo sotto la scrivania dell'ufficietto di Desio, si rende conto che – a differenza di tutti gli altri giorni, Licata Caruso, Enzo e Mario Infantino, i tre fedelissimi del rotamat, sono lontani. E lo dice con forza al magistrato e ai carabinieri.

Ma c'è di più: i numerosi depistaggi alle indagini che a detta di Donata Costa, sono stati messi in atto da Diego Barba servendosi dell'ex investigatore monzese Attilio Cascardo.

E' a lui che – su suggerimento dell'amante Diego Barba – alla fine del 2010, inizio 2011 Germania Biondo, umiliata in Sicilia nell'agosto dai figli Antonio e Davide che vanno a Campobello di Licata e picchiano Barba, si rivolge per raccogliere informazioni sugli affari del marito e raccontando quanto sa sui traffici del marito e dei figli con l'intenzione di farli arrestare.

E Cascardo- secondo il PM - gira l'informativa al Colonello della Guardia di finanza Marco Selmi comandante a Sondrio.

Le verifiche delle Fiamme Gialle sui traffici valtellinesi di Paolo Vivacqua e soci portano alla scoperta di una cassetta di sicurezza che contiene 75mila euro in contanti nonché auto col doppio fondo dove occultare il denaro. Lo riferisce in aula il colonello Selmi che però non fa il nome dell'informatore.

Ed è sempre Diego Barba, secondo la pubblica accusa, che depista le indagini. “Era informatore delle forze di polizia ed aveva numerosi contatti con l'appuntato Colombo dei carabinieri in Sicilia e dunque gli appunti di fonte confidenziale che pervengono ai carabinieri di Monza dai colleghi di Campobello di Licata nei quale si dice relativamente all'omicidio di indagare la pista mafiosa e si fanno i nomi di Giuseppe Smiraglia, Giovanni Turco e Massimiliano Cannarozzo potrebbero essere opera di Diego Barba”.

L’omicidio era maturato dal fatto che “Paolo Vivacqua era stato sostituito da Giuseppe Smiraglia come nuovo reggente dei siciliani in Brianza”, scrivono i carabinieri siciliani. E del resto è proprio Smiraglia che il 19 agosto 2010, dopo che i figli di Vivacqua hanno picchiato Barba, va da Paolo a dirgli “Barba non si tocca”.

L'informativa di Campobello di Licata ci sembrava meritevole di approfondimento – aggiunge Donata Costa – anche perchè Cannarozzo aveva ceduto un terreno di Desio a Turco per la società che si occupava di rottami ed era sorto un contenzioso con due dipendenti di Paolo Vivacqua che avevano lavorato per Turco sottraendolo a Vivacqua. Nel corso delle intercettazioni Smiraglia e Turco sono stati arrestati per false fatturazioni mentre Cannarozzo, sentito e poi invitato a comparire, ha chiarito e quindi anche questa falsa pista è stata abbandonata”.

La vera svolta alle indagini la da una nota del maresciallo Scalisi del 20 marzo 2012. In essa si dice che Germania Biondo ha ingaggiato l'investigatore Cascardo pagato 60mila euro per indagare sul suo ex marito. Si scopre che Diego Barba è socio di Cascardo ed allora torna alla mente l'intercettazione del 16 novembre sul cellulare di Grasta.

Dalle intercettazioni di Cascardo apprendiamo elementi utili per inquadrare il soggetto che ha conoscenze tra le forze dell'ordine e collegamenti con il carabiniere Sossio Moccia che faceva favori all'ex politico Massimo Ponzoni e a Vivacqua, con Vincenzo Battistello che lavorava nel mio ufficio ed avevo appena allontanato poiché forniva notizie relative ad indagini che avevo in corso. Il 3 maggio 2012 sento Cascardo e a me dà false risposte come false sono state le sue dichiarazioni sotto giuramento in quest'aula. Cascardo è teste reticente e falso. Dalle intercettazioni sappiamo per certo che Germania Biondo era in stato di libertà limitata. Paolo Vivacqua ben poteva stare con la rumena e avere da lei un figlio; la Biondo doveva soltanto piegarsi al ruolo di nonna. E ben possibile quindi che il ruolo di Cascardo era quello di portare all'incarcerazione di Paolo Vivaqua. La conferma viene da quanto raccontato da Battistello, in servizio di Polizia giudiziaria presso il mio ufficio e proveniente dalla polizia municipale di Desio che dice di essere stato avvicinato da Cascardo in merito alla possibilità di avere informazioni da una signora. Informazioni in grado di mandare in carcere il marito e i figli”.

Quelle informazioni poi sarebbero state passate, secondo il PM Donata Costa, al colonello Selmi.

Le note confidenziali del colonello – continua la pubblica accusa - finirono a Monza, a Milano e alla dottoressa Albertini che aveva in carico l'istruttoria sulle false fatturazioni delle società che commerciavano rifiuti metallici ed ebbero riscontri positivi. Vivacqua era indicato come persona legata a gruppi siciliani e in particolare alla Stidda”.

Molti siciliani legati alla Stidda si sono trasferiti in Germania. E proprio da una cabina pubblica tedesca non individuata, nel giugno 2013, arriva sul cellulare di Salvino La Rocca, cugino di Antonio Giarrana, la seguente telefonata. “Ciao, pezzo di carabiniere a cavallo. Infame di merda. Vi state divertendo tu e l'amico tuo?”. Il riferimento secondo Donata Costa sarebbe relativo al fatto che mentre Antonio Giarrana marciva in carcere per l’omicidio di Franca Lojacono, La Rocca e Barba ne erano usciti puliti (ma potrebbe esserci dell’altro - ndr).

E' un altro tassello che aggiungiamo all'indagine - spiega Donata Costa sui contatti mafiosi tenuti dagli accusati –. Mai avrei pensato che Salvino avesse un fratello condannato per omicidio con sentenza definitiva al 416 bis che è in carcere a Spoleto”.

Sulla doppia strada tenuta dagli accusati per contrastare Paolo Vivacqua, Donata Costa aggiunge.

Com'è avvenuto nell'agosto 2010 dopo il pestaggio da parte dei figli prima Diego Barba si rivolge ai carabinieri di Campobello di Licata e sporge denuncia, poi, quando viene avvertito che Vivacqua sta rientrando appositamente dalle vacanze in Spagna e sta arrivando in Sicilia e che potrebbe essere armato, chiede l'intervento della mafia, e tre personaggi tra cui Giuseppe Smiraglia incontrano Paolo Vivacqua intimandogli di lasciare stare Barba.
Allo stesso modo, prima si serve di Cascardo per far arrivare informazioni al colonnello Selmi e fare arrestare Paolo Vivacqua, poi persegue la strada mafiosa, e attraverso La Rocca, si rivolge alla Stidda per poterlo eliminare”.
Ecco perchè quel viaggio lampo in Germania il 9 novembre i compagnia di Salvino La Rocca. Chi incontrano non si sa. Di certo hanno avuto il benestare all'uccisione di Paolo Vivacqua.

Il 21 settembre parola alle parti civili a cui faranno seguito il 5, 12 e 19 ottobre gli avvocati degli imputati.

 

L'antimafia docile e oscurantista ("C’è un’Antimafia finta che fa solo affari [..] non basta dire «la mafia fa schifo» ")

di Attilio Bolzoni da la Repubblica

Da quando esiste — una cinquantina d’anni ufficialmente — non è mai stata così ubbidiente, cerimoniosa e attratta dal potere. Più attenta all’estetica che all’etica, l’Antimafia sta attraversando la sua epoca più oscurantista. Proclami, icone, pennacchi, commemorazioni solenni e tanti, tanti soldi. C’è un’Antimafia finta che fa solo affari e poi c’è anche un’Antimafia ammaestrata. Ne è passato di tempo dalle uccisioni di Falcone e Borsellino e il movimento, che era nato subito dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e che aveva trovato nuova forza dopo le stragi del 1992, sopravvive fra liturgie, litanie e un fiume di denaro.

Tutto ciò che conquista lo status di antimafia «certificata» si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in contributi per «vivere la neve» (naturalmente con legalità), in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio. È un’Antimafia sottomessa. Soggetta all’altrui benevolenza e alla concessione di un generoso Pon (Programma operativo nazionale Sicurezza e Sviluppo, ministero dell’Interno) o di somme altrettanto munificamente elargite dalla Pubblica Istruzione, la sua conservazione o la sua estinzione è decisa sempre in altro luogo. Così il futuro di un circolo intitolato a un poliziotto ucciso o a un bambino vittima del crimine, di uno “sportello” anti-usura, di un “Osservatorio” sui Casalesi o sui Corleonesi, di un Museo della ‘Ndrangheta, è sempre appeso a un filo e a un “canale” che porta a Roma.

C’è chi chiede e chi offre. Il patto non scritto è non disturbare mai il potente del momento. Addomesticata, l’Antimafia è diventata docile e malleabile. È un’inclinazione che naturalmente non coinvolge tutte le associazioni (anche se, in più di un’occasione, lo stesso don Ciotti ha strigliato i suoi per una certa inadeguatezza di conoscenza e un conformismo che si è diffuso dentro Libera), ma gran parte dell’Antimafia sociale ormai è in perenne posa, immobile, come in un fermo immagine a santificare “eroi” e a preoccuparsi di non restare mai con le tasche vuote.

È un’Antimafia consociativa. Dipendente da quella governativa che presenzia pomposamente agli anniversari di morte, che organizza convegni alla memoria, che firma convenzioni e protocolli con gli amici che sceglie a suo piacimento sui territori. A parte il caso estremo del presidente di Sicindustria Antonello Montante — indagato per concorso esterno, a capo di una consorteria che ha occupato ogni luogo decisionale della Regione, comprese quelle camere di commercio siciliane dove è stato appena arrestato il suo vice Roberto Helg per una tangente di 100mila euro — e a parte gli inevitabili approfittatori o i saltimbanchi che girano l’Italia come al seguito di un circo, la questione che stiamo dibattendo è molto più seria e profonda proprio perché è quasi l’intero movimento antimafia che si è svilito.

In questo clima felpato e silenziato anche il fronte giudiziario ha perso molte delle sue energie. Se si escludono singoli magistrati, anche capi degli uffici — a Roma, Reggio Calabria, in Sicilia, a Milano, a Bologna — in troppi guardano molto al passato e poco al presente, alla faccia nuova del crimine. C’è difficoltà nell’intercettare le evoluzioni del fenomeno e nell’analisi.

Qualche giorno fa, la relazione annuale (periodo dal 1 luglio 2013 al 30 giugno 2014) del procuratore nazionale Franco Roberti non ha offerto un solo spunto originale, fra 727 pagine neanche qualche riga dedicata al mutamento dei rapporti delle mafie con la politica e con i poteri economici sospetti. Una relazione innocua. Unico «scatto» il riferimento ai silenzi della Chiesa (dimenticando gli effetti clamorosi nelle diocesi dopo il viaggio di Papa Francesco in Calabria dell’anno scorso) che ha provocato la reazione di Nunzio Galantino, il segretario della Conferenza Episcopale Italiana: «Procuratore, questa volta ha toppato».

È un’Antimafia sempre più cauta. Soprattutto quando si avvicina dalle parti del Viminale. Dopo Claudio Scajola (arrestato per concorso esterno) e dopo Annamaria Cancellieri (in rapporto trentennale intenso con una delle famiglie di più cattiva reputazione del capitalismo italiano) è arrivato dalla Sicilia Angelino Alfano. È uno di quelli che insieme al suo grande amico Totò Cuffaro (arrestato per mafia) rivendicò a Palermo la paternità dello slogan «la mafia fa schifo».

È sempre stato legatissimo al Cavaliere Silvio Berlusconi (sotto sospetto permanente di legami con Cosa Nostra attraverso Marcello Dell’Utri) fin da quando è entrato in Parlamento. È lui che qualche settimana fa ha ancora fortissimamente voluto Antonello Montante (indagato per mafia) all’Agenzia nazionale per i beni confiscati. La domanda rischia di scivolare nella banalità: come si combina la tanto sbandierata (e crediamo sincera) fede antimafia del ministro Alfano con quei rapporti politici e personali così stretti, con un’intimità così spinta verso personaggi che a svariato titolo e nelle più diverse situazioni non hanno certo titolo per vantare titoli antimafia realisticamente cristallini (Cuffaro e Berlusconi) o ricoprire incarichi istituzionali (Montante)?

Ministro Alfano, non basta dire «la mafia fa schifo».

L’Antimafia ormai è materia sfuggente o addirittura materia d’indagine, come dimostrano negli ultimi giorni e negli ultimi mesi i “paladini” finiti in carcere o invischiati in losche faccende. Come fa a non saperlo anche Alfano che nell’ottobre del 2013 ha voluto portare a Caltanissetta — la città dove Montante ha il suo quartiere generale — il comitato nazionale di ordine pubblico e sicurezza? In Sicilia non accadeva dai giorni delle stragi Falcone e Borsellino. Cosa è avvenuto, nel centro Sicilia, di così straordinario o di così drammatico per far arrivare capo della polizia, comandanti di Arma e Finanza, i direttori dei servizi di sicurezza? Nulla, assolutamente nulla. Ma anche lì, a Caltanissetta, serviva un bollo, uno di quei “certificati” per dichiarare quella città capitale dell’Antimafia. “Zona franca per la legalità” d’altronde l’aveva già battezzata il governatore Raffaele Lombardo, uno condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi per reati di mafia. Ecco perché, fra tanti travestimenti e ambiguità o semplici equivoci, forse è arrivato il momento di una riflessione su cos’è l’Antimafia e dove sta andando.

Milano - Festival dei beni confiscati. Bici, moda etica e volontari negli ex locali dei boss

di Alessandro Coppola da il Corriere della sera

Magliette, felpe, tazze con un logo speciale. Per la produzione e la vendita, il vecchio negozio a due passi da piazza Piola risulta perfetto. Era un tassello dell’impero milanese dell’anziano barista usuraio Aldo Tempera, che al ritmo del 65 per cento annuo sui prestiti aveva accumulato in città e nel resto d’Italia 74 appartamenti. Adesso sarà lo spazio di lavoro di tre ragazzi ex detenuti, che stamperanno T-shirt e disegneranno ceramiche, a cura della Cooperativa Angelservice e del Carcere minorile Beccaria. Confiscato (con sentenza definitiva), quindi acquisito dal Comune, infine assegnato con l’ultimo bando, chiuso a luglio. E’ la tranche più recente dei progetti che nasceranno su immobili sottratti alla criminalità: otto nuovi percorsi di riutilizzo sociale che partiranno a breve, e che si aggiungeranno ai 143 attualmente in corso. Una foresteria per giovani del servizio volontario europeo, in via Clusone 6 (Associazione Joint). Un centro per neo-maggiorenni con problemi psichici, in corso Lodi 59 (Anteo Onlus). Un appartamento di pregio, che è stato proprietà di un sedicente medico che iniettava botox illegale, trasformato in rifugio per donne sole con bambini, in viale Majno 3 (Saman Onlus). Un centralino che risponde in aiuto di anziani maltrattati, in via Meda 47 (Associazione Telefono Donna). Il sostegno all’adozione internazionale, compresi corsi di spagnolo e di russo, in via Melzi D’Eril 44 (S.O.S Bambino).

Un punto d’appoggio per genitori che non riescono a occuparsi dei figli, in via Riva di Trento 1 (Cooperativa Minotauro). E poi due progetti per giovani venuti fuori dall’esperienza devastante del carcere: il laboratorio di via Vallazze (vicino a Piola) recuperato dall’usuraio, e una ciclofficina sociale, in via Paisiello 5, che era una base di spaccio e che ora, invece, funzionerà sotto la guida di un «mastro biciclettaio », a cura dell’Associazione Gruppo Volontari. L’anno prossimo, al quarto appuntamento con il Festival dei beni confiscati, potrebbero essere inseriti nel percorso dei progetti da visitare. Ieri, intanto, s’è conclusa la terza edizione, da giovedì a domenica, tavole rotonde, eventi, spettacoli, dichiarazioni d’intenti. È venuta la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, ha parlato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti. Il padrone di casa, l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, ha preso nota e ora fa una riflessione finale: «Il governo sui beni confiscati creda di più nelle città». Soprattutto, in tempi di crisi.

Tre messaggi per Roma, allora, nell’ultima giornata di festeggiamenti. «Come ha chiesto anche Ciotti — rilancia l’assessore —, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assuma la questione come cruciale, e non la lasci, come è adesso, a una sottostruttura del ministero dell’Interno». Secondo: «Non si ha certezza delle risorse a disposizione». È indispensabile fare chiarezza anche sulla possibilità di mettere a reddito parte dei beni. Terzo, collegato ai primi due: «L’Agenzia nazionale sia più snella, più veloce, torni allo spirito originario di facilitare la vita ai gestori ». Oggi, invece, è allo stallo. Da Milano si avanza una proposta, infine: un ulteriore trasferimento di responsabilità alle amministrazioni locali. «Le città hanno dimostrato che possono gestire da sole l’enorme ricchezza dei beni confiscati — conclude Majorino —, assieme certo al terzo settore. Sono una risorsa eccezionale»

«Desio comune contro le ecomafie». Prestigioso riconoscimento da Libera e Legambiente

di Alessandro Crisafulli da il GIorno del 13/08

I CITTADINI chiedono a gran voce più cura del verde, più decoro urbano, meno discariche a costellare le periferie. Intanto, però, fuori dai confini comunali, e lontano dalle critiche della popolazione, il Comune di Desio fa incetta di premi sul fronte ambientale. Nei giorni scorsi il sindaco Roberto Corti in persona ha ricevuto il prestigioso premio «Ambiente e Legalità», promosso da Libera e Legambiente. La motivazione? «Per avere improntato la propria azione di governo locale nel segno di una decisa discontinuità rispetto al recente passato, in sintonia con i principi della tutela del territorio e della legalità». Un vero e proprio fiore all’occhiello per il primo cittadino, che per ricevere il riconoscimento si è recato in Maremma, nella cornice della manifestazione «FestAmbiente». Il premio, giunto alla decima edizione, lo ha visto in ottima compagnia, con un giornalista, rappresentanti delle forze dell’ordine, una cooperativa sociale, magistrati, tutti impegnati su questo duplice fronte: una squadra di 10 difensori della legalità contro l’ecomafia e la criminalità organizzata. A garantire questa bella vetrina, ancora una volta, la Variante «salva-territorio» che la nuova Giunta di centrosinistra ha approvato appena insediatasi: un documento con il quale 1,5 milioni di metri quadri che il precedente Piano di governo del territorio prevedeva potenzialmente edificabili, sono stati preservati.
Un modo anche e soprattutto per fermare potenziali mire di interessi privati e della criminalità organizzata, che in una realtà come Desio ha trovato nella cementificazione selvaggia una delle sue fonti di reddito principali.

LA STESSA VARIANTE pochi mesi fa garantì a Desio un altro importante riconoscimento: il Sole 24 Ore la inserì tra le dieci città più «green» d’Italia, «un esempio incoraggiante - la motivazione - nella riuscita della salvaguardia del territorio brianzolo poiché ha liberato il suolo da un milione e mezzo di metri cubi di cementificazione. Restituisce così all’agricoltura e al verde pubblico quel 60% della superficie che il Piano di Governo del Territorio aveva ulteriormente destinato all’urbanizzazione».
alessandro.crisafulli@ilgiorno.net

Suv e ville, il tesoro delle Mangano. La Procura: confiscare i beni agli eredi

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Loro sono le figlie dell’ex stalliere di casa Berlusconi ad Arcore. Quel Vittorio Mangano che in realtà era il reggente del mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo. Cinzia Mangano, 44 anni, è finita in cella lo scorso settembre con l’accusa di associazione mafiosa. Con lei il cognato Enrico Di Grusa, 46 anni, marito della sorella Loredana (indagata) e Pino Porto il cinese, 59 anni, l’uomo dei palermitani di Cosa Nostra a Milano. Insieme avevano creato una galassia di cooperative di facchinaggio e servizi che servivano in realtà a riciclare soldi della mafia e ottenere lavori grazie alle intimidazioni, ai pestaggi e alle estorsioni. Ora la Procura di Milano ha chiesto alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale la confisca dei beni del clan. Appartamenti, ville, conti bancari e auto di lusso. Tutti beni comprati grazie ai soldi sporchi secondo le accuse dei pm della Direzione distrettuale antimafia Marcello Tatangelo e Alessandra Dolci.

Un tesoro in parte intestato a parenti e prestanomi. Sono stati gli investigatori della Mobile, guidati da Alessandro Giuliano, a ricostruire la storia dei beni e il percorso delle intestazioni fittizie. Il bilancio parla di quasi tre milioni di euro di valore. Un patrimonio che dal Corvetto arriva all’hinterland di Milano, passando attraverso le Valli di Comacchio per arrivare giù fino alla Sicilia, alla splendida Conca d’Oro. L’udienza per decidere le sorti del patrimonio si terrà il prossimo giugno. I beni a quel punto potrebbero passare direttamente allo Stato in attesa che si attivi l’iter (molto lungo e — purtroppo — complesso) per la riassegnazione a fini sociali. In tal caso alle forze dell’ordine potrebbero essere affidate due auto di lusso finite nell’elenco dei beni da togliere al clan. Si tratta di una sportivissima Bmw Z4 immatricolata nel 2007 e acquistata nel 2010 da Cinzia Mangano. Il suo valore, stando alle quotazioni attuali di mercato, si aggira intorno ai 10-11 mila euro.

Ben più consistente invece il valore (85 mila euro) del suv Porsche Cayenne 2.900 di cilindrata intestato a una società di servizi finanziari ma di fatto nelle mani di Enrico Di Grusa. La parte più consistente del patrimonio riguarda però immobili e conti correnti. Sono 19 i conti bancari e postali finiti sotto sequestro. Tutti con saldo attivo di diverse migliaia di euro. A Cinzia Mangano è stata sequestrata la villa di via fratelli Cervi a Tribiano, vicino a Paullo: sette stanze e due box. Sempre alla figlia di Vittorio Mangano appartengono i 260 metri quadrati di uffici di viale Romilli 21 al Corvetto dove avevano sede le cooperative. Al cognato Ernico Di Grusa sono intestati invece una casa di cinque vani, magazzino e box interrato, in via Umbria 16 a Peschiera Borromeo. Sempre al marito di Loredana Mangano è riconducibile una casa in via Baracca a Boccadifalico, Palermo. Pino il cinese, l’emissario di Cosa Nostra che teneva i rapporti con i boss che da Palermo salivano a Milano, è invece proprietario di un terreno di 9 ettari a San Donato, diversi immobili a Monreale e Misilmeri in provincia di Palermo e un immobile di 96 metri quadrati più box a Comacchio nel Ferrarese. Beni in buona parte intestati ad altre persone. Il boss formalmente viveva in una casa popolare Aler in via Lope de Vega 50, alla Barona.

“Lavori per l'Expo, la mafia partecipa al banchetto". Il Prefetto: "Consolidata presenza"

di Davide Milosa da il Fatto quotidiano del 23/03

Gli annunci sono finiti. E quello che prima era un rischio, ora è un dato di fatto. La mafia è entrata nell’affare di Expo. Testa e soldi dei boss controllano parte dei lavori e delle opere connesse. L’allarme, scaturito dall’inchiesta sull’appaltificio di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) governato per dieci anni da Antonio Rognoni, trova conferma nella relazione del Prefetto di Milano consegnata alla Commissione parlamentare antimafia in trasferta sotto al Duomo.

È IL 16 DICEMBRE2013, quando Francesco Paolo Tronca davanti ai parlamentari legge un appunto riservato di 56 pagine e svela “una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”. In quei giorni davanti al presidente Rosy Bindi parla anche il procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Dice: “In considerazione del tempo ormai limitato (...) è molto forte il rischio di infiltrazioni”. Il dato, di per sé clamoroso e inedito, diventa inquietante quando Tronca affronta la questione delle opere connesse all’evento. Tra le varie, oltre alla Linea 5 della metropolitana infiltrata dal clan Barbaro-Papalia, cita la Tangenziale esterna est, snocciolando numeri che fotografano lo stato di un’infiltrazione consistente. “Quest’opera - sono le sue parole - presenta la maggior concentrazione di imprese già interdette, sette nell’ul - timo periodo”. Più altre due. In totale nove società allontanate per sospetti di collusione con le cosche. Una di queste è la Ci.Fa. Servizi ambientali tra i cui soci compare Orlando Liati coinvolto in un traffico illecito di rifiuti. Un nome, quello dell’imprendi - tore milanese, già finito nelle informative dell’antimafia lombarda per i suoi rapporti con importanti clan della ‘ndrangheta. Dal 2009 il coordinamento dell’opera è affidato alla Tangenziale esterna spa. Consigliere delegato è Stefano Maullu, ex assessore formigoniano sfiorato (e mai indagato) da alcune inchieste di mafia. Con lui nel board societario c’è l’architetto Franco Varini in contatto con Carlo Antonio Chiriaco, l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia condannato in primo grado a 13 anni per concorso esterno. La spa che gestisce i lavori della tangenziale è anche al centro dell’ultima indagine su Infrastrutture Lombarde. Al suo nome sono legate consulenze pilotate a favore dei legali della cerchia di Rognoni. Oltre agli appalti affidati alla cooperativa emiliana Cmb che con l’Ilspa, negli anni, ha fatto affari d’oro.

CONSULENZE , dunque. E non solo. Con i clan che si accomodano al banchetto di Expo. Tanto che sul sito oggi lavorano quattro società segnalate dalla Dia per rapporti sospetti con ambienti mafiosi. Spiega Tronca: “Spesso la trama dei rapporti d’affari tra le imprese non appaiono subito evidenti”. Il ragionamento del Prefetto è chiaro. Ma c’è di più. Secondo Tronca, infatti, “molte società per le quali stanno ora emergendo criticità antimafia non risultano censite dalle Prefetture competenti per territorio”. Tradotto: “In maniera elusiva, le imprese colluse hanno sempre lavorato in una zona grigia” in modo “da sottrarsi alla richiesta d’infor - mazioni antimafia”. Un gap che non sembra poter essere risolto nemmeno dalla cosiddetta piattaforma informatica creata per raccogliere il database delle imprese. Secondo una nota del centro Dia di Milano il sistema è “inutilizzabile a causa di vistose lacune relative alla scarsa intuitività del sistema e alla carenza della documentazione”. A tutto questo si aggiungono le problematiche dei controlli antimafia sui lavori degli stati stranieri. Il punto, sollevato dal Prefetto, segnala come in questi casi l’ade - sione ai controlli sia solo su “ba - se volontaria” così come previsto da un accordo preso tra il governo Italiano e il Bie. Nessun obbligo, dunque. E tanto terreno fertile per la mafia.

Milano - Mafia, inutilizzati i 63 manager che risanano le aziende confiscate

di Alessandra Coppola da il Corriere della sera

I lavoratori della LA.RA. Srl potevano essere salvati. La società aveva una sua solidità e una lunga esperienza nel controllo degli impianti nella base militare Usa di Sigonella. Per portare avanti l’attività, c’era pure un piano di gestione preparato da un gruppo di manager formati proprio qui, a Milano. Invece, dopo la confisca, l’azienda s’è spenta e i venti dipendenti sono in cassa integrazione. È una storia che riguarda tutto il Paese: 1.708 società confiscate alla criminalità in Italia, 223 nella nostra regione, 110 soltanto nel perimetro di Milano. E di tutte queste, dalla Sicilia alla Lombardia, appena una sessantina resta in piedi. Dei mille problemi della gestione dei beni sottratti ai mafiosi rimane il numero uno: come salvarle da un destino certo di fallimento? Paola Pastorino e i suoi 62 colleghi un’idea ce l’hanno: «Chiedeteci aiuto, per recuperare queste imprese servono le nostre competenze». Che a breve saranno raggruppate in un elenco speciale, il primo in Italia: l’associazione professionale «Manager white list». Sottotitolo: «Un ponte tra le istituzioni e la redditività dei beni sequestrati e confiscati».

Non è una richiesta di soldi: «Per noi è anche una questione etica, in molti siamo disposti a farlo anche pro bono. O comunque a essere pagati solo dopo aver portato guadagni ». L’idea all’origine l’avevano avuta Assolombarda e Aldai (le associazioni delle imprese e dei dirigenti), che alla fine del 2011 avevano siglato una convenzione con l’Anbsc, l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati: un progetto per la formazione di esperti nel salvataggio di questo tipo di società. Che hanno problemi specifici. Spesso sono mere «lavanderie», scatole vuote con l’unico obiettivo di riciclare soldi, impossibili da recuperare.

Di frequente, stanno sul mercato grazie al doping mafioso, che tra minacce, contratti in nero e crediti «agevolati», sbaraglia la concorrenza: quando vengono «liberate» perdono la spinta aggiuntiva, s’appesantiscono per i costi che il passaggio alla legalità richiede, e affondano. «Non tutte è possibile salvarle, è vero — ammette Paola Pastorino —, ma noi, per esperienza vissuta sulla nostra pelle, sentiamo l’odore delle aziende: se c’è trippa o è un giro di carte. In quest’ultimo caso, non c’è nessun interesse a mantenerle in vita. Ma se c’è sostanza, perché non provare?».

Il gruppo dei 63 è stato addestrato per questo. Selezionati al principio del 2012 su oltre 260 dirigenti, hanno frequentato dei corsi concentrati nei fine settimana da febbraio a luglio 2012, sono stati divisi in squadre e hanno anche lavorato su 14 casi specifici, compilando dei report messi poi a disposizione dell’Agenzia e degli amministratori giudiziari. Risultati? Nessuno. I dossier sono rimasti nei cassetti, i 63 — che son tutti professionisti di lunga esperienza, età media cinquant’anni — son tornati alle proprie scrivanie. E l’ipotesi originaria che gli amministratori ai quali i tribunali affida la gestione delle società confiscate potessero utilizzarli come coadiutori non si è mai realizzata.

Eppure, nel dibattito che di recente si è riaperto sulla gestione dei beni sottratti alle mafie tutti — magistrati, politici, tecnici, forze dell’ordine, terzo settore — hanno ribadito che il buco nero è qui, nella vicenda delle aziende. Pochi giorni fa, in un seminario alla Bocconi, il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha sottolineato il «fallimento dello Stato», conseguenza della chiusura delle imprese che sono state criminali e della perdita di posti di lavoro: «Rischia di ingenerare la convinzione che quando il bene era gestito dal mafioso funzionava, quando è nelle mani dello Stato, va in malora».

Viene in mente, qui nei paraggi, il caso della Blue Call di Cernusco sul Naviglio, impresa di servizi che al sequestro nel 2012 ha un’apparenza florida e oltre 300 dipendenti: spolpata dai soci di‘ndrangheta, s’è avviata presto alla liquidazione. «Per queste operazioni di salvataggio, un amministratore giudiziario non basta — continua Pastorino —: senza nulla togliere alla loro professionalità, si tratta nella maggior parte di casi di un commercialista, che in un’azienda è abituato a controllare i conti, a fare il bilancio, ad avere una visione numerica».

In base ai calcoli, queste imprese confiscate sembrano spesso irrecuperabili. L’approccio di Paola e dei colleghi della sua «white list», invece, è diverso. «Se c’è valore in un’azienda — spiega — lo capisci parlando con i dipendenti, valutando il tipo di prodotti o di servizi, il portafoglio clienti, la collocazione sul territorio ».

Il suo caso di studio, per esempio, è il Moonlight. Un motel confiscato — dunque di proprietà dello Stato — che funziona ancora a ore sulla strada provinciale Binasco- Melegnano, nel Comune di Siziano, provincia di Pavia. Amministrazione giudiziaria, dipendenti che non hanno alcuna relazione con il criminale proprietario, al quale è stato sottratto, attività lecita e totalmente regolare. Il Moonlight, però, apre un bel dilemma, irrisolto, nella gestione dei beni ex mafiosi: è un caso raro di azienda che funziona ancora, anzi con una redditività in crescita, ma in un settore che è quanto meno imbarazzante per un bene dello Stato. Come si fa? Pastorino e i colleghi della sua équipe hanno studiato un progetto per trasformarlo in un albergo di tre, anche quattro stelle. L’ha preso in considerazione qualcuno? La risposta, di nuovo, è no.

Milano - Strage di via Palestro. Preso dopo vent’anni Marcello Tutino. Ai tempi viveva a Bovisio Masciago

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Non è la parola fine sui misteri della strage. Ma finalmente il «più oscuro» degli attentati in continente dell’offensiva mafiosa del ‘93 ha un nome in più da aggiungere all’elenco dei (presunti) colpevoli. È quello di Filippo Marcello Tutino, 52 anni, originario di Caltanissetta ma uomo del clan dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i boss del quartiere Brancaccio di Palermo. A Tutino, che si trova già nel carcere di Opera con l’accusa di associazione mafiosa (è stato arrestato nel 2011 con gli eredi dei Graviano), è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di strage firmata dal gip Laura Anna Marchiondelli. È lui l’ultimo — per il momento — uomo del commando che il 27 luglio ‘93 fece esplodere l’autobomba in via Palestro: cinque morti e danni per miliardi di lire al Pac e alla vicina Galleria d’arte moderna.

A incastrare Tutino, il cui fratello Vittorio è già stato condannato in via definitiva solo per le stragi romane e assolto per via Palestro, sono state le parole del pentito Gaspare Spatuzza. Asparinu ‘u tignu, killer del sacerdote don Pino Puglisi, dal 2008 collabora con i magistrati che indagano sul filone delle stragi (Falcone-Borsellino e gli attentati di Firenze, Milano e Roma). Già durante le udienze del processo al boss Tagliavia che s’è svolto a Firenze e di quello davanti alla corte d’Appello di Brescia per la negata revisione dell’inchiesta che ha condannato i fratelli Giovanni e Tommaso Formoso, Spatuzza aveva parlato del ruolo avuto su Milano da Filippo Marcello Tutino. «È venuto lui a prenderci in stazione. Insieme siamo andati a rubare la Fiat Uno. Ha seguito la fase esecutiva della strage».

Sono stati gli investigatori del Servizio centrale operativo di Roma e della squadra Mobile di Milano, guidati da Francesco Messina prima e da Alessandro Giuliano poi, a cercare i riscontri alle parole del pentito. Tutino, in passato coinvolto in indagini antidroga, fino a metà del 2011 era libero e a Palermo gestiva gli interessi dei Graviano. Tutino a Milano viveva a casa del fratello a Bovisio Masciago e lavorava come imbianchino. I magistrati Ilda Boccassini e Paolo Storari avevano contestato l’aggravante di eversione dell’ordine costituzionale, ma secondo il gip «la finalità delle stragi era solo quella terroristica e di agevolazione dell’organizzazione mafiosa». «Complimenti ai magistrati» arrivano dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Mentre per il sindaco Pisapia «l’arresto di Tutino a vent’anni dalla strage è una bellissima notizia».


L’imbianchino che piazzò l’esplosivo. «Era l’unico che conosceva le strade»
di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Marcello era stato «posato». O meglio cacciato da Palermo. Era stato accusato d’aver fatto sparire un carico di sigarette, ma i fratelli Graviano gli «salvarono la vita» a patto che l’imbianchino sparisse dalla Sicilia. È per questo che Filippo Marcello Tutino, 52 anni, negli anni Ottanta si trasferì a Milano. Poi quando i Graviano riunirono i «soldati» per gli attentati, la falsa ortodossia di Cosa Nostra venne infranta come se niente fosse: serviva un uomo che conoscesse bene Milano e le sue strade. Così i boss di Brancaccio coinvolsero il «posato» Marcello Tutino e gli diedero la «grande opportunità» di «riabilitarsi con questa partecipazione alla strage». Parola del pentito Gaspare Spatuzza. Dopo le bombe sia Marcello che il fratello «postino» e le loro famiglie sono tornati a Palermo. E le ultime indagini hanno dimostrato come dopo l’arresto di Giuseppe e Filippo Graviano, dell’altro fratello Vittorio Tutino, è stato proprio Marcello a mandare avanti «l’attività dell’organizzazione » nella gestione di alcune pompe di benzina a Brancaccio. Marcello Tutino a Milano ha lavorato come imbianchino. Così lo ricorda il pentito Gaspare Spatuzza nelle sue deposizioni davanti al pm Ilda Boccassini.

Viveva in via Roma a Bovisio Masciago, a casa del fratello che lavorava come postino. Qui ancora, a distanza di più di vent’anni, i vicini di casa lo ricordano come un tipo «schivo» che «usciva solo con amici di Milano», ma che certamente aveva «un telefono cellulare» e una «macchina scura». Il fratello aveva lavorato come «autista alle Poste» e nei primi anni a Milano aveva vissuto in viale Zara. Secondo il collaboratore Emanuele Di Filippo «Marcello Tutino, pur vicinissimo alla famiglia Graviano non era mai stato “battezzato” ». Eppure era stato l’autista personale di Giuseppe Graviano, come lo indica Antonino Calvaruso. Tra i suoi trascorsi giudiziari (dall’associazione mafiosa alla droga) anche il sospetto di essere stato coinvolto in un traffico di armi con uomini della ‘ndrangheta calabrese. Di fatto quello di Tutino è l’ultimo nome che il collaboratore Spatuzza ha aggiunto alle indagini sulle stragi. Al momento dell’esplosione però il pentito era già ripartito per Roma e per questo lo stesso Spatuzza afferma di non conoscere l’esatta composizione del commando che portò la Fiat Uno imbottita d’esplosivo. «A Milano c’erano Giovanni Formoso, Vittorio e Marcello Tutino. Marcello era l’unico che conosceva le strade perché aveva lavorato a Milano. L’obiettivo venne mancato di 150 metri». Gli inquirenti non escludono che l’attentato abbia coinvolto altri «uomini dei Graviano». Ma nessuno degli «esecutori materiali» di via Palestro ha mai collaborato con la giustizia. Il segreto, se esiste, è ancora ben custodito.


Dalle parole del pentito Spatuzza la verità sull’attentato «più oscuro»
di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera

Tessera dopo tessera, il puzzle che completa la verità sulla strage di mafia del 1993 di via Palestro incrocia sempre di più geografia e destini umani, periferie di luoghi e di persone. Così, se fino a oggi si sapeva che l’esplosivo per l’autobomba era stato trasportato in camion da Palermo sino ad Arluno, e custodito in un casolare di Caronno Pertusella, ora si scopre che Bovisio Masciago (dove all’epoca l’ultimo arrestato di ieri, Filippo Marcello Tutino, aveva la famiglia dell’ignaro fratello che lavorava come postino) fu un appoggio logistico importante per il commando di stragisti salito dalla Sicilia a preparare l’autobomba milanese del 27 luglio 1993: la sera in cui 100 chili di esplosivo su una Fiat Uno rubata uccisero i tre pompieri Stefano Picerno, Sergio Pasotto e Carlo La Catena, il vigile urbano Alessandro Ferrari e il senzatetto marocchino Driss Moussafir che stava su una vicina panchina a lato dei giardini pubblici. Come in una Samarcanda del tritolo, Driss Moussafir su quella panchina si ritrovò inconsapevole ma puntuale all’appuntamento con una bomba che, come lui, veniva dal mare: l’esplosivo usato in via Palestro, infatti, come quello per la strage di Capaci e per quella di via Georgofili a Firenze, faceva parte di quello che un pescatore (Cosimo d’Amato, solo l’anno scorso condannato in primo grado all’ergastolo) aveva trovato in vecchi ordigni navali da 200 chili, residuati bellici, due dei quali venduti poi a Cosimo Lo Nigro (del gruppo di fuoco dei Graviano) e utilizzati dai mafiosi per recuperarne, estrarne, macinarne e confezionarne il tritolo adoperato successivamente anche per le stragi sul continente.

La strage di via Palestro è quella di cui si è sempre ricostruito di meno, soprattutto per la mancanza di collaboratori di giustizia fra gli esecutori materiali, vista l’«irriducibilità» dei carcerati Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliani, Giuseppe Barranca, Tullio “Fifetto” Cannella e i fratelli Formoso, tutti del mandamento di Brancaccio dei Graviano. Ma ora a dare una nuova chance di approfondimento alla Dda milanese dei pm Ilda Boccassini e Paolo Storari è la complessa personalità di un ex fedelissimo dei Graviano, Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia già decisivo per riscrivere le fasi esecutive della strage di via D’Amelio (con l’indicazione del cambio di freni alla 126 usata per l’attentato, e a catena la revisione delle condanne all’ergastolo ingiustamente inflitte ad alcuni mafiosi), così come per determinare dal furto di alcune targhe la collocazione non a ottobre 1993 ma a gennaio 1994 del fallito (per un fortunato guasto del telecomando) massacro di un centinaio di carabinieri allo stadio Olimpico di Roma. Latitante dal 1994 al 1997, e poi recluso 11 anni al 41 bis, nel 2008 Spatuzza motivò la sua scelta di collaborazione con una conversione di tipo religioso: e «se sulla genuinità del sentimento religioso maturato non è possibile pronunciarsi, stante l’insondabilità dell’animo umano», la gip Laura Marchiondelli rimarca invece di Spatuzza i riscontri a «la presenza di Marcello Tutino a Milano, la riunione a casa della suocera di Tutino, i parenti della moglie di Tutino, il rinvio degli attentati, i viaggi in aereo, il rapporto con i Graviano».

lferrarella@corriere.it

Roma, i boss contro Abbate “Stai attento, c’è chi spara”. Le minacce al cronista dell'Espresso

di Marco Lillo da il Fatto quotidiano

Lirio Abbate si conferma il giornalista più minacciato d’Italia. Stavolta non è la mafia siciliana, né la ‘ndrangheta a impensierire gli uomini che lo scortano 24 ore su 24 da 6 anni. Bensì la mala che domina sulla Capitale. In particolare la Squadra Mobile di Roma sta indagando da mesi su una pista segnalata da un anonimo molto dettagliato: “Lirio Abbate deve stare attento a Riccardino l'albanese, uno dal quale dipende gente che spara”. La segnalazione risale all’estate scorsa ma emerge solo ora perché Riccardino, all’anagrafe Arben Zogu, 40 anni, il 29 ottobre è stato arrestato insieme a Mario Iovine e ad altre 12 persone legate al clan dei casalesi.

L’arresto è stato chiesto e ottenuto dai pm della Dda di Napoli, Antonello Ardituro e Alessandro Milita, che stavano indagando su altre vicende. L’indagine del Gico della Guardia di Finanza di Roma riguarda l’associazione a delinquere di campani e albanesi che era riuscita a imporre le proprie slot machine nei bar di Acilia e Ostia. I ‘casalesi’ mentre erano intercettati facevano riferimento al loro asso nella manica: due albanesi svelti di mano. Il primo era Orial Zogu, campione italiano dei mediomassimi nel 2012; il secondo, che sfrecciava sul suo T-Max insieme al pugile supertatuato, era proprio Zogu, detto anche Riccardino o Ricky. Per il Gip di Napoli che ne ha disposto l’ar - resto “era uno degli albanesi da chiamare nel caso in cui sia necessario procedere ad azioni di forza, ad esempio le spedizioni punitive (...) Ricky viene esplicitamente indicato tra coloro che, insieme con Orial, ha aiutato a sconfiggere la banda di rumeni che rubavano”. Secondo la segnalazione anonima Riccardino l’albanese si interessava ad Abbate. Quando viene recapitata i giornali non avevano mai parlato del suo ruolo di picchiatore né del legame con i casalesi, né soprattutto con Michele Senese, un boss finito in carcere a giugno.

A RENDERE INQUIETANTE il messaggio anonimo sulla minaccia contro Abbate è il fatto che la colpa del giornalista – se - condo la segnalazione – sarebbe proprio l’inchiesta di copertina pubblicata da L’Espress o nel dicembre del 2012: “I quattro re di Roma”. Come spesso gli capita, Abbate non si limitava a riprodurre nella sua inchiesta le indagini dei magistrati ma andava oltre. Grazie a un autonomo approfondimento giornalistico sul campo disegnava una mappa aggiornata con nomi, cognomi e sfere di influenza sul crimine romano, puntando il faro su personaggi pesanti ma a piede libero. Uno dei quattro re di Roma era Michele Senese, detto ‘O pazzo. Poco dopo il suo arresto arriva la segnalazione che mette in guardia gli inquirenti sul pericolo attuale corso da Abbate a causa delle sue inchieste sui re di Roma. L’anonimo metteva in guardia Abbate proprio rispetto all’albanese Riccardino, che operava nella zona di Ponte Milvio e che aveva incaricato i suoi uomini, “gente che spara” di pedinare il giornalista. La Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone e la Squadra Mobile guidata da Renato Cortese hanno preso sul serio la segnalazione perché nelle conversazioni intercettate nell’indagine sulla criminalità di Ostia (che porteranno all’arresto di un altro ‘re di Roma’: Carmine Fasciani) un boss del litorale parlava di Zogu come di un soggetto vicino proprio a Michele Senese. Al punto che, quando il clan Triassi di Ostia vuole capire chi sia l’autore di un attentato si rivolge proprio a Riccardino e Michele Senese.

LE INDAGINI non hanno trovato per ora riscontri alle affermazioni dell’anonimo e non ci sono indagati in questo fascicolo. Certo l’allerta resta molto alta perché, se la minaccia era vera a luglio, l’arresto dell’albanese a ottobre di per sé non l’ha fatta cessare. Altri potrebbero portare a termine il medesimo piano e la Polizia sta con gli occhi ben aperti. Per Abbate non è una novità: persino il capo dell’ala stragista di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella, se l’era presa con lui criticando dal carcere il suo lavoro quando Lirio era all’Ansa di Palermo. Dal 2007, quando scrisse un libro sui rapporti mafia-politica insieme a Peter Gomez (I complici , edito da Fazi) l’inviato dell’Espress o vive sotto scorta. La Polizia sventò un attentato davanti alla sua casa di Palermo e da allora il dispositivo di protezione per lui è la tutela di due uomini con auto blindata prevista per il livello di rischio tre. Dopo l’arrivo dell’anonimo nell’estate scorsa il comitato provinciale per l'Ordine e la sicurezza di Roma ha affrontato la questione in una riunione urgente per riorientare la protezione verso la nuova minaccia.

«Mangano, non servono presentazioni». I rapporti con politici e forze dell’ordine

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Sono una trentina di uomini e donne arrivati da Palermo negli anni insanguinati dalle guerre di mafia. Basso profilo e cautela, più per paura che per vocazione. Tanto è bastato però per salvare la pelle ed essere ancora qui. Pino Porto, 59 anni, lo chiamavano il cinese: baffoni oggi scomparsi, e occhi sottili. Enrico Di Grusa, 45 anni, capelli fluenti e quell’aspetto un po’ da yuppie: sbarbato e in giacca e cravatta. La faccia sveglia di chi ha sposato la figlia dell’allora reggente di uno dei mandamenti più importanti di Palermo, quello di Porta Nuova. Lei, Loredana Mangano, è la figlia dello stalliere di Arcore Vittorio. L’altra sua figlia, Cinzia, 44 anni, è finita in carcere: «Noi non abbiamo bisogno di presentazioni », diceva intercettata.

Eccolo il «consolato» di Cosa nostra a Milano oggi a disposizione completa di tutte le famiglie palermitane. I «milanesi» pagano gli avvocati ai vecchi boss, aiutano le famiglie dei carcerati, procurano medici compiacenti per le visite, offrono rifugio a latitanti. Come quel Giovanni Nicchi, chiamato dai nemici Tiramisù per quel vizio di esagerare con la cocaina, che proprio a Milano, nella casa di Pino Porto in via Lope de Vega alla Barona trascorrerà il periodo più duro della sua latitanza: i Lo Piccolo di Palermo lo vogliono morto, ma arriva prima la polizia. Gli agenti lo catturano il 5 dicembre 2009. Lo stesso giorno di un altro boss, quel Tanino Fidanzati catturato in via Marghera e da quarant’anni fidato emissario delle cosche in Lombardia.

Una «compagnia di servizi» che sfruttava i soldi (almeno 600 mila euro) ricavati dalle cooperative. Società aperte e subito chiuse, manodopera in nero, cinesi e sudamericani trattati come «bestie». Lo dice, intercettata, un’imprenditrice: «Intanto le tratta da persone quali sono e non da bestie, perché alla fine è vero che sono stranieri, però mi scusi eh...». Quanto contino ancora le regole di Cosa nostra lo raccontano le parole della vedova di Vittorio Mangano che si rivolge a «diversi uomini d’onore» per convincere il genero Di Grusa, «a cederle una parte degli utili». Ma non ci sono solo le cooperative e le estorsioni verso due imprenditori. Perché attraverso i soliti prestanome, Pino il cinese compra il bar Sand in via Aselli e, grazie all’amicizia con Guglielmo Fidanzati, figlio di Tanino, mette le mani su un altro locale all’Arco della Pace, il lounge bar Van Gogh. All’inaugurazione, il 30 aprile 2009, gli investigatori della Mobile — guidati da Alessandro Giuliano—fotografano «il "meglio" della criminalità organizzata siciliana operante nelMilanese ». Ma anche un ex agente della Questura passato al servizio di Fidanzati e un ispettore della stessa Mobile (poi trasferito). Sullo sfondo i rapporti con un finanziere, Gianni Lastella, candidato (non eletto) per il Pdl alle comunali del 2011. Lastella raccoglierà poi voti per Domenico Zambetti alle regionali, l’ex assessore arrestato per rapporti con le cosche calabresi

I «consoli» di Cosa nostra a Milano. Imprenditori lombardi «prigionieri» dei boss, soldi riciclati e rifugi sicuri per i latitanti

di Alberto Berticelli da il Corriere della sera

Non c’è solo la ’ndrangheta ad allungare i tentacoli sull’economia sana di Milano. Ieri gli agenti della squadra mobile hanno debellato un insediamento milanese di Cosa Nostra. Otto persone sono finite in carcere, quarantaquattro le perquisizioni. Un nome spicca su tutti, quello di Cinzia Mangano, 44 anni, figlia del defunto boss Vittorio Mangano, lo «stalliere di Arcore» che lavorò e visse per due anni nella villa di Silvio Berlusconi. Accanto a lei Enrico Di Grusa, 47 anni, genero di Mangano e l’imprenditore Giuseppe Porto, 59 anni: i tre sono ritenuti da polizia e magistrati il vertice del sodalizio criminoso che inquinava la vita economica politica e sociale della nostra comunità. Il velo squarciato dagli investigatori del vice questoreMaria Josè Falcicchia spiega anche come Cosa Nostra stia cambiando pelle: fedele ai principi che l’hanno resa tristemente famosa, innovativa nei metodi.

Basta con le intimidazioni classiche (anche se non sono mancate minacce ed estorsioni), basta con attentati e pistole. Dice al telefono (intercettato) Cinzia Mangano al suo interlocutore: «Noi non abbiamo bisogno di presentazioni ». «Ricordano i gabellotti del 1800», scrive il gip Stefania Donadeo nella sua ordinanza. Il gruppo Mangano- Di Grusa- Porto è accusato di una serie infinita di reati, primo tra tutti l’associazione per delinquere di stato mafioso. In pratica questo sodalizio di «mafia imprenditoriale» gestiva una serie di società di servizi (facchinaggio, pulizie etc, etc) che venivano chiuse dopo un anno di attività e poi riaperte per rendere più difficili possibili indagini. I lavoratori erano clandestini, sottopagati e, come si legge nell’ordinanza «trattati come bestie». Ovviamente le tariffe di queste società erano più che concorrenziali. Poi c’erano le false fatturazioni che permettevano introiti consistenti. A un primo sommario controllo sono emerse fatture false per 650 mila euro.

Questo meccanismo è stato reso possibile da commercialisti e notai compiacenti (su cui indaga la Guardia di finanza) e dall’atteggiamento remissivo di alcuni clienti omertosi che pur sapendo con chi avevano a che fare non sono stati capaci di dire di no. Il consistente flusso di denaro in entrata serviva a molte cose: a investimenti immobiliari, per l’acquisto di qualche società, per tutelare e sostenere le famiglie dei condannati permafia e aiutare detenuti nel carcere di Opera. In alcuni casi il denaro è servito per favorire la latitanza di personaggi di calibro come Giovanni Nicchi, reggente del mandamento di Pagliarelli.

Le intercettazioni e i pedinamenti hanno permesso di scoprire che la base dell’avamposto milanese di Cosa Nostra era un distributore Esso di piazzale Corvetto dove venivano prese tutte le decisioni operative. E ancora l’operazione «Esmeralda» ha messo in luce i contatti che Giuseppe Porto ha avuto con esponenti politici che si sono presentati alle elezioni del 2010. C’è poi un altra inquietante certezza: Cosa Nostra e ndrangheta convivono tranquillamente. La cosca Morabito- Palamara-Bruzzaniti che operava all’Ortomercato e che è stata sgominata, utilizzava gli stessi commercialisti utilizzati da Giuseppe Porto, uomo di Cosa Nostra.

Berlusconi pagava Cosa Nostra. 40 anni fa il patto con i boss. Dell'Utri l'intermediario

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza da il Fatto quotidiano

Per vent’anni c’è stato un patto “di protezione” tra Berlusconi e Cosa nostra. Un patto siglato grazie al fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che non ha mai cessato, tra il ’74 e il ’92, di svolgere il ruolo di “mediatore contrattuale” tra l’ex premier e i boss, con comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”. Con questo ritratto di Dell’Utri, la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo ha depositato ieri le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa dell’ex senatore Pdl, spazzando via i dubbi sollevati dalla Cassazione sulla mafiosità “permanente” dell’imputato nel corso del suo rapporto ultraventennale con Berlusconi, e cioè fino al ’92. Il presidente Raimondo Loforti aveva delimitato l’oggetto della prova alle sole condotte da verificare secondo il dettato della Suprema Corte. E cioè: quelle del periodo ’78-’82, parentesi nella quale Dell’Utri si allontana da Berlusconi e va a lavorare con l’im - prenditore Filippo Alberto Rapisarda. E quelle della stagione che va dall’82 al ’92, quando – uccisi i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi, e modificato il vertice di Cosa nostra con lo strapotere dei boss corleonesi – occorreva provare “l’aspetto psicologico” del reato di concorso esterno: ovvero che Dell’Utri avesse continuato a mediare tra i padrini siciliani e Berlusconi con la consapevolezza del proprio ruolo.

“In sinergia con i clan”
Oggi i giudici di Palermo spiegano perchè ritengono provate entrambe le condotte. Non c’è alcuna inconsapevolezza da parte di Dell’Utri, e neppure discontinuità nel ruolo di intermediario mafioso neppure per quei quattro anni (’78-’82) durante i quali abbandona temporaneamente il ruolo di braccio destro di Berlusconi. Per la Corte d’Appello, anche in quel periodo l’ex manager di Publitalia continua a “rivolgersi a coloro che incarnano l’anti Stato” e ad agire “in sinergia con l’organizzazione criminale”, avendo perfettamente chiaro “sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia della sua attività per il rafforzamento dell’organizzazione mafiosa”. È il ritratto di un vero ambasciatore delle cosche quello che emerge dal provvedimento dei giudici di Palermo che in 447 pagine, scritte nell’arco di sei mesi (il doppio del tempo solitamente previsto per stilare le motivazioni di una sentenza), descrivono Dell’Utri come una personalità “conno - tata da una naturale propensione a entrare in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare”. Lui, l’imputato eccellente, non si scompone: “Secondo me – dice – i giudici d’appello hanno fatto un potpourri della sentenza di primo grado quando fui condannato a nove anni”.

Ma l’ex pm Antonio Ingroia ribatte: “Avevamo ragione, le prove c’erano, ma la prima sentenza d’appello non era sufficientemente motivata”. Dell’Utri mediatore mafioso, insomma, con una piena coscienza del suo ruolo. E sempre in diretto collegamento con Berlusconi, quest’ultimo descritto dalla Corte d’Appello come un imprenditore “mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”, ma pronto a rifugiarsi “sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’ob - bligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. I giudici di Palermo ricostruiscono nei dettagli la genesi del “rapporto sinallagmatico” (ovvero di reciprocità) che ha legato per vent’anni l’ex premier e Cosa nostra, proprio grazie alla mediazione “costante e attiva” di Dell’Utri.

Tutto comincia tra il 16 e il 29 maggio del 1974, quando Dell’Utri organizza con il mafioso Gaetano Cinà nel proprio ufficio a Milano un incontro che precede di poco l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore. Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi, all’epoca imprenditore rampante, sigla un “patto di protezione con Cosa nostra”: un autentico contratto che durerà fino al ’92. In virtù di tale patto – sostengono ora i giudici –sia i contraenti che il mediatore conseguono “un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale” dell’ex premier, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa nostra per mezzo di Dell’Utri”. In che modo? La Corte ricostruisce anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi, “quale prezzo per la protezione” subito dopo il 1974, con la richiesta di 100 milioni di lire, formulata da Cinà ed esaudita. Versamenti, come si legge nelle motivazioni, che “hanno consentito all’associazione mafiosa di consolidare il proprio potere sul territorio”.

Se Mangano diventa lo stalliere di Berlusconi, insomma, non è “per la nota passione per i cavalli”, ma per garantire da quel momento “un presidio mafioso” ad Arcore. Dell’Utri, ricordano i giudici, ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconi come persona da assumere, ma ha sostenuto di averlo fatto per paura. Ora la Corte non gli crede: “La continuità della frequentazione, l’avere pranzato in diverse occasioni con lui – si legge – sono circostanze che consentono di escludere che i rapporti svoltisi in un ventennio possano essere stati determinati da paura”. Rileva ancora il collegio di Palermo: “Berlusconi ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. E anche durante gli anni trascorsi al fianco di Rapisarda, Dell’Utri non interrompe i contatti con Arcore, “pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sente tartassato o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”. Il “mediatore contrattuale” insomma, non si ferma mai. Non si tratta, pertanto, di una vittima di Cosa nostra: per i giudici Dell’Utri è un anello di congiunzione tra Berlusconi e il gotha mafioso, prima in nome di Bontade, poi per conto dei corleonesi di Totò Riina. “I rapporti di assoluta confidenza” e “l’atteg - giamento di mediazione sperimentato con Riina” sono infatti del tutto “incompatibili con il rapporto che lega l’estortore alla vittima”.

In banca con Vito Ciancimino
Dell’Utri interlocutore dei corleonesi e amico anche di don Vito Ciancimino. La Corte d’Appello giudica “attendibili” le dichiarazioni di Giovanni Scilabra, ex direttore della Banca Popolare di Palermo che in un’intervista al Fatto Quotidiano raccontò di una visita fatta nel suo ufficio nel 1987 dall’ex sindaco Ciancimino (di cui già si conosceva lo spessore criminale) accompagnato da Dell’Utri, per caldeggiare un finanziamento di 20 miliardi per le aziende di Berlusconi. L’ex senatore Pdl ha sempre smentito l’episodio, ma oggi i giudici credono all’ex direttore della banca, sostenendo che “la condotta di Dell’Utri mostra ancora una volta come l’imputato abbia scelto l’ap - poggio di Cosa nostra per i propri interessi personali”. Risultato? La Corte di Palermo conclude che “pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa, Dell’Utri ha voluto consapevolmente interagire con soggetti mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’at - tività di sostegno all’associazione senza dubbio preziosa per il suo rafforzamento”. La parola torna adesso alla Corte di Cassazione.

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