paolo vivacqua

Monza - Sentenza Vivacqua: la Procura si appella, i dubbi delle difese

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

La Procura di Monza non ci sta e appella la sentenza della Corte d'Assise che, per l'omicidio di Paolo Vivacqua, condanna Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli ma assolve l'ex moglie Germania Biondo.
La Procura sarebbe anche pronta a sollevare un’accusa di falsa testimonianza nei confronti del superteste, Gino Guttuso, dopo la sua ritrattazione in fase di incidente probatorio.
Anche i legali degli imputati sono pronti a dare battaglia in Corte d’Appello, dopo aver letto le motivazioni depositate in cancelleria ai primi di marzo.
Un breve sintesi si può leggere nell’articolo pubblicato su infonodo (vedi Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza).
Elenchiamo qui di seguito alcuni punti che non convincono i difensori e alcune piste che sempre secondo questi sarebbero state tralasciate.

Per la Corte “Il plausibile movente dell'azione omicidiaria è insita nel desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua soltanto dopo la sua eliminazione fisica...Il forte legame tra Barba e il cognato Licata Caruso rappresenta la chiave di lettura...Occorre considerare che la mattina del 14 novembre 2011 Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e nella circostanza (telefonata ore 9.30) aveva appreso che questi si stava recando in ufficio a Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima nell'ufficio”.
In realtà non è Vivacqua che dice a Licata che sta andando in ufficio, bensì Licata che dice a Vivacqua: “Sto andando in ufficio a Sesto San Giovanni” (alla Royal Aste – ndr).

PAOLO E' STATO LASCIATO SOLO E LA CHIAMATA MANCANTE

Stranamente, sottolineano i giudici, quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo. In particolare Lavinia Mihalache si lamenta con il fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua che gli amici fidati Lillo, Enzo e Mario lo avessero lasciato solo senza preoccuparsi di dove fosse”.
Lavinia, che quella mattina era a Muggiò al bar di Mario Infantino dove lavorava l'amica Mariana Rusnac, dichiara d'aver “chiamato Paolo alle 10.50. Non mi rispondeva e mi sono preoccupata. Alle 15 ho visto Mario Infantino, gli ho chiesto di Paolo e la risposta è stata: non l'ho visto”. A Mariana dice: “Vado all'ufficio, mi sento che gli è successo qualcosa”.
Sono passate 4 ore dalla chiamata che dice d'aver fatto a Paolo che però non aveva risposto.

Dai tabulati telefonici sulle due utenze di Vivacqua intercettate, la chiamata della Mihalache non risulta. Né sembra sia tata fatta nessuna attività investigativa sui cellulari 389/4349xxx e 388/756xxx,
trovati dentro la Bmw di Vivacqua che possedeva una ulteriore sim telefonica 331/4024xxx, utilizzata prevalentemente per chiamate in Sicilia.
Nel promemoria lasciato all'agenzia di Pirovano che doveva servire per l'appuntamento col notaio per il rogito della casa di Carate Brianza, Paolo diede un'ennesima utenza: 389/4349xxx.

IL KILLER LO ASPETTAVA IN UFFICIO
La Corte, nelle motivazioni delle sentenza, sposa la tesi esposta nell'arringa da Manuela Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, cioè che il killer aspettasse Vivacqua all’interno dell’ufficio.
I giudici scrivono: “La posizione di rinvenimento del cadavere e la direzione dei colpi (dal basso verso l'alto) che hanno attinto il corpo di Paolo avvalorano l'ipotesi che il killer fosse già all'interno dell'ufficio all'arrivo dell'uomo e che lo abbia freddato alle spalle, cogliendolo di sprovvista, per poi allontanarsi indisturbato”.
Per entrare nell'ufficio, dunque, il killer doveva essere in possesso delle chiavi. Queste erano appena state cambiate da personale della ditta di Angelo Bottaro il quale un paio di giorni prima dell'omicidio telefona a Paolo dicendogli di andare da lui a ritirarle. La mattina dell'uccisione, Bottaro chiama Paolo alle 10.23
Alle 10.34 è Paolo (che è dentro la Bmw) a chiamarlo. Bottaro richiama alle 11 e alle 11.01. Alle 11.18 è Carmelo d'Angelo a chiamare.
A queste ultime chiamate il rotamat non risponde. Perchè il killer l'ha ucciso sparandogli contro 8 proiettili con una Beretta calibro 7,65 silenziata.

I DEPISTAGGI DI BARBA
Per i giudici “Diego Barba è il soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli la pistola... Barba si attivò personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli...I numerosi depistaggi posti in essere dall'imputato rappresentano ulteriori indizi a suo carico: una informativa ai Carabinieri di Campobello di Licata indicante Giuseppe Smiraglia “noto pregiudicato e mafioso” acquirente di terreni in Sicilia con proventi derivanti dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni implicato nell'omicidio Vivacqua”.

Il secondo tentativo di depistaggio, con l’indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache è descritto nella deposizione del colonnello Mario Selmi della Guardia di finanza. L’ultimo depistaggio attuato dal Barba è quello di screditare le dichiarazioni di Gino Guttuso e di Luigi Mignemi. Ciò avviene attraverso le dichiarazioni in aula di Nappa Giuseppe che indica i mandanti dell’omicidio in Barba e Germania Biondo in accordo con la Mihalache e i suoi fratelli.

Barba, scrivono i giudici, si è impegnato su più fronti e segnatamente con i CC di Campobello di Licata (ed in particolare con il M.llo Longo), con i CC di Desio e con il Selmi per deviare e insinuare piste false.

Soffermiamoci e leggiamo attentamente la testimonianza del colonnello Selmi che nella sua deposizione ha spiegato come “dall'attività investigativa avviata nel 2010 quand'era comandante a Sondrio, da intercettazioni telefoniche con il principale indagato che in passato era stato detenuto alcuni mesi in carcere con Franco Coco Trovato furono registrate conversazione con Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, che mi portarono a lavorare in Svizzera, Slovenia ed in altri paesi. Raccolsi notizie su Paolo Vivacqua e i suoi figli, su Licata Caruso, Vincenzo Infantino e Gugliemo Di Pasquali... che ci portarono a disporre di evidenze come il numero del conto di Paolo Vivacqua in Svizzera e del suo corrispondente in terra elvetica, indicammo l'esistenza di una serie di siti dove c'erano somme di denaro contante...una cassetta intestata al suocero di Vivacqua. Segnalammo quali erano le aziende: LV Rottami, Ecoservice, Fer&Inox, FV Metalli, D&G Trasporti e le società che fruivano delle fatture false: Trasformetal, Ecosteel, Tersi Metal...”.

Per inciso, gli ultimi bonifici arrivati all'uffico delle Poste di Lissone sui due conti della LV Rottami erano della società Terzi Metal di Lorenzo Terzoli.
Un totale alla data del 15 novembre 2011 di 6,5 milioni di euro come sempre prelevati in contanti. Gli ultimi prelievi dai conti della LV Rottami per 300 e 350 mila euro – secondo la testimonianza di Rita Faieti, direttrice dell'ufficio postale - vengono fatti da Licata Caruso e da Vincenzo Infantino il giorno dopo l'uccisione di Paolo. In cinque mesi, tra giugno e settembre 2011, dai conti della LV Rottami sono stati ritirati in contanti 20,4 milioni di euro.

Interrogato in carcere dal pm Bruna Albertini nell'ambito dell'indagine milanese per false fatturazioni, alla domanda: “Chi c'è dietro la LV Rottami?” Licata Caruso risponde: “Non lo posso dire, fuori ho tre bambini”. Insiste il magistrato: “Però allora deve dirci di chi ha paura”. “Non ho paura – è la risposta – ho tre bambini, ho famiglia”.
Poi fa i nomi dei clienti Terzi Metal, Fervorari, Galli di Lecco e Traform Metal. Società, queste, sotto indagini della Gdf di Sondrio un anno prima che Barba presentasse Germania Biondo al socio Attilio Cascardo. La donna s'era detta disposta a rilevare particolari relativi agli affari dell'ex marito con l'obiettivo di farlo finire in carcere assieme ai figli Antonio, Gaetano e Davide.
Dunque non sarebbe stato Diego Barba a “depistare” il colonnello Selmi.
La persona in carcere con Franco Coco Trovato era Ferdinando Ronchi, titolare di due società svizzere, la Regmo e la Rofin. Nel novembre 2012 Ronchi viene arrestato vicino a Erba con l'accusa di favoreggiamento nei confronti del boss Francesco Crivaro, arrestato nell'aprile 2011 a Morbegno in uno dei possedimenti di Ronchi.
L'informatore di Selmi potrebbe dunque non essere Diego Barba.

Il colonnello della Gdf nel corso della sua deposizione a Monza aggiunge: “Nel maggio 2011 sostanzialmente avverto che stava succedendo qualcosa di strano e cioè che Paolo Vivacqua aveva ospitato, nei primi dieci giorni del maggio 2011, una persona di origine siciliana, perché questa persona avrebbe fatto da intermediario con un killer che lui cercava per uccidere qualcuno. Non sapevamo chi era l'obiettivo, ma questa persona era ospitata in un appartamento che gli avrebbe messo a disposizione Vivacqua e poi in effetti, in quel locale che noi avevamo segnalato come luogo di custodia della documentazione fatta scomparire, c'era un mini appartamento. Non mi si escludeva potesse essere di un collaboratore di Vivacqua. Questa persona siciliana apparteneva ad un gruppo mafioso, uomo d'onore di un clan mafioso, avrebbe poi trovato il killer per uccidere qualcuno. Informai subito la dottoressa Albertini alla Procura di Milano e alla domanda: “Scusi lei come fa ad avere questa notizia” risposi: “Questa è attività di intelligence, non so se è vero o non è vero, so però che le informazioni che ho avuto in precedenza hanno avuto un livello di credibilità. Non successe niente, dopo qualche mese però Paolo Vivacqua viene ucciso”.

Arriviamo al giugno 2012 – prosegue Selmi nella sua esposizione - ed una sequenza di notizie vere o non vere non lo so, mi veniva indicato che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, un certo Carmi Mihalache. Questo Carmi era stato indicato come uno dei due fratelli di quella persona che era convivente con Paolo Vivacqua, certa Lavinia Mihalache. Era stato precisato che Carmi e suo fratello avevano un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, che sarebbero giunti in Italia una settimana prima dell'omicidio e che mentre Carmi sarebbe partito per la Romania, l'altro sarebbe arrivato dalla Spagna”.

Questa ultima parte potrebbe essere stata suggerita al colonnello Selmi non già da Diego Barba bensì dal suo socio Attilio Cascardo che per un paio di settimane aveva svolto il lavoro di indagine su mandato di Germania Biondo.
La fonte fa il nome di Elena Pricop Grigore, baby sitter del figlio della Mihalache, Nicolas.
Agli atti risultano le dichiarazioni rese ai carabinieri e in aula dalla Pricop sul soggiorno di due americani e del fratello di Lavinia, Carmi, presenti in casa di Paolo sicuramente fino a sabato 12 novembre. “Quando arrivai in casa il lunedì Paolo e Lavinia dormivano ancora, notai che i bagagli non c'erano più e però vidi la giacca. Suonò il cellulare ma non so chi fosse stato a chiamare perché non compariva alcun nome”; e poi l' intercettazione in cui la Pricop chiede a Lavinia “di una giacca non nuova rinvenuta che non è mai stata nell'armadio di Paolo”.

La sentenza riporta le conversazioni di Lavinia la sera del 14 novembre con il fratello Laurenti che sta in America, al quale chiede il numero di cellulare ucraino di Carmi. Viene spontanea una domanda: Lavinia non vedeva mai Laurenti, perché chiedere a lui il cellulare di Carmi che è il fratello con cui è più in contatto e che, secondo la Pricop, era a Carate due giorni prima dell'uccisione di Paolo?

Agli atti c'è poi la velenosa telefonata del 6 novembre di Paolo a Lavinia in cui lui le dice: “Ti tolgo la casa, ti farò togliere anche i soldi dalla posta, ti tolgo tutto e ti lascio col culo per terra”. E la nota del bonifico fatto da Paolo a Carmi Mihalache il 14 ottobre 2011 appoggiato sul Banco Cam SA di Benissa, nonché l'intercettazione ambientale dello stesso giorno in cui Paolo dice a Carmi di essere “andato in Sicilia dove ho nascosto 300 mila euro che Lavinia sa come recuperare”; rivela quindi d'avere dato 100 mila euro d'acconto (all'agenzia di Massimo Pirovano – ndr) per comperare la casa di Carate, che sta facendo costruire una casa in Romania ed ha preso il bar di Muggiò “che ho pagato io” per Lavinia e quando è nato Nicolas ha dato a lei 100 mila euro da mettere su un libretto postale per il bambino.

Carmi ha avuto anche un prestito di 100 mila euro da Paolo, conosce le banche svizzere dove il rotamat di Ravanusa aveva aperto dei conti. Tant'è che a febbraio 2012 la Mihalache lo chiama e gli chiede: “In quale banca svizzera sei andato con Paolo?”. Perché Lavinia era interessata ad avere questa informazione?

Sabato 11 novembre, tornato dalla Fiera di Rimini, Paolo accompagna l'amico Salvatore Grasta nel box e gli mostra un sacchetto contenente 400 o 450 mila euro. Grasta riferisce di ciò in aula durante il processo. Quella somma non è stata trovata dai carabinieri nel corso della perquisizione effettuata la sera dell'omicidio. Li ha presi Lavinia oppure la mattina del 14 novembre, andando in ufficio a Desio, Paolo Vivacqua li ha portati con sé? In questo caso potrebbero essere stati presi dal killer che l'ha ucciso.

I MISTERI DEI FRATELLI INFANTINO

L'avvocato Cacciuttolo così come gli altri legali erano interessati a porre domande a Vincenzo Infantino. Non si è mai presentato. Anche dopo la richiesta fatta dal presidente Giuseppe Airò ai carabinieri affinché venisse tradotto sotto scorta al processo.
Assieme a Calogero Licata Caruso, Vincenzo Infantino detto Enzo era il braccio destro di Paolo Vivacqua e sicuramente in due occasioni, il 28 giugno 2011 e il 30 settembre versa sul suo libretto personale, prelevandoli dai conti della LV Rottami, rispettivamente la somma di 150 e 350 mila euro che pochi giorni dopo trasforma in contanti.

Alla richiesta del pm Albertini di spiegare queste operazioni risponde: “Per fare una cortesia a Rita (la direttrice dell'ufficio postale di Lissone ndr)”.

La LV Rottami chiude ufficialmente i battenti due settimane prima dell'omicidio di Paolo Vivacqua. “Abbiamo lavorato fino all'agosto – ricorda Enzo Infantino al pubblico ministero – quando siamo tornati dalle ferie Licata mi fa, guarda che il lavoro è abbassato un po' e non ti voglio licenziare, vediamo quello che nasce e ci dividiamo”.

Infantino Enzo continua a prelevare somme importanti in contanti contanti negli uffici postali e nelle banche della Brianza fino all'indomani della morte di Paolo Vivacqua.

Suo fratello Mario - titolare del bar di Muggiò acquistato in società con Paolo che aveva messo 50 mila euro chiedendogli in cambio di intestarsi l'1 % della società Edil Vlb detenuto da Germania Biondo - quand'era a Ravanusa non possedeva conto corrente.
Arrivato in Brianza ha acceso conti presso la Posta e due banche movimentando cifre considerevoli. Alla richiesta di Vivacqua di presentarsi in ufficio e mostrare i rendiconti si è categoricamente rifiutato.
Alle spalle di Paolo Vivacqua molti si sono arricchiti. Ultimamente il rotamat aveva deciso di chiedere il rientro a quanti aveva prestato denaro.
Ne aveva parlato con l'avvocato Loreno Magni che gli curava gli affari e che la Procura di Milano ha indagato per associazione a delinquere.
Voleva chiudere anche la questione della casa di via Donizetti a Carate Brianza, acquistata dalla Pirovano & Partner Gruppo Immobiliare.

Queste in estrema sintesi alcune delle contestazioni che i legali solleveranno in sede di Appello, presso il Tribunale di Milano.

Monza - Processo Vivacqua. Condanna per il 50% della "coppia diabolica", assolta l'ex moglie

di Pier Attilio Trivulzio

Quattro anni di indagini, quattordici mesi di dibattimento, sei ore di Camera di Consiglio e quattro soli minuti bastano al presidente Giuseppe Airò per leggere il dispositivo: “Ergastolo per Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca oltre a tre anni di libertà vigilata, sospensione della paternità genitoriale. Assoluzione per Germania Biondo per non aver commesso il fatto, si dispone la sua rimessa in libertà se non detenuta per altri reati”.

Le motivazioni si conosceranno a marzo del prossimo anno quando verranno depositate, e si capirà perché un processo indiziario in cui almeno il movente appariva ben chiaro nella testa della pubblica accusa - cioè di una coppia di amanti che per vendetta, per interesse e per liberarsi di un ostacolo alla loro unione fa eliminare l’ex marito di lei da due killer assoldati tramite un intermediario - approdi a una sentenza dove i destini della “coppia diabolica” (così come era stata definita dagli stessi investigatori) sono opposti: lui condannato come mandante, lei assolta per non aver commesso il fatto.

Alla lettura della sentenza, Germania Biondo si stringe ancor più nel poncho marrone, quasi sentisse freddo e si lascia andare ad un pianto a dirotto, un singhiozzo continuo.
L'abbraccia Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella cresciuta professionalmente nello studio di due principi del Foro come Corso Bovio e Ivano Chiesa, che l'ha assistita studiando migliaia di documenti di : “Un processo – commenta - difficile e complicato, con molte piste alternative. Ho sempre creduto nella innocenza della mia assistita. La lettura del dispositivo fatta dal presidente Airò mi ha sorpresa per la scelta complessiva fatta. Attendiamo le motivazione che saranno depositate tra novanta giorni e allora capiremo il perché delle decisioni prese in Camera di Consiglio dai giudici Giuseppe Airò, Alessandro Rossato e dai giudici popolari”.

Decisione incomprensibile – per Paolo Sevesi che con il collega Gianluca Orlando difende Diego Barba -. Non si capisce quale sia il percorso logico seguito dai giudici per assolvere la Biondo e condannare gli altri”.

Se il teorema della Procura sul movente dell’omicidio è che due sono i mandanti dov'è l'elemento differenziale per condannare Barba e assolvere la Biondo? - s'interroga Salvatore Manganello legale assieme ad Alessandro Frigerio di Salvino La Rocca – Non riesco a capire questo dispositivo perché in generale indebolisce tutte le posizioni. Credo che neppure la Corte sia contenta. La Costa non ha fatto chiarezza. Se viene meno il mandante viene meno anche il reato. E' illogica”.

E allora andiamo a rileggere i passaggi della requisitoria del pm Donata Costa che riguardano Germania Biondo.
Esordisce rivolgendosi ai sei giudici popolari, tra questi una donna, con questa premessa. “Per me le persone indagate meritano rispetto. Non cerco i colpevoli ad ogni costo e il rispetto diventa esponenziale quando li mando in carcere. E' possibile vi siano venuti dubbi durante il dibattimento, avete sentito dire che non ci sono prove, strade rimaste inesplorate. Nulla di più falso. Non ci sono state strade inesplorate. Abbiamo iniziato ad indagare il 14 novembre 2011 alle 21.50 ed abbiamo terminato ad agosto 2014. Se avessi archiviato il 15 novembre sarei stata più serena e non avrei fatto orari impossibili. Ho sentito Germania Biondo 4 o 5 volte, ho verificato le versioni confrontandole con gli atti probatori. Il Gip ha ritenuto ci fossero le basi per il rinvio e il 25 marzo 2014 emette l'ordinanza di custodia cautelare. Il successivo 28 aprile il Tribunale della libertà conferma integrando con tre ordini di custodia per la Biondo, Barba e La Rocca. Ben sette giudici prima di voi hanno firmato il giudicato cautelare”.

Io, come persona prima che come magistrato, ho certezze. Il dibattimento è servito a verificare che occhi diversi dai miei hanno visto cose diverse da quelle viste da me: erano tutti dubbi che avevo avuto ed avevo già risolto. Io che ho avuto dubbi vi dico: ogni dubbio è ragionevole e allora condannate solo se ritenete gli imputati colpevoli al di la di ogni ragionevole dubbio”.

Per quanto riguarda Germania Biondoprosegue - oggi sappiamo per certo grazie alle intercettazioni telefoniche che viveva in una specie di “libertà condizionata”. Paolo Vivacqua poteva mettersi con la rumena e avere da lei un figlio, la Biondo doveva soltanto fare la nonna”.

Diego Barba nel 2000 è ospite nella casa di Paolo Vivacqua... la relazione avuta con la Biondo a partire dal 2006, sempre negata, é andata avanti fino al momento del loro arresto. Questo fatto può ben essere motivo di omicidio. Della relazione tra i due veniamo a conoscenza grazie ad una nota del brigadiere Mosca che informa che sono amanti e che Barba ha contattato l'amico d'infanzia La Rocca soggetto a cui commissiona il delitto”.

In quanto ai rapporti tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie veniamo a sapere che, estromessa dal patrimonio, la Biondo é costretta a chiedere soldi ai figli. La relazione, sempre negata, tra lei e Barba è accertata da un paio di intercettazioni telefoniche. Non ha senso negare, come fanno gli imputati, questa loro relazione ancora nel 2013 a due anni dalla morte di Paolo Vivacqua. Avevano qualcosa da nascondere della loro relazione per via dell’omicidio dell'ex marito su cui noi stavamo ancora indagando”.

Se qualcuno è meritevole delle attenuanti generiche– conclude Donata Costa – questa è Germania Biondo, donna che vive limitazioni alla sua libertà personale e sofferenze morali. Il suo spessore criminale è più sfumato [..] Non avrebbe potuto fare nulla senza Barba e La Rocca ed è per questo che attraverso l'amante Diego Barba contatta Attilio Cascardo (socio di Barba nell'agenzia investigativa - ndr) e gli consegna i documenti che provano gli affari illeciti di Paolo Vivacqua e dei figli. Non è lei che ha le capacità per uccidere...”.

E infatti elencando le pene la Costa, per lei, chiede 23 anni e 6 mesi contro l’ ergastolo per Barba e La Rocca e per i due esecutori.

In Tribunale il 9 novembre, dopo la lettura del dispositivo, frenate a stento le lacrime, Germania Biondo accetta di rispondere ad alcune nostre domande. “In aula c'era Davide, avrei voluto che venisse ad abbracciami. I miei figli mi sono mancati e mi mancano tantissimo. Non mi meritavo i tredici mesi di carcere, ora finalmente sono libera”.

Lascerà Desio e andrà in Sicilia?
Resto a Desio, mi troverò un lavoro.

Quando in vista della cessione dei terreni di Carate alla Bricoman per 5milioni di euro Mario Infantino ha avuto l'intestazione di quel 1% della società Loviro che le apparteneva, si è sentita senza mezzi? É in quel momento che ha provato rabbia e risentimento per Paolo?
“No, era Paolo ad occuparsi di tutti gli affari. Le decisioni le prendeva lui senza neppure consultarmi. Io l'ho amato e lo amo. Come primo atto andrò a portargli due fiori sulla tomba nel cimitero di Desio”.

Già perché occorre ricordare che pur avendo Paolo Vivacqua contribuito a pagare i restauri del cimitero di Ravanusa e fatta realizzare una grande statua del Cristo Redentore, lo hanno sepolto a Desio.

“Decisione presa dai miei figli senza chiedermi un parere”, precisa Germania prima di lasciare il Tribunale mentre ancora una delle figlie di Diego Barba piange in modo straziante e nessuno riesce a calmarla.

Nemmeno i due carabinieri in divisa che invitano il pubblico a lasciare il Palazzo data l'ora tarda. Sono invece già tornati in caserma a Desio e a Monza i militari dell'Arma che negli anni hanno lavorato sul caso Vivacqua e per tutta la giornata sono stati presenti in Tribunale in attesa della decisione dei giudici. Così come ha lasciato il Tribunale Lavinia Mihalache, pantaloni neri, camicia di seta, golfone-giacca pesante anch'esso nero come pure gli stivaletti che ha accennato un sorriso quando il presidente Airò ha letto la sentenza.
 

Monza - Omicidio Vivacqua. L'avvocato Cacciuttolo: "Il killer ha atteso nascosto nell'ufficio"

di Pier Attilio Trivulzio

“Il killer attendeva Paolo Vivacqua dentro l'ufficio. Lo attendeva nascosto dentro lo sgabuzzino che fungeva da bagno. Ha sparato 7 colpi, l'ottavo bossolo è stato rinvenuto proprio in quel minuscolo locale. Sette colpi di pistola calibro 7,65 sparati orizzontalmente. Dal basso verso l'alto. Ce lo dice la relazione del dottor Zoia: “I colpi hanno un andamento orizzontale, come fossero frecce”. Paolo era alto 1,65, il killer non era più basso di Paolo. Ha sparato dallo sgabuzzino a cui si accede scendendo tre gradini. Si é trattato di una vera e propria esecuzione”.

“Il killer ha sparato a Vivacqua quand'era seduto o in ginocchio – aggiunge Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella che difende Germania Biondo –. Guardando le foto si vede la polvere sui pantaloni all'altezza delle ginocchia. E' stata un'esecuzione a tutti gli effetti. Paolo Vivacqua era diventato ingestibile e per questo andava eliminato”. Alle 18.28 di quel 14 novembre 2011 la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache parlando al telefono con Mariana Rusnac dice: “Lo aspettavano lì dentro”.

Già, ma se il killer era dentro l'ufficio, chi gli ha consegnato le chiavi?
Dopo che ad agosto, in vacanza Sicilia con Lavinia qualcuno aveva crivellato di colpi la sua Bmw - forse in risposta al fatto che Vivacqua voleva assoldare un killer per far tacere per sempre un compaesano - il rotamat di Ravanusa aveva cominciato a temere per la sua vita.
Rientrato in Brianza, da operai di una ditta di Domenico Zema aveva fatto murare una cassaforte nell'ufficietto. E ai primi di novembre ad Angelo Bottaro aveva chiesto di cambiargli le serrature. L'8 novembre Paolo comunica infatti il cambio di chiavi dell'ufficietto di Desio all'avvocato Loreno Magni e a Stefano Monzani (ex sindaco di Roncello a cui aveva prestato denaro e con cui Paolo aveva costituito alcune società in Inghilterra- ndr). Il giorno dopo informa anche il suo braccio destro Enzo Infantino. Acquista una sofisticata apparecchiatura che gli consente di registrare le conversazioni che avvengo nell'ufficietto e fuori dallo stesso. Fa le prove di funzionamento il 12 novembre con l'amico Salvatore Grasta che ne parla in aula e dice che davvero funzionava. Peccato però che l'apparecchiatura trovata é mancante della indispensabile sim. E' forse l'unica cosa che il killer si è portato via? “Non la catenina d'oro, l'anello o i soldi – dice la Cacciuttolo -.Il killer uccide e non cerca nulla. La scena del delitto è intonsa”.

E poi si chiede il legale: “Paolo era in piedi o seduto sulla sedia-poltrona? La pubblica accusa ci ha detto che la sedia è stata spostata. Dalle foto si vede che esiste un'unica poltrona ed è dietro l'altra scrivania. Quindi manca la sedia! Forse la sedia mancante è stata utilizzata dal killer per sparare? E poi portata via dello stesso? E' credibile che si sia allontanato in scooter portandosi via la sedia? Questo particolare ci porta a dire che non esiste alcun riscontro rispetto a quanto dice l'accusa, che Giarrana e Radaelli sarebbero arrivati in scooter. Quello scooter che gli operanti neppure sono andati a cercare, limitandosi a fare una ricerca anagrafica sul box appartenente ai genitori di Gino Guttuso.

“La Polizia giudiziaria ha lasciato troppe cose al caso. Non sono state rilevate impronte nell'ufficietto per scoprire se c'erano peli o capelli magari nello sgabuzzino del bagno, caso mai il killer si fosse lavato le mani...Ci hanno detto che in quell'ufficio entrava troppa gente. Sul cellulare di Paolo ci sono macchie bianche e anche una scarpa ha la suola imbiancata. Dell'auto non sono state fatte foto e neppure sono stati fatti rilievi. E' la stessa Bmw contro cui erano stati sparati colpi ad agosto. Ma nessuno degli operanti sapeva di quant'era accaduto in Sicilia. La pubblica accusa ci ha detto che le indagini sono state fatte a 360 gradi. E' un bene che per un anno e mezzo sia stato fatto il dibattimento perchè ci ha fatto capire che i cinque imputati sono innocenti. Sono soltanto le fonti confidenziali a dare la pennellata di colore all'inchiesta. Il pubblico ministero deve sostenere il grande buco dell'inchiesta: quel giorno Vivacqua é stato lasciato solo e quindi Calogero Licata Caruso ed Enzo Infantino andavano indagati in concorso per l'omicidio di Paolo”.

Il legale arringa la Corte chiedendo: “Perché sono saltate le coperture di Paolo? Come faceva la Biondo ad attuare l'omicidio dal momento che non risulta alcun contatto telefonico con gli imputati? L'inchiesta della Procura é non corretta, miope e parzializzata. Le intercettazioni non possono essere considerate prove. In quanto alle conversazioni dei fratelli di Lavinia, Carmi e Laurent sono incomplete. Le fonti Gino Guttuso e Luigi Miniemi non sono né un riscontro né una prova. I due non sono testi dell'omicidio Vivacqua. In quanto a Miniemi dovrete chiedervi perché decide e cosa lo spinge a parlare col magistrato. E' soggetto che sceglie di salire “sul treno che passa”.

Due giorni dopo che la Procura di Sondrio gli commina una condanna per stalking scrive alla Procura di Monza e poi chiede alla dottoressa Donata Costa di avere benefici. E' dopo che il 7 aprile i Tg parlano degli arresti per l'omicidio di Vivacqua, tramite il suo avvocato chiede d'essere sentito: “Sono qui per parlare del Berlusconi di Ravanusa chiedo di poter avere uno sconto di pena”. C'è un unico filo che lega quanto dicono Guttuso, Miniemi e Giuseppe Nappa. Tutti e tre parlano di Paolo Bevilacqua o Bevacqua. Si sono parlati o qualcuno li ha indotti? La prova regina che Antonino Giarrana non c'entra nulla con l'omicidio Vivacqua sono le intercettazioni in cella del 27 giugno e 19 luglio 2013 con Giarrana che dice: “Io con questo omicidio non centro niente”.

Ed anche quelle del successivo 24 luglio con Miniemi che parla con Giarrana e questi gli dice: “Io quel giorno non c'ero proprio”.

Ci prova la pubblica accusa a dire a Giarrana di confessare anche l'omicidio Vivacqua dopo aver ammesso che era con Antonio Radaelli nel box di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, uccisa con un cutter sette mesi dopo l'omicidio del rotamat. “Confessi – dice la Costa – le danno 17 anni e tra un paio d'anni è fuori”.

Vi invito – continua la Cacciuttolo rivolta alla Corte - a non utilizzare dichiarazioni di Gino Guttuso che, come aveva detto nella sua arringa la parte civile Franco Gandolfi avrebbe dovuto essere indagato come sospetto concorrente del reato o come fiancheggiatore e comunque doveva essere sentito con tutti i crismi: alla presenza del difensore. E sempre relativamente a questa fonte confidenziale le minacce da lui ricevute le notte dell'aprile 2014 sono dovute a droga non pagata. Il fatto che si sia rivolto ai carabinieri denunciando l'aggressione potrebbe anche essere un diversivo per coprire, data l'ora tarda, l'obbligo di residenza impostogli e la paura di finire nuovamente in carcere.
Quella notte Guttuso non sapeva neppure come si chiamasse. Né il Gip né il Pm hanno deciso di accusarlo di falsa testimonianza nonostante il 7 gennaio dice di non saper nulla dell'omicidio Vivacqua, il 27 marzo ribadisce di non sapere nulla e che neppure conosceva Vivacqua e poi dichiara che “a casa di Giarrana la Biondo non c'era e che non ha mai avuto contatti con Giarrana” e però diventa credibile quando rivela della riunione ad ottobre 2011 in casa di Giarrana dove viene discusso il progetto di una rapina a Paolo Vivacqua.

“Donata Costa che in questo processo rappresenta la pubblica accusa il 13 luglio ha detto: “Quanto dichiarato da Lavinia Mihalache è tutto vero”. Cosa sappiamo di quel 14 novembre? “Quella mattina Lavinia voleva andare con Paolo che però non l'ha voluta” apprendiamo da una conversazione del 22 novembre. Lavinia ha detto d'aver chiamato alle 11,30 Paolo e di non aver avuto risposta. Dai tabulati non risulta alcuna chiamata sui due cellulari 372xxx e 356xxxx di Paolo. Anche il tenente Valentina De Sanctis della Guardia di finanza lo conferma. Probabilmente aveva un'altra utenza. Il maresciallo Martella e Antonio Vivacqua ci hanno detto che Paolo spesso cambiava telefono.

Né il maresciallo Azzaro né Fornaro (carabinieri a Desio – ndr) s'accorgono che non ci sono riscontri che confermano la chiamata di Lavinia il mattino dell'omicidio. Aggiungono che per Lavinia non è mai stato fatto un controllo col sistema Sfera sulle celle agganciate.

“Perché Lavinia decide di andare a cercare Paolo a Desio e non alla FV Metalli a Gessate o al capannone della Royal Aste a Sesto San Giovanni? Quella mattina si erano lasciati da appena un'ora e Lavinia lo cerca, perchè? Il sospetto è che sia andata in quell'ufficio per costituirsi un alibi. Pensava di trovare Paolo con una donna. Arriva a Desio con l'amica Mariana Rusnac che lavorava nel bar di Muggiò di Mario Infantino, dopo le 15 ed è molto agitata. Ha cominciato ad agitarsi quattro ore prima, da dopo quella chiamata senza risposta che però non risulta mai fatta. “Sono arrivata al parcheggio, ho visto la Bmw e ho detto a Mariana: è qua. La tapparella dell'ufficio era alzata. Mi sono alzata in punta di piedi per guardare dentro” dice a Genny nel corso di una telefonata del 15 novembre alle 6 del mattino. Sospettava veramente che Paolo fosse in compagnia di una donna o voleva sincerarsi che quello che doveva essere fatto era stato fatto? Lavinia ha mentito sulla telefonata del mattino, mente anche quando dice di non conoscere l'anziano che stava davanti all'ufficietto di Desio.

Lo prova la telefonata alle 4.05 del mattino (15 novembre) col fratello Carmi. “Ero in ufficio, ero con lui (Paolo – ndr) e arrivato TITU, non aveva telefono e allora gli ho prestato il mio, è lui che ha chiamato l'ambulanza”. Mezz'ora prima di questa conversazione Lavinia aveva chiamato il fratello Laurenti negli Stati uniti per chiedergli il numero di cellulare ucraino di Carmi. “E' stata la mafia a sparare a Paolo”, dice Laurenti. “Non parlare, nessuno sa niente, capisci cosa intendo?” lo zittisce brusca Lavinia. Insiste Laurenti: “Quel romeno che lavora...Chi c'era nel cortile...chi c'era nel cortile dell'ufficio?”. Come fa il fratello americano a sapere che una persona era fuori dall'ufficietto di Desio? Anche Salvatore Grasta sospetta di Lavinia: “Come faceva lei a sapere che Paolo era là, a Desio?”.

Giusi, segretaria di un'agenzia di viaggi della Sicilia che conosceva bene Paolo lo chiama tra le 10.15 e le 10.30 del giorno dell’omicidio. “L'ho sentito preoccupato, spaventato. Ti chiamo dopo, ho gente...”racconta. Altre chiamate non hanno avuto risposta.

Se Paolo è stato ucciso attorno alle 10.50 , come è possibile che il cellulare agganciasse cinque celle diverse? Forse ha camminato il cellulare? O forse hanno portato in giro il cadavere?

Dopo la vacanza in Sicilia nell'agosto 2011 e i colpi di pistola contro la Bmw. Confida alla compagna: “Piuttosto che succeda qualcosa ai miei figli preferisco affrontare io le cose”.
Il 16 ottobre, un mese dopo aver incassato i 5,1 milioni di euro da Bricoman, un mese prima dell'omicidio, riferisce a Lavinia: “Mi hanno detto una cosa: qualcuno voleva farmi una rapina”. E quindi pensa ai sistemi di sicurezza per l'ufficio e cambia anche le sue abitudini: quando ci va per appuntamenti sceglie il pomeriggio, non più la tarda mattinata. Eppure il killer lo ha aspettato dentro l'ufficio di lunedì mattina…

Paolo Vivacqua si era stancato di Lavinia. Nel 2010 voleva licenziarla e tornare con Germania Biondo. E' allora che sentendosi crollare il mondo addosso la rumena decide di fare un figlio...Tra luglio e ottobre 2011 i rapporti diventano tesissimi. Le dice: “Ti devi allontanare da Desio prostituta che non sei altro. Non vengo neppure a casa”. E lei: “Allora torna da lei (da Germania – ndr)”. Paolo: “Mi lasci il bambino. Te lo prendo io. Ti tolgo casa, soldi. Ti lascio col culo per terra”.

Lavinia: “Quando ti metterò le mani addosso ti lascerò senza respiro”.

Ha paura di Lavinia anche Elena Pricop, domestica di casa Vivacqua. “Ti ho detto che ho paura di te non della legge” dice alla compagna di Paolo il 20 novembre.

“Io questa (Pricop – ndr) la seguo fuori di casa e l'ammazzo”, sibila al telefono Lavinia a Mariana Rusnac. La Pricop sapeva che il sabato precedente l'omicidio Carmi Mihalache era ospite a Carate ed aveva fissato alcune camere in un costosissimo hotel per alcune persone che venivano dall'America con cui doveva trattare (con Paolo? ) un grosso affare. Paolo aveva costituito alcune società negli Usa: la Ben Merchant Holding Corporation ad Albany che ha il ravanusano Antonio Di Salvo come rappresentante societario.

Conversazione ambientale del 14 ottobre 2011 tra Carmi Mihalache e Paolo Vivacqua.
Carmi: “Se tu rompi (con Lavinia – ndr) non funzionerà“.
Paolo: “Lei vuole l'auto, la casa, 400mila euro..più 430mila euro per il rogito..Le ho lasciato 300mila euro. Be', dovesse succedermi qualcosa....”.

Ultimamente Paolo trascurava Lavinia e lei lo sapeva. Era stata vista in giro a Carate con un occhio nero. L'aveva lasciata anche senza soldi. Salvo prestare 100mila euro al fratello Carmi che voleva comperarsi un escavatore. Agli atti ci sono due telefonate e un sms dove Lavinia chiede a Carmi “le coordinate del conto corrente di Paolo in Svizzera e ragguagli sugli investimenti in Romania”.
Nel corso del dibattimento il teste Martella della Guardia di finanza di Gorgonzola riferisce di una conversazione “tra Carmi e Paolo che gli dice d'aver lasciato 300mila euro a disposizione di Lavinia in Sicilia”.

Vivacqua esibiva rotoli di banconote, occultava i soldi nei posti più impensati. Un sacchetto con 450mila euro è stato visto da Salvatore Grasta nascosto tra la legna della casetta-box di Carate. Lavinia ha dichiarato di non sapere nulla di quei soldi. Di non essere scesa nel box quei giorni e però conferma che spesso Paolo portava a casa somme ingenti.

Il 10 gennaio Mariana Rusnac dice a Lavinia: “Sai, vai giù, magari Paolo ne ha messi tanti: 100, 250mila tra quella legna o anche un milione in casa. Un sacchetto pieno. Sai quello che devi fare se succede qualcosa”.

Paolo Vivacqua ha prestato somme importanti a persona indagate per associazione di stampo mafioso ma gli inquirenti non hanno indagato a fondo. Così come non hanno indagato nel settore dei rifiuti dove Paolo stava per realizzare in Sicilia un ambizioso progetto da 80milioni di euro acquistando nel bresciano un impianto che trasformava in petrolio i rifiuti, o nel settore dell'acqua potabile.

C'è poi una strana analogia tra Paolo Vivacqua che sente d'essere in pericolo e Massimo Pirovano, architetto ed ex consigliere comunale titolare di una società immobiliare in rapporti d'affari con Vivacqua per un terreno di via del Pozzone a Carate accanto alla costruzione di Bricoman.

Su quel terreno Vivacqua vuole costruire appartamenti. Pirovano e i soci vogliono invece realizzare un edificio commerciale. Pirovano ha venduto a Paolo l'appartamento nel condominio “La Favorita” di Carate dove abita con Lavinia.

Il giorno dopo l'omicidio di Vivacqua, Pirovano lascia in cassaforte uno scritto: “Nel caso dovesse succedermi qualcosa..Ho versato 180mila euro in contati ad un politico per la trasformazione di un'area edificabile grazie a un Santo in paradiso.”.
Il documento viene sequestrato dal pm Donata Costa. Pirovano patteggia la pena. Era uno dei soci della “cooperativa” -così la definiva Vivacqua - di Carate Nostra a cui pagava in nero mazzette per trasformare terreni agricoli in edificabili.

Germania Biondo che aveva sposato Paolo Vivacqua dopo la fuitina, quando ancora era minorenne nel corso delle sue spontanee dichiarazioni tra lacrime e singhiozzi ha confessato d'aver messo Paolo alla porta ma d'averlo sempre amato. “L'avrei ripreso se avesse lasciato la compagna di cui si era stancato perché lo amavo e lo amo”.

Ha confessato d'aver avuto una relazione con un pakistano. “Mi faceva star bene”. Con Diego Barba soltanto una bella e lunga amicizia. Ed in quanto ai soldi per aprire la cartoleria li ho avuto da Mimmo Savarino, non da Barba.

Per lunedì 16 novembre, è fissata l’arringa di Monica Sala, avvocato di Antonino Radaelli; il 23 o il 30 novembre la sentenza.

Omicidio Vivacqua - "Cercate altrove i colpevoli". I difensori chiedono l'assoluzione per Barba e Giarrana

di Pier Attilio Trivulzio

Per l'avvocato Angelo Pagliarello che difende Antonino Giarrana la ricostruzione più logica dell'omicidio di Paolo Vivacqua è questa: “L'omicidio è legato ai suoi affari. Quel 14 novembre di quattro anni fa Paolo aveva un appuntamento nell'ufficio dove andava soltanto con persone che conosceva e con cui aveva confidenza per discutere d'affari. Ha il telefono in mano quando scende dalla Bmw, alza la saracinesca ed entra nell'ufficio seguito dalla persona di cui lui non sospetta. Questi spara e se ne va.

La stessa accusa non sa se i colpi sono partiti da un'arma automatica o se se aveva il silenziatore. Alle 15.30 la compagna Lavinia Mihalache entra nell'ufficio la cui porta era aperta, e vede il povero Vivacqua disteso sotto la scrivania. Con lei, alle sue spalle, entra l'OMBRA, definisco così la persona che aveva il compito di controllare se l'omicidio era andato in modo perfetto. Questa persona non è mai stata trovata, non si è mai presentata. E' un'OMBRA. E io non escludo la sua importanza. Quando Paolo Vivacqua entra nell'ufficio con lui entra un killer professionista”.

“Vi lancio una pillolina: giurati, secondo voi la Mafia, la Stidda mandano uno qualsiasi a fare un omicidio? Paolo Vivacqua era un uomo da 21 milioni di euro che, con tutto il rispetto, sapeva farsi la sua pubblicità elargendo biglietti da 500 euro. Un uomo che aveva coinvolgimenti con la Mafia, che non è la Stidda. Un uomo che non aveva orari. Che in quell'ufficio di Desio andava soltanto quando doveva trattare affari. Pensate che le persone che l'hanno ucciso (il killer e l'OMBRA - ndr) l'abbiano pedinato per giorni a Carate e l'abbiamo poi ucciso a Desio perché così fortunati da incrociarlo quella mattina? La Mafia non manda ad uccide due persone che si sono sentite telefonicamente con la vittima.

Come ci ha detto la Mihalache, Paolo era abitudinario e quella mattina però non va al bar di Muggiò di Mario Infantino. Esce di casa e va subito a Desio nell'ufficio perché ha un appuntamento. Quando gli inquirenti a metà pomeriggio arrivano trovano tutto in perfetto ordine: nessun oggetto per terra, Paolo ha ancora la sciarpa al collo, in tasca il portafoglio con i soldi, la cassaforte non è stata aperta, il mazzo di chiavi è sulla scrivania vicino ad un secondo cellulare. Tutto il contrario di quanto trovato nel caso della signora Franca Lojacono (Antonino Giarrana e Antonio Radaelli già condannati a 30 anni – ndr) dove tutto nel garage era stato messo sottosopra, c'era un lago di sangue, una scena assurda... Qui invece, nell'ufficio di Desio, la scena è pulita. Troppo pulita”.

“Tutte le sere vedo in televisione la serie di NCSI dove gli investigatori riescono a scovare un pelo. Questi geni di investigatori, invece, in un ambiente pulito, non trovano una impronta! E anche dentro la Bmw vengono fatti rilievi”.

“Vi lancio una seconda pillola. La gita di Paolo Vivacqua e della compagna Mihalache dell'agosto 2011 a Siracusa. Vi ricordo: tre mesi prima dell'omicidio. A Ravanusa e Campobello di Licata le vacanze sono i quattro giorni di festa della Madonna, a ferragosto. Ebbene, tutte le sere Paolo lasciava in campeggio la compagna e tornava soltanto a notte fonda. Ha discussione con gente di Siracusa, addirittura gli sparano contro l'auto che Mario Infantino, dopo la riparazione, ha poi riportato (?) al nord. In quel periodo Paolo ha paura. La casa in cui convive con la Mihalache doveva essere rogitata a novembre...Cosa ci dice la Mihalache? “Paolo aveva tanta fretta di sistemare le cose. Non le lasciava metà. Mi diceva: se tu dovessi restare sola...”.

“Quest'uomo avvertiva sul collo, forte, la minaccia. La Guardia di finanza ci parla dell'impianto di smaltimento rifiuti che Paolo aveva in animo di realizzare in Sicilia; dei capitali che dal nord portava al sud...affari così grossi non si fanno se dietro non c'è un gruppo di persone che si muove. Sarà questa la pista giusta? Non lo so. Certo è che in quel piccolo posto che è Ravanusa, Paolo intrattiene rapporti con Carmelo D'Angelo, il sindaco, e con altri. D'Angelo è come Marino a Roma. Non è mica un qualunque Pinco Pallino”.

“Dal giorno dopo l'omicidio, il 15 novembre, a marzo 2013 sono state intercettate 117 utenze telefoniche. In nessuna si parla del mio cliente, di Antonino Giarrana. Non sono state intercettate brave persone, avranno anche intercettato persone della mafia; in due anni nessuno fa cenno a Giarrana e in questo particolare c'è qualcosa di stridente. Mi insegnate che se frequentate un certo ambiente, prima o poi se ne parla...
Gli inquirenti hanno intercettato gente che chiamata in quest'aula come teste aveva paura di alzarsi da imputati. Cannarozzo è uno di questi…”

“Abbiamo sentito il colonnello Marco Selmi il quale ci dice che a maggio 2011, due mesi e mezzo prima dei fatti di Siracusa, una fonte confidenziale avvisa che Paolo Vivacqua per dieci giorni ha ospitato persone dalla Sicilia che avrebbero dovuto uccidere qualcuno. Su questa informazione nessuno indaga. In quel contesto Vivacqua è persona importante: la mafia autorizzava a togliere di mezzo il bancomat? Ci sono interessi che passano sopra interessi personali. Il teste maresciallo Scalise ha sottovalutato l'informazione che per dieci giorni personaggi di Ravanusa erano venuti in Brianza chiamati da Vivacqua perché avrebbero dovuto fare qualcosa.
Questo processo – sottolinea il legale - si giustifica per il numero degli informatori. Ogni carabiniere aveva un confidente. A mio avviso le piste alternative non sono state seguite perché non sono state capite. La pista siciliana era troppo incredibile e per questo è stata subito abbandonata”.

“Questo processo si anima dopo l'omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Paolo Vivacqua. Quando nel luglio 2012 ho conosciuto Giarrana mi ha raccontato del suo arresto (per l'omicidio della Lojacono - ndr). Mi ha detto: “Sono venuti a prendermi e il maresciallo Azzaro mi ha dato due schiaffoni. Quando mi hanno portato in caserma a Desio il capitano Pantaleo (dallo scorso anno trasferito a Milano – ndr) ha detto: stasera festeggiamo, abbiamo risolto l'uccisione di Vivacqua. Ed è così che Giarrana si ritrova nel fascicolo di questo processo. E' così che inizia questo processo. Ha ragione Giarrana quando dice al fratello Carmelo: “che c'entro io con l'omicidio di Vivacqua?”. Di quello della Lojacono era colpevole tanto che siamo stati costretti a chiedere il rito abbreviato. Ma in questo Giarrana non c'entra. Tanto che addirittura difende Antonio Radaelli, suo acerrimo nemico”.

“Alla prima udienza ho esternato dubbi e ancora ne ho, relativamente alle intercettazioni in carcere. Quelle intercettazioni fatte sul nulla. Si fanno intercettazioni, relative all'uccisione di Vivacqua, quando ancora non c'è la fonte confidenziale e Giarrana non è ancora iscritto nel registro degli indagati. L'omicidio Lojacono e quello Vivacqua sono quadri di due pittori diversi. Di spinte separate.
In questo processo si è cominciato ad indagare da fonti confidenziali senza iscrivere il nome degli indagati nel registro. Non si possono fare indagini su informatori che non possono testimoniare. Non c'è prova alcuna che il mio cliente Antonino Giarrana abbia preso parte all'omicidio Vivacqua e per questo chiedo l'assoluzione perché non è colpevole. O in subordine per non aver commesso il fatto”.

“Questo è un processo difficile e complicato e come ha detto la pubblica accusa, indiziario. Non ci sono intercettazioni compromettenti né esiste la pistola fumante”, esordisce Gianluca Orlando difensore di Diego Barba.

“Nel corso della mia arringa mi occuperò delle chiamate di correità di Gino Guttuso e Luigi Miniemi, delle piste alternative a nostro giudizio non esplorate. Ciò che in noi sollevano dubbi sono le fonti confidenziali talmente inattendibili che compaiono in questo processo. La fonte Robertone, ad esempio. Fa il nome di Quartararo e ci vengono a dire che quello che Robertone, legato alla n'drangheta, ha detto ai carabinieri di Lissone non ha trovato riscontro, perché?”.

“Non c'erano riscontri relativamente alle dichiarazioni di Gino Guttuso fino a quando nel luglio 2012 viene fatta una semplice indagine catastale e si riscontra che il box di cui parla dov'era custodito uno scooter che, a suo dire, sarebbe stato usato per l'omicidio Vivacqua, è di proprietà della sua famiglia. Interrogato in carcere il 15 marzo 2013 dal sostituto procuratore Donata Costa presente il maresciallo Azzaro, Guttuso firma il verbale dove non dice niente. Dice sì, conosceva Paolo Vivacqua ma non aveva intrattenuto rapporti con lui. Non dice nulla dell'omicidio. “Non avevamo elementi per contrastare”, si giustifica il maresciallo dell'Arma”.

“Successivamente viene fatta una serie investigativa importante e il 27 gennaio 2014 Gino Guttuso modifica le sue dichiarazioni, tre giorni dopo il pm Donata Costa firma l'ordinanza di custodia cautelare per la Biondo, Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli”.

“Primo problema: come doveva essere sentito Guttuso non il 15 marzo ma successivamente quando viene svolta l'attività investigativa? Abbiamo i tabulati di tutti e 5 gli imputati: i contatti di Giarrana con Radaelli, di Guttuso e La Rocca, di Barba e La Rocca. Ci è stato detto che si trattava di attività investigativa. Ma a tutela di Gino Guttuso è stato commesso un grave errore: da indagato, per aver prestato il motorino a Giarrana, avrebbe dovuto farsi assistere da un legale e dire se intendeva essere interrogato oppure no. Ammesso e non concesso e fatto salvo il primo verbale dove Guttuso dice di non sapere nulla sull'omicidio Vivacqua e poi però nel secondo va a modificare le dichiarazioni, Guttuso aveva diritto ad essere assistito. E questo problema ce lo eravamo già posti nel corso dell'incidente probatorio. Vorrei sapere – chiede il legale – come è stato possibile che Gino Guttuso abbia riferito, ammesso sia credibile, d'aver prestato il suo scooter per l'omicidio senza essere iscritto come indagato”.

“Le dichiarazioni dei testimoni sono diverse da quelle di un eventuale indagato tant'è che Guttuso, costretto, in incidente probatorio è uscito senza l'accusa di falsa testimonianza. Ciò comporta che io contesto l'utilizzabilità del verbale di Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio. Se così fosse ci sarebbe l'inutilizzabilità di tale atto”.

“Collaboratore è chi ha commesso reati e vuole pentirsi. Nessuno qui dice che chi collabora non dica la verità. Non dico che tutto sia inutilizzabile però un teste che è tossicodipendente, e quindi soggetto facilmente ricattabile, uscito da poco da una clinica psichiatrica, è lui, Guttuso, a dircelo nel corso dell'incidente probatorio, messo alle strette dal maresciallo di Desio che lo convoca può non aver fatto dichiarazioni spontanee. In due passaggi la Corte relativamente alla credibilità di Guttuso precisa che lo stesso è stato minacciato la notte del 18 aprile; e poi richiamato a Desio dai carabinieri il 6-7 giugno non intende fare dichiarazioni. A nostro giudizio tutto quanto afferma Guttuso è inutilizzabile. Nel corso del primo interrogatorio, su precisa domanda, dice d'aver avuto in uso da un anno un numero telefonico, cosa impossibile essendo lui in quel periodo detenuto in carcere dov'è rimasto fino a luglio 2013”.
“Avrei preferito sentire la registrazione di come è avvenuto quell'interrogatorio – dice l'avvocato Orlando – per capire come si era arrivati a farlo parlare di quella riunione preparatoria, un mese prima dell'omicidio di Vivacqua, a casa di Giarrana. Per la prima volta si fa il nome di Barba che, secondo il Guttuso, aveva incaricato La Rocca di fargli da portavoce per commettere una rapina.
Al contrario di Salvino La Rocca, Barba non ha parenti nella Stidda - che comunque, secondo quanto riportato in due sentenze del marzo 2014 del Tribunale di Sorveglianza di Perugia “da quanto riferito dalla DDA di Palermo con nota del 5.2.2013 l'organizzazione criminale di appartenenza dei La Rocca Salvatore, padre di Salvino e Calogero, fratello di Salvino intesa come Stidda “non è più operativa essendo stata decimata dagli arresti e dagli omicidi”.

“Comunque Salvino a suo tempo indagato è stato poi completamente scagionato dalle accuse di fare parte dell'organizzazione che si contrapponeva a Cosa Nostra e addirittura risarcito dallo Stato”.

“E poi i rapporti (intercettazioni) tra Barba e la Biondo, stando agli atti potrebbero esserci nel 2013. Solo nel 2013. Ci è stato detto: avevamo il sospetto. Il sospetto non è certezza e voi in Camera di Consiglio siete tenuti a ben soppesare questo particolare. Così come dovrete valutare quali elementi probatori ci sono per dire che due soggetti sono andati ad uccidere Vivacqua. Dello scooter che potrebbe essere stato utilizzato ci parla Guttuso. E' un po' poco. Il possibile non può fare ingresso in un processo per omicidio. Dico di più. Sul ruolo di Barba ho perplessità relativamente alle dichiarazioni di Guttuso che ne parla in maniera sfumata: avrebbe parlato con La Rocca. Di li a costruire qualcosa che lo fa rendere partecipe di un omicidio ce ne passa. Senza dimenticare che nel corso della riunione a casa di Giarrana si parlò di rapina, non di omicidio”.

“E comunque non mi pare siano stati fatti riscontri alle dichiarazioni di Guttuso. “Ci dedicammo solo sulla pista familiare che era la più plausibile”, ha testimoniato il maresciallo Azzaro.
La mia valutazione è che, assolutamente, quella riunione non può essere prova a carico di Diego Barba.
Veniamo a Luigi Miniemi. Riferisce quello che gli avrebbe detto Giarrana. Io non so se è la verità. Lo dice lui. A questo proposito la Cassazione, anche recentemente, in caso di teste di riferimento ha sentenziato che non è possibile escuterlo”.

“Ho trovato Miniemi soggetto molto inquietante. L'ho trovato preparato. A differenza di Guttuso. E' venuto, un anno dopo, in quest'aula quasi preparato sulle domande che gli sarebbero state fatte. Aveva interesse a confermare quanto dichiarato. In carcere a Monza arriva il 15 agosto 2013 e ci resta fino al 12 aprile 2014. Due giorni dopo aver reso le dichiarazioni al pubblico ministero Donata Costa. Per capire chi è Miniemi siamo andati a ritroso”.

“Lo ritroviamo nell'inchiesta “I fiori di San Vito” dove ha un certo peso: è soggetto accusatore. Ha collegamenti con la 'ndrina dei Mazzaferro. Rileggendo le motivazioni delle sentenze che lo riguardano “si da atto che è un confidente. Si rivolge ai carabinieri dicendo che voleva fare confidenze su una rapina. Faceva da 'ndranghetista confidente”. Ancora: “Ha debiti di gioco ed è collaboratore che frequenta ambienti malavitosi”. E' la Corte che può dirci se e quanto è credibile Miniemi”.

“Nel processo “Isola Felice 2” è stato invece considerato attendibile e la Corte gli ha dato le attenuanti. Per una tentata rapina Miniemi fa dichiarazioni al processo e dice di non essere stato confidente. In una successiva udienza si contraddice e la Corte gli crede. Nel corso dell'ultima deposizione del 2003 a Como ammette che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Dieci anni dopo nel 2013, fulminato sulla via di Damasco, con otto procedimenti a carico di cui quattro per ricettazione e poi falso, furti di carte di credito e altro, prende spunto da una notizia appresa in carcere, senza specificare quale si offre per collaborare”.

“Dirà poi che ha preso la decisione perchè “Ho avuto confidenze da Giarrana che non voleva tenersele dentro. L'ho aiutato a sputare il rospo”. E infatti attraverso l'ufficio matricola del penitenziario fa sapere alla Procura di Monza che ha importanti dichiarazioni da fare e chiede di parlare col magistrato. Tutto ciò – si badi bene - successivamente alla notifica, a Giarrana, dell'ordinanza di custodia cautelare per l'omicidio Vivacqua”.

“Se Miniemi avesse fatto le dichiarazioni alla dottoressa Costa il 10 marzo e non il 10 aprile avrei alzato le mani - dice il legale torinese -. Visto che la Procura di Monza non si muove, Miniemi manda avanti il suo legale che con una lettera fa sapere che il suo cliente è intenzionato a fare rivelazioni in merito “all'omicidio Bevacqua, il Berlusconi della Brianza” (dice proprio Bevacqua – ndr)”.

“La circostanza temporale della mossa di Minieni è importante: il caso Vivacqua in quel periodo occupava intere pagine di giornali che in carcere venivano lette e scambiate in ogni cella. E' lo stesso Miniemi che viene a dirci che radio carcere diffonde notizie. Ed è così che viene a sapere degli arresti, di cui due notificati in carcere a Giarrana e Radaelli. Riferisce al magistrato, tutto quanto scritto nell'ordinanza. Non è Giarrana che gli parla del bar di Muggiò, eppure lui è a conoscenza del particolare e neppure gli dice che il bar di Desio accanto all'ufficio di Vivacqua era chiuso per turno il lunedì. Giarrana ammette d'avergli mostrato l'ordinanza. Miniemi riferisce anche cose vere? In questo caso anche la fonte va indagata”.

“Interessante circostanza quella del biglietto dove Giarrana dice a Rulli di far venire un elicottero per farlo evadere dal carcere. E' l'indice di attendibilità o inattendibilità di Miniemi: quel bigliettino viene scritto il primo giorno che Giarrana conosca Miniemi. Quest'ultimo in aula giustifica la richiesta dell'elicottero “perché ne passavano tanti quel giorno sopra il carcere”. Peccato che non fosse settembre giorno di Gran Premio all'Autodromo di Monza. A giudizio del legale l'episodio è illuminante per valutare l'attendibilità del Miniemi, teste che mi ha fatto paura ricordando quanto dice la Cassazione:“nei processi fanno irruzione soggetti che hanno necessità di farsi sentire”.

Quindi l'avvocato Orlando si sofferma sulla pista dei fratelli Mihalache già affrontata da Angelo Pagliarello difensore di Giarrana. “Il telefono di Carmi Mihalache che Lavinia chiama la notte del 14 novembre non agganciava celle italiane – aveva precisato Pagliarello -. Siete davvero sicuri che era proprio Carmi al telefono? Avessimo avuto tutte le telefonate fatte da quei signori (Carmi e Leonard – ndr)”.

” Sappiamo che non sono state fatte indagini all'estero sui tabulati telefonici. Abbiamo dichiarazioni di Elena Pricop, domestica a casa Vivacqua, che ha testimoniato d'aver visto quattro o cinque volte i fratelli (e amici) di Lavinia a Carate. Ci ha detto: “Me ne sono andata il sabato sera e le valigie erano lì. Non le ho viste quando sono arrivata il lunedì mattina, giorno dell'omicidio”. Che motivo avrebbe avuto la Pricop di mentire? Forse perché accusata da Lavinia di essersi impossessata di gioielli poi ritrovati nella cassetta della posta?”.

“I Mihalache avrebbero potuto benissimo essere in Italia e non c'entrarci nulla con l'omicidio. E però Livinia, excusatio non petita (accusatio manifesta - ndr), ci riferisce che Paolo le aveva detto “nel caso mi succedesse qualcosa”. Ed a questo proposito aveva lasciato un assegno di 300mila euro affinché la compagna potesse goderne”.

“Questo particolare fa pensare”, commenta il difensore di Barba che passa poi a dare una valutazione sui depistaggi che – secondo la pubblica accusa – avrebbe operato.

“Depistare attraverso l'investigatore Attilio Cascardo? Non lo so. Potrebbe anche essere. Verifiche non ce ne sono. Non ci sono intercettazioni tra Cascardo e il colonnello Selmi, tra Barba e Selmi. Quest'ultimo ben sapeva che Barba era in carcere”.

“Le dichiarazioni del “pentito” Giuseppe Nappa? Il solo pensare che Barba possa avere una mente raffinatissima, come potevano averla i giudici Borsellino o Falcone, d'avere architettato una tesi così suggestiva come suggerito dalla parte civile fa sorridere. E da ultimo: sentito dal Gip in merito al viaggio del 9-10 novembre 2011 in Germania con Salvino La Rocca, Diego Barba risponde che erano andati per acquistare una Mercedes. Da un privato. Non da un concessionario. Non è certo andato per chiedere l'autorizzazione della Stidda (ipotesi fatta della pubblica accusa nel corso della requisitoria – ndr). Che, detto per inciso, neppure esiste più. Avere un avallo dalla Germania? In questo caso non si parla di riscontri bensì solo di fantascienza”.

“E' un processo indiziario e la Cassazione è chiara in proposito: ci vogliono indizi gravi e precisi escludendo quelli non provabili. Occorre vedere che gli indizi siano concordi ed abbiano logica per condannare oltre ogni ragionevole dubbio. Se Diego Barba chiama Salvino La Rocca il giorno dell'omicidio per sapere quanto era successo a Paolo Vivacqua è cadere su una buccia di banana. Per uno come lui che per evitare d'essere intercettato, ci dicono i carabinieri avesse sistemato nella plafoniera dell'auto di Germania Biondo un pacchetto di fazzoletti piegati in modo che, cadendo, gli avrebbero dato subito la prova dell'occultamento di una cimice?”.

“Chiedo l'assoluzione per gli imputati per non aver commesso il fatto e in subordine, richiesta in base all'articolo 530. Leggendo gli atti mi sono reso conto che non c'è nulla di concreto che possa accusarli”.

 

Processo Vivacqua - Le parti civili: Chi studiò l'omicidio pensò poi a depistare gli inquirenti

di Pier Attilio Trivulzio

“Ci troviamo di fronte a un omicidio studiato. Chi ha brutalmente giustiziato Paolo Vivacqua, ha poi pensato a depistare gli inquirenti”, rivolgendosi in modo specifico ai giurati popolari che fanno parte della Corte d'Assise, Franco Gandolfi, avvocato di parte civile per Lavinia Mihalache, compagna del rotamat di Ravanusa, sintetizza così quel che dirà “per la miglior tutela della signora Mihalache e del figlio Nicolas e quella deontologica correttezza formale e sostanziale dell'accusa cercando di armonizzare affinchè voi, in Camera di Consiglio, possiate valutare se esiste una ragionevole alternativa all'ipotesi accusatoria”.

Aggiunge subito: “La requisitoria della pubblica accusa, fatta in quest'aula due mesi fa, vi sarà sembrata sovrabbondante, noiosa e anche inutile. E' stata comunque il resoconto di una indagine a 360 gradi portata avanti in piena libertà; durata tre anni e conclusasi con la richiesta di cinque condanne proposte prima che dal codice penale dalla coscienza del pubblico ministero che ha fatto indagini anche a favore degli imputati”.

“Il primo movente ipotizzato è stato quello dell'interesse economico dal momento che Paolo Vivacqua muoveva tantissimo denaro contante. C'era stata, il 12 settembre 2011 (due mesi prima dell'uccisione – ndr) la conclusione a rogito dei terreni di Carate ceduti a Bricoman Italia; ma Vivacqua vantava moltissimi crediti: 300 mila euro da Zema, 200mila da Monzani ed altrettanti da Figliuzzi, decine di mila euro dall'avvocato Savarino e anche, perchè no? da Carmi Mihalache (fratello di Lavinia - ndr) a cui aveva concesso un prestito di 100mila euro per comperare un escavatore. E poi tanti altri, gente che usava Vivacqua come un bancomat.

Una delle ipotesi investigativa è stata quella che da qualcuno di loro era stato ucciso per non restituire la somma ricevuta. Da cinque mesi e mezzo Vivacqua era intercettato anche quando si trovava sulla sua Bmw, non c'è una sola frase registrata che possa far pensare ad una sua arrabbiatura verso coloro a cui i soldi li aveva prestati e ne aveva richiesto la restituzione. Tenete conto in Camera di Consiglio. Nessuno di loro pensò di spegnere il bancomat.

“E allora, qual'è il movente del delitto? Ce lo forniscono Germania Biondo e Diego Barba. Hanno una relazione sentimentale almeno da prima dell'estate 2010.
Barba è il catalizzatore che accelera il procedimento chimico. L'incontro delle due volontà diventa deflagrante. Il movente della Biondo è l'interesse economico miscelato ad un cocktail: desidera la rivalsa verso il marito con cui da due anni non stava più assieme. Ebbene, Paolo non faceva sapere i suoi interessi a Germania eppure che succede il 14, il 23 e il 27 settembre 2011?
Il 12 Paolo conclude l'affare Bricoman, il 14 l'ex moglie, intercettata, chiama la sorella e le dice: “Ha venduto i terreni, adesso gli posso levare 5 milioni”. Tre giorni dopo parla con l'amico Salvatore Grasta: “Ha fatto gli atti dei terreni e ora ha in tasca 5 milioni. Caino era e Caino rimane. Ora vediamo se posso levargliene almeno la metà”.

Il 27, nel corso di una lunghissima conversazione con uno straniero che la corteggia e tra l'altro le dice d'averla vista “col reggiseno blu”, Germania si lascia andare: “Tu mi fai star bene”. E poi però aggiunge: “Fino a quando c'è lui ci sono solo problemi”. Refren che ripete in altre conversazioni agli atti. La rabbia di Germania? Ce lo dice la Lavinia: con i figli le danneggiano l'auto.

Ricordiamo però la drammatica udienza del 2 gennaio. Depone il figlio minore e non la chiama mamma. La chiama signora. “Perché non è considerata mamma. La persona che ti toglie il padre non è più la tua mamma”, risponde Davide ad una domanda del presidente.

Ricorda il legale che nel marzo 2012 una fonte confidenziale soffia ai carabinieri di Desio che “la Biondo ha assoldato un investigatore, tale Cascardo. Vuole faccia indagini sul marito”. Attilio Cascardo viene sentito il 3 maggio ed in quel momento i carabinieri scoprono che ha un socio: Diego Barba. E quando il pubblico ministero Donata Costa chiama a testimoniare Cascardo apprende dal teste, sicuramente reticente, che l'investigatore “è stato ingaggiato dalla Bondo nel gennaio-febbraio 2011 per capire se il marito le fa le corna”.

L'indagine dura un paio di mesi. Mi chiedo: c'era bisogno d'ingaggiare un investigatore per sapere se Paolo le faceva le corna dal momento che in quel periodo lui aveva già acquistato casa a Carate e stava da tempo con la Mihalache? Il 18 giugno la Mihalache dà alla luce Nicolas. In quest'aula, il 1. dicembre Cascardo dice cose compromettenti: la verità è che l'incarico ricevuto dalla Biondo era di tutt'altra natura. Ci siamo dimenticati del pestaggio di Barba nell'agosto 2010 in Sicilia da parte dei figli Vivacqua? E' clamorosamente falso che la Biondo abbia dato incarico a Cascardo per una indagine sulla infedeltà coniugale del marito. La ragione vera? Incarico inconfessabile. Il teste Vincenzo Battistello (ex impiegato presso la Procura di Monza – ndr) ci dice: “Germania Biondo aveva dato incarico a Cascardo per far nascere una indagine a carico di Paolo Vivacqua e dei figli”. Se ne sarebbe occupata la Guardia di finanza. “Sono le Fiamme gialle a fare le indagini”, dice Cascardo a Battistello, aggiungendo “d'aver parlato con un colonnello di Lodi”. L'indagine avrebbe dovuto portare in carcere Paolo Vivacqua e i figli.

Il colonnello di Lodi e Marco Selmi che subito informa la Procura di Monza e quando viene chiamato a testimoniare non rivela il nome dell'informatore (Attilio Cascardo – ndr)- Riferendosi all'omicidio di Paolo Vivacqua, consultando il suo tablet, precisa “che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, Carmi Mihalache, fratello di Lavinia. Fa il nome di Elena Pricop, domestica di Vivacqua, che andava dicendo in giro che Nicolas, il figlio della Mihalache, non era figlio di Paolo Vivacqua ma di un infermiere di Desio”.

Informatore credibile il Cascardo perché fornisce particolari che reggono al controllo: il capannone di Piantedo (Sondrio), la cassetta di sicurezza contenente denaro sequestrata, le auto, fermate e sequestrate, con doppio fondo per occultare i soldi.

Uno sviamento, quello relativo al ruolo dei rumeni nell'omicidio, per depistare le indagini. Depistaggio pensato da Diego Barba che usa il socio Attilio Cascardo il quale informa il colonnello Selmi della Guardia di finanza sui conti, sulle società e le disponibilità di Paolo Vivacqua: obiettivo far arrestare Paolo Vivacqua e i figli.

Cascardo viene a sapere con anticipo che all'indomani sarebbero stati arrestati i tre figli di Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. “Avevamo cercato di suggerire al brigadiere Mosca dei carabinieri che probabilmente ad uccidere Paolo sarebbero stati i fratelli Mihalache”, dice Barba nel corso di una conversazione.

Diego Barba non si muove bene solo con le forze dell'ordine, è a suo agio anche tra i malavitosi e i mafiosi: dopo il pestaggio dell'estate 2010 in Sicilia manda i carabinieri a casa di Paolo Vivacqua e fa pressione con i malavitosi affinchè dicano a Paolo di lasciarlo tranquillo.

Definisce, il legale della Mihalache, inquietante, l'episodio accaduto pochi giorni dopo l'arresto su ordine della Procura di Milano (20 aprile 2012 – ndr) dei figli di Vivacqua, di Calogero Licata Caruso, dei fratelli Enzo e Mario Infantino ed di altri con l'accusa di associazione a delinquere e false fatturazioni.

Il 24 aprile Diego Barba viene sorpreso da moglie e fidanzate dei tre fratelli Vivacqua nello studio dell'avvocato Daria Pesce. E' con l'avvocato Ignazio Valenza (legale di Paolo Vivacqua che ha Attilio Cascardo come autista – ndr) intento a consultare gli atti del processo. C'è anche Germania Biondo. Barba sa che il colonnello Selmi è stato informato (da Cascardo – ndr) e vuole sapere se tra gli atti ci sono riferimenti che riguardano lui o il suo socio Cascardo.
Quell'episodio fa arrabbiare i figli Vivacqua che vengono informati in carcere durante i colloqui. Gaetano, intercettato, “Questa qua (Germania Biondo – ndr) ci vuole far fare la galera”.

Altra conversazione del 25 maggio tra Davide e la fidanzata Lucia. “Barba continua a passare sotto casa, ci segue. Io l'ho visto, con la sua Vespa mi ha tagliato la strada”.
L'avvocato Valenza viene minacciato. C'è la telefonata: “Valenza me lo sarei mangiato vivo...incominciano a volare schiaffoni per te e per Diego. Mio fratello prima ha pestato Diego che poi è andato dai mafiosi”.

Un altro tentativo di depistaggio messo in atto – secondo il legale di parte civile della Mihalache - da Diego Barba riguardante “due personaggi da tempo residenti a Desio” che, scrivono i carabinieri di Campobello di Licata in una nota indirizzata ai colleghi brianzoli “risulterebbero implicati nell'omicidio di Paolo Vivaqua”. Sappiamo i nomi ma non li facciamo. Il pubblico ministero non ha trascurato nulla ed ha fatto mettere sotto controllo i telefoni dei due personaggi. Risultato negativo.

Rivolgo una domanda: “Perchè Diego Barba si è impegnato con il maresciallo Mosca dei carabinieri di Desio poi con il maresciallo Longo dei carabinieri di Campobello e poi, attraverso Cascardo, a suggerire al colonnello della Guardia di finanza piste false, subdolamente artificiose che ora mi sembrano odiose, addirittura vigliacche quando si sa che una persona non c'entra?”.

Definisce la deposizione di Giovanna Licata Caruso, moglie di Barba e sorella del braccio destro di Paolo Vivacqua, “Lillo” Licata Caruso intestatario di tutte le società del rotanat, “penosa, angosciante, faticosa, illogica e per lei imbarazzante. Patetica perché si è messa a piangere. Rispettiamo il suo dolore. ma qui discutiamo di omicidio ed invece i testimoni che devono portare acqua stanno in silenzio”.

Leggendo questo processo dico che gli imputati si annusano, sono in definitiva arbitri della propria sorte.
Per l'avvocato Gandolfi le dichiarazioni dei testi Gino Guttuso e Luigi Miniemi si collocano in perfetta armonia con i dati raccolti dagli investigatori.

Poco dopo l'arresto per l'omicidio di Franca Lojacomo consuocera di Paolo Vivacqua, Antonino Giarrana, intercettato, chiede aiuto al cugino Salvino La Rocca ma lo chiede anche all'investigatore Diego Barba. Conversazione registrata: “Gli avvocati? Loro li devono pagare”, dice Giarrana. “Loro chi?”. “Salvino e...”. “Allora è vero che c'entrano Salvino e l'altro, è inutile che fa l'indiano”. Carmelo fratello di Giarrana: “Papà ha detto che se scende lui non so che succede”. Giarrana: “Loro, Salvino e l'investigatore mi vogliono imputare anche l'altro omicidio”. E ancora: “Io sono qui e loro sono fuori a godersi la vita”. “Io non parlo perchè sono un uomo”.
Per l'avvocato Gandolfi, “Non so se è uomo d'onore Antonino Giarrana; uno è uomo se sa assumersi le sue responsabilità”.

Il legale conclude dopo quattro ore il suo intervento focalizzandosi sul misterioso viaggio-lampo in Germania compiuto da Diego Barba e Salvino La Rocca il 9 novembre 2011 (cinque giorni prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr). A detta di Barba per acquistare una Mercedes “classe A” in cambio della sua Renault Scenic. I due si fanno 595 km da Desio a Saarbrucken. Partenza da Desio attorno alle 22, sei ore di viaggio e quindi arrivo a Sarbrucken attorno alle 4 del mattino. C'è qualche concessionaria aperta a quell'ora? All'indomani, 10 novembre, attorno alle 10,30-11 sono alla frontiera tra Francia e Germania. Vengono controllati dai gendarmi. Alle 14 – dice Barba – sono di ritorno a Desio, sempre con la fedele Renault Scenic. Domanda: allora cosa davvero sono andati a fare in Germania?

E sull'ultimo indizio depistante: la testimonianza del detenuto (a Monza) Giuseppe Nappa il quale arriva in aula e racconta che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbero stati Diego Barba e Germania Biondo d'accordo con Lavinia Mihalache e i suoi fratelli.

“Non credo che Nappa si sia inventato tutto – spiega Gandolfi – Non sono cervellotico ma Nappi è venuto qui perché qualcuno gli ha suggerito di dire quelle cose che ci ha raccontato. Barba ha grande capacità intuitiva, è più furbo di tutti, più furbo dei giudici e del pubblico ministero. E' stato un ulteriore tentativo per sviare le indagini. In carcere Barba ha fatto il triplo salto mortale: con le dichiarazioni di Nappi intendeva demolire e screditare Guttuso e Miniemi. Non si e inventato nulla Nappi condannato a 5 anni per estorsione, tre già fatti, sarebbe presto uscito dal carcere. Non è tanto sveglio. E' stato un ulteriore tentativo di depistare le indagini”.

La lunga e articolata arringa dell'avvocato Franco Gandolfi costringe Daria Pesce parte civile dei tre fratelli Vivacqua e Valentina Commaudo figlia di Franca Lojacono (uccisa a Desio nel giugno 2012 – ndr) a sintetizzare il suo intervento. Risponde ai colleghi che ritengono incompatibile il suo ruolo di parte civile. “Difendo i Vivacqua da anni ed ho difeso la Biondo per un anno e mezzo. Non mi ritengo incompatibile dal momento che questo processo riguarda un omicidio”.

Anche lei dà atto al pubblico ministero d'aver esplorato in modo diligentissimo tante piste: il rapporto di Paolo Vivacqua con i Cannarozzo e con Zema che “non ho mai incontrato”, l'ipotesi mafia e l'omicidio legato al settore rifiuti. “La pista della corruzione? Sappiamo che Paolo aveva corrotto funzionari per trasformare terreni agricoli. Al processo di Milano (per le false fatturazioni con la Biondo che ha patteggiato -ndr) sono emersi i conti di Germania Biondo presso banche di San Marino ma non in Svizzera. Sembra che la Biondo voglia sbarazzarsi del marito. Dalle carte del processo sembra che gli imputati siano tutti amici. Salvino La Rocca? È vero, non è mafioso ma il suo comportamento è psicologicamente mafioso. Barba e la Biondo non si parlano al telefono: tengono un comportamento omertoso. La Biondo aveva mille motivi per tenere un comportamento omertoso: sono tutti siciliani. Solo i tre figli di Paolo parlano. Sanno della relazione tra Barba e la madre, le nuore scoprono che la Biondo – che al telefono si lamenta del suo stato di indigenza in cui Paolo l'ha lasciata - ha aperto con Barba una cartoleria. Che succede? Il sospetto delle nuore è che lei abbia qualcosa a che fare con l'omicidio. Si disinteressa dei nipoti. I figli, a cui è stato insegnato soltanto a fare fatture false, non la vogliono vedere in carcere. Quando Barba viene nel mio studio e dice d'essere un collaboratore dell'avvocato Valenza difensore di Paolo i figli revocano a Valenza il mandato e quindi pensano che la Biondo e Barba abbiamo davvero a che fare con l'omicidio. Il movente? Nella loro mentalità siciliana è la ricerca dei soldi: impossessarsi dei 5 milioni che Bricoman ha pagato per i terreni di Carate
La pista non sarà mafiosa ma da tutti gli atti del processo – che è più che indiziario – pare un po' che gli imputati chiedano giustizia alla criminalità organizzata. Le mie conclusioni sono queste: mi associo alle richieste di pena della pubblica accusa”.
Per quanto riguarda le costituzioni di parte civile, l'avvocato Franco Gandolfi ha quantificato in 800mila euro il danno patrimoniale per la sua assistita Lavinia Mihalache e per il figlio Nicolas; mentre l'avvocato Daria Pesce ha presentato richiesta per Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua della condanna in solido degli imputati per danno patrimoniale e non di 500mila euro con una provvisionale immediatamente esecutiva di 300mila euro. Per Valentina Commaudo richiesta di 150mila euro, provvisionale di 50mila euro.

Prossima udienza il 5 ottobre. Parleranno gli avvocati Paolo Sevesi e Gianluca Orlando difensori di Diego Barba.

Omicidio Vivacqua. Chiusa l'istruttoria dibattimentale. Testimonianza inverosimile del detenuto Giuseppe N.

di Pier Attilio Trivulzio

Processo per l'omicidio di Paolo Vivacqua. Si è chiusa l'istruttoria dibattimentale; lunedì prossimo (13 luglio) requisitoria del pubblico ministero Donata Costa che ha già annunciato che parlerà per sei ore e, ovviamente, concluderà la sua esposizione con la richiesta di pene per gli imputati Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana. Quindi il processo riprenderà il 21 settembre: parola alle parte civili e quindi ai difensori degli imputati. La chiusura della discussione è prevista per il 12 o il 19 ottobre.

Paolo Vivacqua é stato ucciso il 14 novembre 2011, la sentenza potrebbe arrivare a quattro anni esatti dall’omicidio.

Da un mese Germania Biondo ha ottenuto gli arresti domiciliari. E' uscita dal carcere di Monza per sottoporsi ad intervento presso l'Ospedale San Gerardo e alle ultime due udienze è arrivata in aula accompagnata dal suo difensore, l'avvocato Manuela Cacciuttolo. A salutare l'ex signora Vivacqua erano in aula un'ausiliaria del carcere di Monza ed una suora.

L'udienza è iniziata con la testimonianza del perito della Procura, esperto nella traduzione di frasi in dialetto siciliano che, esaminate tre telefonate ambientali del luglio 2013 nella cella del carcere di Monza dove è detenuto Giarrana (condannato a 30 anni per l'uccisione di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua) ha confermato la frase dell'imputato che il 9 luglio dice: “Io se dovessi andare in culo alla vita mi troverei una brava ragazza . Mai più omicidio”.

Ambientale del 19 luglio: “Ma vedi come va questo processo, su di me hanno poco...Le impronte sullo scooter non ce l'hanno”. I difensori avevano chiesto fosse risentito il perito perchè a loro avviso la parola pronunciata era “cutter” non “scooter”.
Il perito ha confermato che Giarrana dice “scooter”. Ultima ambientale del 24 luglio. Per il perito nel colloquio si parlava di Barba. “Io ho scritto barba come soggetto, nessun riferimento all'imputato. Trascritto in forma dialettale è “bamba, brucia la bamba” (cocaina – ndr).

La richiesta del legale di La Rocca di sentire la registrazione in aula non viene accolta dal presidente Giuseppe Airò. “La sentiremo in camera di Consiglio”.

Teste Mendolia: “E' un' ambientale, va ascoltata con la cuffia, ci sono molti rumori”.
Insiste l'avvocato Angelo Pagliarello che concentra la sua attenzione sulla conversazione del 19 luglio. “Sono certo della mia prima versione, la parola incriminata è cutter e non scooter. E' fondamentale sentirla”. Presidente: “Il perito dice che l'ambientale è 'sporca' “.
L'avvocato Sevesi, difensore di Barba, chiede al teste: “Lei sa come si scrive la parola scooter?”. “No, per me è sufficiente. Cutter è taglierino. Se fonicamente anziché scuter è cuter...”.

Il presidente informa che – in merito ad alcune ordinanze - è stata decisa l'acquisizione dell'album con le fotografie scattate il 14 novembre 2011 nell'ufficio di Desio; ai fini della credibilità della sorella e all'attendibilità di alcuni dichiaranti viene ammessa la documentazione su Gammino mentre è respinta, in quanto infondata, l'ordinanza relativa a Gino Guttuso.

Annuncia quindi che “ex articolo 507 viene ammessa la testimonianza di Giuseppe N. fatte salve le dichiarazioni rese al pubblico ministero pur in manifesta inattendibilità”. Respinge poi la richiesta di approfondimento – chiesto dal legale della Biondo – sui cellulari di Vivacqua che, dopo l'omicidio, agganciano celle diverse. Nessun accertamento tecnico potrebbe modificare il quadro di Vivacqua ucciso in un altro luogo e portato successivamente nell'ufficio di Desio. O che i cellulari, dopo l'uccisione, fossero in possesso di altre persone e riportati nell'ufficio dove sono stati rinvenuti”.
Certo è che, per quanto le indagini relative al rinvenimento di Paolo Vivacqua in via Bramante d'Urbino, nessuna impronta è stata rilevata nell'ufficio e nessun esame (né fotografia) è stata fatta sulla Bmw del rotamat parcheggiata di fronte all'ufficio. Perchè?

Il presidente avvisa i detenuti nel gabbio che Giuseppe N. sarebbe stato sentito in aula ed avvertito Salvino La Rocca: “Al primo commento la rimando in carcere. Vi butto fuori” e quindi precisa: “ Giuseppe N. è testimone invitato dalla Corte”.

L'avvocato Cacciuttolo dice che non c'è consenso alla testimonianza. “Per quale motivo lo sentiamo?”, chiede. “Perchè lo decide il presidente” è il risposta di Giuseppe Airò.

In aula viene portato un paravento per nascondere l'identità del teste che entra scortato da due agenti penitenziari. Camicia azzurra, jean, scarpe da tennis Giuseppe N. non legge la formula di rito in quanto non sa leggere. Presidente: “Gliela leggo io. Non sa proprio leggere?”. Risposta: “No”. Declina le sue generalità, dice d'essere detenuto dal 2012, attualmente da tre mesi a Bergamo e d'essere stato a San Vittore e a Monza”.
“Lei si è rivolto a Milano al pubblico ministero Renna dicendo di voler parlare dell'omicidio Vivacqua. Il dottor Renna l'ha indirizzato alla dottoressa Costa. Che aveva da dire?”.
Da questo momento inizia la testimonianza.
Il teste storpia tutti i nomi, Vivacqua diventa Bevacqua....ecc.
N.: “Ero tra i comuni a Monza con il nipote di Salvinia La Rocca, suo nipote Antonino (Giarrana -ndr) mi conosce bene...Barbara Diego ha avuto fiducia in me ed ha confessato il delitto. La Rocca non c'entra, dice Barbara...”.
Presidente: “Lei dell'omicidio ne parla incontrando Diego?”.
“Diego dice che il cugino di La Rocca non c'entra. Di omicidio ha parlato solo Barbara Diego. Sai, l'omicidio l'ho fatto io con la mia amante. C'era amicizia tra loro, al mare. Prima d'essere ammazzato...Fatto questo omicidio per divorziare e sapere dei 6 milioni di euro e degli 11 milioni in Romania”.
P: “Quante volte ha visto Diego?”.
“Quando ci si incontrava all'aria. L'ho conosciuto al passeggio mediante Salvinia La Rocca”.
P: “Lei è proprio sicuro?”.
“Al cento per cento”.
P: “Lei da dei flash...”.
“Non do dei flash! Io conosco La Rocca Canina (storpia ancora il nome – ndr). L'ho conosciuto in carcere a Monza. Passeggiando.
P: “Cosa sa?”
“La Rocca Salvinia, Barba e Larella Antonio (Radaelli – ndr)”.
P: “Non faccio altre domande. A me basta”.
Pubblico ministero: “Come ha conosciuto Salvino La Rocca, in che periodo?”.
“No...no...”
PM : “Leggo dal verbale quando è stato sentito da me il 3 marzo scorso dice che dal 24 marzo 2014 era nel carcere di Monza...”
“Quando sono stato trasferito dal carcere di Pavia a quello di Monza, nella cella di fronte al La Rocca”.
PM: “Salvino La Rocca è stato arrestato il 28 marzo e quindi la data torna”.
“Sono stato nel settore dei protetti per 13 mesi. Prima ero tra i comuni. Lavoravo in cucina. La Rocca passeggiava con me, siamo diventati molto amici. Mi diceva: sono innocente. Mi ha parlato del pestaggio di una persona. Diceva: io non c'entro niente. Siamo diventati molto amici, mi chiamava fratello”.
PM: “Poi lei è passato tra i protetti?”-
“Non direttamente. La Rocca che è un bravo ragazzo, affidabile. Più con Giarrana, con Antonino. Con Giarrana ho parlato, ha detto: sono cugino di La Rocca, mi hanno collegato a questo omicidio. Giarrana con questo omicidio, quello di Bevacqua non c'è andato”.
PM: “Le dissero com'era stato commesso l'omicidio Vivacqua?”.
“Diego ha detto La moglie, la rumena aveva la badante. Detto da Diego, il figlio non è figlio del Bevacqua. Poi ha detto che la rumena era d'accordo con l'omicidio...”
PM: “Con quale mezzo le ha detto d'essere andato a commettere l'omicidio?”.
“Barbara Diego l'ha ucciso uscendo dal suo studio, uscendo dal sottopassaggio... Pistola di Barbara Diego”.
PM: “Chi è l'amante di Barba Diego?”.
“E' la moglie del defunto. Anche lei c'era. Sono andati con l'auto, volevano sequestrarlo è però è successa una cosa strana”.
PM: “Volevano fare un sequestro ed è andata male?”.
Presidente: “Lei ha avuto difficoltà a venire, ha voluto che fosse riparato dal paravento...”.
“Può anche toglierlo. Non ho paura. Barbara Diego no solo mi ha confessato l'omicidio ma suo cugino ha portato l'arma. In più mi ha confidato che il figlio del defunto, mi ha detto, che l'ha picchiato Barbara Diego. Andavano in vacanza. Non so se la moglie attuale è al corrente”.
Presidente “Lei ha parlato anche di una rumena”.
“Sì, rumena con due fratelli”.
Presidente: “Era d'accordo con tutte e due le donne? Perchè lei è nei protetti? Perchè ha accusato altri?”.
“Ero in cella con 5 persone che facevano uso di cocaina. Mi sono detto, se vengono a fare una perquisizione... ed allora mi sono confidenziato con un ispettore, una guardia. E loro l'hanno trovata...”. “Nel processo ero imputato con altre persone per estorsione e, prima di questo, a Napoli per rapina”.
Presidente: ”Non ha mai studiato? Non sa leggere?...”.
“Avevo 16 anni, ero minorenne e sono finito in carcere per la prima volta. E d'allora ci sono sempre rimasto”.
Avvocato Cacciuttolo: “Con chi il signor Barba è andato ad uccidere Vivacqua. E' andato con l'amante?”.
Risposta alla Crozza: “Il 31 marzo con la manta e due rumeni fratelli della moglie di Bevacqua, quella del bimbo che non era manco del Bevacqua. Diego, lui Bevacqua, inculato come me. Lo ha detto Barbara Diego”.
P: “Una cosa che non si capisce: c'è stato un accordo tra Diego, l'amante e la donna?”.
“Sì, c'era accordo tra le due donne”.
P: “Secondo me sono inventate. Si sta inventando tutto”.
“Non sono pazzo. Mi ha confidato tutto Barbara Diego, mi ha confidato che è stato pure picchiato dai figli della vittima. Allora è pazzo lui...”.
PM: “Lei è mai stato sotto minacce?”.
“La Rocca Salvinia ha mandato una lettera a Ciro S. al carcere di Bergamo. Tramite un suo compagno di cella ha mandato la lettera a Ciro S. perchè sapeva che ero al patteggiamento. Lui La Rocca ha scritto la lettera che diceva: vai al processo e ritira tutto. Sono andato ai protetti a Bergamo e da tre mesi non vedo mia moglie e i miei figli. Anche mia moglie ha ricevuto minacce. Prima di essere sposato ero detenuto a Rebibbia e a Poggio Reale, e mia moglie non mi ha mai abbandonato, per questo dico che ha avuto minacce. Lo confermo al cento per cento. Ho avuto minacce anche quando ero a Pavia ed ho fatto trovare cinque telefonini. Ho 42 anni, se commetto un altro reato mi tengono in galera. Me ne devo andare da Milano. Ho paura perchè sto facendo queste dichiarazioni. Ero con Ciro S. in carcere a Torre del Greco, lui ha tanti parenti qua (in Lombardia – ndr). Sono stato un mese al passeggio (ora d'aria) con Ciro S. nel carcere d Bergamo: ero 153 kg ora ne peso 90. Mi alleno, faccio ginnastica. Anche La Rocca Salvinia faceva ginnastica...Che pena sto scontando? Cinque anni e due mesi, sentenza del 2012 per estorsione”.

La testimonianza del detenuto Giuseppe N. è durata 45 minuti

Ultime schermaglie dei difensori con la pubblica accusa in merito al deposito, da parte dell'avvocato Cacciuttolo, della sentenza 9 gennaio 2015 contro Luigi Miniemi – superteste in questo processo -, condannato a tre anni, con l'accusa di circonvenzione d'incapace e stalking. Sentenza non impugnata dal difensore e quindi definitiva. Il legale consegna anche una dichiarazione della parte offesa.
Commenta il presidente: “E' fatto storico”. “No, è un falso storico!” ribatte il legale.

Il pubblico ministro Donata Costa si oppone all'acquisizione di articoli di stampa quando servono “per giustificare le dichiarazioni degli imputati. Miniemi è stato assolto dall'accusa di violenza sessuale nei confronti della figlia minorenne della convivente, non per stalking e circonvenzione d'incapace!”. Difensore della Biondo, leggendo il verbale d'interrogatorio di Miniemi: “Poi sono stato assolto per....”.
Presidente: “Non ci sono state offese alla Corte. Basta! Basta!”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Io il verbale con le dichiarazioni di Miniemi l'ho letto benissimo. Per me la sentenza (di condanna per stalking e altro – ndr) può essere acquisita”. La Costa provvede poi a consegnare tutti i decreti autorizzativi che hanno consentito le intercettazione – chiesti dall'avvocato Sala difensore di Antonio Radaelli – nonché i tabulati con la localizzazione dei figli di Paolo Vivacqua e di tutti i soggetti intercettati il 14 novembre 2011 dalla Guardia di finanza di Gorgonzola.
Acquisita la documentazione, fatta eccezione per gli articoli di stampa, il presidente dichiara chiusa l'istruttoria dibattimentale e rimanda all'udienza del 13 luglio per la requisitoria del pubblico ministero Donata Costa.

A udienza conclusa la Corte riunita ha respinto la richiesta di scarcerazione per Diego Barba.

 

Processo Vivacqua. La Procura chiede i domiciliari per Germania Biondo

Respinta invece la richiesta per Salvino La Rocca

di Pier Attilio Trivulzio

Con una istanza fatta pervenire al presidente Giuseppe Airò Donata Costa, pubblica accusa al processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua, ha chiesto i domiciliari per Germania Biondo, moglie separata di Paolo Vivacqua, a giudizio in Corte d'Asssise perché accusata dalla Procura assieme a Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana ddell'uccisione dell'ex coniuge freddato da un killer con 7 colpi di pistola calibro 7,65 nell'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio il 14 novembre 2011.

Nei giorni scorsi Germania Biondo ha lasciato dopo 13 mesi il carcere di Monza per essere ricoverata in ospedale dove è stata sottoposta ad una delicata operazione. L'annuncio del ricovero in ospedale per intervento chirurgico era stato anticipato dal difensore Manuela Cacciuttolo nel corso dell'udienza del 18 maggio scorso.

A breve la Corte d'Assise di Monza deciderà in merito alla concessione dei domiciliari per la Biondo dopo che anche le parti civili (avvocato Daria Pesce per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua; Franco Gandolfi per Lavinia Mihalache) avranno dato il loro consenso. In questo caso, lasciato l'ospedale la Biondo non andrà ad abitare nella casa di Desio dividendo l'appartamento con Davide, il più giovane dei figli che già da alcuni mesi ha lasciato il carcere di Opera ed è in soggiorno obbligato. Le sarà trovata una diversa sistemazione, assicura il legale Manuela Cacciuttolo. E ciò perchè stando alle dichiarazioni fatte da Davide Vivacqua nel corso di due udienze del processo, la convivenza tra madre e figlio sarebbe impossibile dal momento Davide ha avuto parole durissime verso la madre di fatto incolpandola dell'omicidio.

E' stata invece respinta la richiesta fatta in aula dai legali Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio per il loro assistito Salvino La Rocca. Nell'ultima udienza l'avvocato Salvatore Manganello aveva chiesto “previo parere del pubblico ministero e delle parti offese” gli arrestati domiciliari del La Rocca nella casa della madre, anche con il braccialetto elettronico. La Corte, dopo il parere negativo espresso dalla pubblica accusa Donata Costa, ha respinto la richiesta così motivando: “La pericolosità del La Rocca è concreta ed attuale”.

Il processo, che riprenderà il 15 giugno, è oramai alle battute finali. Salvo imprevisti il 22 giugno il pubblico ministero dovrebbe iniziare la discussione ed il 13 luglio potrebbe essere emessa la sentenza.
Unico elemento di rilievo emerso nel corso della scorsa udienza è stata è stata la dichiarazione del capitano della Guardia di finanza Valentina de Sanctis presso la tenenza di Gorgonzola che coordinò l'indagine milanese relativa alle false fatturazioni. “Cannarozzo era interessato all'acquisto del capannone della Royal Aste di Sesto San Giovanni”, ha dichiarato. Finalmente un po' di luce su una delle ultime operazione che Paolo Vivacqua stava concludendo prima di spostare i suoi interessi in Svizzera e in Romania.

A questo proposito va ricordato che chiamati a testimoniare in aula sia Davide Vivacqua e soprattutto Valentina Commaudo, consorte di Antonio Vivacqua - di fatto era intestataria della Royal Aste - avevano dichiarato d'aver visto le tre persone che alla fine di ottobre furono accolte da Paolo Vivacqua ed accompagnate a visitare il capannone. Una di queste, secondo le ammissioni dei testi era calabrese (“Paolo disse che si trattava di un calabrese, prima di andarsene lasciarono un indirizzo di posta elettronica in Spagna”). Nessun atto è stato compiuto per la individuazione delle tre persone né, chiamato a testimoniare al processo, a Massimiliano Cannarozzo fu posta la domanda di chi l'accompagnavano quel giorno a Sesto San Giovanni.

Sui rapporti tra la famiglia Cannarozzo e Paolo Vivacqua né la Procura di Milano né quella di Monza ha indagato a fondo. Eppure elementi per una indagine c'erano e ben radicati nel tempo. Furono i Cannarozzo a vendere a Vivacqua il complesso di Gessate dopo averlo rilevato dal fallimento.

Per ammissione della stessa Valentina De Sanctis nessuna rogatoria è stata fatta negli Stati Uniti per capire quale attività svolgeva la Ben Merchant Holding Corporation di Albany, chi erano Antonio De Salvo di Canicattì-Ravanusa che firmava i documenti della società e Ignazio Valenza che era procuratore. Oltre ad essere il legale di Paolo Vivacqua.

Inchiesta monca con troppi perché e molte zone d'ombra.

Quel 14 novembre Paolo Vivacqua avrebbe dovuto essere a Lucca alle 14. La Guardia di finanza (di Gorgonzola) che intercettava i telefoni del rotamat lo sa. Sa che l'appuntamento riguardava un impianto di riciclaggio di rifiuti. E però non c'è documento che dice con chi aveva appuntamento nella cittadina toscana. Valentina de Santictis in aula. “Sappiamo che Vivacqua si stava interfacciando con Angelo Giovanni Gallio. Non abbiamo indagato oltre”.

Il killer lo fredda nell'ufficietto attorno alle 10.51. I due cellulari che ha con sé suonano e nessuno risponde. Allarmata Lavinia Mihalache va a Desio e scopre Paolo riverso sul pavimento. Dietro la scrivania.

 

Processo Vivacqua - Il cellulare di Vivacqua che "cammina" da una cella telefonica all'altra dopo che lui era già morto


di Pier Attilio Trivulzio

Il killer spara sette colpi a Paolo Vivacqua e sparisce. E' un lunedì. Il 14 novembre 2011. Per i medici la morte è avvenuta tra le 10.45 e le 11.30. Era solo nel suo ufficietto di Desio la cui esistenza la Guardia di finanza di Gorgonzola scopre soltanto a luglio. Alla compagna Lavinia Mihalache che aveva salutato poco dopo le 9.30 aveva detto d'avere un appuntamento. Riceve molte chiamate su uno dei tre cellulari che ha con sé: quello con la sim svizzera lo lascia però nel cassetto della Bmw serie 7. A diverse chiamate risponde, poi chi lo cerca trova libero ma non riesce a parlargli.
E' morto. Eppure uno dei cellulari “cammina”.
Tra le 11 e le 13.41 agganciando cinque diverse celle telefoniche: a Seregno, Lissone, Desio. E continua a “camminare” fino ad oltre le 18. Questo perchè quando la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, entra nell'ufficio e lo trova riverso sotto la scrivania, un cellulare squilla, lei risponde alla chiamata e poi con quello chiama il figlio di Paolo, Gaetano. Soltanto la sera quel cellulare viene consegnato ai carabinieri di Desio che gli fanno fare un ultimo viaggio, a Monza.

Gli avvocati Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio che assistono Salvino La Rocca vogliono capire com'è possibile che un cellulare “cammini.” “Salvo ipotizzare che qualcuno se lo sia portato in giro. Oppure che Paolo sia stato ucciso in un altro posto e poi lasciato nell'ufficietto”, dice l'avvocato Frigerio.
“Dalle 11 alle 15.57 il telefono, non Paolo Vivacqua è nello stesso posto”, tiene a precisare il luogotenente dei carabinieri Giovanni Azzaro che depone come teste in Corte d'Assise sottolineando però, più volte: “Non sono un tecnico. E la domanda se un cellulare lasciato in un posto può agganciare cinque celle sistemate in posti diversi va fatta al gestore di quel cellulare, è l'unico che può dare una precisa risposta”.
Domanda che però i carabinieri di Desio che hanno costruito la loro indagine sugli agganci telefonici interrogando il sistema Sfera – oltre alle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e le intercettazioni in cella - non hanno posto al gestore di telefonia di Paolo Vivacqua. “Abbiamo chiesto a Sfera quale utenza agganciasse il cellulare, la risposta non è stata affermativa che Paolo fosse a Desio”, aggiunge il teste Fornaro.
“Questo è un processo indiziario e quindi complesso”, interviene il presidente Airò il quale, dopo un non ricordo del luogotenente dei carabinieri relativo alla una nota agli atti in cui si dice che la cella (di via San Genesio a Desio) agganciata quel 14 novembre da Vivacqua è la stessa agganciata da Giarrana, chiosa: “Forse se Giarrana era lì, a un metro di distanza dall'ufficio di Vivacqua si faceva l'abbreviato”.

Nel 2011 Marco Caronni è stato datore di lavoro di Salvino La Rocca. “Aveva la necessità di lavorare e per questo l'ho assunto come autista per la mia società di scavi che all'epoca contava 75 dipendenti – dice il teste che esibisce documenti di carico e scarico firmati da La Rocca che però, a domanda del presidente se era al lavoro a novembre 2011 risponde: “Dovrei controllare”. “Dalle buste paga si dovrebbe risalire, no?” “Penso di sì”.

Gli viene chiesto di fare un controllo e far pervenire alla Corte i documenti che provano che Salvino La Rocca era al lavoro il giorno dell'uccisione di Vivacqua.
Entra quindi in aula il gestore del bar tabacchi di Desio frequentato da Antonino Giarrana e Salvino La Rocca . Dichiara: “Giarrana abitava dietro al bar e veniva tutti i giorni, La Rocca lo vedevo di meno: una volta al mese o ogni due. Antonio Radaelli, invece, lo conosco solo di vista: Ciao, ciao”.

“Giarrana scialacquava somme importanti alle macchinette? E La Rocca gli pagava i conti?”, domanda l'avvocato Frigerio. “No. Mai capitato”. “Il giorno dell'uccisione di Vivacqua ricorda la presenza di Giarrana nel suo bar?. “Della morte di Vivacqua l'ho saputo dalla televisione. Giarrana non lavorava e quindi era sempre nel mio bar. Beveva il caffè e basta”.

Testimonia Giovanna Gammino la donna presente a Palazzo di Giustizia di Monza il giorno dell'incidente probatorio con Gino Guttuso. Di lei e di altri soggetti immortalati quel giorno dalle telecamere del Tribunale ha ampiamente parlato l'ispettore capo Michele Maresca della squadra mobile di Milano nel corso dell'udienza del 9 febbraio. Essendo imparentata con Salvino La Rocca le viene ricordato che ha la facoltà di non rispondere. Facoltà di cui però la Gammino non s'avvale.

“Le ricordo che lei deve dire la verità. Soltanto la verità”, l'ammonisce il presidente prima di farle leggere la formula di rito.

“Giovanni, uno dei miei fratelli che abita a Ravenna dove gestisce un ristorante ed ha intenzione di aprirne uno qui in Brianza – esordisce la teste - mi avvisò del suo arrivo a Desio ed avendo io una casa piccola si è trovato un albergo vicino dove è rimasto due giorni. Giovanni mi chiese se potevo accompagnare la signora La Rocca, la mamma di Salvino, in Tribunale e così ho fatto. Siamo arrivati in Tribunale e ci siamo accomodati nel cortile. Ecco il perché della presenza mia e di mio fratello Giovanni a Monza quel giorno”.

Secondo l'accusa la presenza di Giovanni Gammino intrattenutosi a parlare con Antonio, figlio di Gino Guttuso è stata letta come “atto intimidatorio” verso il teste che doveva deporre all'udienza preliminare. Durante la quale, però, Guttuso ritrattò tutto quanto dichiarato ai carabinieri.

“Quando ha incontrato la mamma del La Rocca, Salvino, era libero?”, chiede il pm Donata Costa. “Era stato un altro mio fratello, Angelo, che è molto malato e io mi occupo di lui a dirmi che la televisione aveva dato la notizia dell'arresto di Salvino La Rocca. La signora Rocca, che non vedevo da vent'anni mentre con Salvino ci si vedeva anche se non abbiamo le stesse amicizie, aveva deciso di venire a Monza per dare un conforto morale al figlio. Sperava d'incontrarlo”.

Pubblico ministero: “Lei ha accompagnato la madre del La Rocca in carcere?”. “Tre o quattro volte, ma sempre aspettando fuori. Da quando però la madre è tornata a Campobello di Licata vado io a trovare Salvino”.

Presidente Giuseppe Airò: “Lei ha avuto un processo?”.
“Sì, vent'anni fa. Ma non ha avuto alcun seguito. Tutti e quattro i miei fratelli hanno subìto processi. Nel 2000 uno dei fratelli è stato indagato per associazione mafiosa, arrestato, prosciolto e risarcito. Tutti e quattro processati e assolti...Oltre ad accudire mio fratello Angelo che è molto malato mi occupo delle figlie minorenni di Salvino La Rocca. Sapevo delle loro difficoltà e mi è quindi sembrato giusto far mantenere loro i rapporti col padre”.

Avendo i carabinieri di Desio ipotizzato che Salvino La Rocca avesse pedinato Paolo Vivacqua prima dell'omicidio, i legali hanno portato in aula una teste ex collega di lavoro della moglie del La Rocca da cui si è separato nel 2013. “Ho visto Salvino La Rocca una sola volta nell'estate del 2011. Era una domenica, suonò al citofono della mia abitazione di Carate dicendomi chi era e che voleva parlami. Scesi e lui mi chiese se era vero che io e Tania, sua moglie, uscivamo spesso assieme. Gli ho detto che mai eravamo uscite assieme”.

La casa della teste è a pochi metri dalla cella telefonica collocata sulla piazza della Torre Civica di Carate, spesso agganciata da Paolo Vivacqua. “Con la testimonianza di questa donna volevamo dimostrare che il nostro cliente stava controllando la moglie Tania e non Paolo Vivacqua come asseriscono i carabinieri che hanno interrogato il sistema Sfera”, spiega l'avvocato Alessandro Frigerio.

Di Gino Guttuso, il teste che assieme a Luigi Mignemi accusa i cinque indagati per l'omicidio di Paolo Vivacqua ha parlato Domenico Rignolo.
“Conosce Gino Guttuso e se sì, sa se faceva uso di sostanze stupefacenti?”, chiede l'avvocato Salvatore Manganello.
“Sì. Eravamo assieme nel carcere di Monza ed ho avuto con lui un rapporto d'amicizia. Faceva uso di cocaina e quando è stato arrestato era in cura al Sert di Carate. In quanto al pestaggio subìto è stato per una partita di cocaina non pagata”.
Presidente: “Come è venuto a conoscenza che era stato picchiato?”.
“L'ho saputo in carcere. Non aveva pagato una partita di cocaina”.
Presidente. “A Desio?”.
“Sì, a Desio Guttuso era conosciutissimo per queste cose”.
“Rispetto al fatto che fosse stato picchiato per non aver pagato la cocaina le notizie da chi le ha avute?”.
“Le ho sapute nel carcere di Monza dopo essere stato arrestato nel luglio 2014”.

“Sa se Guttuso è stato picchiato altre volte?”.
“Si. Anche in carcere”.

Avvocato di parte civile Franco Gandolfo: “Da quando Guttuso faceva uso di stupefacenti?”.
“Non lo posso sapere. Può essere più di dieci anni”.

“Quando è stato arrestato nel 2003 già faceva uso di cocaina?”, insiste il legale.
“Non so”.

“Mi scusi, Guttuso non pagava gli stupefacenti eppure gli facevano credito?”. “Cambiava spacciatore. Stranieri, italiani..non ha mai pagato gli stupefacenti”.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, presenta alla Corte un'istanza con la quale chiede di poter avere accesso ad atti “per riscontrare l'attendibilità di Luigi Mignemi”. I legali degli altri imputati si dissociano.

Il pm Donata Costa dichiara: “Ho già chiesto quando Mignemi ha mandato alla Procura la lettera in cui chiedeva un incontro avendo importanti particolari da riferire in merito all'uccisione di Paolo Vivacqua ma della lettera non esiste traccia in cancelleria e non risulta iscritta a modello 45”.

Nel merito la Corte emette ordinanza di rigetto “fatta eventuale richiesta secondo art 507 CCP ove venisse ancora richiesto il sequestro di questa documentazione per gli stessi motivi”.

Un altro detenuto, Vincenzo Nappa recluso a Monza nel raggio 7 per rapina ed estorsione ha fatto avere al sostituto procuratore Donata Costa una lettera giudicata dal magistrato “inattendibile” nella quale è detto che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbe stato Diego Barba.

Nota Foto scattata nell'ufficio di Desio dove è stato ucciso Paolo Vivacqua

Processo Vivacqua - Almeno quattro volte la settimana Licata Caruso prenotava la provvista in Posta e prelevava 300-400mila euro

Dichiarazione spontanea di Diego Barba che smentisce Mignemi

di Pier Attilio Trivulzio

Non ce la fa a trattenere le lacrime e scoppia a piangere Diego Barba quando, alla fine della sua dichiarazione spontanea in Corte d'Assise dove si sta celebrando il processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua dice: “Da oltre un anno sono stato privato della mia libertà”.
E' in carcere a Monza, accusato di essere assieme alla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo, il mandante dell’omicidio.

Nel processo indiziario l’accusa si avvale della testimonianza resa ai carabinieri di Desio dal pregiudicato Gino Guttuso e ritrattata durante l'incidente probatorio, ma soprattutto della testimonianza del 50enne Luigi Mignemi. L’enigmatico e ambiguo personaggio che é stato condannato a fine anni ‘90 a 6 anni e 4 mesi per traffico di sostanze stupefacenti nel processo “La notte dei fiori di San Vito” sulla presenza della 'ndrangheta nelle province di Como, Lecco e Varese.

Mignemi detenuto a Bergamo per stalking e circonvenzione d'incapace, viene trasferito, a ferragosto del 2013, a Monza e rinchiuso nella cella 2 del raggio 7, il raggio di massima sicurezza.
E' qui che incontra Antonio Giarrana, condannato per l’omicidio di Franca Lojacono - consuocera di Paolo Vivacqua - e a processo per l’omicidio dello stesso Vivacqua.

Secondo Mignemi, Giarrana, entrando in confidenza, si apre come un libro con arrivando a confidargli che a decidere l'uccisione del rotamat di Ravanusa sarebbe stato Diego Barba e che a sparare nel novembre 2011 con la calibro 7,65 fornita a Giarrana dal Barba sarebbe stato Antonino Radaelli.

Le dichiarazioni fatte sotto giuramento in quest'aula da Luigi Mignemi sono completamente false – esordisce Diego Barba -. Di tutte le falsità la prima è che io, Mignemi, non l'ho mai conosciuto. L'ho visto per la prima volta qui. ( a domanda specifica della Corte, Mignemi non era riuscito a riconoscere Barba in aula – ndr). Non ho mai avuto da questa persona il biglietto di Giarrana e a Giarrana non ho fornito alcuna arma.
Falso è il particolare che a casa mia le luci s'accendono battendo le mani. Si accendono con un normale impianto.
Falso è che la mia casa è arredata con mobili costosi: li ho acquistati per 10mila euro in un centro commerciale.
Come falsa è l'affermazione d'aver saputo in carcere due o tre giorni prima del mio arrivo che sarei stato incarcerato. Sono stato arrestato alle 4 del mattino e alle 10 ero all'ufficio matricola. Sono stanco di queste bugie. Da oltre un anno sono stato privato della libertà personale”.

I legali degli imputati si chiedono chi è davvero Luigi Mignemi. Chi lo ha spinto a inviare una lettera alla Procura di Monza dicendo di avere importanti rivelazioni sull'omicidio di Paolo Vivacqua e di volerle fare per fini di giustizia salvo poi, quando è stato interrogato dal sostituto procuratore Donata Costa, chiedere per la collaborazione uno sconto di pena.

In aula, chiamati dai difensori degli imputati per il contro interrogatorio, ci sono l'avvocato Loreno Magni e i tre figli di Paolo Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. Antonio e Gaetano sono tuttora detenuti ad Opera ma durante il giorno escono per lavorare. Antonio come meccanico e Gaetano come impiegato in un ufficio di Agrate Brianza. Davide invece è ai domiciliari.

Si torna a parlare del taccuino ritrovato con sette pagine strappate e delle annotazioni. Quelle del 2008 e 2009 relative all'affitto per 19.250 euro del capannone in Valtellina per la società “cartiera” oltre a stipendi vari. L'elenco dettagliato degli investimenti e dei prestiti personali fatti il 12 luglio 2008 a Louis Paul Nguini, defunto marito dell'avvocato seregnese Antonella Savarino, per la creazione di una società in Camerun compresi 37.500 euro della fidejussione e 12mila per la commissione oltre ai 15mila euro sborsati per pagare l'ospedale parigino alla sorella di Nguini e 3600 euro dati “per rimanenza terreno a Mimmo Savarino”.
Ed ancora il prestito di 36mila euro a tale Pirillo; 21mila a Giovanni Pellenera; 15mila a Lillo Casale, 500+500 a Candido e “L'uscita di 500 + 500 per terreno Carate a Felice”. Di sicuro Felice Tagliabue. Cifre, quelle di Felice, da leggersi con i tre zeri mancanti. E forse anche quelle del misterioso Candido.

L'avvocato Loreno Magni e i figli di Paolo hanno riconosciuta come sua la scrittura, fatta eccezione per due numeri di cellulare ed il codice d'avviamento postale di Carate.
Quasi sicuramente scritti dalla giovane donna che aveva appena avuto un figlio che faceva le pulizie nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.
Nessuno faceva le pulizie in quell'ufficio”, dice sotto giuramento l'avvocato Loreno Magni.
Peccato che a mentre fresca, all'indomani dell'omicidio al sostituto procuratore Donata Costa dichiarò: “Più di una volta ho visto negli uffici di Paolo una signorina giovane che si occupava del riordino della documentazione di Paolo. Non ricordo il nome ma ricordo che aveva un bambino di pochi mesi”.
In quell'occasione gli vennero esibite alcune cartelline trovate nell'ufficietto e lui dichiarò: “La scrittura sul frontispizio delle cartelline non è quella di Paolo e quindi presumo che sia della signorina di cui ho appena parlato. Ricordo che era una ragazza precisa”.

Di “amnesie” l'avvocato bolognese, ne ha avute parecchie nel frattempo. Così come i figli Vivacqua. E' vero che dal giorno dell'omicidio sono passati tre anni e quattro mesi, però molti “non ricordo” sono apparsi poco credibili.

Verbalizzato a Palazzo di Giustizia di Monza all'indomani dell'omicidio Magni dichiara “che Paolo Vivacqua gli è stato presentato nel 2009 nell'ufficio di Paolo Castoldi a Villasanta, persona che si occupa di intermediazioni finanziarie. Subito si è palesato a me come persona dalle notevoli capacità economiche essendo arrivato in Porsche ed avendomi parlato delle sue attività nel settore della compravendita di materiale ferroso”.

Durante il contro interrogatorio il difensore gli chiede:
Conosce la società svizzera Blackstone Merchant Investiment SA?Gianandrea Tavecchia? E Roberta Bombelli?”.
“No”.

Eppure Paolo Castoldi era nella Blackstone che ha ceduto a Tavecchia che dopo essere stata di Paolo Vivacqua torna alla sorella di Tavecchia, Pamela, che a sua volta cede il totale delle quote della società il 21 gennaio 2011 alla PT Saraceno AG.

L'ultimo anno di vita, Paolo Vivacqua lo ha speso per cercare di concretizzare l'operazione della svizzera PT Saraceno AG che attraverso la bresciana Jet Web e grazie ad un prestito infruttifero di 200mila euro ottenuto attraverso la Loviro srl (società che possedeva i terreni di Carate ceduti a Bricoman -ndr) aveva acquistato dalla Corti Immobiliare i terreni agricoli di Gessate confinanti con FV Metal.

Questa operazione aveva come obiettivo l'insediamento di un modernissimo macchinario da 70milioni di euro per il riciclo dei rifiuti realizzato dalla “Piromax” di Montichiari (BS) presieduta da Domenico Tanfoglio che in Romania possiede la “Italstore srl”.

Mentre il figlio di Paolo, Antonio Vivacqua, con la società bergamasca Lithos stava portando avanti le pratiche per ottenere i permessi presso l'amministrazione di Gessate. Come già avvenuto a Carate Brianza con l'operazione Bricoman, anche i terreni agricoli di Gessate avrebbero dovuto avere una diversa destinazione d'uso.

Perché l'avvocato Magni ha “rimosso” l'ultima incompiuta operazione di Paolo Vivacqua di cui era legale sì, ma anche confidente?
Uno dei pochi ad essere ammesso nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio.

Quale persona di fiducia Loreno Magni suggeriva operazioni finanziarie e contabili illegali in modo da rappresentare un'operatività diversa da quella reale curando sia la gestione delle società che commerciavano metalli sia quelle immobiliari, suggerendo operazioni finalizzate al reimpiego di capitali illecitamente costituiti nonché gestendo l'attività di “prestito” che dal 2004 ad oggi Vivacqua Paolo faceva in maniera cospicua a oggetti terzi senza alcuna giustificazione”, ha scritto Raffaele Martorelli, presidente del riesame.

Magni ammette che l'ultima operazione che stava facendo Vivacqua riguardava un impianto di rifiuti ma che per avere particolari precisi su quell'operazione la persona più indicata è un legale di Bologna, l'avvocato Giovanni Roberti.

A Davide viene chiesto di spiegare la intercettazione del 29 luglio 2011 nella quale parlando col padre questi gli chiede: “Ti ricordi quanti quintali?” Risposta: “Quaranta quintali. Prima 20 e poi 20 e sono tutti i 40”. E poi però aggiunge che “i quintali sono 43,5”. “Li hai consegnati al fabbro?”. “Sì, per il ferro nuovo”. E quindi aggiunge che “i quintali sono 43 e 5 spicci”. Nel corso della conversazione uno dei due domanda: “Dove sono, nel frigorifero?”. Risposta:“No, dietro”.

Davide spiega: “Il fabbro si chiama Ferraro ed è di Lissone. Non si parla di soldi ma di quintali”.

Il sospetto è che la famiglia adottasse un codice cifrato quando parlava al telefono. Codice che Paolo Vivacqua – presumibilmente - usava anche con l'avvocato Loreno Magni e che rimanda a quella telefonata che programmava il viaggio nel Bresciano per vedere quell'impianto che riciclava i rifiuti nel quale si parla di una “operazione pesante 80 chili”, infatti il costo di quel macchinario era tra i 70 e gli 80milioni di euro.

Impianto che Paolo Vivacqua voleva sicuramente realizzare a Gessate e in Romania.

Aveva invece scartato la Sicilia – pur avendo dato vita alla società Ecoplasma amministrata da una insegnante - in quanto qualcosa non era andata per il verso giusto ed i finanziamenti non erano stati approvati. Salvo poi scoprire che un finanziamento di poco superiore al milione di euro è stato dato ad una società che ha iniziato ad operare a Ravanusa.

Anche i progetti di Antonio Vivacqua di ottenere fondi pubblici per le società nel settore delle energie rinnovabili Kore Energy (sede a Rogeno, in Lombardia) costituita con un capitale di 100mila euro all'80% della D&D di Agrigento, ed il restante 40% suddiviso tra lui e Giovanni Mogicato; e Kore Engineering con sede a Campobello di Licata sono abortiti.

Interrogati sul possibile movente del delitto, Magni e i tre figli hanno riferito di avere fatto tante ipotesi. Arrivando a censire chi, tra gli amici o frequentatori del padre non si era fatto vedere al funerale, oppure avendo ricevuto prestiti, non si era sentito in dovere di contattare i figli e accordarsi per la restituzione di quanto avuto.

Solo l'ex calciatore Francesco Figliuzzi - ha precisato Antonio - è andato a Gessate dicendo di voler rendere i soldi ricevuti, in effetti consegnò un assegno di 250mila euro emesso dall'Immobiliare Montello sequestrato a casa di Germania Biondo dalla Guardia di finanza.

Non abbiamo volutamente preso contatti con quanti sapevamo nostro padre avessero prestato denaro - dicono concordi -. L'avvocato Ignazio Valenza ci aveva detto che il debito di Zema era di circa un milione di euro. Gente della Sicilia chiedeva continuamente soldi a nostro padre, magari di importi piccoli, 1000 o anche 500 euro”.
Io mi arrabbiavo e lui mi rispondeva: pensa a quando io non avevo neppure soldi per il latte”, testimonia Antonio.

L'unico dei figli che racconta dei litigi tra i due genitori é Davide, che ora si trova agli arresti domiciliari. “Da quando dopo l'arresto (deciso dalla Procura di Brescia) mio padre era stato messo ai domiciliari con mia madre non si sopportavano. Per una minima cosa discutevano. Quando sono stato messo io ai domiciliari obbligato ad alloggiare nella casa che condividevo con mia madre nel frattempo finita in carcere, mi sono ritrovato a dover pagare 4000 euro di mutuo oltre alle bollette. Non potendo dare i 4000 euro sto cercando un accordo con l'amministratore”.

Non è vero che mio padre mi diceva che prestava denaro perché altrimenti per invidia la gente poteva farci del male. Non ci aveva detto di guardarci alle spalle. É che da quando a giugno era nato Nicolas, il figlio di Lavinia Mihalache ci raccomandava che a lui non doveva mancare nulla”.

Sprizza poi veleno affermando, in riferimento alla uccisione del padre “in questo caso è stato un familiare”.
E' una sua valutazione”, gli ribatte il legale. Risposta: “Anche gli amici possono tradire”.

Una lunghissima telefonata tra Antonio Vivacqua e Davide tabaccaio di Ravanusa lascia spazio a molti interrogativi relativi ad una vincita a “10 e lotto” da 140mila euro pagati a Lavinia Mihalache e subito dopo posti sotto sequestro dalla Procura di Milano, assieme all'assegno che Paolo Vivacqua aveva lasciato per rogitare l'appartamento di Carate dove tutt'ora la Mihalache vive con i due figli.
I tagliandi per i concorsi del 30 ottobre e 2 novembre 2011 sono state presentate da Lavinia, accompagnata da Paolo, una settimana prima che Vivacqua venisse ucciso alla Banca Intesa di Biassono.

Quello stresso giorno il rotamat versa 30mila euro sul conto aperto quattro giorni prima presso la Banca Popolare di Sondrio di Chiasso.

Nell'intercettazione in cui Antonio Vivacqua più volte dice al tabaccaio di Ravanusa che della vicenda delle tagliandi della lotteria vincenti non vuole parlarne al telefono. “...io quando ti spiego quello che c'è sotto – dice - ...Posso salire e spiegare.... “ (in realtà scendere a Ravanusa ndr).

“I soldi (della vincita – ndr) erano conservati anche se salivo. Anche se non succedeva niente, erano soldi miei...Non ci posso fare niente se (gli scontrini – ndr) gli sono arrivati gratuiti....Se mi esce la signorina esce la caserma...Siccome siete della famiglia posso restare anche sei mesi senza salire perché i soldi erano conservati. Neanche sapevano, c'erano le ricevute”.

Quindi questa frase assai chiara: “...Mi vengono a pigliare e mi trovano dentro un alberello. Mi mettono appeso...Se non esce tutta la verità vado alla Guardia di finanza e tutto esce a galla...Certe risposte non me le aspettavo.”. Davide il tabaccaio: “...Ma quelli come me volevano regalarne una alla signorina, farla stare bene”.

“Dalla signorina – risponde Antonio – ci vado io.... Se c'è un conto aperto dovevano essere consegnati. Io salgo e ne parliamo, venerdì al massimo sabato ci vediamo e vediamo chi era la signorina”.

Antonio Vivacqua spiega in aula il senso della telefonata: “La signorina è Lavinia Mihalache. Mio padre a Davide il tabaccaio dava soldi contanti e in cambio aveva le schedine vincenti che portava in banca. Perché faceva questa operazione? Come faceva per le fatture false, forse per non pagare le tasse. Mio padre è andato a Palermo e mi ha portato le schede che poi Lavinia ha depositato in banca. Dopo quella telefonata Davide il tabaccaio, età circa 40 anni, voleva andare da Lavinia. Invece è venuto a Muggiò al bar “La Piazzetta” e ci siamo messi d'accordo. Avevo 20mila euro in tasca e glieli ho dati dicendogli che gli altri glieli avrei dati poco per volta. Dopo l'uccisione di mio padre sono andato a Palermo dal tabaccaio, poi però mi hanno arrestato”.

Nelle tasche di Paolo Vivacqua finivano montagne di soldi. Due giorni dopo che lui viene ucciso Licata Caruso ed Enzo Infantino fanno l'ultimo prelievo di 300mila euro. Dal 18 novembre più nessuna operazione viene fatta sul conto delle poste di Lissone intestato alla LV Rottami che a Lissone aveva la sede e che però – particolare non di poco conto - aveva cessato l'attività un anno e mezzo prima!

Viene chiamata a testimoniare Rita Angela Faieta dal 1. settembre 2005 al 30 giugno 2012 direttrice di quell'ufficio postale e testimonia che “il conto della LV Rottami acceso a fine novembre 2009 era molto attivo. Per almeno quattro volte la settimana Licata Caruso che era amministratore della società prenotava la provvista di contanti. Nel 2009 le cifre quotidianamente prelevate erano inferiori, nell'ultimo periodo il prelievo era di 300-400mila euro al giorno”.

Su quel conto la provvista era sempre molto alta – aggiunge -. Sempre Licata Caruso e sempre con Enzo Infantino venivano due o tre giorni prima a compilare la lista di prelievo. Paolo Vivacqua? Sì, è venuto qualche volta ma per altri motivi (accensione di una polizza vita – ndr). Su questa provvista di contanti, che sistematicamente ritiravano personalmente, ho fatto diverse segnalazioni alla direzione compartimentale di Monza. La prima il 10 dicembre 2009, un mese dopo che LV Rottami aveva aperto il conto”.

La teste non ricorda il prelievo del 15 novembre 2011, all'indomani dell'uccisione di Vivacqua, di cui però risulta la documentazione agli atti. Ricorda però che su quel conto il saldo attivo al 16 novembre era di 398mila euro.

Dalla verifica della Guardia di finanza di Gorgonzola risulta che sul conto della LV Rottani il giorno dell'uccisione di Vivacqua furono accreditato un assegno di 247.300 euro e tre bonifici di 74.022, 40.278 e 43.103 euro tutti della Terzi Metal. Nella sua relazione Andrea Perini, consulente della Procura di Milano scrive che in tre anni, dal 2009 al 2011, la società ha avuto un giro d'affari di 94milioni304mila373 euro di cui 50milioni soltanto nel 2011. Con soli 754.582 euro giustificati dall'acquisto di rottami di ferro.

E LV Rottami non era che una delle numerose società “cartiere” di Paolo Vivacqua.

Dalla Giada srl, sul conto bancario presso l'agenzia 141 nel 2006 – con 219 prelievi - è stata fatta una movimentazione di 20milioni566mila557 euro. E nel 2007 in 235 volte, Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso hanno prelevato 35milioni431mila554 euro. Mentre sul conto della stessa società, ma acceso su una banca di Ravanusa, il figlio di Paolo, Antonio, ha prelevato allo sportello 12milioni836mila euro.
Lo stesso consulente ha quantificato in 103milioni822mila434 euro i soldi incassati con le false fatturazioni della LV Rottami, Fer&Inox, Ferrinoxx e D&G Trasporti.
Quale sia stata la destinazione finale di tanto denaro né la Procura di Brescia né quella di Milano che hanno indagato Paolo Vivacqua per le false fatturazioni non hanno saputo dirlo. Mentre quella di Monza ha fatto indagini soltanto sulla sua uccisione.

E' certo – lo dicono gli atti della Procura di Milano – che molti soldi sono finiti su conti all'estero.

Di sicuro oltre 3milioni su uno dei due conti accesi all'Agricultural Bank of Cina di Beijing., trasferiti attraverso la Deutsche Bank AG di Francoforte. E proprio il giorno dell'uccisione di Vivacqua alle 10.30 – più o meno nell'ora in cui a Desio il killer spara a Paolo - la Ful Metal del figlio Gaetano trasferisce in Cina i 250.518 euro del bonifico della Happy Team Trading Ing Ltd.
Altre operazioni d'accredito sui conti dell'Agricultur Bank of Cina, e sempre attraverso la Deutsche Bnk AG di Francoforte, con bonifici della Happy Team Trading Ing Ltd vengono fatte nel 2012: 300mila il 9 gennaio ; 170mila il 16 gennaio; 300mila il 20 gennaio. Mentre il 7 marzo 2012 è il bonifico come sempre “acconto fattura” dei 187.170 euro di un'altra società, la Fortune Rich Trading Ltd a finire sul conto della banca cinese.

Monza - Ritrovato il libro mastro di Paolo Vivacqua. Ma sette pagine sono state strappate

di Pier Attilio Trivulzio

Copertina viola, un pupazzetto nel mezzo. E' il libro mastro sul quale Paolo Vivacqua annotava somme prestate e affari importanti. E' Donata Costa, pubblica accusa al processo, a consegnarlo al presidente Airò che lo sfoglia e constata che diverse pagine sono state strappate. “Sette pagine, ma non siamo stati noi”, precisa la Costa.
Calogero Licata Caruso che in quel momento sta deponendo sfoglia il libretto e conferma che la grafia è proprio di Paolo Vivacqua.

Quel libretto lo avevano tanto cercato i legali degli imputati.
Ci sono, infatti, intercettazioni ambientali di conversazioni tra i figli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua, con Licata Caruso e Vincenzo Infantino, fatte nella caserma di Desio la sera del 14 novembre 2011, il giorno dell'uccisione del rotamat, dove si parla del taccuino.
E alla fine, quasi con un gioco di prestigio, Donata Costa lo ha sdoganato. “Ci è stato consegnato da uno dei figli, forse da Gaetano”.

Il libretto è stato consegnato da Gaetano Vivacqua il 18 novembre 2011, e le pagine mancanti sarebbero le ultime. Dunque il taccuino viola fa parte, fin dall’inizio, del fascicoli di Donata Costa ma, a quanto sembra, é stato repertato con un nome di non facile individuazione.

Alla prossima udienza di lunedì 30 marzo in aula torneranno a testimoniare i fratelli Vivacqua, assieme all'avvocato Loreno Magni e a Rita Faieta, direttrice dell'ufficio postale di Lissone dove la cricca Vivacqua ritirava quotidianamente denaro contante. Numerose sono state, fin dal febbraio 2010, le segnalazioni della donna al direttore dell'ufficio centrale di Monza su quegli ingenti quantitativi di contante prelevati. Sarà l'occasione per i legali di chiedere a Gaetano Vivacqua quali segreti contenevano le sette pagine strappate del taccuino.

Di sicuro sul libretto c'è il nome di Louis Paul Nguini, industriale del Camerun, marito (defunto) dell'avvocato seregnese Maria Antonella Savarino. Nguimi aveva con Vivacqua un debito di 68.750 euro garantito con 3 assegni di 10mila euro ciascuno sul conto personale della Deutsche Bank ed un quarto assegno di 28.750 euro della Banca di Roma agenzia di Seregno a firma della Savarino trovati e sequestrati dalla Guardia di finanza a casa di Germania Biondo.

Nel 2010, in occasione dei mondiali di calcio in Sud Africa Paolo Vivacqua con Calogero Licata Caruso e Vincenzo Infantino era passato a Edea in Camerum e, grazie alle conoscenze di Nguini, aveva incontrato i politici locali e trattato affari: voleva avviare un'azienda per la rottamazione di vecchie navi. E per ingraziarsi i locali aveva fatto avere loro alcune motociclette che servivano ai giovani per andare a scuola ed a messa.

Veniamo alle testimonianze dell’altro giorno in aula .
Sono da poco passate le 6 del mattino quando Mariana Rusnac alza la serranda del bar “La Piazza” nel centro di Muggiò, bar che Paolo Vivacqua ha acquistato al cinquanta per cento in società con Mario Infantino pensando al futuro della compagna Lavinia Mihalache che a giugno l'ha fatto diventare padre per la quarta volta.

E' il 14 novembre 2011, un lunedì. Cinque ore dopo un killer scarica otto colpi calibro 7,65 contro Vivacqua. Sette vanno a segno. Il rotamat di Ravanusa cade sul pavimento, il killer esce lasciando socchiusa la porta dell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio al quale avevano accesso soltanto poche persone che andavano da lui per trattare affari.

Quella mattina di novembre di quattro anni fa, Mariana Rusnac ha già fatto diversi caffè e cappuccini quando dentro al bar arriva Mario Infantino. Al saluto della barista Mario risponde in modo distratto; si beve due caffè e forse anche un terzo. “Mi sembra due o forse di più – risponde la Rusnac all'avvocato Ruggero Manganello difensore di Salvino La Rocca, chiamata a Monza in Corte d'Assise per il controinterrogatorio dei legali di Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana accusati dell'omicidio dell'uomo di Ravanusa -. E' rimasto pochissimo e poi se n'è andato, notai che era preoccupato e subito pensai: questo qua ha qualcosa. Non era la solita persona, non rideva. In mattinata è andato via ed è tornato soltanto sul tardi. Di sicuro dopo mezzogiorno, per portare la roba da mangiare. Solitamente la portava prima...Ma anche il giorno prima, la domenica, aveva avuto un comportamento strano. Era nervoso e preoccupato”.

Non era strano che quel giorno assieme a lei dietro al banco ci fosse la moglie di Infantino?”, domanda l'avvocato Manuela Cacciuttolo che difende Germania Biondo.
Sì, era strano perché Paolo non voleva che la moglie di Infantino stesse lì”.

Su domanda dell'avvocato Manganello: “Mai avuto dubbi su Mario Infantino?”
Mariana Rusnac risponde: “Su tutti. Però è strano che Mario quel giorno lì al bar non c'era. Paolo non si fidava troppo di lui. Infatti mi aveva chiesto di controllare ogni giorno i conti e scrivere la cifra di quanto incassavamo”.

Riguardo all'omicidio, avevate dei dubbi su Mario Infantino”, insiste l'avvocato Manganello.
“Lavinia espresse dubbi su molti nomi e quindi anche sui due Infantino. In particolare su Mario per quella sua camminata quando
[scoperto il cadavere di Vivacqua - ndr], rimase pochi istanti e s'allontanò dall'ufficio di Desio”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa. “Sentita a verbale lei parlò dello strano comportamento di Infantino quando arrivò all'ufficio di Desio“.
E' sceso dall'auto, è entrato nell'ufficio ed è subito uscito rimettendosi al volante. Quel giorno era solo, con lui non c'erano né suo fratello Enzo né Calogero Licata Caruso”

Nella seguente deposizione Lavinia Mihalache racconta che con Paolo si sentiva molte volte durante la giornata. “Quel giorno ci siamo lasciati prima delle 10 e l'ho chiamato dopo 50 minuti per sapere se era arrivato al bar di Muggiò dal momento che aveva un appuntamento. Mi ha chiesto: dove sei? Ci arrivo...Gli ho detto: c'è gente che ti aspetta. E lui, lo so”.

La Mihalache rivede Paolo soltanto il pomeriggio attorno alle 15 quando, preoccupata perché non risponde alle sue chiamate, decide di andare all'ufficietto assieme a Mariana Rusnac. Che racconta: “C'era la Bmw parcheggiata, la porta dell'ufficio era aperta e, da dietro ad un palo, un vecchietto guardava fisso l'ufficio. Lavinia è entrata e si è messa a gridare. Io allora sono entrata, il vecchietto era dietro di lei, ho visto i piedi di Paolo ed ho cominciato a piangere. Era come se l'avessero ucciso e messo a terra. Non c'era sangue. Come se l'avessero ucciso da un'altra parte e poi portato lì. Sulla scrivania c'era il cellulare che suonava, Lavinia, che era fuori di testa, lo ha preso ed ha risposto. Era suo fratello dalla Romania”.

Sono entrata dentro l'ufficio e Paolo era per terra. L'ho abbracciato, l'ho girato. Oltre a me e a Mariana c'era un anziano che guardava preoccupato”, dice la compagna di Vivacqua.

L'avvocato Cacciuttolo legge alla donna l'intercettazione della telefonata da lei fatta nella notte tra il 14 e il 15 novembre al fratello Carmi. “Carmi dice: a te quando ti ha chiamato? Ero lì in ufficio. Dopo è arrivato TITU che non aveva il telefono”.

Chi è TITU?”.
Risposta: “Il telefono era sulla scrivania e squillava. Io non so...”.

Insiste il legale: “Due volte lo chiama TITU e non sa chi è?”.

Non ottenendo risposta chiede conto di un'altra telefonata fatta una mezz'ora dopo la precedente all’altro fratello, Laurenti, durante la quale il fratello le dice: “Ho fatto un sogno, è stata la mafia a sparare”.
E lei: “Se non sai non parlare di queste cose...se non sai niente...”
Lui: “Qualcuno è stato...quel romeno che lavorava con Paolo?”.
Lei lo invita in modo perentorio: “Non dire niente”.

Lavinia spiega: “Il rumeno ha lavorato per anni con Paolo, custodiva la villa di Desio. Ognuno faceva illazioni e io non avevo voglia di sentirle e di parlare...Con mio fratello Laurenti che dalla Spagna si è trasferito in America ci siamo visti una sola volta in diciassette anni. Laurenti non conosceva Paolo”.

L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba riferendosi alla telefonata fatta da Lavinia a Carmi che è in viaggio in compagnia di altre persone, all'incirca 15 ore dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua, chiede, così come il presidente Giuseppe Airò, lumi sulla destinazione del fratello .
Stava andando in Romania. Va spesso dalla Spagna o dall'Inghilterra in Romania...”.

Ma lei, dopo aver trovato il cadavere di Paolo chiama in America Laurenti per farsi dare il numero del cellulare di Carmi in Ucraina...”.
Ci andava per lavoro. Prima di andare in Romania doveva fermarsi in Ucraina”.
Se lui partiva dalla Spagna come poteva arrivare in Ucraina?” chiede Sevesi.
E' come andare a Roma passando per Bari”, commenta il presidente Airò.
Che lavoro stava facendo suo fratello in Ucraina?”.
Edilizia. Il settore era in crisi..”.

Per questo – domanda la pubblica accusa Donata Costa – suo fratello Carmi chiese soldi a Paolo?”.
Io non volevo che se li facesse prestare”.

Ebbe 100mila euro Carmi Mihalache dal rotamat di Ravanusa. Trentamila euro gli furono accreditati sul Banco Cam SA di Benissa con bonifico ordinato da Vivacqua alla svizzera Banca Julius Bar esattamente un mese prima di essere ucciso.

Affondo della Cacciuttolo: “Può spiegare la telefonata del 2 febbraio 2012 in cui lei, parlando con Carmi gli chiede l'indirizzo della banca svizzera. “Non mi interessa l'appartamento – dice – mi interessa la banca. E suo fratello: mi ricordo il posto ma non l'indirizzo. So che era al secondo piano”.
Risposta di Lavinia: “Non so se Carmi è andato in Svizzera, non lo sapevo, non ricordo”.

E' lei che dice a suo fratello quando con Paolo siete andati due o tre volte in Svizzera, come fa a non ricordarsi?”.

Il legale di Germania Bondo chiede allora conto di una telefonata fatta a Vali.
E' un mio parente”.
Dice: “Voglio comperare una casa. Alla obiezione che la casa ce l'ha già (il riferimento è all'appartamento di Carate Brianza che avrebbe dovuto essere rogitato nove giorni dopo l'uccisione di Paolo – ndr) lei dice: voglio costruire una casa come dico io non un appartamento in cui non riesco a muovermi. L'appartamento (di Carate – ndr) non lo voglio vendere per la seconda volta, facciamo affari insieme, investiamo e facciamo soldi. In un supermercato, un negozio, nell'agricoltura, nell'immobiliare...”.

Lavinia spiega che l'appartamento di Carate è sotto sfratto perché non è stato rogitato. In realtà Vivacqua ha lasciato un assegno con l'importo da corrispondere al venditore, che è stato sequestro dalla Procura di Milano. Oltre a 140mila euro riscossi per due vincite a “10 e Lotto” in una ricevitoria di Palermo (PA 3143) per i pronostici del 30 ottobre e del 2 novembre 2011. Consegnati per il pagamento il 7 novembre all'agenzia di Banca Intesa di Biassono. Una settimana prima dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

La prossima udienza è fissata per lunedì 30 marzo.
 

Processo Vivacqua - Testimoni e voci dal carcere. "Mignemi va dove tira il vento"


di Pier Attilio Trivulzio

Lunedì è stata la volta delle deposizione del teste dell’accusa Luigi Mignemi, 50enne residente a Morbegno (Sondrio), condannato a 6 anni e 4 mesi per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti nell'ambito dell'inchiesta del 1994 “ La notte dei Fiori di San Vito”, sulla presenza della 'ndrangheta in Lombardia.
Mignemi, arrestato il 7 marzo 2013 e condannato per stalking e circonvenzione d'incapace, a ferragosto del 2013 viene trasferito dal carcere di Bergamo a quello di Monza; ed è qui che, detenuto nella cella 2 del raggio 7, il settore di massima sicurezza, entra in contatto e riceve confidenze da Antonino Giarrana, coimputato dell’omicidio di Paolo Vivacqua.

Giarrana era ed é detenuto a Monza perché condannato all'ergastolo, pena in seguito ridotta a 30 anni, per l'uccisione nel giugno del 2012 di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua.

Mignemi inizia la deposizione storpiando, forse volutamente, il cognome di Paolo Vivacqua in Bevilacqua, che definisce il “Berlusconi di Ravanusa”.
Riferisce alla Corte di quelle confidenze vis-a-vis che Giarrana gli avrebbe fatto tra il 15 agosto 2013 e l'aprile 2014 durante la sua permanenza nel penitenziario brianzolo. E dice che, sempre secondo le confidenze di Giarrana, ad uccidere il rotamat è stato Antonio Radaelli che con lo scooter nero avuto in prestito da un palermitano, é andato nell'ufficio di via Bramante d'Urbino, assieme ad un calabrese di Lissone, per impossessarsi di una borsa con dentro 5milioni di euro, con una calibro 7,65 vecchio modello con doppia impugnatura datagli da un investigatore, a cui un amico Giarrana aveva fatto il silenziatore.
Antonio Radaelli, ha sparato 3 o 4 colpi, uno dei quali a bruciapelo, tanto che aveva spostato i capelli di Vivacqua. Dopo l'omicidio l'arma è stata buttata in un fiume li vicino.
Giarrana prima mi ha raccontato che lui quella mattina non ha partecipato al delitto, e però d'aver accompagnato Radaelli premurandosi di lasciare a casa il cellulare; poi mi ha detto che era sul posto. E ancora che avevano seguito per diverso tempo l'uomo prima di ucciderlo”.

Spiega d'essere entrato in contatto con Giarrana “facendo socialità durante l'ora d'aria. Per farmelo amico gli ho detto d'essere originario di Cannicattì pur essendo nato a Milano. Poi sono andato a trovarlo nella sua cella e dopo 3 mesi siamo stati messi assieme. Inizialmente lui era impenetrabile, dopo è nata un'amicizia e si è aperto come un libro. Ha raccontato dell'omicidio di una signora commesso assieme ad Antonio Radaelli che io chiamo il camionista, e che con loro c'era anche un carabiniere. Che erano entrati dentro al garage della signora, Giarrana aveva una pistola 7,65, il camionista un cutter. La signora si è spaventata ed ha cominciato a far suonare il clacson; poi ha detto loro dov'era il pulsante per aprire la clèr. In fin della fiera Giarrana teneva la signora, la pistola che impugnava s'era inceppata e allora Radaelli l'aveva colpita con il cutter. L'uccisione della signora era stata conseguenza dell'omicidio di Vivacqua perché la borsa coi soldi non era stata trovata ed allora avevano dedotto che doveva averla la signora e l'hanno sgozzata. Non so se è importante, sempre per quanto da lui riferitomi, Giarrana voleva rompere il collo al camionista facendolo cadere dalle scale. Lo definiva pezzo di merda, infame il suo comportamento perché non aveva raccontato come veramente erano andate le cose”.

Giarrana – aggiunge - diceva d'essere arrabbiato con il cugino che non pensava a mantenerlo in carcere nonostante una volontaria del carcere gli avesse telefonato”.

Sentito da me in carcere il 10 aprile 2014 – chiede la pubblica accusa - lei fece il nome del cugino”.

Sì, Rocca. Salvino La Rocca. Questo cugino aveva parlato con un altro signore che faceva l'investigatore e per 30mila euro ha commissionato l'omicidio. Le armi sono state da questo signore, Barba mi sembra. E' stato lui a commissionargli l'omicidio. Ha una bella casa che batti le mani e si accendono le luci. Ha un'agenzia investigativa. Per l'omicidio gli hanno dato 30mila euro in biglietti da 50 euro e Radaelli se li è sputtanati alle macchinette”.

Un acconto? - domanda il pm Donata Costa – Le contesto, lei mi ha detto 300mila euro”.

Sì, non so se li hanno presi perché, mi disse che a Barba avevano bloccato il conto. Giarrana si lamentava perchè doveva sostenere le spese legali e diceva: mio cugino si deve comportare da cristiano. Io qui dentro vivo con i cento euro che mi manda mia madre dalla Sicilia. Non era nemmeno voluto andare alle udienze del processo (uccisione Franca Lojacono- ndr), e quando gli hanno detto che per lui la pena era l'ergastolo (successivamente ridotta a 30 anni – ndr) era andato nel pallone”.

Donata Costa chiede conto di quei bigliettini consegnati da Mignemi il giorno dell'interrogatorio in carcere. “Sul primo biglietto c'è il numero di telefono del cugino, una volontaria l'aveva chiamato ma il cugino le aveva detto di non avere soldi da dare al Giarrana ed allora, indispettito, mi ha chiesto di scrivere a Nicola Rulli che aveva da poco lasciato il penitenziario ed era tornato in Piemonte; in un altro, invitava Barba a stare zitto”.

Barba – precisa - non lo conoscevo, è stato Giarrana a indicarmelo. Nell'ora d'aria passeggiava da solo tenendo sempre gli occhiali da sole. Mi disse essere compaesano di Ravanusa. Il biglietto Giarrana lo ha dato a me e io l'ho dato a Barba. Sono andato davanti alla sua cella e, fingendo di salutarlo, dalle sbarre, gliel'ho passato e dopo che lui l'ha letto l'ho strappato”.

Strappato perché?”, domanda l'accusa. “Barba l'aveva letto, io l'ho strappato e conservato. Un cimelio”.

Paolo Sevesi, legale di Diego Barba chiede al presidente se autorizza Mignemi ad individuare l'investigatore.

Mignemi s'alza e guarda i due nel gabbio (Salvino La Rocca e Antonino Giarrana – ndr) quindi, attentamente, passa in rassegna più volte i banchi dei difensori, l'intera aula e non riconosce Barba che è seduto proprio accanto all'avvocato Sevesi. Si guardano stupiti i legali, commenti ad alta voce. Il presidente in modo sbrigativo li invita: “State calmi!”. “Io l'ho visto due volte”, si giustifica Mignemi. Presidente: “Si da atto che non lo riconosce. Non lo riconosce – ed aggiunge -, questo processo è molto delicato, questa frenesia fatela al bar, non davanti a me”.

C'è anche un ulteriore biglietto che Mignemi dice d'aver scritto sotto dettatura di Giarrana dopo aver ricevuto l'ordinanza relativa all'omicidio di Paolo Vivacqua. Sul biglietto indirizzato a Nicola Rulli, condannato per appartenenza alla 'ndrangheta e rimesso in libertà il 19 dicembre 2013, “c'è scritto che Giarrana voleva che qualcuno facesse arrivare sopra il cortile del carcere un elicottero per farlo evadere. Diceva, preferisco fare la vita del latitante piuttosto che stare in carcere. Io e Nicola (Rulli – ndr) che Giarrana sapeva far parte della 'ndrangheta, ci scrivevamo. Gli avrei dovuto mandare il biglietto ed invece non l'ho fatto”.

Il presidente commenta: “Faremo fare una prova calligrafica per risalire a chi l'ha scritto”.

A specifica domanda del difensore di Salvino La Rocca, l'avvocato Alessandro Frigerio, Mignemi risponde che “in realtà l'idea dell'elicottero è venuta a me perchè in quei giorni sopra il carcere c'era un continuo via vai di elicotteri”.

Un traffico di elicotteri così c'è soltanto la prima settimana di settembre quando si corre a Monza il Gran premio e Rulli è uscito dal carcere a dicembre”, fa presente il legale.

Che ne so io di quando a Monza si corre il Gran premio?...”, risponde alquanto piccato il teste che all'altro difensore del Giarrana, Angelo Pagliarello dopo averlo descritto “Un megalomane perchè accanto al letto teneva la foto di Messina Denaro e teneva per il partito di Totò Riina e Provenzano…”, “Come le posso dire, avvocato? Non è persona che si fa troppi problemi a parlare dei fatti propri. Poi con me che sono d'origini siciliane e Rulli che è calabrese, è nata un'amicizia di carcere, tra noi è nato un solidarismo. Le prime confidenze me le ha fatte dopo una quindicina di giorni, non so se prima di me ad altri aveva fatto confidenze. In genere si confidava quand'eravamo soli. Una o due volte quando c'era Rulli. Quand'eravamo soli mi ha parlato del camionista (Radaelli – ndr) e raccontato cose della Biondo”.
Grida perché messo sotto pressione dall'avvocato Angelo Pagliarello che domanda: “Sull'omicidio di Vivacqua lei ha dato tre versioni. Come mai Antonino le ha dato tre differenti versioni?”. Risposta: “Io gli dicevo a Giarrana: perché mi racconti e poi dici cose differenti? E lui: ho la testa che non mi funziona... alla fine l'omicidio l'ha fatto Radaelli ed è stato commissionato dalla Biondo”.

Lei ha mai visto materialmente Giarrana scrivere un biglietto?”. “Sì, quello che ho tenuto per me” (è quello relativo all'elicottero – ndr).

L'avvocato Monica Sala che difende Antonio Radaelli chiede al teste: “Chi le ha detto che Paolo Vivacqua aveva l'elicottero?”.

E' stato Giarrana a dirmi che Vivacqua quando andava in Siclia ci andava in elicottero”.

Avvocato Sala: “Le contesto alcune dichiarazioni da lei fatte al pubblico ministero nell'interrogatorio del 10 aprile 2014. Lei dice al magistrato che certe cose vanno dette perché riguardano due delitti gravi e mi sembra giusto aiutare la magistratura e aggiunge: se questo mio comportamento potesse poi aiutarmi nel procedimento per cui attualmente sono in custodia cautelare...”.
Era un mio pensiero ma non intendevo dire...”, s'ingarbuglia il teste.

L'avvocato Sala lo stoppa: “Dica che sull'aiuto ci contava. Dica sì, è basta!”.

Avvocato Guanluca Orlando co-difensore di Diego Barba: “Anch'io ho una contestazione da farle. Lei dichiara: Barba mi disse che non dovevo preoccuparmi delle cose dette al Gip”.
E' Giarrana che mi raccontò che Barba andò dal Gip ma non si è limitato a invocare la facoltà di non rispondere”.

E Giarrana da chi l'avrebbe saputo?”.
Non so”.

Ha dichiarato al pubblico ministero che Barba aveva parlato col Gip, da chi l'ha saputo?”.
Da Giarrana. Non so se è una cosa vera o no”.

Lei però dice che la notizia gli è stata data da una fonte diretta! Tale fonte era forse tale Fondaco?”, insiste il legale.
Mi sembra di sì. A Monza eravamo nella stessa cella”.

E a Fondaco lei ha fatto confidenze?”.
Sì, gli ho raccontato la mia storia, le mie vicissitudini”.

Per quale ragione lei, Mignemi, voleva essere spostato dal carcere di Monza?”.
Secondo me dopo quello che avevo raccontato al procuratore per aiutare Giarrana dovevo temere la reazione degli altri detenuti”.

Su una frase del presidente (poco percepita da chi scrive), l'avvocato Sevesi commenta: “Ricordo che stiamo procedendo per omicidio”. Il teste fa lo strafottente e rivolto al legale: “Non rispondo a lei, avvocato. Mi aizza. Sono in veste di teste spontaneo, non ho motivo di mentire”.

Non sono veritiere le cose raccontate da Giarrana. Come ha consegnato il biglietto destinato a Diego Barba?”.
Per email”.

Interviene il presidente: “Mignemi, la riprendo!
Teste:“Il biglietto me lo ha dato Giarrana perchè lo consegnassi al Barba perché Barba avrebbe dovuto presentarsi davanti al Gip e avvalersi della facoltà di non rispondere. Sono andato davanti alla sua cella e l'ho chiamato dicendogli vis-a-vis: c'è un'ambasciata da parte di un amico. E ho consegnato il biglietto facendolo passare attraverso le sbarre. Lo ha letto davanti a me e non ha fatto nessun commento”.

Ricorda con precisione la data di quella consegna del biglietto a Diego Barba: il 30 marzo. Spiega: “per via di un fornellino che avevo in cella. Ne avevo due e uno dovevo consegnarlo all'assistente”.

All'avvocato Cacciuttolo che gli chiede per quale motivo ha strappato il biglietto che aveva fatto leggere a Diego Barba e poi se l'è tenuto consegnandolo al pubblico ministero, col sorriso beffardo sulle labbra Mignemi risponde: “Perché mi piacciono i cimeli, sono persona da perizia psichiatrica”.

Licenziato Luigi Mignemi entra in aula Nicola Rulli che è venuto dal Piemonte con l'accompagnamento dei carabinieri. “Al carcere di Monza sono arrivato a marzo-aprile 2013 e sono stato scarcerato il 20 dicembre. Il mio compagno di cella era un certo Ivan. Sono persona molto solitaria, in carcere ne ho sentite tante ma non ho ricordi”.

Donata Costa legge il verbale d'interrogatorio davanti ai carabinieri del 5 maggio 2014.
Lei dice, inoltre in cella parlavano dell'uccisione di un uomo”.
Onestamente non ricordo”.
Quando il pm arriva al passaggio “secondo Giarrana è stato Radaelli ad uccidere Vivacqua”, il teste scuote la testa.

Dopo la lettura del verbale, risentendolo, lei ricorda?”, chiede il presidente.
Sinceramente non ricordo”, è la risposta.

Presidente: “Non esclude e non conferma?”.
Sì, non escludo e non confermo. Probabilmente l'ho sentito, ma qui...” .

Anche davanti ai carabinieri doveva dire la verità”, gli ricorda Donata Costa che contesta quanto aveva dichiarato: “...Riteneva fortemente che il Radaelli potesse coinvolgerlo...
Uno può stabilire...” bofonchia il teste.

Presidente: “Ha giurato di dire la verità, però su circostanze specifiche”.
In quella situazione...”.

Presidente: “Quelle cose le ha dette o no?
Rulli: “Non ricordo, non ricordo. Ho il mio vissuto... in carcere se ne sentono tante”.

Avvocato Sevesi: “Sa quando Mignemi l'ha tirato in ballo?
C'era il funerale di mia mamma e sono venuti i carabinieri...Non mi interessava...”.

Avvocato Sala: “Ha mai ricevuto lettere da Mignemi?”.
Sì, richieste di soldi. Diceva d'essere innocente e chiedeva soldi. Era in stato detentivo e d'insofferenza dal punto di vista processuale. Non aveva la casa, assumeva tranquillanti. Mignemi va dove tira il vento. E di Giarrana mi diceva che si lamentava ma non mi raccontava cose in specifico”.

Viene chiesto al teste se Mignemi manifestava il desiderio di cambiare carcere.
Risposta: “Secondo me no. Mai detto in via diretta però.. ma lui in carcere a Monza ci stava bene”.

Depone Salvatore Grasta, soprannome Totò. amico storico di Paolo Vivacqua che lo chiamava al telefono ogni giorno. Padrino del figlio Antonio. Ricorda la visita a Ecomondo di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso e le telefonate insistenti di Felice Tagliabue ricevute in continuazione durante tutto il viaggio da Muggiò a Rimini e ritorno insieme a Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso . “Chiamava continuamente in modo ossessionante, tanto Paolo non voleva più parlarci e minacciava. Delle minacce di quest'uomo ho parlato anche ai carabinieri. A Rimini abbiamo incontrato il figlio Antonio e io l'ho convinto a parlare con Paolo. Che alla fine mi ha ringraziato dicendomi: avermi fatto parlare con Antonio mi hai fatto un grande regalo. Tornati da Rimini, il venerdì sera Paolo mi ha portato a vedere la casa di Carate e lì ho conosciuto la compagna rumena e il bambino. All'indomani Calogero Licata mi ha accompagnato in un'agenzia viaggi per fare il biglietto della Raynair per tornare il lunedì in Sicilia ed è lì che la sera la sorella di Paolo che vive in Germania mi ha telefonato dicendomi che Paolo era morto ed io sono tornato su a Desio”.

Gli viene chiesto di quella “cimice” trovata nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.

Paolo l'aveva comperata e voleva installarla per capire chi parlava male di lui a sua insaputa. L'abbiamo provata. Io dentro l'ufficietto e lui fuori, sì, si sentiva”.

Ricorda quel “consistente rotolo di banconote nascoste da Paolo dietro una cassetta nel garage di Carate” e che i carabinieri non hanno trovato durante la perquisizione la sera di lunedì; le “mediazioni per far tornare Germania Biondo assieme al marito e coi figli che volevano prendere in mano l'attività di Paolo”, delle “tante idee che Paolo aveva ma nessuna durava”. Dei consigli che, continuamente, dava all'amico: non fidarti né di Enzo Infantino né di Calogero Licata Caruso. “Con tutti questi soldi che girano e le proprietà intestate loro ti fottono. E lui: mi fottono 500mila euro ma io ne guadagno un milione e mezzo”.

Gli viene letta dal pubblico ministero la telefonata del 6 febbraio 2011.
Vedi, quello in Sicilia ci ha cose in mano. Detto a Lillo (Licata Caruso – ndr) delle cose della Sicilia Lello le ha dette a me. Niente sai. Cinque o sei mesi di chiacchere. Questo lungo...”. Grasta risponde: “Non ricordo”.

Pm: “Avete fatto ipotesi? Problemi con qualcuno che era lungo?”(alto di statura – ndr). Presidente, leggendo brogliaccio: “Me l'ha detto Lillo, me l'ha detto 4-5 mesi fa quello della Sicilia. C'è stato chiacchere con qualcuno che era calabrese...Lei dice quello lungo..più vecchio di 50 anni. Più assai...Andato a tirarlo per le orecchie”.

Salvatore Grasta sembra non ricordare. O, forse, ricorda benissimo ma non vuole fare il nome del “lungo”.

Ricorda invece “un ragazzo, un giovane che aveva telefonato e voleva sapere delle cose due giorni dopo l'omicidio. Io l'ho visto una volta ed ho detto ad Antonio: questo tipo viene qua per sapere delle cose. Digli che se vuole vedervi vi trovate al bar. E gli avevo dato un consiglio: non fate sapere niente a nessuno. E della gente che si droga non dovete fidarvi mai”.

C'è una intercettazione del 5 febbraio 2012. Grasta parla con Germania Biondo. “Tutte le mattine passa Mario (Infantino – ndr) e lui si pigliava il caffé. L'abituadine, tutte le mattine con questi: Mario, Vincenzo e Lillo. Come mai quel lunedì non c'erano? Non si sono fermati al bar.. Non ti fidare neppure di questi scagnozzi”.

Dice alla Corte di non avere mai parlato con Paolo dei soldi che gli passavano per le mani con i traffici illeciti. Donata Costa legge intercettazioni riguardanti la vicenda Bricoman dove si parla di 3,1milioni di euro, Grasta insiste e conferma che mai lui ha parlato di cifre con Paolo.
Forse hanno fatto confusione quelli che intercettavano...”, commenta.

Di Germania Biondo con cui parlava spesso dice: “Per Paolo non aveva rancore, non è che non lo volesse più vedere, in realtà voleva tornaci assieme”.

Un episodio che Grasta ricorda molto bene avviene davanti al bar di Muggiò due giorni prima della morte di Paolo, sabato 12 novembre 2011 “Il pasticciere, uno di Ravanusa, è venuto lì e lo ha minacciato dicendogli male parole. Mi chiedete come si chiama? Forse Mincuzzo. Era per via di un assegno. Gli ha detto se non me li dai i soldi ti spacco la faccia. Quello della pasticceria era altra persona. Paolo ha parlato (si è litigato) col figlio”.

Per chiudere l'udienza lunga, interminabile, mancano ancora due testi. Giovanni Fondacaro e l'equadoregno Fabien Serrano.

Fondacaro ha conosciuto Mignemi mentre era in detenzione a Monza. “Eravamo in cella assieme. Lui in precedenza stava con un altro detenuto con cui ha avuto discussioni ed allora ha cambiato ed è venuto con me. Dopo una settimana abbiamo fatto socialità e mi ha fatto la confidenza che voleva andarsene dal carcere ed essere messo ai domiciliari. Mi ha detto: puoi aiutarmi ad andarmene? Mi ha proposto di avallare...”.

Presidente Airò al teste: “Dopo aver dato dichiarazioni non vogliamo essere presi in giro”. Pubblico ministero: “Il teste non ha mai detto nulla. Non ci sono dichiarazioni nel fascicolo depositato al Gip. Solo il verbale del 23 settembre”.

Presidente, rivolto all'avvocato Sevesi che difende Diego Barba. “I verbali non sono utilizzabili, faccia la domanda”.

Avvocato: “Mignemi le ha mai chiesto di avallare...”.
Presidente: “No avvocato, non può”.
Teste, rivolto al presidente: “Mi ha chiesto di avallare qualcosa. Se lei non capisce...”.
Presidente: “Capisco ma non posso esprimermi”.
Avvocato Sevesi: “Sono dichiarazioni rese dopo il giudizio immediato”.
Pm: “Io non ho motivo per oppormi”.
Sevesi: “Se non c'è interesse della pubblica accusa alla utilizzazione...
Donata Costa: “Non mi oppongono all'acquisizione di questi atti”.

Presidente rivolgendosi al legale di Barba: “Avvocato, non rischi, faccia la domanda”. C'è opposizione della parte civile.

Fondacaro ha dichiarato: il signor Mignemi voleva coinvolgermi in dichiarazioni false”.

Domandano al teste se Luigi Mignemi aveva problemi di convivenza in cella con un omosessuale.
Risposta: “Lo chieda a lui... E' stata una stupida scusa per cambiare cella”.

Aggiunge poi per rispondere ad un difensore che Mignemi gli aveva “riproposto due volte di avallare le sue dichiarazioni” ed a domanda del presidente risponde: “con Mignemi siamo stati in cella un mese ma non abbiamo mai parlato del processo”.

Ho conosciuto Luigi Mignemi nella sezione protetta del carcere di Monza da cui sono andato via nel novembre dello scorso anno, trasferito a Pavia – ricorda l'equadoregno Fabien Serrano -. Non ero in cella con lui. Mi sono meravigliato di come mi aveva approcciato invitandomi a fare socialità chiedendomi cose personali. Ad esempio rivelargli dove avevo nascosto la pistola per un reato commesso di cui tanto non avevo più nulla da perdere essendo già stato condannato. Mi sono arrabbiato ed allora lui si è fermato. Dopo una settimana mi sono trovato in cella con Diego Barba che mi ha chiesto cos'era successo con Mignemi. E mi ha detto che Mignemi aveva fatto la stessa cosa anche con lui”.

Presidente: “Vogliamo sapere le parole di Barba”.
Barba mi ha raccontato che Mignemi gli aveva fatto un dispetto. Mi ha detto: guarda che questo Mignemi mi ha messo nei casini, con lui non ho neanche parlato. Dopo tre giorni io ho detto a Diego che Mignemi ha tentato anche con me di farsi dire delle cose”.

Finisce così questa udienza fiume durante la quale c'è stata anche la protesta (discreta) della cancelliera per la pausa pranzo alle 14 posticipata di mezz'ora.

Udienza durante la quale il presidente Giuseppe Airò ha dato lettura dell'ordinanza che ammette le dichiarazioni del supertestimonio Gino Guttuso, le immagini fotografiche e il video realizzato con le telecamere del Tribunale che documentano la presenza “non certo casuale” quel giorno in occasione dell'incidente probatorio di Guttuso davanti al Gip, di Gammino venuto da Ravanusa a e del genero Giuseppe La Porta ed anche le dichiarazioni fatte dal maresciallo Azzaro relative all'incendio delle auto di Mariana Rusnac, Lavinia Mihalache, e anche di quella della figlia di Guttuso che non risulta più circolante dall'aprile 2014. Fatti tutti – secondo l'ordinanza - “Convergenti come prova riferibile agli odierni imputati”.

E' chiaro il concetto?” chiede a fine lettura il presidente Airò rivolto ai legali.
 

Processo Vivacqua. Non c'è l'avvocato, scena muta di Calogero Licata. La testimonianza dei carabinieri di Desio

di Pier Attilio Trivulzio

Dopo trentadue mesi di carcere Calogero Licata Caruso, braccio destro di Paolo Vivacqua, ha deciso di parlare. Con una lettera inviata alla Procura di Monza ha fatto sapere d'essere disposto “a dire delle cose” ed allora Donata Costa, pubblico ministero del processo in Corte d'Assise lo ha fatto accompagnare lunedì in aula.
L'amministratore della Loviro sr che firmò al Comune di Carate la richiesta per la trasformazione dei terreni di via Marengo lungo la statale Valassina per essere, poi, ceduti alla Bricoman Italia per 5,1 milioni di euro s'è accomodato sulla sedia dei testimoni, ha letto la formula di rito ed alla domanda del presidente Giuseppe Airò che gli chiede “Lei si chiama?”.
Licata”, risponde il teste.
Presidente: “Nome?”.
Il teste resta muto.
Presidente: “Neanche il nome? Licata e basta?

Licata: “Do le generalità ma in carcere non è arrivato il sollecito...”.
C'è opposizione dell'avvocato Sala che difendere Antonio Radaelli: “Il teste è attualmente imputato nel processo di Milano per il 416...”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Lei, Licata, ha scritto che voleva dire delle cose...”.
Licata Caruso: “Chiedo l'assistenza dell'avvocato”.
Presidente, dopo essersi consultato con i colleghi e i giurati popolari: “La Corte dice che vuole sentire Licata”.
In attesa che arrivi il legale ad assistere il braccio destro di Paolo Vivacqua viene escusso il tenente Luigi Di Puorto dei carabnieri di Desio. Chiamato dall'accusa in sostituzione del capitano Cataldo Pantaleo impossibilitato ad intervenire.
Non rinuncio al teste Pantaleo”, tiene a dire Manuela Cacciuttolo, avvocato che difende Germania Biondo, ex moglie del rotamat di Ravanusa.

Il teste esordisce raccontando brevemente dell'intervento nell'ufficio di Desio il pomeriggio del 14 novembre 2011 e quindi, su domanda della pubblica accusa, passa a descrivere l'intervento del 16 -17 giugno 2012 nel box di via Mariani a Desio “dov'era appena deceduta nel corso di una rapina una persona per arma da taglio”: la consuocera da Paolo Vivacqua, Franca Lo Jacono.

Si è trattato di una rapina degenerata. C'erano numerose tracce di sangue, subito pensammo che uno dei partecipanti alla rapina era rimasto ferito. Contattammo tutti gli ospedali della Lombardia per sapere se qualcuno si era fatto medicare e dal pronto soccorso dell'ospedale di Desio. Abbiamo avuto conferma che tale Radaelli Antonino o Antonio si era presentato. Rintracciamo il Radaelli presso la sua abitazone e lui si giustificò dicendo d'essersi tagliato con un coltello affettando delle cipolle. Però nella cucina non c'era no residui di cipolle... Dalle macchie di sangue lasciate vicino alla sua abitazione deducemmo che non era uscito dalla casa per andare al pronto soccorso ma era rientrato. Ricostruimmo l'accaduto individuando il giorno dopo Antonino Giarrana di cui fu trovata dai Ris una traccia dattiloscopica sul sedile dell'auto della Lo Jacono, e Raffaele Petrullo. Il movente? Una rapina per impossessarsi di una valigia piena di denaro”.

A fine luglio 2012 il maresciallo di stazione Cosentino acquisì notizie che facevano riferimento a Paolo Vivacqua e alla Lo Jacono. L'annotazione ci dava come possibile movente una vicenda intrafamiliare: l'astio tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie Germania Biondo. Compimmo accertamenti anagrafici e catastali relativi ad un box per quanto riferito dalla fonte”.

Gli avvocati Monica Sala e Manuela Cacciuttolo si consultano scambiandosi la seconda nota acquisita dai carabinieri di Desio nel marzo 2013 che presenta analogie riguardo al movente; ma differisce in quanto non accenna a dissidi tra Vivacqua e l'ex moglie bensì ad una relazione extraconiugale.

Verificammo con il capitano Pantaleo sia la prima che la seconda notizia e poiché c'erano analogie decidemmo d'informare la Procura di Monza ed ottenuto il benestare acquisimmo i tabulati del traffico telefonico intestati ai due soggetti (Germania Biondo e Diego Barba – ndr). In particolar modo abbiamo controllato le celle che monitorizzano il traffico telefonico relativo a via Bramante d'Urbino a Desio e via Donizetti di Carate, via Marconi di Gessate (sede della FV Metalli – ndr) e le celle poste allo svincolo autostradale di Agrate, alternativa stradale per andare a Gessate. I dati del traffico telefonico li abbiamo analizzati con il programma Sfera che consente di collegare tra soggetti e luoghi. Abbiamo monitorato il traffico telefonico da settembre a novembre 2011”.

Donata Costa: “Quali riscontri avete avuto da questo lavoro?”.
Il dato più interessante? Che l'omicidio di Paolo Vivacqua non è stato improvvisato ma pianificato e organizzato”.

Su domanda dell'avvocato Cacciuttolo il tenente Di Puorto dice: “Relativamente al 14 novembre 2011 (giorno dell'uccisione di Paolo Vivacqua – ndr), i tabulati ci danno un dato da noi percepito anomalo: Giarrana e Radaelli, pur non lavorando, si sentono nelle prime ore del mattino. Poi c'è un lasso di tempo di un paio d'ore senza contatti. Dopo le 11.30 ci sono contatti tra Giarrana, La Rocca e Barba. Il medico intervenuto fa risalire la morte di Vivacqua attorno alle 11-11.30. Mi chiedete se ci sono contatti con Cascardo? (Attilio Cascardo investigatore privato – ndr) Non so, rischierei d'essere impreciso. Sicuramente vi era l'utenza di Barba”.

Il tenente dei carabinieri di Desio, su domanda specifica, aggiunge poi “Dall'esame dei tabulati non emergono contatti tra Biondo Germania e Diego Barba, da intercettazioni ambientali più attente verificammo che non si sentivano direttamente. Dalla verifica dei dati seguiti alla seconda nota informativa e all'autorizzazione della Procura ad intercettazioni ambientali e telefoniche dell'estate 2013, scoprimmo che i contatti telefonici o con sms tra Barba e la Biondo avvenivano tramite Aronica Luisa. Utilizzavano una terza persona per evitare di fare emergere la loro relazione sicuramente di tipo sentimentale. Sicuramente c'era stato tra loro un incontro amoroso, e il fatto che Diego Barba s'interessava all'attività della Biondo a Sovico. Organizzammo anche un'attività di pedinamento dentro un bar... Il tentativo di negare la loro relazione era stato motivo della spedizione punitiva nel 2010 da parte dei figli e di Paolo Vivacqua in Sicilia. Barba era stato aggredito anche fisicamente”.

Alla richiesta dell'avvocato Monica Sala di “riferire le differenze tra le due note informative del 2012 e del 2013 “dal momento che lei ha parlato di analogie” il presidente interviene: “Ora il teste non può riferire!” E però il tenente dice: “C'erano elementi comuni, c'erano i nomi della Biondo. Abbiamo attenzionato oltre alla Biondo, La Corte Giuseppe, Randazzo Angelo...”.

Non riferisca! Non possiamo fargli dire chi erano questi...” - ammonisce il presidente Airò.
Ad altra domanda del legale che chiede quali tabulati sono stati acquisiti nell'estate 2013 il teste precisa: “Ventitre o ventiquattro tabulati intestati a soggetti attenzionati: Biondo, Barba, Radaelli, La Rocca, Guttuso Gino, Giuseppe La Corte, Attilio Cascardo...”.

Insiste l'avvocato Sala chiedendo se, rispetto alla prima informativa le dichiarazioni di Guttuso Gino raccolte anche alla presenza del capitano Pantaleo erano diverse. “Che deve dire?”, domanda il presidente rivolto all'avvocato. “Se si sono arricchite dal momento che Guttuso è stato sentito nel corso dell'incidente probatorio”.

– è la risposta -, io però non ho fatto indagini, se n'è occupato il pool con i marescialli Azzaro, Fornaro e Mosca”.

E' quindi l'avvocato Paolo Sevesi che difende Diego Barba a porre le domande: “La prima informativa faceva riferimento ad un box?”.

Sì, abbiamo fatto indagini anagrafiche e catastali sul box di via Forlanini. Ci siamo limitati a questo. Oltre a qualche accertamento sul posto, rilievi fotografici in via Forlinini e Agnesi. Di fatto in merito al box si poteva desumere ma non è stato chiaramente individuato”.
Lei ha detto che l'omicidio di Vivacqua sarebbe maturato diversi mesi prima, sarebbe stato pianificato. Avete riscontri?”.
Sì, lo dicono gli esami fatti sui tabulati fatto col programma Sfera”.

L'avvocato Frigerio difensore di Salvino La Rocca chiede: “Sono stati fatti accertamenti sulla persona anziana di cui la sera stesa dell'omicidio ha parlato Lavinia Mihalache verbalizzata in sua presenza?”.
Anziano? Dovebbe essere una delle persone che sono state allontanate e poi sentite”.

Il presidente dà notizia che l'avvocato che doveva assistere Calogero Licata Caruso non può venire. “Io rinuncio al teste. Se volete sentirlo senza difensore...”, dice il pm. Viene deciso di convocarlo per un'altra udienza.

Riprende l'escussione del teste Luigi Di Puorto il quale precisa che la Compagnia di Desio si è occupata dei primi due giorni d'indagine sull'uccisione di Paolo Vivacqua per poi passare tutto alla Compagnia di Monza e che soltanto dal 2013 Desio è tornata ad occuparsene.
Avete fatto indagini su Carmelo d'Angelo? (sindaco di Ravanusa - ndr)”, domanda l'avvocato Cacciuttolo.
Non ricordo”.

Avete coltivato la pista degli affari siciliani di Vivacqua?”.
Ribadisco che noi come Compagnia di Desio abbiamo operato soltanto per due giorni nel 2011 quando è stato trovato ucciso Vivacqua quindi tutti gli atti sono passati a Monza e sono tornati a Desio soltanto nel marzo 2013”.

Le risulta l'episodio della testa di agnello lasciata davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009?”.
Non ricordo l'episodio”.

Le risulta che c'era un'altra fonte? La nota del colonello Selmi”. “Incidentalmente. L'ho saputo per caso. Non c'è stato mai chiesto nulla sull'omidicio”.

Da intercettazioni ambientali nella caserma di Desio il 14 novembre risulta che Licata Caruso e i figli di Vivacqua parlano del libro paga su cui l'ucciso annotava i prestiti. Avete fatto indagini?”.
Sicuramente loro si ponevano tante domande. Parlavano in dialetto siciliano, io essendo di Agrigento ho trascitto le registrazioni. Per risponderle dovrei leggere il verbale”.

Chi è Gino Guttuso?”.
E' un cittadino di Desio che ha precedenti per reati contro il patrimonio e per stupefacenti. E' sottoposto ad affidamento in prova perché partecipa ad un programma di recupero”.

E' la volta dell'avvocato Sevesi. “Le risulta che nell'ufficio di Vivacqua fosse installata una registrazione audio-video?”.
No, nessuna. Per altre indagini doveva essere installata. Avevamo contattato in merito la Guardia di finanza di Gorgonzola, ci era stato risposto che c'era il decreto, ma che il momento non era propizio”.

Avvocato Sala: “C'erano computer nell'ufficio e se sì sono stati oggetto d'esame?”.
Il primo sequestro è stato fatto da noi e non ne abbiamo sequestrati. Non sono in grado di dire se sono stati esaminati i contenuti”.

“Dal momento che non risultano agli atti documenti che parlano del contenuto dei computer...”, chiosa il legale.

L'ultima domanda al tenente Di Puorto la pone il presidente Airò. “Nel 2013 come avete fatto le indagini?”.
Indagine tecnica con intercettazioni ambientali, colloqui in carcere ed intercettazioni anche sul cellulare della Polizia penitenziaria. Quindi avute altre notizie abbiamo compiuto indagini anagrafiche e catastali”.

Dopo un'ora e mezza di escussione, il militare dell'Arma viene licenziato ed a deporre viene chiamato il brigadiere Pasquale Arciglione, carabiniere in servizio di Desio.
Dovendo parlare con un funzionario, il 10 giugno 2013 ero andato in Comune a Desio e ho visto nel bar di fronte Germania Biondo con un uomo dalla barba molto curata. Anche se personalmente non lo conosco ho riconosciuto Diego Barba. La Biondo è uscita per prima dal bar e poco dopo Barba che era andato alla cassa a pagare. Rientrato al comando ho riferito quanto avevo visto. Ed ho notificato alla Biondo di presentarsi. Precedentemente, nell'aprile 2013 avevo svolto un controllo per la verifica su un auto di Salvino La Rocca, Germania Biondo e Diego Barba”.

Tocca quindi al maresciallo in congedo Giuseppe Mosca che relativamente all'omicidio Vivacqua tornò all'indomani in via Bramante d'Urbino per sentire gli abitanti del civico 15. “Avevo un elenco di persone, persone tranquille che non avevano sentito i colpi. Alcune non c'erano o non avevano nulla da riferire”, dice. Anche a lui viene chiesto se intende riferire il nome della fonte relativa alla nota del marzo 2013. “No – è la scontata risposta -. Ho fatto accertamenti e riscontri sul box indicato dove compariva un cartello affittasi”.

Gli viene chiesto se conosceva Germania Biondo e Diego Barba. “Sì, la Bondo dal 2002 o 2003, mia moglie gestiva un esercizio e lei era cliente. La conoscevo ma non avevo mai svolto indagini su di lei. Conoscevo anche la moglie di Barba perché anch'essa frequentava l'esercizio di mia moglie. Di Barba sapevo che nel 2004-2005 era in rapporti d'affari con Paolo Vivacqua a Lissone”.

L'avvocato Angelo Pagliarello difensore di Giarrana domanda se può riferire delle abitudini di vita di Giarrana e Radaelli. “Sa come questi soggetti passavano la vita?”.
Si, stavano assieme a Desio, al bar di via Roma. Oltre a questo bar? Non stavamo dietro a Radaelli e Giarrana...”.
Giarrana frequentava una donna?
Non so”.

Avvocato Sevesi: “ Il 15 marzo 2013 la fonte confidenziale fu contattata da lei o dal maresciallo Azzaro?”.
Entrambi eravamo presenti”.
Le ricordo che lei era in carcere quel giorno. Era libero da servizio o in borghese a Desio?”.
Non è tenuto a rispondere”, interviene il presidente.
Se non vuole dire la fonte, ricorda invece d'essere stato in carcere quel giorno?”. Altro intervento del presidente.

Il difensore domanda se conosce Diego Barba.
Ci conosciamo da dieci anni. Ci siamo visti ma non frequentati. Faceva l'elettricista, nel 2010 ha aperto un'agenzia investigativa. Chiese se potevamo intercedere con i colleghi di polizia avendo presentato richiesta per ottenere il porto d'armi”.

Per la sua agenzia investigativa, Barba si è mai rivolto a lei? Ha mai collaborato, fornito delazioni?”.
Una sera mi chiamò dicendomi che era scattato l'allarme nel suo deposito che era a fianco di un deposito di Vivacqua. Era aprile o maggio. Mi disse che i figli di Vivacqua stavano spaccando il muro di un locale che era stato appena perquisito dalla Guardia di finanza”.

L'avvocato Frigeri pone domande sul sistema Sfera in grado di localizzare il luogo da dove parte una telefonata. “Può succedere che una cella abbia un margine di errore?”.
Può agganciare una cella vicina?”, interviene il presidente Airò.
Sì, può essere”, risponde il teste.
Per dimostrare in concreto che l'errore è possibile, il difensore di Salvino La Rocca prende i documenti 324 e 326 agli atti e argomenta: “Quel giorno, il 3 novembre 2011 alle 15.20, il documento 324 indica La Rocca al passaggio a livello di via Sabatelli a Seregno; secondo il documento 326 alle 15.26 è in piazza Battisti alla Torre civica di Carate. Dunque 6 minuti tra i due posti. Produco un elaborato Michelin che parla di 12 minuti per compiere il tragitto. E' un caso? Visto che conosco la zona escludo ci si possa mettere 6 minuti per fare quel percorso. Sempre dai tabulati di Sfera è stato riscontrato che l'omicidio è stato organizzato e pensato a lungo?

Teste: “Si, dai tabulati!”.

Alla richiesta se oltre ai tabulati sono state fatte altre indagini la risposta è “No”.

Altra domanda: “Sa che la moglie di Salvino La Rocca lavora a Carate?”.
No!”.

Dal momento che lei all'indomani dell'omicidio ha sentito gli abitanti del palazzo di via Bramante, sa se è stata identificata la persona anziana che Lavinia Mihalache ha visto nell'ufficio di Vivacqua?”.
Non è stato identificato”.

Non può dare risposta all'avvocato Cacciuttolo che chiede conto del telefono DGL Mobil 2TE con sim dell'operatore svizzero di Paolo Vivacqua perchè “è stato consegnato alla Compagnia carabinieri di Monza”.

La Corte non ha l'elenco, avete fatto controlli negli alberghi e se sì quali sono stati i nomi controllati?”.
Sì a Desio, Muggiò, Lissone. Nessun nominativo sospetto”.

E Gangarossa Diego?”.
Abbiamo fatto servizio appostamento al funerale e visionato le registrazioni delle telecamere del Comune di Desio. Le registrazioni non sono state consegnate al pubblico ministero”.

Quali persone avete individuato al funerale?”.
Sossio Moccia, Marrone, Maro Infantino, Zema, Cannarozzo, ce n'erano molti...”.

Quante volte avete raccolto le dichiarazioni di Guttuso Gino?”.
Alla risposta tutt'altro che convincente del teste, l'avvocato mostra il verbale del 15 marzo 2013 - agli atti - riguardante l'incidente probatorio alla presenza del pm Donata Costa nella casa circonadariale di Monza su cui è scritto “presente il brigadiere Mosca”.

Avete sentito Carmelo D'Angelo e Bottaro Angelo?”.
No”.

Anche a lui il legale chiede della testa d'agnello lasciata a Desio davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009.
La risposta è: “Mi sembra di sì, c'era in corso un'indagine ma e non è normale che io non ne sappia nulla dato che in quel periodo stavo facendo indagini per “Infinito” . Forse la testa d'agnello l'hanno lasciata davanti ad una casa in un altro Comune”.

Un'ultima domanda: “Le risulta che un cellulare intestato a Ilona Vasapolli era stato dato da Mario infantino in uso a Paolo Vivacqua?”.
Le indagini sono state fatte dalla Compagnia di Monza. Non posso rispondere”.

Tocca all'ultimo teste: Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua che in Tribunale è stata accompagnata dal padre e da Davide Vivacqua, il minore dei figli da un paio di settimane rimesso in libertà. E' la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel giugno 2012 da Giarrana e Radaelli.
Ho conosciuto Antonio nel 1999, ci siamo sposati nel 2004. Nel 2011 ho iniziato ad occuparmi della Royal Aste con sede a Sesto San Giovanni, l'immobile era di Germania Biondo”.

Racconta: “Nei giorni precedenti l'uccisione, mio suocero portò tre persone a vedere il capannone. Mi disse che uno era calabrese e me lo indicò. Chiesi se intendevano rilevare l'attività. Poi ti spiego, fu la risposta. Di quelle persone avevamo una casella di posta spagnola”.

Pm: “Conosceva i fratelli di Lavinia Mihalache?”.
Forse li ho visti dopo la morte di mio suocero a casa di Lavinia. Non corrispondono alle persone venute a Sesto San Giovanni”.

Conosceva Diego Barba?”.
Anni prima, quando il mio primo figlio aveva due anni Barba era rimasto per un certo periodo, un mese o due, a casa dei miei suoceri. Aveva installato un allarme in casa nostra, poi mio padre aveva fatto eseguire i lavori da altra persona”.

Le viene chiesto dell'episodio accaduto in Sicilia nel 2010.
Eravamo in vacanza. Davide e Antonio sospettavano una relazione della loro madre col Barba. Chiedono alla madre e lei non dà risposte e allora vanno a casa del Barba e l'aggrediscono. Paolo, che era in Spagna con Lavinia, torna in Sicilia e dice a Davide e Antonio che vuole scoprire se Germania e Barba si scambiavano messaggi e chiederà a Barba il permesso di controllare il cellulare. Se la cosa è vera e hanno una relazione non finisce qui, dice ai figli. Altrimenti mi metto in ginocchio e gli chiedo scusa. Due giorni dopo i carabnieri vennero a casa, a Ravanusa, per una perquisizione: cercavano una pistola che non è stata trovata. Di quell'episodio Barba ha fatto una denuncia che è poi stata ritirata”.

Dopo questa situazione c'è stata riappacificazione?”, chiede Donata Costa.
No, non ha avuto esito”.

E tra Paolo Vivacqua e i figli?”.
Piano piano si sono rassegnati. Parlava con Davide e Gaetano, non con Antonio che ha incontrato il padre alla Fiera di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso”.

L'avvocato di parte civile Daria Pesce domanda: “Valentina, nel corso del tempo in che rapporti era con sua suocera?”.
Dopo il 20 aprile 2012 io e mia suocera parlavamo, poi via via i rapporti si sono raffreddati fino alla morte di mia mamma”.

E' stata minacciata?”.
Mia suocera (Germania Biondo – ndr) mi prese per un braccio dicendomi: devi dire ad Antonio, stai attento a quello che fai! Dopo questo episodio ho visto mia suocera al funerale e ai colloqui in carcere”.

Su domanda specifica, la Commaudo dichiara: “Nel 2003 Antonio mi disse: mia madre vuole andarsene via. Un giorno del settembre 2013 ho visto l'auto della Biondo e quella di Barba davanti ad una cartoleria. C'era il forte sospetto ci fosse un legame tra i due”.

Le viene chiesto se conosceva Antonino Giarrana e Salvino La Rocca.
Giarrana no, Salvino sì. Per lavoro. Diego Barba e Salvino la Rocca erano presenti al mio matrimonio”.

Rivela che il giorno prima del funerale del padre “Antonio mi disse di sospettare di tutti”.

Ha mai contestato fatti specifici?”, interviene il legale di parte civile per Lavinia Mihalache, Franco Gandolfi.
No, aveva fiducia nelle indagini”.

E su questa ipotesi della relazione contestata?”.
Mai”.

Sa se suo suocero registrava su un libro le somme prestate?”.
Tante volte Antonio glielo chiedeva e Paolo rispondeva: sono fatti miei!”.

Aveva rapporti con Lavinia Mihalache?”.
Prima i rapporti erano a zero. Quando nacque Nicolas la Biondo mi disse, oggi è un brutto giorno: è nato il bastardo. Fino alla morte di Paolo con lei non abbiamo avuto rapporti. Paolo, col telefonino, ci aveva mandato la foto del figlio Nicolas”.

Valentina Commaudo tornerà a deporre alla ripresa del processo, il 12 gennaio 2015.

 

Monza - L'ex sindaco di Roncello doveva 700mila euro a Paolo Vivacqua. Quarta udienza del processo per l'omicidio del rotamat

di Pier Attilio Trivulzio

Non è stata un'udienza tranquilla quella del 24 novembre scorso. In aula non sono mancati i momenti di tensione.
C'è stato anche un momento in cui il presidente Giuseppe Airò, ha dovuto fare la voce grossa e “rimproverare” i legali, nel rispondere alla richiesta dell'avvocato Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, che chiedeva di rinviare alla prossima udienza l'escussione del teste Martella, acquisendo però la relazione redatta dallo stesso maresciallo della GdF di Gorgonzola.

La pubblica accusa aveva invece espresso la volontà di sentire il teste “che era teste principale al processo di Milano e riferisce sull'attività di Vivacqua un anno prima dell'uccisione. Chiedo quindi, non essendone a conoscenza, di sentire cosa dice”.

Il presidente decide: “Anch'io non ho la relazione tra gli atti, sentiamolo e scopriremo in diretta. Se ci sono problemi si può rinviare il controesame”.
Il teste Martella riferisce di crediti che Paolo Vivacqua vantava: 46mila euro prestati al camerunense Louis Paul Anguini, defunto marito dell'avvocato Antonella Savarino, dei 700mila euro che gli doveva Stefano Monzani, sindaco di Roncello dal 1999 al 2009, il quale voleva fare il compromesso per due immobili a Trezzano Rosa. “Da intercettazioni e da un documento sequestrato nell'ufficio bolognese dell'avvocato Loreno Magni – riferisce il maresciallo della Gdf - per garantirsi il credito dalle banche Stefano Monzani voleva costituire e farsi nominare amministratore di società estere
A domanda aggiunge “che Monzani è riferibile a Erica Group immobiliare”, società cancellata di cui l'avvocato Magni si occupava, tanto che – come aveva riferito il legale in una precedente udienza - alla chiusura dell'attività aveva convinto i Vivacqua ad assumere alla FV Metalli con funzioni di segretaria la signora Belotti.
In questo momento voglio contanti, no immobili”, dice Vivacqua in una intercettazione.
Durante le indagini, precisa Martella, abbiamo scoperto che “Monzani , con la moglie, aveva quote in società inglesi”.

Processo difficile quello dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

Dei cinque imputati, in quattro udienze, abbiamo sentito soltanto la voce di Diego Barba, l'aspirante investigatore privato che per la Procura avrebbe allacciato una liaison con Germania Biondo ex moglie del rotamat siciliano salito al nord e stabilitosi in Brianza.

Dal gabbio Diego Barba ha chiesto la parola per precisare che lui della società Vibi srl, nel 2003, era sì uno dei soci con capitale di 12.500 euro “soltanto perché il signor Paolo Vivacqua, di cui ero amico d'infanzia, mi aveva chiesto la cortesia di mettermi nella società visto che necessitavano nove soci e ne mancava uno. Io allora ho detto: costituisco la società e mi fai socio, dopo un paio di mesi mi tolgo. E così è stato. Per i Vivacqua mi sono soltanto occupato dell’installazione nei loro immobili di impianti elettrici e telecamere”.

Dagli atti dei processi, quello di Milano per le società cartiere e le false fatturazioni e questo di Monza sull'omicidio, emerge un Paolo Vivacqua non in attrito con i figli Antonio e Gaetano, bensì un padre ben contento di vedere che il primogenito, Antonio, aveva deciso di seguire le sue orme (vedi Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti) costruendo sui terreni agricoli seminativi alle spalle del capannone della FV Metalli di Gessate acquistati dalla Gestim srl un impianto tecnologicamente all'avanguardia in grado di sfornare energie alternative: il pirodistilgasogeno invenzione dell'ingegnere Domenico Tanfoglio titolare della bresciana Piromak srl.

Padre e figlio s'erano infatti ritrovati alla Fiera di Rimini per “Ecomondo” l'11 novembre 2011, tre giorni prima che Paolo venisse ucciso.

Per trasferire i terreni agricoli seminativi di Gessate Antonio Vivacqua aveva costituito in Svizzera la Jet Web che doveva poi, in un secondo momento, cedere capitale e immobili ad una società ad hoc negli Stati Uniti.

Si torna anche a parlare dei debiti di Domenico Zema – il 1. dicembre sarà teste in aula – che ammonano a 250mila euro; alle telefonate di corteggiamento di uno spasimante, cinese, di Germania Biondo che chiama usando però usando un cellulare con carta sim intestata ad un pachistano.
E poi, quando un carabiniere in servizio al Comando di Monza sfila come ultimo teste s'assiste ad una girandola di sim estere infilate e sfilate nei cellulari in uso alla intera famiglia Mihalache.

Sim di operatori spagnoli, moldavi, rumeni, svizzeri, ukraini.

Usate da Lavinia, da Carmi, da Eduard.
Spunta tal Roberto Santambrogio, amante o ex di Lavinia.

L'uomo dell'Arma, sollecitato dai legali degli impurati, riferisce “non si sa dov'erano i Mihalache nei giorni prima e dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua”. Ci sono i tabulati ma è come leggere un libro in cirillico senza conoscere la lingua. Il teste è bersagliato da domande che però non hanno risposte esaurienti. Il militare dell'Arma sciorina una sequenza di fatti riferiti da fonti confidenziali, ovviamente anonime, che tali restano.

Subito dopo l'omicidio, dice, sono stati “attenzionati” Salvatore Quartararo, Domenico Zema, Robertone (a processo a Milano con Giuseppe Pensabene ed altre 40 persone per la banca fantasma di Seveso– ndr).
Subito dopo l'omicidio di Vivacqua viene intercettato Diego Barba in quanto “aveva contattato i figli di Vivacqua per poter partecipare al funerale”.

Sostanzialmente – racconta il carabiniere – al Barba, che in estate a Campobello era stato picchiato da Antonio e Gaetano, era stato concesso il benestare alla patecipazione ai funerali di Paolo”.
..Motivo di questa richiesta del Barba sembrerebbe....”.

L'avvocato Cacciuttolo lo stoppa. Il presidente dice: “Opponetevi”.

Il teste continua: “Barba non aveva fatto denuncia per l'aggressione subìta dai fratelli Vivacqua e per questo aveva chiesto di poter partecipare ai funerali”.

Perquisizioni dei carabinieri a Campobello?”, chiede l'accusa.
L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba si oppone. Il presidente Rossato, spazientito: “Opponetevi e basta, non può essere un processo cumulativo!”. E subito aggiunge: “Scusate lo sfogo”.

Otto ore d'udienza filate. Pesantissima. La prossima il 1. dicembre. In aula dalle ore 9.

 

Monza - Paolo Vivacqua mandante di un omicidio? La testimonianza del colonello della Gdf Marco Selmi

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua era soggetto in contatto con gruppi malavitosi della Stidda. E nei primi dieci giorni di maggio del 2011 aveva ospitato un intermediario che avrebbe dovuto uccidere qualcuno”, racconta il colonello Marco Selmi comandante della Guardia di finanza a Sondrio dal marzo 2008 al luglio 2011 deponendo in qualità di teste al processo in Corte d'Assise di Monza per l'omicidio di Paolo Vivacqua, il rotamat ucciso a Desio il 14 novembre di tre anni fa.

Non sapevamo dove abitava l'obiettivo, sapevamo però che Vivacqua stava ospitando questo intermediario e il luogo dove custodiva la documentazione della sua attività criminale. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornato in Sicilia per uccidere qualcuno”.


Nel 2010 avevamo avviato un'attività di indagine territoriale nella provincia di Sondrio su alcune società impegnate nel commercio di metalli ferrosi – spiega -. Da un soggetto che qualche anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato dal Tribunale di Lecco all'ergastolo nel 1992 - ndr) venimmo a sapere di gruppi criminali che operavano nel settore dei metalli ferrosi. L'attività informativa ci portò ad individuare un capannone di Piantedo della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo, dei figli Gaetano e Antonio Vivacqua e di Vincenzo Infantino. Da intercettazioni risultò che i contatti criminali erano anche con Massimo Ciancimino, con soggetti in Svizzera e in Slovenia”. Aggiunge: “Risalimmo al prestanome dei Vivacqua a cui era intestato il conto in una banca Svizzera, ad una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto contenere 80mila euro e chi ne possedeva la chiave; ad auto con doppio fondo che servivano per trasportare il denaro contante, alle false fatturazione, agli appoggi che il gruppo aveva in uffici postali, del ruolo di società come la FV Metalli e la D&G Trasporti, nominativi di società clienti che emettevano false fatturazioni; del luogo in cui era custodita la documentazione dell'illecita attività dei Vivacqua. Per non disperdere i dati raccolti informammo la Guardia di finanza di Milano e di Monza”.

Premetto – dice - che l'attività informativa è diversa dall'attività d'indagine. E' come un cane da caccia che fiuta la preda che poi il padrone raccoglie. Cominciammo a capire che la rete stava dando buone informazioni ed infatti trovammo una cassetta di sicurezza con 75mila euro, le auto a doppio fondo, i movimenti di denaro e così segnalammo i risultati ai reparti competenti della Procura di Milano anche perchè avemmo contezza che il gruppo dei Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia”.

Sollecitato dal pubblico ministero Donata Costa che chiede: “Non ha fatto attività delegata in questa inchiesta, può rivelarci le sue fonti?”, il colonello Selmi risponde: “Negativo. Io ho passato le informazioni, ho trasmesso quanto da me raccolto agli organi operativi e alla dottoressa Albertini della Procura di Milano che mi chiamò. Mi chiesero quali erano le mie fonti. Non successe niente. Poi Paolo Vivacqua venne ucciso. La dottoressa Albertini, dopo aver verificato, mi chiese espressamente di fare attività delegata. Dissi, va bene. Nel frattempo però altri reparti della Guardia di finanza e dei carabinieri stavano lavorando in quanto alla mia prima informativa ne avevo aggiunte altre sulle tangenti plurime relative a terreni agricoli (a Carate Brianza – ndr) che avrebbero dovuto diventare edificabili. E quindi non accettai”.

Con una informativa datata 22 giugno 2012 mi viene detta una certa situazione che per quanto riguarda l'omicidio di Paolo Vivacqua ha questa sequenza – continua il colonello Selmi all'epoca trasferito dal comando di Sondrio a quello di Lodi, che chiede al presidente Alessandro Rossato di poter consultare gli appunti sul suo tablet -: Carmi Mihalache, fratello di Lavinia convivente di Vivacqua, è andato nell'ufficio, ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con un altro uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, in Italia da due settimane. Carmi era venuto dalla Romania e, l'altro dalla Spagna in macchina che era stata messa (rispetto all'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio – ndr) in un luogo appartato. I due erano arrivati su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo in quanto il figlio non sarebbe stato figlio di Paolo ma di un'altra persona”.

Avevamo appreso che Elena Pricop era una vecchia amica di Paolo e che l'aveva conosciuta in un ristorante. La Pricop avrebbe fatto da baby sitter al figlio della Lavinia e minacciato lei di dire a Paolo che il figlio Nicolas non era figlio suo. Proprio per effetto di questa minaccia Lavinia avrebbe tentato di investire la Pricop per cui Lavinia aveva anticipato a Paolo qualcosa di edulcorato per rabbonirlo. Paolo sarebbe andato dalla Pricop dando a lei dei soldi. E però apprese che Nicolas non era suo figlio. A questo punto nasce il desiderio dei fratelli di Lavinia di entrare in possesso dei soldi che erano nel box”.

A domanda del presidente se era lui l'estensore della notizia la risposta è: “Io non ho fatto questa notizia, vedete voi”.

Domanda del pubblico ministero: “Visto che non ha fatto attività delegata, ci può dire in quale ambito è stata preparata?”. “Negativo. Io ho passato l'informazione al colonnello ....(incomprensibile -ndr)”.

L'avvocato Monica Sala, difensore di Antonio Radaelli, domanda se nelle informative compariva il nome del presunto killer siciliano che Paolo Vivacqua voleva assoldare.

Risposta: “L'ho detto al magistrato. Andate a fare indagini”.

Paolo Vivacqua voleva assoldare il killer in Sicilia?”, insiste il legale.
E' evidente come le cose sono state trattate. C'era una indagine della Procura Generale di Milano, io potevo informare, le informazioni sono arrivate. Bisogna vedere nel fascicolo della Procura di Milano”.

Il teste colonello Marco Selmi viene congedato, saluta ed esce dall'aula. Anche Daria Pesce, avvocato di parte civile per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua che ha seguito il processo relativo alle false fatturazioni, si scusa e chiede di uscire.
Di quanto ha appena raccontato il teste Selmi – commenta - non c'è traccia nei fascicoli del processo che si è celebrato a Milano”.

 

Monza - Delitto Vivacqua. La vittima aveva un patrimonio di oltre 21 milioni

di Federico Berni da il Corriere della sera

MONZA Una ricchezza stimata in «oltre 21 milioni di euro» tra immobili, società e disponibilità finanziarie. Faceva gola a molti, il denaro di Palo Vivacqua, ammazzato in ufficio a Desio nel novembre di 3 anni fa: il suo patrimonio personale è stato ricostruito, ieri, da un maresciallo della Guardia di Finanza, durante l’udienza del processo contro 5 persone accusate di omicidio, a partire dall’ex moglie e dall’amante di lei nel ruolo presunti mandanti. La vittima era l’uomo dei prelievi settimanali di contanti. Due, trecentomila euro per volta in banche e uffici postali. Soldi che Vivacqua voleva nascondere al fisco, visto che, a far da contraltare a questo «tesoretto», c’era qualcosa come 88 milioni di euro di richieste da parte dell’erario. Vivacqua, infatti, aveva sì costruito la sua fortuna partendo da una piccola impresa di recupero di rottami ferrosi, ma anche attraverso «una frode fiscale da 408 milioni di fatture per operazioni inesistenti», come ha ricordato il teste, riferendosi ad un’indagine della Procura di Milano che ha coinvolto anche i figli. La Procura contesta il movente economico. All’inizio le indagini avevano seguito a pista della ‘ndrangheta e della mafia, ma senza esiti.

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