Candy

Fiaccolata a Brugherio per salvare la Candy

Comunicato stampa

Giovedì 12, a Brugherio, qualche centinaio di lavoratori e lavoratrici della Candy hanno dato vita ad una fiaccolata spettacolare per le vie del paese: dall’ingresso degli stabilimenti della famiglia Fumagalli fino alla sala consiliare del municipio.
E’ stata promossa dalle organizzazioni sindacali – presenti Fiom e Fim territoriali e regionali, CGIL CISL di Monza e Brianza, le segreterie della Lombardia di CGIL e CISL, le segreterie nazionali della FIOM – e dall’Amministrazione Comunale di Brugherio, da tempo impegnata nella persona del Sindaco Marco Troiano a coordinare la sensibilità di numerosi altri comuni e della provincia di Monza e Brianza, rappresentata da Domenico Guerriero.
Tra i partecipanti alla fiaccolata c’erano parecchi cittadini, pensionati della Candy e Sindaci con fascia tricolore (Caponago, Arcore in prima fila) a partire da quello di Monza, Roberto Scanagatti. Ha fatto capolino anche il capogruppo in regione Lombardia del PD Enrico Brambilla.
 
“La riuscita dell’iniziativa non era scontata – afferma a margine della manifestazione Maurizio Laini, segretario Generale della CGIL di Monza e Brianza -; tra i lavoratori serpeggia la paura per i possibili 370 licenziamenti annunciati dalla Candy e il colpo è pesante, capace di ammutolire i 580 che a Brugherio rappresentano l’ultimo insediamento di Candy in Italia. Eppure erano in tanti: si fa strada tra di loro la convinzione che la strategia di dismissione del sito da parte dell’azienda può essere battuta e gli esuberi recuperati con un piano industriale degno di questo nome. Occorre però convincere Candy che la storia italiana di questo brend brianzolo non può finire con ulteriori delocalizzazioni in Cina, piuttosto che in Russia o in Turchia. Si può continuare a produrre a Brugherio: lo dimostra il recente accordo sulla Whirpool. C’è mercato e ci sono le condizioni per recuperare produttività. Soprattutto, a Brugherio ci sono i lavoratori più professionalizzati, più disponibili, i migliori per un prodotto di qualità. Anche la Candy dev’essere condotta a crederci investendo sulle potenzialità di un’azienda ancora assolutamente viva”.
 
“Certo – conclude Laini – serve che l’azienda venga allo scoperto dichiarando le proprie strategie, pressata dalle sue responsabilità nei confronti del territorio; dalle amministrazioni locali; dal Governo, chiamato più volte in causa dagli slogan che si sono levati nel corteo”.
 
Negli interventi svolti a conclusione nella sala consiliare del Comune di Brugherio a gran voce è stato chiesto infatti un impegno del Ministero delle Attività Produttive per la rapida convocazione di un tavolo a Roma sul piano industriale per il sito di Brugherio.
 
“C’è mercato e spazio produttivo in Italia per gli elettrodomestici bianchi – ha concluso il Sindaco Troiano -. Lo dimostrano recenti investimenti di multinazionali nel nostro paese. E se la famiglia Fumagalli, come ha più volte ribadito, crede che a Brugherio debba rimanere il cuore del gruppo, qui a Brugherio devono rimanere tutti i lavoratori oggi occupati. Se non verrà fuori in fretta il piano industriale dell’azienda, ne costruiremo uno alternativo dal basso: amministrazioni, sindacati, lavoratori metteranno nero su bianco le loro proposte per il futuro dello stabilimento”.
 
Obiettivo di tutti –ha detto Pietro Occhiuto segretario della FIOM CGIL Brianza – è “lavoro, lavoro, lavoro. Vogliamo solo salvare il destino occupazionale del sito e il futuro di centinaia di famiglie brianzole”.
 
Monza, 13 novembre 2015
 

Brugherio - Fiaccolata della Fiom a sostegno del rilancio della Candy e per l'occupazione

Comunicato stampa

La Fiaccolata del 12 novembre è per il rilancio della Candy di Brugherio e per
la difesa dell'occupazione
"L'obiettivo è quello di avere da parte dell'azienda un piano industriale che rilanci la produzione del
sito di Brugherio ed abbatta gli esuberi". Con queste parole Pietro Occhiuto Segretario della Fiom
Cgil di Monza e Brianza presenta la fiaccolata organizzata dalle Rsu della Candy, unitamente a
Fim e Fiom, per il 12 novembre alle ore 17 con partenza davanti la palazzina degli uffici
Candy di via Eden Fumagalli a Brugherio ed arrivo nella Sala Consiliare del Comune brianzolo.
La fiaccolata rappresenta una tappa della mobilitazione partita dopo che la Candy aveva
preannunciato in estate 373 esuberi.
Da quel momento è partita la mobilitazione che ha coinvolto, in un tavolo di discussione a livello
locale, tutte le istituzioni, dal Sindaco di Brugherio, ai sindaci del comprensorio, fino ad arrivare al
Presidente della Provincia.
"Oltre alla naturale presenza dei lavoratori Candy, alla Fiaccolata hanno assicurato la
partecipazione diverse associazioni della società civile Brianzola ed anche semplici cittadini -
afferma Occhiuto, che prosegue - questa è la dimostrazione che Candy e la Brianza devono
continuare ad essere un connubio che dovrà continuare a vivere anche nel futuro".
 

Brugherio - Addio a Fumagalli, il signor Candy. Fece scoprire la lavatrice agli italiani

di Rosella Redaelli e Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA È scomparso ieri a 86 anni Peppino Fumagalli, presidente onorario di Candy, la multinazionale degli elettrodomestici che aveva fondato nel 1945 insieme al padre Eden e ai fratelli Enzo e Niso, scomparso anche lui proprio il 9 marzo di venticinque anni fa. Per cinquant’anni è stato al vertice dell’azienda, passando poi le redini del gruppo, all’inizio degli anni ‘90, ai nipoti e ai figli Aldo e Beppe. Dell’azienda che ha portato la prima lavatrice in Italia e ha segnato la storia del dopoguerra nel nostro Paese, amava ricordare gli esordi quando si chiamava «Officine Meccaniche Eden Fumagalli» e occupava un piccolo spazio in via Agnesi a Monza. «Ci raccontava del laboratorio dove c’erano carte e progetti per terra — ricorda la figlia Elisa —: i disegni di mio zio Enzo che dal periodo di prigionia in America era tornato con l’idea di realizzare in Italia la prima lavabiancheria, il modello 50, nel 1945 e la musica di Sugar Candy a cui si ispirò per il marchio ».

In memoria del fratello Enzo, scomparso nel 1967, Peppino Fumagalli organizzava ogni anno una riunione di tutta la grande famiglia monzese nel giorno del Ringraziamento e non aveva mancato neppure l’ultimo appuntamento: «Più tacchino mangiate e più benedizioni ricevete», diceva ai figli Aldo, Beppe, Laura, Elisa, alla moglie Gianna e alla cinquantina di nipoti e pronipoti riuniti per festeggiare. «Negli ultimi anni — ricorda ancora la figlia Elisa — aveva assunto questo ruolo di grande nonno di tutti. La famiglia, del resto, è sempre stata in cima ai suoi pensieri: era un uomo generoso e creativo». In famiglia i nipoti non dimenticano la sua carica umana davvero fuori dal comune, lontana dal cliché del grande industriale. La riservatezza tutta brianzola era un’altra sua caratteristica: l’unico aneddoto privato che amava raccontare era legato al giorno in cui fu ricevuto sulla nave Britannia dalla regina Elisabetta, dopo l’acquisizione di Hoover da parte del gruppo Candy.

In quell’occasione gli fu conferito il titolo di Honorary Commander of British Empire. «Ne parlava con l’orgoglio di un industriale italiano ». Anche se negli ultimi anni aveva lasciato gli incarichi operativi, voleva essere sempre aggiornato su quella che è diventata una multinazionale con 5.300 addetti nel mondo, ma con la sede centrale a Brugherio. «Un modello di riferimento per tutti gli imprenditori — dice Carlo Edoardo Valli, a lungo presidente degli industriali di Monza e Brianza —. Lo ricordo presente e attivo in Confindustria. E trovava anche il tempo per impegnarsi nel sociale: fu lui a fondare l’associazione Amici della Fondazione che aiutava Fondazione Cariplo nella raccolta fondi». I funerali del «signor Candy» si svolgeranno domani (alle 10.45) nel Duomo di Monza.

Brugherio - Beppe Fumagalli: «Candy non si vende». L’ultimo cavaliere italiano del bianco

di Roberta Scagliarini da il Corriere Economia

Alla fine sono rimasti solo loro, i Fumagalli della Candy, gli unici italiani nella top ten dei produttori europei di elettrodomestici. Dal quartier generale di Brugherio i nipoti di Eden Fumagalli, che lanciò nel 1945 la prima lavabiancheria tutta italiana, osservano la battaglia di acquisizioni transazionali che sta rivoluzionando il mercato mondiale di lavatrici e frigoriferi. E non palesano preoccupazione. «Escludo in maniera categorica che le acquisizioni riguardino noi — dice Beppe Fumagalli, 52 anni, amministratore delegato del gruppo brianzolo —. Non vogliamo essere oggetto d’acquisto. Stiamo facendo altro e non siamo preoccupati della concentrazione in atto».

La classifica mondiale
L’acquisizione di Indesit da parte di Whirlpool e la pronta risposta di Electrolux che ha rilevato Ge Appliances hanno dato vita a due giganti da oltre 22 miliardi di ricavi, che si contendono il primo posto della classifica mondiale davanti ai cinesi di Haier e ai coreani di Samsung e Lg. «Credo ci saranno altre operazioni internazionali — commenta Fumagalli —. È partito un processo di aggregazioni che non è finito, ci sono alcuni competitori importanti che vorranno reagire alle prime due iniziative. Si annuncia una lotta tra giganti globali in cerca di opportunità di crescita». La Candy, quinto gruppo europeo con quasi un miliardo di fatturato, non è abbastanza grande per competere con questi nuovi protagonisti globali, ma è solida a sufficienza per difendersi da sola, tanto che il capoazienda esclude «soci, quotazione e operazioni sul capitale». La dinastia lombarda, giunta alla terza generazione, è composta da due rami con diverse posizioni in azienda: a tenere le redini sono Beppe e il fratello Aldo, figli di Peppino, che pochi mesi fa si sono scambiati i ruoli di vertice. Ma in consiglio ci sono anche i cugini Silvano e Maurizio, figli dello zio Niso. «Ci hanno criticato per la eccessiva presenza della famiglia nella gestione, ma in fondo siamo solo due Fumagalli su 5.300 dipendenti ».

Beppe scherza, ma spiega anche che è stato «avviato un processo di managerializzazione dell’azienda» e che è stato creato «un advisory board composto da due membri della famiglia (Beppe e Aldo), due manager interni e due consulenti esterni, così da poter riunire più visioni». Cambiamenti necessari con un mercato europeo degli elettrodomestici che ha subìto un calo del 18% in cinque anni e una Candy che, a partire dal 2007, ha accusato un ridimensionamento dei ricavi del 12%. «Abbiamo passato un periodo complicato sia per il crollo del mercato continentale, che rappresenta l’80% del nostro giro d’affari, sia per l’ingresso di nuovi protagonisti, turchi, cinesi e coreani. Lo spazio disponibile è diventato più piccolo e la quota dei gruppi europei si è ridotta. Ci sono state famiglie che non ci hanno creduto e alcuni gruppi che sono scomparsi, come FagorBrandt che era nato dalla fusione di due marchi leader in Spagna e in Francia».

Per i Fumagalli si tratta di riuscire a riempire le caselle lasciate vuote dal consolidamento, prima che lo facciano altri. «La concentrazione genera nuovi spazi sul mercato — prosegue l’imprenditore —. La somma di due gruppi difficilmente porta nel medio termine a salvare tutte le posizioni. Ci sarà una razionalizzazione dei portafogli. Alcune marche minori, locali scompariranno a favore dei marchi più forti, liberando quote di mercato». La Candy, dopo tre anni di bilanci in rosso, ha affrontato una profonda ristrutturazione «per adattare la capacità produttiva alla domanda». È pronta per ripartire. «Il mercato europeo si è stabilizzato — precisa Fumagalli —. Non prevediamo un boom nei prossimi anni, ma la possibilità di fare meglio e con maggior efficienza quello che abbiamo sempre fatto». Entro sei mesi si prevede di concludere la riorganizzazione del gruppo: «Pensiamo di tornare positivi dal 2015». Lo scorso anno il fatturato si è fermato a 900 milioni, con 6,3 milioni di elettrodomestici venduti. Ma «quest’anno chiuderemo con una crescita dal 5%, il che dimostra che si può crescere anche rimanendo pesi medi e italiani».

Due terzi all’estero
L’export copre l’85% dei ricavi, grazie al percorso di acquisizioni realizzato nei Paesi in crescita come Cina, Russia e Turchia. «Siamo in tutto il mondo eccetto che negli Usa, perchè li gli elettrodomestici sono diversi dai modelli Europei », dice la famiglia. E i Fumagalli preferiscono puntare su ciò che sanno far bene nei tre settori chiave in cui sono presenti. Nelle lavatrici, che rappresentano il 40% del fatturato, Candy è il numero cinque in Europa con una quota del 6%. «È un segmento nel quale siamo sempre stati capaci di spostare il mercato avviando nuove tendenze, per esempio le lavatrici di piccole dimensioni o quelle a grande capacità». Gli elettrodomestici da incasso sono ritenuti «un settore fondamentale dove stiamo crescendo del 15%». E nel cosiddetto «floor-care» (la pulizia dei pavimenti) il marchio Hoover, rilevato nel 1995, «combatte per la leadership con Electrolux, Miele e Dyson ». Tradizione e innovazione insieme fino all’ultima frontiera degli elettrodomestici intelligenti, connessi con smartphone, tablet o computer.

Brugherio - Beppe Fumagalli (Candy): «La crisi sta finendo. Continueremo a fare il bucato a tutti»

di Dario Crippa da il Giorno del 15/06

LA RIVOLUZIONE comincia alla fine dell’ultima guerra mondiale. Enzo Fumagalli si trova a combattere in Libia. Gli Americani lo fanno prigioniero e lo portano negli Usa. E là Enzo si imbatte in qualcosa di mai visto prima: uno strano aggeggio che pulisce i vestiti sporchi. Si chiama lavatrice. Enzo scrive subito una lettera a casa a Monza, inviando disegni e schizzi sul nuovo elettrodomestico, ancora sconosciuto in Europa. Sa che papà Eden è un tipo geniale e lungimirante, capace con le sue “Officine Meccaniche Eden Fumagalli” di inventarsele tutte, addirittura una macchina per «lavare» le uvette prima di infilarle nei panettoni. Eden annuncia alla moglie: “Faremo lavatrici anche a noi”. Toccherà a lei fare la prova: infila il bucato nel primo prototipo di lavatrice, costruito con l’aiuto del secondo figlio Niso e, alla fine del ciclo di lavaggio, proclama: «Lava proprio bene!». Le “Officine Meccaniche Eden Fumagalli” cominciano a fare le prime lavatrici della storia italiana: è il 1945 quando nasce la Modello 50. Manca solo un nome per l’azienda e a fornirlo, mentre sono tutti a tavola a rimuginarci sopra, è la radio, che spara l’ultimo successo del grande Nat King Cole: «Candy». Ecco, ora c’è anche il marchio che - fra l’altro - evoca il «candore» di un bucato fatto per bene. La Candy può partire sotto l’occhio attento di Peppino, che ne gestisce la parte amministrativa.

Beppe Fumagalli, terza generazione della famiglia, ricorda fiero i racconti ascoltati a casa sin da piccino.
«Siamo stati i primi a fabbricare lavatrici in Italia. E questa responsabilità la sentiamo. Le innovazioni portate dalla Candy, dal ’45 a oggi, sono state veramente tante. Dicono che la lavatrice sia ormai un elettrodomestico maturo e forse è vero, ma senza non saremmo arrivati fino a oggi: ora lanciamo GrandÓ SimplyFi, una lavatrice connessa con lo smartphone, il tablet e il Pc».

Il mercato è cambiato?
«È stato arricchito da “competitor” extraeuropei, è diventato davvero globale e il mondo degli elettrodomestici del bianco è stato fortemente toccato da Coreani piuttosto che Turchi, ma questo ha anche dato grande spinta all’innovazione».

E voi per restare sul mercato producete anche all’estero.
«Vero, ma la testa è brugherese: uffici di ricerca e sviluppo, operazioni industriali e direzione affari sono qui. Inoltre, facendo acquisizioni in mercati esteri, Cina e Turchia su tutti, abbiamo imparato che ci sono competenze fuori del tessuto europeo che ci arricchiscono: non puoi vendere una lavatrice a un cinese o a un turco senza averla pensata per le sue esigenze, devi avere uffici di ricerca e sviluppo anche lì».

Dove vendete di più?
«In Italia abbiamo ormai solo il 15% del nostro fatturato, il grosso è in Inghilterra, Francia, Spagna, Cina, Russia, Turchia. Siamo un’azienda particolare: a differenza di gruppi più grandi, noi, pur essendo un “player” di medie dimensioni, grazie alle nostre numerose filiali siamo estremamente agili e possiamo permetterci ambizioni davvero globali».

All’estero però è dura, specie di questi tempi.
«La Russia per noi è un mercato importante e lo è anche quello ucraino: chi poteva prevedere cosa sarebbe successo? Lo stesso vale anche per quanto accaduto ultimamente in Turchia. Ogni volta dobbiamo saper dirottare le nostre attenzioni e risorse ad altri mercati. È possibile, se però diversifichiamo geograficamente: consente in momenti di crisi di dirigersi da altre parti, perché i mercati sono volatili e imprevedibili».

E l’Italia?
«È prevedibile, nonostante l’incertezza politica, che però fortunatamente non incide sul mercato come le turbolenze in atto in altri Paesi».

Diceva un vostro spot: “Candy sa come si fa”. È ancora vero?
«La ricetta è essere molto agili e costanti: abbiamo imparato che le strategie di fondo devono esserci, ma soprattutto bisogna essere veloci ad adattarsi. E anche la proposta di prodotti deve essere in continua evoluzione».

Con la crisi, anche voi siete stati costretti a contratti di solidarietà, cassaintegrazione, delocalizzazioni...
«Abbiamo passato anni di grande crisi dei consumi in Europa, ma vediamo segnali moderatamente positivi: dal 2013 c’è stata un’inversione di tendenza. Il primo trimestre dell’anno, in un momento di crisi, ha visto crescere il nostro fatturato del 9%. Insomma, ci difendiamo: e anche se prima della crisi fatturavamo un miliardo di euro, oggi siamo a 900 milioni. I primi a risollevare il naso sono stati gli inglesi, poi a ruota gli altri. Ci sono ancora molti freni a liberare risorse economiche, ma l’aspettativa del consumatore si sta modificando».

In Italia è più dura?
«Operare qui è complicato per la lentezza con cui i sistemi si adattano ai mutamenti nelle condizioni di mercato. Anche in politica ci vuole più velocità per trasformare momenti di crisi in opportunità per cambiare il sistema. Il problema principale? Le tasse, qui sono molto pesanti: dall’Imu in avanti, in un momento di difficoltà l’Italia ha saputo esprimere solo un inasprimento fiscale, manca una visione a medio termine... ma c’è di buono che gli Italiani sono abituati a vivere in condizioni di grande difficoltà: se non avessimo una grandissima reattività staremmo molto peggio».

Siete grandi, e pure brianzoli: perché non avete mai investito nel calcio Monza?
«(ride)... ma nel tempo abbiamo sponsorizzato basket, Formula Uno, addirittura l’hockey. È però una storia d’altri tempi: la verità è che essendo oggi una realtà multinazionale, non conviene investire su realtà locali».

Però in Villa Reale avete un Roseto, il “Niso Fumagalli”, invidiato in tutto il mondo.
«E la città deve riconoscerci di aver trasformato un hobby in qualcosa di cui beneficia tutta la comunità: come il Concorso Internazionale per Rose Nuove...».

Siete un’azienda familiare: limite o risorsa?
«Dà garanzia di continuità, ma l’importante è non chiudersi mai in se stessi. Non a caso abbiamo da poco dato vita a un “advisory board”, un comitato di consulenza composto da sei persone: due della famiglia, due del management e due consulenti esterni. Questo ci consente di vedere la realtà anche con occhi esterni, proprio per evitare il rischio di chiuderci».

Siete i leader della lavatrici: chi fa il bucato a casa sua?
«La colf, ma su precise indicazioni di mia moglie, con una lavatrice da 8 kg... ovviamente Candy».

La felicità?
«Vedere un’azienda che si sviluppa e ha una prospettiva per il futuro. Ripeto, il nostro fatturato è appena tornato a crescere...».

dario.crippa@ilgiorno.net

Dopo Electrolux la scure si abbatte sui fornitori

di Maria Silvia Sacchi da il Corriere Economia

San Cesario Sul Panaro, 16 gennaio 2014. «A tutti i fornitori… ». Inizia così la lettera con la quale GlemGas, società modenese da 81,9 milioni di euro di ricavi consolidati e di cui è azionista di riferimento la famiglia Guerzoni, chiede ai propri fornitori «una forte riduzione del costo di acquisto di materie prime e componenti, pari almeno al 5% nel 2014 e ad un ulteriore 5% nel 2015». «Siamo coscienti — scrive l’azienda emiliana — che si tratta di una richiesta molto impegnativa, ma siamo altrettanto coscienti che è in gioco la nostra stessa sopravvivenza». In cambio, offre però stabilità di fornitura e di pagamento e possibilità di fare anche accordi pluriennali. La lettera porta la data di due settimane fa. Appena prima che scoppiasse il caso Electrolux. La situazione era già talmente critica da portare a chiedere uno sconto importante. Quello di GlemGas è solo uno dei tanti esempi possibili.

Il tornado
Ma dopo Electrolux — dopo, cioè, la richiesta dell’azienda svedese di dimezzare gli stipendi posta come condizione per rimanere in Italia — la situazione è letteralmente esplosa. Tra aziende costruttrici/assemblatrici e i propri fornitori è un tutto uno scambio di lettere, email e telefonate per rivedere i costi e allineare i listini all’ingiù. Un tornado che ha investito un settore già pericolosamente in crisi. Produttori di stampi, di componenti, fornitori di lamiere, di motori elettrici, di parti in plastica, di guarnizioni, di termostati e schede elettroniche, di cuscinetti a sfera, di bulloni e viteria, di cablaggi e contrappesi (per cucine e lavatrici), fino a chi si occupa di imballi e di logistica ... È questo il mondo che ruota attorno al cosiddetto «bianco» e che in questi giorni sta cercando di capire dove porterà Electrolux. La linea di confine tra chiudere e sopravvivere. Anche perché Electrolux ha appena annunciato anche il suo primo trimestre in perdita dal 2009. «Si sta creando una spirale di aste al ribasso, una competizione estrema persino tra impianti della stessa azienda... — dice un operatore —. Ma, dopo anni di limatura, in Italia lo spazio per una ulteriore efficienza è risicatissimo, la produttività è al massimo e gli imprenditori, a meno che non abbiano aziende esportatrici, non hanno più fiato per investire e migliorare i macchinari...». È una linea di confine anche per i concorrenti. «Non si capisce se quella di Electrolux è una posizione per dire “non è stato possibile cambiare, quindi ce ne andiamo”, oppure se davvero porterà a una riduzione dei salari di questo tipo», spiegano in una primaria società produttrice. «Non siamo in Polonia, con 700 euro non si vive. Se Electrolux riesce a ottenere qualcosa si crea un precedente che obbligherà tante industrie ad adottare gli stessi criteri, con riduzione salari, ferie, etc...»

L’accelerazione
Insieme all’auto, alla siderurgia e al tessile-moda, gli elettrodomestici sono uno dei settori portanti della produzione manifatturiera italiana. Nomi come Indesit (articolo a fianco), Candy (dove Beppe Fumagalli due settimane fa ha sostituito il fratello Aldo come amministratore delegato), Whirlpool (che ha anche Ignis), Smeg, Faber-Franke, Glem- Gas, Bosch (non produce direttamente in Italia), come Electrolux appunto. Non tutti (grafico) sono in perdita, ma tutti fanno i conti con la crisi. Un tempo — ma non tanto tempo fa — il comparto contava 120mila addetti. Il Ceced, l’associazione nazionale dei produttori, non ha più aggiornato il dato, troppo difficile star dietro alle ristrutturazioni continue. Il 2013 ha visto, se possibile, un’accelerazione della crisi. Si «salvano », nel 2013, le cucine da libera installazione, ma il dato non deve trarre in inganno: si tratta — spiegano al Ceced — di una produzione ad alto valore aggiunto e che negli anni precedenti aveva avuto un andamento negativo. A preoccupare deve essere, invece, il calo delle lavatrici, prima in equilibrio. Il loro passo indietro è dovuto «più alle riduzioni di ore lavorate (per cassa integrazione, ferie lunghe etc) che a delocalizzazioni e chiusure». Le lavastoviglie, invece, «stanno rapidamente calando a causa di chiusure e delocalizzazioni (Candy Bessel, Indesit None, ndr) e delocalizzazioni (verso Cina e Polonia, ndr). Stanno diventando un prodotto di importazione dalla Cina o dai grandi marchi tedeschi».

Ma sono i numeri dell’ultimo decennio a spiegare cosa è realmente accaduto: la produzione si è più che dimezzata ed è successo quasi tutto negli ultimi cinque anni. Il totale della produzione ha, infatti, un calo del 60% rispetto al picco del 2002 e del 40% rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi. La riduzione in valore è stata meno violenta (-30% dal 2007) grazie agli investimenti in prodotti sempre più performanti ed ecologici, grazie anche agli incentivi statali.Pur restando un esportatore netto a valore, l’Italia sta costantemente perdendo in competitività: la quota nell’Europa a 27 è scesa dal 21,1% del 2000 al 13,2% del 2010. Che fare?

Confindustria e Ceced stanno lavorando a una proposta da presentare a breve al ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Racconta un imprenditore del settore: «In Turchia il costo-azienda di un operaio non specializzato è di 300 euro, lo stipendio che gli entra in tasca è di 240 euro circa, per 45 ore lavorate la settimana, sabato compreso fino alle 12, per una media di 290 giorni all’anno. In Italia il costo- azienda di un operaio con lo stesso profilo è di 2.500 euro, in tasca ne mette 1.200 netti, per 40 ore la settimana per un massimo di 230 giorni lavorati in un anno, quando il primo maggio cade di domenica. Ma in Turchia non ci sono, per esempio, le condizioni di sicurezza richieste in Italia, non c’è lo stesso accanimento degli enti di controllo (col sospetto che sia più ricerca di fare cassa che di moralizzazione delle pratiche industriali), non c’è infine l’incredibile peso dello Stato. Di fatto è come se operassimo in condizioni di concorrenza sleale. Poi però tutti vanno a comprare ciò che costa di meno, anche i gli stessi sindacalisti e controllori dell’Asl, non pensando che di fatto in questo modo premiano proprio chi lavora con standard diversi da quelli che loro difendono».

Brugherio - Candy aumenta le vendite e rinnova le cariche al vertice ma gli operai non ridono

di Fabio Lombardi da il Giorno

IL GRUPPO Candy aumenta le vendite di elettrodomestici e compie alcuni assestamenti ai vertici. Con un comunicato diffuso ieri la multinazionale made in Brianza ha reso noto di aver chiuso «il 2013 registrando un incoraggiante incremento del volume di vendita (superata la quota di 6,3 milioni di elettrodomestici) e rafforzando il vertice aziendale. Il risultato delle vendite è tanto più apprezzabile perché ottenuto in un mercato di riferimento particolarmente difficile, volatile e competitivo, e in una situazione economica spesso stagnante in molti Paesi europei. Il 2013 fa inoltre segnare un miglioramento della redditività». Un anno nel quale, a novembre, il Gruppo ha rilevato il marchio Baumatic UK «leader nel settore dell’incasso e particolarmente attivo sul mercato britannico», spiegano dall’azienda. I dati di bilancio (fatturato e utili) saranno invece resi noti a febbraio-marzo.
Candy ha annunciato anche alcuni avvicendamenti ai vertici che riguardano la famiglia Fumagalli, proprietaria al 100%. Beppe Fumagalli prenderà il ruolo di amministratore delegato del Gruppo Candy al posto del fratello Aldo (entrambi figli di Peppino attuale presidente onorario). Uno scambio di ruoli visto che Aldo passerà a sua volta alla Direzione del Business Sector del Lavaggio (ruolo che era di Beppe) ma assumerà, contestualmente, anche la carica di presidente della Società capogruppo Candy SpA sino ad ora nelle mani di Silvano (cugino di Bepe ed Aldo) che conserverà un posto nel consiglio di amministrazione.

«I PROGRESSI raggiunti nella seconda metà del 2013 e il rafforzamento del vertice aziendale – la prima dichiarazione da Ad di Beppe Fumagalli – costituiscono una conferma di quanto già pianificato dal nostro Gruppo e una garanzia per il futuro. Le strategie pensate per i prossimi anni proseguiranno nella direzione tracciata per cogliere le nuove sfide nell’innovazione di prodotto e miglioramento della prestazione economica e finanziaria».
Comunicazioni apprese con malcelato disappunto dalle organizzazioni sindacali che, a ottobre, avevano siglato un accordo per l’entrata in vigore dei contratti di solidarietà (una riduzione dell’orario del 46% con compensi pari all’80%) per i 500 addetti (operai e impiegati) di Brugherio (ultima fabbrica italiana della Candy). Solidarietà ottenuta dopo una lunga trattativa cominciata con l’annuncio di 120 esuberi da parte della multinazionale. «Giovedì siamo stati convocati dall’azienda. Chiederemo conto dell’aumento delle vendite e di dove sia stato realizzato, certo è che vedere questi dati e pensare che i lavoratori devono rinunciare a parte dello stipendio non fa piacere», spiega Pietro Locatelli della Fiom Cgil.
Il Gruppo Candy controlla anche i marchi Hoover, Iberna, Jinling (Cina), Hoover-Otsein, Rosières, Süsler (Turchia), Vyatka (Russia), Zerowatt, Hoover-Helkama, Hoover-Grepa, Baumatic. Candy ha 5.300 addetti, 8 centri produttivi in Europa, Turchia e Cina, con 50 consociate nel mondo. La sede centrale, industriale e di ricerca e sviluppo è a Brugherio.
fabio.lombardi@ilgiorno.net

Brianza - Crisi, fallimenti, tagli e un futuro senza certezze. Il 2013 nero del lavoro

di Marco Dozio da il Giorno

L’ANNO orribile è alle spalle. Ma quello nuovo, per ora, non promette nulla di meglio. Ancora sofferenze. L’ottimismo che racconta di una risalita imminente, lenta e progressiva ma imminente, non convince Maurizio Laini. Nella maniera più assoluta. Il segretario generale della Cgil monzese per il 2014 disegna un quadro a tinte realisticamente cupe. «Mi pare evidente che la ragione non stia dalla parte di chi prospetta un 2014 positivo. Non lo sarà. Nella migliore delle ipotesi sarà un anno di transizione, in cui però sarà impossibile recuperare l’occupazione persa dal 2007 a oggi. Il problema occupazionale porta con sé un problema di reddito, diminuisce la capacità d’acquisto, l’economia si ferma e le aziende chiudono». Un vortice da cui non si intravedono vie d’uscita. A Monza e Brianza solo a dicembre e solo per quanto riguarda le industrie metalmeccaniche, secondo i dati della Fiom Cgil hanno perso il lavoro 109 persone: in un anno 833, nel 2012 sono 733. E si tratta di una statistica parziale, è bene ricordarlo, che non comprende tutte le altre categorie. Come se non bastasse il 2014 sarà decisivo per la risoluzione, probabilmente peggiorativa, di alcune delle più gravi crisi che attanagliano il territorio: «Finiranno molte casse integrazioni avviate negli anni scorsi, penso alla situazione di Bames e Sem». Le aziende eredi del comparto produttivo Ibm fallite nelle scorse settimane, al termine di una lunghissima agonia: il salvagente della cassa vale ancora per 12 mesi, dopodichè per 386 lavoratori si apre il baratro della disoccupazione. L’unica speranza risiede in una reindustrializzazione del sito di via Lecco che stenta a decollare. Lì a pochi passi, nel cuore della Silicon Valley vimercatese, incombono i fantasmi del caso Alcatel: la multinazionale americana prevede di tagliare 400 persone in Brianza attraverso il disimpegno nel settore Optics. La partita si gioca a Roma, al Ministero dello Sviluppo economico dove le parti si ritroveranno il 17 gennaio per un faccia a faccia che dovrebbe risultare decisivo, almeno per quanto concerne la possibile cessione del ramo d’azienda a investitori disposti a scommettere su Vimercate.

IL 2013 è stato anche l’anno dei contratti di solidarietà, strumento invocato dai sindacati per scongiurare un’ondata di licenziamenti. Prevedono la decurtazione di una parte dello stipendio in cambio della revoca dei tagli, secondo il principio del «lavorare meno per lavorare tutti». Sono stati applicati alla Peg Perego di Arcore dove erano a rischio un centinaio di posti per il calo degli ordinativi. Solidarietà anche per i dipendenti del gruppo Linkra-Compel, con fabbriche a Concorezzo, Agrate e Cornate, su cui rischiava di abbattersi la mannaia di 200 o forse 250 esuberi. Stessa soluzione per Candy: il colosso brianzolo degli elettrodomestici, sulla scorta di una diminuzione delle commesse per il mercato interno, aveva ipotizzato il taglio di 120 operai nello stabilimento di Brugherio, l’unico sopravvissuto alla delocalizzazione dopo la chiusura della consorella Bessel a Santa Maria Hoè. Il 2013 è stato anche l’anno della grande mobilitazione per salvare due gioielli della microelettronica, St e Micron, il cui futuro è ancora in bilico tra privatizzazioni ventilate e poi ritirate (St) e il piano di riduzione del personale che potrebbe travolgere Micron: i lavoratori coinvolti nei siti di Agrate sono oltre 5mila. In bilico anche le tute blu di Solare impiegate alla Electrolux, che ha annunciato un taglio di 2mila addetti in tutta Italia. A pochi chilometri di distanza c’è il dramma della Interfila di Limbiate che ha delocalizzato in Cina licenziando 90 persone, soprattutto donne. Poi c’è il caso dell’Arthema di Aicurzio, specializzata in manichini e arredi per negozi, che ha chiuso il reparto produttivo lasciando a casa 107 lavoratori.

Lombardia - La crisi non si ferma. Più cassa integrazione meno posti di lavoro

di Alessandra Coppola da il Corriere della sera

La ripresa deve attendere. Non è arrivata quest’anno, non si prevede neanche per l’anno prossimo. Gli ultimi dati Inps rielaborati dalla Cgil hanno ancora i segni meno e più dove non dovrebbero stare. In Lombardia aumentano i licenziamenti (+48%) e pure la cassa integrazione (+5%). A partire dalla provincia di Milano che con un +18,81% è in cima alle città della regione per crescita di ore di Cig. Nell’industria il saldo occupazionale è -2%: nell’ultimo anno si sono persi 75.000 posti. E a guardare indietro di cinque anni (al principio della recessione) la produzione è scesa del 14%. Per la crisi del settore manifatturiero, certo, ma ormai per una sofferenza che si estende ad ampio raggio: i settori più colpiti dall’aumento della cassa sono adesso quello dell’energia , il commercio al minuto, l’artigianato edile, l’estrazione dei metalli. Brutti segnali, che sul territorio si traducono in migliaia di lavoratori (tanti giovani e donne) dal futuro incerto.

C’entrano la difficoltà delle aziende a far quadrare i conti, la contrazione spaventosa dei consumi. Ma anche la ricerca di maggiori profitti altrove, l’incapacità del Paese di restare competitivo o di scoraggiare le delocalizzazioni. Se l’Invatec di Roncadelle, Brescia, all’avanguardia nella fabbricazione di cateteri, riduce lasciando a casa 300 operai (su 600), è per spostare l’impianto dove il lavoro costa meno e non ha regole: in Messico. Se la Candy sta investendo in Cina e non ha intenzione di tenere aperto l’impianto di Santa Maria Hoè, Lecco, neanche per la costruzione degli oblò delle lavatrici, mettendo in mobilità gli ultimi 60 lavoratori rimasti, è perché non lo ritiene più conveniente. Diventa vitale, allora, un intervento che tenga insieme più livelli. «Senza una politica industriale all’altezza—avverte Giacinto Botti, segretario della Cgil Lombardia — non si esce dalla crisi profonda che ha investito il mercato interno, al quale si rivolge il 90% del nostro sistema produttivo industriale»

Brugherio - Firmato l’accordo anti-esuberi Contratti di solidarietà in Candy

di Fabio Lombardi da il Giorno del 05/10

È STATO siglato ieri pomeriggio, nella sede di Confindustria Brianza, l’accordo che permette di scongiurare 120 licenziamenti alla Candy di Brugherio. Un’intesa che prevede due anni di applicazione dei contratti di solidarietà (a partire dal 14 ottobre) per i 500 operai e per gli impiegati di Brugherio. L’accordo raggiunto a fine settembre, al termine di una lunga trattativa, aveva ottenuto l’ok dai lavoratori nel corso delle assemblee svoltesi a inizio mese. «Prevede una riduzione dell’orario del 46% mentre i compensi saranno pari all’80% degli attuali», spiega Paolo Mancini coordinatore della Fiom-Cgil Candy.
Un accordo che ha però determinato una spaccatura con le Rsu (rappresentaze sindacali unitarie) della Bessel di Santa Maria Hoé (Lecco) fabbrica di proprietà della Candy che chiuderà i battenti a fine anno. «Resta in questo momento congelato il passaggio di una sessantina di operai Bessel (come previsto da un accordo siglato un anno fa) da Santa Maria a Brugherio», aggiunge Mancini. La spaccatura si sarebbe determinata a causa della volontà dei sindacati Bessel di garantire a tutti gli addetti (circa 140) dello stabilimento lariano il trasferimento a Brugherio. Pretesa che rischiava di far saltare l’accordo per Brugherio.

Brugherio - Candy e sindacati firmano l’intesa per la solidarietà Si lavorerà di meno e si guadagnerà di meno, ma nessuno dei 490 operai potrà rischiare il licenziamento

di Marco Dozio da il Giorno

CONTRATTI di solidarietà alla Candy, si avvicina l’ultimo atto. Domani pomeriggio sindacati e azienda si incontreranno nella sede monzese di Confindustria per la firma dell’accordo. Ieri intanto si sono concluse le assemblee dei lavoratori durante le quali Pietro Locatelli (Fiom Cgil) ed Enrico Civillini (Fim Cisl) hanno illustrato alle maestranze i termini dell’intesa. Che prevede il ricorso della «solidarietà» per i prossimi 2 anni, a partire dal 7 ottobre. Nello stabilimento di Brugherio, l’unica unità produttiva del Gruppo sopravvissuta in Italia, si lavorerà meno, si guadagnerà meno, ma nessuno sarà licenziato. Scongiurati dunque i 120 esuberi annunciati dalla proprietà che intendeva ridurre il personale in seguito a un calo delle vendite. Una trattativa difficile, a tratti aspra, dove non sono mancati gli scioperi e le manifestazioni davanti ai cancelli, con tanto di blocco delle merci in entrata. Per 2 anni le 490 tute blu brugheresi non saranno interessate dai tagli. Diverso il destino, peraltro già segnato, della fabbrica Bessel di Santa Maria Hoè. Chiuderà i battenti alla fine dell’anno, come previsto da un accordo siglato nell’autunno 2011: si salveranno circa 60 operai che prenderanno la strada di Brugherio, per essere compresi anch’essi nella «solidarietà». Nulla da fare per i restanti 89 addetti: potranno contare sulla cassa integrazione e sull’incentivo all’esodo, prima di sprofondare nel tunnel della disoccupazione. Con la firma dell’intesa in Confindustria non si spegneranno i riflettori su Candy. Nelle prossime settimane i sindacati torneranno alla carica per capire le reali prospettive del sito brianzolo, stretto nella morsa della delocalizzazione da un lato e della crisi dall’altro. Il timore è che la proprietà abbia intenzione di procedere sulla strada degli investimenti all’estero, l’ultimo in ordine di tempo effettuato in Russia, depotenziando l’unico presidio italiano del Gruppo: la fabbrica storica, quella da cui tutto è partito. Ma Fim e Fiom guardano anche al Governo: attendono ormai da 2 anni che il Ministero dello Sviluppo economico convochi il tavolo nazionale sul settore dell’elettrodomestico, il secondo ambito manifatturiero in Italia per numero di addetti dopo quello automobilistico.

Brugherio - Intesa Candy e sindacati sui contratti di solidarietà. Salvi i 120 operai

Lavorare meno lavorare tutti, garantito l’80% dello stipendio

di Marco Dozio da il Giorno

UN SOSPIRO di sollievo, la salvezza, la fine della paura. Almeno per quei 120 operai della Candy di Brugherio che rischiavano il posto. Nessuno di loro sarà licenziato. Tutti dentro, al lavoro, in fabbrica, grazie all’intesa raggiunta tra sindacati e azienda sui contratti di solidarietà. Che saranno applicati per i prossimi 2 anni, a partire dal 7 ottobre. Si guadagnerà di meno, si lavorerà di meno, ma alle maestranze sarà comunque garantito circa l’80% dello stipendio. Con la garanzia che non saranno proclamati nuovi esuberi. Ora tocca alle assemblee dei lavoratori, convocate per lunedì 30 settembre, pronunciarsi sull’accordo e consegnare il mandato per la firma ai rappresentanti sindacali. Reduci da una vera e propria maratona consumata nella giornata di mercoledì, quando le trattative sono cominciate alle 9 del mattino per concludersi all’1.30 di notte, alternando il confronto con la controparte al dialogo con le 490 tute blu dello stabilimento brugherese, sulle spine per quei 120 tagli annunciati mesi fa, in seguito a un calo delle vendite, e ora ritirati. Il timore, diffuso, era quello di un progressivo smantellamento del sito storico, ormai l’unica unità produttiva del Gruppo presente in Italia.

DATO CHE il destino della consorella Bessel di Santa Maria Hoè, in procinto di chiudere i battenti alla fine dell’anno, non sarà modificato. Le parti sociali hanno comunque ottenuto la riconferma dell’accorso siglato nel 2011, che prevede il trasferimento a Brugherio di circa 60 operai Bessel, anch’essi inclusi nella partita dei contratti di solidarietà. Mentre per i restanti 89 addetti di Santa Maria, su un totale di 149, si aprirà un periodo di cassa integrazione straordinaria che potrebbe durare 2 anni, se il Ministero darà il via libera al pacchetto di ammortizzatori sociali concordati con l’impresa. Previsti anche incentivi all’esodo. Senza la speranza di tornare in fabbrica. Qualche spiraglio esiste, per pochi però: le organizzazioni sindacali, nel definire i dettagli del documento d’intesa, cercheranno di convincere l’azienda ad aumentare la soglia dei 60 ricollocati. Pietro Locatelli, coordinatore Fiom Cgil per il Gruppo Candy, lancia un appello al Governo: «Il Ministero dello Sviluppo economico deve convocare al più presto il tavolo di confronto sul settore dell’elettrodomestico, il secondo ambito manifatturiero in Italia per numero di addetti dopo quello automobilistico. Stiamo aspettando questo tavolo da 2 anni. Dobbiamo evitare che le poche imprese rimaste in Italia scelgano definitivamente di delocalizzare». 

Brugherio - Candy e sindacati tornano a trattare sui 120 esuberi previsti dall’azienda

di Fabio Lombardi da il Giorno

OGGI, dopo lo stop di agosto, sindacati e Candy tornano a incontrarsi in quello che dovrebbe essere un mese decisivo per delineare il futuro di 120 operai (esuberi annunciati dall’azienda) sui 490 addetti attualmente in forze alla fabbrica di Brugherio.
Un incontro che non sarà comunque decisivo visto che si attende ancora la risposta del ministero dello Sviluppo economico (al quale un mese fa è stato sottoposto un articolato piano elaborato dai sindacati) sulla percorribilità di un percorso che porti a un utilizzo esteso dei contratti di solidarietà (che permettono di salvaguardare i livelli occupazionali facendo lavorare meno, e guadagnare meno, gli addetti). Soluzione che sarebbe in grado di togliere dal tavolo i 120 esuberi previsti dall’azienda a Brugherio e di tutelare i lavoratori della Bessel di Santa Maria Hoè (in provincia di Lecco) azienda che il gruppo Candy ha deciso (c’è un accordo già siglato nell’autunno del 2011) di chiudere a fine anno.
«Ci siamo imposti il 30 settembre come termine ultimo entro il quale definire, come da accordo già siglato, il passaggio di 60 lavoratori dalla Bessel alla Candy di Brugherio», ha spiegato Pietro Locatelli della Fiom Cgil.
La soluzione della vertenza è però inevitabilmente legata alla risposta del ministero (e alla volontà di Candy di accettare questa soluzione). Nel caso ad esempio la solidarietà non fosse applicabile ai 149 dipendenti della Bessel per questi si aprirebbe la strada della cassa integrazione straordinaria a partire da inizio 2014.

SE I CONTRATTI di solidarietà trovassero applicazione a Brugherio si ammortizzerebbe l’impatto del piano di riorganizzazione aziendale presentato da Candy in primavera che, partendo da un calo dei consumi nei mercati su cui si vendono le lavatrici prodotte in Brianza, prevede di costruire 485mila lavatrici a nel 2013 e 450mila nel 2014 impiegando a regime 370 operai contro gli attuali 490 (con gli impiegati a Brugherio, unica fabbrica del gruppo Candy rimasta in Italia, si arriva a circa 900 addetti).
fabio.lombardi@ilgiorno.net

Brugherio - Un agosto decisivo per 120 operai della Candy

di Fabio Lombardi da il Giorno del 27/07

LA FABBRICA sarà ferma per ferie ma sarà un agosto decisivo per il futuro occupazionale della Candy di Brugherio. «Nei prossimi 15 giorni cercheremo di capire dal ministero dello sviluppo economico, al quale un mese fa è stato sottoposto un articolato piano elaborato dai sindacati, la percorribilità di un percorso che porti a un utilizzo esteso dei contratti di solidarietà (che permettono di salvaguardare i livelli occupazionali facendo lavorare, e guadagnare, meno tutti gli attuali 490 operai) in grado di togliere dal tavolo i 120 esuberi previsti dall’azienda a Brugherio e di tutelare i lavoratori della Bessel di Santa Maria Hoè (in provincia di Lecco) azienda che il gruppo Candy ha deciso (c’è un accordo già siglato nell’autunno del 2011) di chiudere a fine anno», ha spiegato Pietro Locatelli della Fiom Cgil al termine dell’incontro (l’ultimo prima delle ferie) che si è svolto ieri nella sede brianzola della multinazionale. Un vertice interlocutorio nel quale però sono stati fissati alcuni paletti e il calendario dei prossimi incontri. «Abbiamo stabilito il 30 settembre come termine ultimo entro il quale definire, come da accordo già siglato, il passaggio di 60 lavoratori dalla Bessel alla Candy di Brugherio», spiega Locatelli.
I sindacati e la Candy torneranno invece a incontrarsi il 28 agosto e il 6 settembre. «In queste due occasioni affronteremo le questioni nel merito in base al fatto che il ministero abbia dato una risposta positiva o meno sul piano allargato dei contratti di solidarietà», spiega Locatelli. Nel caso ad esempio la solidarietà non fosse applicabile ai 149 dipendenti della Bessel per questi si aprirebbe la strada della cassa integrazione straordinaria a partire da inizio 2014.

SE I CONTRATTI di solidarietà trovassero applicazione a Brugherio si ammortizzerebbe l’impatto del piano di riorganizzazione aziendale presentato da Candy in primavera che, partendo da un calo dei consumi nei mercati su cui si vendono le lavatrici prodotte in Brianza, prevede di costruire 485mila lavatrici a nel 2013 e 450mila nel 2014 impiegando a regime 370 operai contro gli attuali 490 (con gli impiegati a Brugherio, unica fabbrica del gruppo Candy rimasta in Italia, si arriva a circa 900 addetti). Ancora settimana prossima in fabbrica a Brugherio si continuerà a lavorare. Poi gli impianti rimarrano fermi, fra ferie e cassa integrazione, fino al 26 agosto.
fabio.lombardi@ilgiorno.net

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