Lombardia

Rete Rifiuti Zero Lombardia: “auspichiamo che alle dichiarazioni di principio seguano fatti concreti”

In questi giorni abbiamo appreso dalla stampa che il “Protocollo Italcementi” sul quale erano impegnati alcuni Sindaci di comuni limitrofi a quello ove ha sede lo Stabilimento (oltre al Sindaco del comune ospitante l’impianto), è stato definitivamente abbandonato.
Il nulla di fatto segue i clamori propagandistici che annunciavano, già nello scorso mese di gennaio, la firma di un’intesa che avrebbe dovuto sancire (dopo l’accordo del 2012, lasciato colpevolmente inapplicato da quegli stessi Sindaci che ora stavano discutendo il nuovo Protocollo) un nuovo punto di equilibrio tra le esigenze della Società Italcementi e quelle delle amministrazioni sottoscrittrici. Quanto poi le esigenze di queste ultime coincidessero con gli interessi reali delle popolazioni residenti era tutto da dimostrare.
Il fallimento di una trattativa dovrebbe interrogare sempre le parti in gioco, sia sulle responsabilità politiche e formali, sia sulle inadeguatezze metodologiche e le criticità di merito. Ciò soprattutto quando a essere oggetto di trattativa erano (e restano) interessi fondamentali e difficilmente assoggettabili a mediazioni/compensazioni quali l’ambientee la salute ad esso connessa.
L’esito inconcludente della trattativa porta con sé i limiti di una discussione che si è svolta tutta nelle “segrete stanze”, avendo cura di tenere ben lontana la popolazione da qualsivoglia forma di coinvolgimento, sia esso informativo che decisionale.
Ci chiediamo, vista la qualità della documentazione che i Comitati di Cittadini avevano prodotto – e messo adisposizione di tutti - con l’ausilio dei migliori esperti nazionali del settore (Chimici, Medici, Professori esperti in analisi epidemiologiche, ecc.) perché tale documentazione sia stata snobbata dai volenterosi Sindaci che negoziavano con Italcementi.
A chi continua a fare paura questa documentazione?
Forse sconcertano i numeri, drammatici, che ci dicono dell’incremento della mortalità e della morbilità nei territori dove si respira aria inquinata dall’incenerimento di rifiuti e/o da rifiuti utilizzati come combustibili?
Certamente i dati che emergono da approfonditi studi fatti in prossimità di siti produttivi assimilabili, per analogia, al cementificio di Calusco d’Adda, spaventano chiunque li voglia leggere con obbiettività e senza lenti mediate da altri fini che non siano l’interesse generale dei cittadini.
Oggi, quelle preoccupazioni, che ancora tengono viva l’attenzione dei Comitati, sono state fatte proprie dal Consiglio Provinciale di Bergamo (rammentiamo che la Provincia è l’ente valutatore della richiesta presentata dalla Italcementi) che in un Ordine del Giorno approvato lo scorso 22 marzo dal titolo programmatico ”Indirizzi del Consiglio Provinciale in merito all’impatto ambientale dello stabilimento Italcementi di Calusco d’Adda” cita in più passaggi le legittime preoccupazioni dei cittadini per la loro salute e la necessità che gli enti valutatori si dotino di tutte le analisi e gli studi, anche epidemiologici, utili ad avere un quadro certo dello stato ambiente/salute del nostro territorio tale da poter orientare decisioni consapevoli perché  supportate scientificamente.
Obiettivo di tutti dare piena applicazione a quell’art.32 della Costituzione, troppo spesso, diciamo noi, disapplicato e/o asservito a interessi imprenditoriali in totale spregio della salute pubblica.
Osserveremo come sempre con molta attenzione se alle dichiarazioni di principio seguiranno fatti concreti.
In ultimo rileviamo che, parallelamente alla presa d’atto del fallimento del tavolo Sindaci/ Italcementi, un numero sempre maggiori di Sindaci sta deliberando, all’interno delle proprie Giunte, soluzioni del tutto opposte a quelle che siprofilavano nel citato protocollo: si decide cioè di concentrare l’attenzione su un serio studio epidemiologico(analisi georeferenziata caso controllo), stanziando per questo anche risorse nel bilancio. Fortunatamente ciò accade anche superando gli steccati politici tra maggioranze e minoranze, dato che il fine ultimo è la salute dei cittadini.
L’ipotesi sulla quale si sta lavorando sembrerebbe voler subordinare ogni decisione circa la richiesta presentata da Italcementi e oggetto di valutazione in sede Provinciale all’esito della suddetta analisi epidemiologica.
Questa sembra l’unica posizione di buon senso vista la drammatica situazione ambientale in cui versa l’Isola bergamasca e i limitrofi territori di Monza/Brianza e meratese.
Tutto ciò è quanto i Comitati di Cittadini stanno chiedendo da oltre un anno ad ogni livello (politico/amministrativo, di Enti di controllo) e al quale non intendono rinunciare.
I soggetti preposti – direttamente e/o indirettamente - alla valutazione della richiesta Italcementi (Provincia, Ats, Osservatori vari, ecc.) dovranno oggi tenere conto non già di generici contenuti di Protocollo (inesistente) ma di una ritrovata coscienza e consapevolezza del problema, da parte di tante cittadine e cittadini che, con i loro Sindaci, chiedono rispetto e attenzione al fondamentale dritto di vivere in un ambiente più salubre e sicuro.
 
Comitato La Nostra Aria, Comitato Aria Pulita Centro Adda, Rete Rifiuti Zero Lombardia

Pedemontana: M5S presenta mozione per fermare l'opera

PEDEMONTANA: M5S PRESENTA MOZIONE PER FERMARE L’OPERA FALLIMENTARE. 
Roma, 26 febbraio 2016 – “Dopo aver incontrato meno di un mese fa il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio, dopo aver ripetuto sino allo sfinimento quanto sia un fallimento quest’opera, il M5S ha presentato oggi alla Camera una mozione che impegna il Governo a fermare Pedemontana Lombarda lì dove è ora.” A dirlo, il deputato Davide Tripiedi, primo firmatario dell’ennesimo atto parlamentare presentato dai 5 Stelle contro l’inutile autostrada. Pedemontana Lombarda, che da progetto risulta essere l’autostrada più costosa d’Italia con i suoi più di 5 miliardi di euro di costo totale, ha già terminato i fondi pubblici per la sua realizzazione con le tratte A, B1 e le tangenziali di Como e Varese, già aperte al pubblico. Allo stato attuale, non è ancora stato realizzato più della metà del tracciato complessivo. E mancano più di 3 miliardi di euro per terminare i lavori. Visti i costi proibitivi per gli utenti (20 centesimi al chilometro, il pedaggio più caro d’Italia), le tratte già aperte sono largamente sottoutilizzate. Anche per questo motivo, né i privati né il pubblico che hanno investito su quest’opera faraonica, hanno intenzione di spendere più un centesimo per proseguire i lavori. “La nostra linea politica non è mai cambiata nei confronti di un’opera che abbiamo criticato da prima ancora che nascesse. – precisa il deputato pentastellato – In questa mozione ribadiamo quanto presentato dal nostro gruppo politico nei numerosi atti depositati in tutte le sedi opportune.” I 5 Stelle, chiedono al Governo che non venga destinato più alcun soldo pubblico per la realizzazione di Pedemontana Lombarda, comprese eventuali defiscalizzazioni. Inoltre, per la sua comprovata inutilità, insostenibilità economica ed ambientale e per le numerose indagini aperte nei confronti di chi ha gestito i lavori, che venga esclusa dalla lista della quale fa parte, delle opere infrastrutturali considerate strategiche per il paese. E ancora, nel caso si verificasse la presenza di diossina nei terreni della non ancora realizzata tratta B2, che venga bloccato immediatamente e definitivamente il proseguimento dell’autostrada e, per le tratte esistenti, che vengano completate le opere di compensazione promesse. “Abbiamo inoltre chiesto che il Governo si prenda l’impegno di sanzionare chi commette errori sugli studi di settore riguardanti i reali benefici tra costi e ricavi delle grandi opere. I cittadini devono smettere, una volta per tutte, di pagare per errori commessi da altri!” – dichiara Tripiedi – “In ultimo, lo stesso Governo deve impegnarsi ad incentivare il trasporto pubblico locale. Viaggeremmo tutti meglio, si creerebbero più posti di lavoro e non si continuerebbero a devastare inutilmente i territori del nostro paese e le nostre finanze.” In questa mozione contro Pedemontana, hanno posto la firma praticamente tutti i deputati del M5S alla Camera. “E’ l’ennesimo segnale di unità di gruppo che lanciamo contro le fallimentari scelte sulla politica viabilistica portate avanti dalle istituzioni che si sono succedute nel corso degli anni e che trovano continuità in quelle attuali che proseguono con il voler realizzare quest’opera del tutto inutile.”

'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

Corruzione e turbativa d’asta nella sanità lombarda. L’urgenza di vere Riforme in materia di appalti, diritto societario e dirigenza delle amministrazioni pubbliche

di Anna Migliaccio Responsabile Enti Locali Partito comunista d’Italia – Lombardia 

E’ di questi giorni l’ultimo grave scandalo che getta discredito sull’amministrazione regionale della Lombardia e il suo governatore leghista Roberto Maroni. Altro che eccellenza! Altro che ramazze padane! 21 misure cautelari e numerosi indagati che scoperchiano un sistema corruttivo complesso e articolato dove, se da un lato i reati contestati nella lunghissima Ordinanza del GIP del Tribunale di Monza (197 pagine di documenti,intercettazioni ambientali, minuziose ricostruzioni di relazioni personali e favori) sono quelli di corruzione e turbata libertà degli incanti di cui all’articolo 353 codice penale, dall’altro una lettura attenta degli atti della magistratura merita una serie di riflessioni politiche. 

La prima riflessione politica riguarda il mito della concorrenza tra imprese nell’economia liberale. Un mito, una favola. Il sistema economico italiano appare sempre più caratterizzato da monopoli e poteri familistico amorali. 
Questi poteri finanziano la politica. Sono in grado di esprimere una classe politica ad essi funzionale. Asservita. 

Leggiamo nell’ordinanza del GIP a proposito della principale accusata, l’imprenditrice monzese dell’odontoiatria, che da …una breve analisi sulla rete delle società gestite o comunque facenti capo a Canegrati Paola, alcune delle quali strumentali alla commissione dei reati per cui si procede, nonché sul ragguardevole numero di appalti dalla stessa vinti negli ultimi dieci anni, tali da avere determinato una sorta di monopolio nella gestione dei servizi di odontoiatria nelle aziende ospedaliere lombarde, con tentativi di ramificazione anche in altre regioni italiane. 

Un regime di monopolio, dunque e non di competizione o di sana concorrenza tra Imprese aventi pari opportunità al nastro di partenza, come vorrebbero i principi della nostra Costituzione, principi che i padri costituenti vollero liberali, ma non del tutto liberisti. 

Come si costituisce e si consolida questo monopolio? 
Non è un processo economico. Non è qualcosa di intrinseco ai processi produttivi, ma è piuttosto un fenomeno che li precede e li determina. Attraverso un sistema di relazioni, amicizie, personali, politiche ed economiche, tali per cui una classe sociale di imprenditori, una borghesia, dispone al proprio servizio di una classe di politici dei quali finanzia l’elezione, e di una classe di boiardi (dirigenti pubblici) reclutati attraverso il sistema della nomina politica.  
Questo è il quadro che emerge dagli scandali lombardi e non tutto ciò che viene fotografato è reato. Non tutto è rimediabile con mezzi giudiziari. 

Nella fattispecie lo scandalo emerso a carico di Fabio Rizzi, considerato “braccio destro” del governatore lombardo Maroni,  ci parla di un monopolio sui servizi odontoiatrici, privatizzati prima, e consegnati nelle mani di un unico soggetto imprenditoriale poi. 
Ci sono dei reati. Il magistrato è in grado di procedere quando individua reati. In questo caso il reato (turbativa d’asta) si consuma quando un gruppo di funzionari e dirigenti preposti alle gare d’appalto delle aziende ospedaliere riesce a pilotare i predetti appalti dalla stesura del bando all’aggiudicazione in modo da favorire un solo ed esclusivo soggetto imprenditoriale,  in cambio di utilità e favori per sé e propri familiari. 
Si parla anche di soci occulti. Nei fatti di una sostanziale identificazione tra i diversi soggetti in campo.
Il nostro sistema normativo, pur con tutte le sue storture, chiama ancora queste condotte con i nomi di corruzione e turbativa d’asta e li configura come reati, ovvero come fatti che ledono principi costituzionali come la libertà d’impresa e la concorrenza. 

Da una lettura attenta dell’ordinanza del GIP emergono anche altre ipotesi di reato, forse più gravi, come il riciclaggio e le tangenti. 
La turbativa d’asta è così descritta dal Magistrato: A convincere della presenza della fattispecie di cui all’art. 353 c.p. è sufficiente qui rilevare come costituisca collusione l’accordo tra il soggetto pubblico preposto alla gara ed il privato favorito, accordo consistito nel porre nel bando un più che oneroso obbligo che, in concreto, sarebbe gravato solo su un aggiudicatario diverso da quello che stia già svolgendo il servizio. Tale situazione è assolutamente idonea (e lo è stata in concreto) a turbare la gara, allontanando e rendendo non conveniente ad altri potenziali aspiranti il  partecipare alla stessa.

Questo è un reato e per i reati è sufficiente il braccio della Legge. Che in questo caso si muove, dopo lunghe e faticose indagini, basate, tra le altre cose, oltre che su una testimone, sulle intercettazioni ambientali, strumento d’indagine che alcuni Governi nazionali degli ultimi anni volevano abolire. 

Ma c’è una questione politica a nostro avviso infinitamente più grave, ed è l’alterazione criminosa della rappresentanza politica. Qualcosa che mina le basi della democrazia e della rappresentanza. 
Le campagne elettorali costano, la politica costa. Non esiste più il finanziamento pubblico della politica, principio che la Costituzione repubblicana aveva posto a garanzia di una rappresentanza che non fosse unicamente di censo. Qui vediamo che questo principio è saltato. Che l’imprenditore corruttore è in grado di esprimere una classe politica asservita. Leggiamo, negli atti giudiziari: Le prime elargizioni economiche dell’indagata Canegrati  risultano risalire al pressoché totale (stando alle dichiarazioni di Longo) finanziamento della campagna elettorale di Rizzi in corsa per le elezioni  regionali lombarde: cfr rit 407/2014 prog. 5528: LONGO: ti dico una cosa riservatissima, la campagna elettorale di Fabio l’ha sostanzialmente finanziata al 100% la dott.ssa Canegrati. Della disponibilità, su richiesta di Longo, a finanziare campagne elettorali di colleghi di partito di Rizzi,  si è avuta conferma, del resto, nel corso delle indagini, quando era accertato che l’ indagata aveva effettuato un bonifico di € 10.000,00 a sostegno della campagna elettorale per le elezioni regionali venete, ove era in corsa un politico leghista. La raffinata forma di corruzione posta in essere dall’ imprenditrice consiste, tra le altre, proprio nell’ avere coinvolto Rizzi e Longo in alcune delle sue società quali soci occulti, cosicché il prezzo agli stessi pagato per i costanti favori contrari al loro ufficio deriva automaticamente dagli utili conseguiti grazie alla gestione dei centri che Longo e Rizzi, con il loro intervento, fanno affidare alla socia…
Il sistema monopolistico, garantito da politici e funzionari nominati, agisce anche in modo squisitamente “mafioso” attraverso l’intimidazione e la minaccia nei confronti dei potenziali concorrenti. Leggiamo nell’ordinanza che viene impedito ad un’altra società ogni tentativo di entrare in concorrenza:  e stanno trattando per entrare allo Stomatologico.....io ho chiamato gli svizzeri e gli ho detto "se provate a mettere piede in Lombardia questo è l'unico che fate e lo fate per un anno... perché in Lombardia lavorano i Lombardi!"   
Noi crediamo che il rimedio giudiziario non sia sufficiente e che occorra intervenire sulle norme. Con delle vere Riforme.
E’ noto che le norme in materia di appalti pubblici consentono l’aggiudicazione di una gara anche in presenza di un’unica offerta. E’ noto che il diritto non impedisce (perché mai dovrebbe un sistema iperliberista?) ad un'unica persona fisica di possedere e controllare a diverso titolo un insieme,  anche numeroso,  di società solo apparentemente in concorrenza le une contro le altre. Occorre rivedere le norme in materia di diritto societario, ponendo l’obbligo di rendere pubbliche e intellegibili erga omnes le identità delle persone fisiche cui fanno capo le società. Occorre un immediato intervento di riforma sul sistema degli appalti, che dovrebbe rafforzare il principio di divieto di partecipazione ad una gara di imprese collegate,  e porre nella disponibilità dei funzionari addetti non solo strumenti, ma obblighi di controllo. Una gara con un solo concorrente,  oltre certe fasce di importi, andrebbe invalidata. 
Ad un medesimo imprenditore (a tutte le imprese che hanno a che fare con quella persona fisica) non può essere consentito di avere appalti in più aziende ospedaliere (o pubbliche in genere) della medesima regione. E’ una limitazione della libertà d’impresa? Si, ma sarebbe una norma antimonopolistica. Del resto nel campo degli appalti pubblici una norma di questa natura esiste per i professionisti (persone fisiche). Perché dovrebbe scandalizzare istituirla quando si tratta di imprese?
Va da sé che nella visione politica di chi scrive la sanità dovrebbe essere gestita il più possibile senza l’intervento di imprenditori privati sotto lo stretto ed esclusivo controllo pubblico. 
Ma se si dimostra (e andrebbe dimostrato!) che esistono risparmio ed efficienza, i principi posti poc’anzi dovrebbero incardinare una immediata Riforma delle norme in materia di appalti pubblici. 
Al di là dei reati e dei possibili rimedi non c’è dubbio che la situazione evidenziata nell’ordinanza del GIP pone alcune questioni politiche, come l’urgenza di riformare la possibilità di possedere società in Italia e all’estero. Fatto che certamente un sistema liberale non può vietare. Il sistema tuttavia dovrebbe obbligare le persone fisiche a rendere trasparenti e immediatamente conoscibili tutte le proprietà attraverso banche dati anche di pubblica consultazione. 
Nel sistema vigente la tracciabilità del denaro (segui i soldi!) che sta a fondamento di quel complesso di relazioni basate sulla reciproca utilità, non potrà che avere questa natura: 
Tranquillo che t’ho fatto la società a Dubay – omissis- poi abbiamo il conto corrente a Montecarlo..hai bisogno di un milioncino? Te lo mando a Montecarlo..ti acchiappi la macchina..te ne vai a fare un bel week end ..e ti porti a casa i piccioli – rit 612/14 prog. 1770-.   

Altra questione politica va aperta sui metodi di reclutamento dei dirigenti e dei funzionari pubblici. Ai vertici, soprattutto ai vertici, il sistema ormai consolidato è quello delle nomine politiche. Non può allora sorprendere che il “braccio tecnico burocratico” di un politico al servizio e nella piena disponibilità dell’imprenditore monopolista e corruttore faccia…uso distorto della discrezionalità amministrativa, cioè il procedimento condizionato non già da un percorso di attenta ed imparziale comparazione tra gli interessi in gioco, ma dalla percezione di un indebito compenso affinché venga raggiunto un esito determinato…

Tutto il sistema corruttivo evidenziato in questo come in precedenti scandali, come del pari in altre inchieste, si pensi a Mafia capitale, fa crollare una serie di miti, come quello dell’efficienza del privato e della presunta inefficienza del pubblico. Là dove sono in gioco utilità e profitti è normale aspettarsi che efficienza ed economicità a favore del cittadino non siano i principi cardine. Parla, questa inchiesta di artificiosa induzione dell’utente a scegliere il servizio in solvenza perché più rapido creando artificiosamente liste d’attesa in realtà inesistenti, si aggiunge un altro strumento chiaramente truffaldino che induce il paziente a ricorrere alla prestazione a pagamento nella convinzione che il costo del ticket sanitario sarebbe di poco inferiore. 

Il cardine di ogni democrazia è l’indipendenza, è il contrappeso dei poteri. 
I funzionari devono essere indipendenti dai politici. Dunque non possono essere dei nominati e non possono essere rimossi se politicamente sgraditi.
I politici sono anch’essi dei funzionari, onorari, come li definisce il diritto amministrativo. Pertanto sono incompatibili con la funzione esercitata se la loro professione, se il mestiere con cui si guadagnano da vivere,  in qualche modo è connesso ad attività che hanno a che fare con beni e servizi che vengono acquistati in regime di appalto dalla stessa amministrazione per cui svolgono le funzioni politiche. Basti pensare all’altro caso di arresto eccellente avvenuto non molto tempo addietro: l’ex assessore alla sanità Mantovani. Come non ravvisare un “conflitto di interessi” nel fatto che egli fosse un imprenditore nel settore delle RSA per anziani e disabili?
Ma le norme sul conflitto d’interessi in questo Paese non sono mai state approvate. 

 

Lombardia - Appalto per radioterapia. Manager ai domiciliari

di Giuseppe Guastella da il Corriere della sera

 È decisamente la bestia nera di chi imbroglia l’appalto per la fornitura di un acceleratore lineare all’Istituto dei Tumori di Milano. Dopo aver contribuito nel 2013 a far finire in carcere, e poi condannare a 5 anni in primo grado, Massimo Guarischi, colui che aveva sostituto il facilitatore Pierangelo Daccò nel pagamento delle vacanze dell’allora governatore lombardo Roberto Formigoni, la pratica che allora non era stata chiusa ora manda agli arresti domiciliari per associazione a delinquere e turbativa d’asta quattro manager italiani della azienda svedese Elekta e porta alla scoperta di appalti truccati in mezza Italia.

A dare il via all’inchiesta del pm Giovanni Polizzi è stato un esposto del direttore della struttura di ingegneria clinica dell’Istituto, l’ingegner Roberta Pavesi, che si è resa conto che qualcosa non quadrava nello svolgimento della gara che poi avrebbe portato all’acquisito per 1,9 milioni dell’apparecchiatura per la radioterapia da una concorrente della Elekta, grazie a un accordo tra le due aziende, sostiene il pm. Da questa vicenda le indagini della Gdf di Milano hanno puntato ad analoghe gare, concluse, in corso o anche revocate, all’ospedale Santa Maria di Terni, alla Asl 5 «Spezzino» di La Spezia, al Policlinico San Matteo di Pavia, alla Asl 9 di Grosseto per passare per l’Istituto dei tumori Pascale di Napoli , la Asl di Lecce e l’ospedale «Bianchi Melacrino Morelli» di Reggio Calabria facendo finire tra i gli indagati per turbativa d’asta funzionari e dirigenti che avrebbero aiutato le aziende nelle gare. «La netta impressione è che, esattamente come accade in altri settori, vi sia una sorta di spartizione tra le aziende del settore», scrive il gip Giuseppe Gennari ordinando gli arresti, in un «sistema in cui tutti fanno così» e nel quale i primarie e i pubblici ufficiali non ottengono nulla per sé, ma fanno in modo che gli appalti vengano cuciti su misura per chi poi vincerà le gare.

Lombardia - Sanità, il test che seleziona i dirigenti

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

 E adesso spunta l’ipotesi del test. Così chi aspira a guidare un ospedale potrebbe trovarsi a risolvere quesiti psico-attitudinali e a rispondere a domande aperte, lì seduto davanti al computer in una mega aula, concentrato a mettere la X giusta per dimostrare leadership e autorevolezza. L’obiettivo è, per la prima volta, nominare i manager che devono fare funzionare gli ospedali dove ci curiamo, non in base alla tessera di partito, ma alle reali capacità. Ed è una delle più importanti sfide che il governatore Roberto Maroni, da settembre seduto anche sulla poltrona di assessore alla Sanità, deve affrontare. I vertici ospedalieri scadono a dicembre. In corsa ci sono 700 candidati: e, per selezionare la lista dei migliori 120 all’interno della quale Maroni nominerà i futuri direttori generali, sono al lavoro i tre saggi Gianluca Vago (rettore della Statale), Francesco Longo (docente del Cergas- Bocconi) e Cristina Masella (docente del Politecnico).

La prima riunione per decidere come procedere alla scrematura dei curricula si è svolta lunedì: ma tra i tre saggi gli aggiornamenti via mail sono quotidiani. Entro i primi giorni delle prossima settimana bisogna decidere il da farsi. La scelta è complicata anche perché il tempo a disposizione è poco: la short list, come viene definito in gergo l’elenco con i migliori 120, è da consegnare a Maroni entro il 10 dicembre. Salvo proroghe a sorpresa. Sul metodo di selezione, al momento, sono ancora aperte tutte le strade: valutazione solo in base ai curricula dopo avere stabilito criteri stringenti, colloqui faccia a faccia oppure una prova scritta. Con lo (scarso) tempo a disposizione quella del test è l’ipotesi su cui stanno ragionando di più i tre saggi.

L’idea è di usare il quiz per restringere la rosa a 120 candidati, dopo una prima scrematura eseguita invece in base ai curricula (per scendere da 700 a 250). Il punteggio ottenuto nel test potrebbe, poi, non avere un valore assoluto ma essere abbinato ad altri risultati. È una soluzione adottata dal National Health Services (Servizi Sanitari Nazionali) inglesi. Anche Regioni come il Lazio, la Puglia e la Sicilia hanno già seguito questa strada con buoni risultati. Chi ha studiato questo metodo di selezione, e ne è un forte sostenitore, è Fulvio Moirano, ex direttore dell’Agenas e attuale supermanager della Sanità in Piemonte. La scommessa è riuscire a selezionare i migliori — che non necessariamente sono tutti quelli attualmente in carica — senza buttare l’esperienza accumulata negli anni.

Solo l’ipotesi di una selezione tramite il test psicoattitudinale sta scatenando il panico tra gli attuali vertici ospedalieri. Direttori generali che, visti i budget da gestire e le decisioni quotidiane da prendere, dovrebbero avere i nervi saldi, ma che invece si sono allarmati: «E se non lo passo?», è la domanda-incubo ricorrente. C’è chi è già corso a comprarsi manuali e chi si è messo a studiare le leggi regionali. Sono da nominare otto direttori generali per le Agenzie a tutela della salute che sostituiranno le attuali 15 Asl, 27 per le Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) create al posto degli ospedali e quattro per gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Il ricambio sarà epocale: un terzo dei direttori generali è in uscita forzata per raggiunti limiti di età. E c’è poi chi è sotto inchiesta: sulla scelta di manager inquisiti si apre certamente una questione di opportunità politica. Dalla capacità di mettere le persone migliori al posto giusto dipenderà la buona riuscita della riforma sanitaria approvata lo scorso agosto.

Brianza - Pedemontana. I sindaci: è inutile e divora il suolo

di Marco Mologni da il Corriere della sera

 LOMAZZO Il secondo pezzo di Pedemontana è pronto. Con l’inaugurazione della tratta «B1» — 7,6 chilometri da Lomazzo a Lentate sul Seveso — la Brianza è più vicina a Malpensa. Nessuna festa, però. Tutti i sindaci hanno disertato il taglio del nastro. L’unico amministratore presente con la fascia tricolore, Valeria Benzoni di Lomazzo, ha contestato il progetto, puntando il dito contro «consumo di suolo e il costo dei pedaggi ». Il governatore Maroni ha mostrato sicurezza: «Completeremo Pedemontana al 100%. Nel 2016 via alle le tratte «B2» e «C». E nel 2019 con la tratta «D», arriveremo fino a Brembate».

Parole confermate anche dal presidente di Pedemontana, Massimo Sarni: «Sarà l’autostrada del futuro. La prima in Italia con sistema «free flow». Priva di caselli, taglierà code e inquinamento. E ogni automobilista sarà seguito da un occhio elettronico grazie al web». Regione Lombardia promette riduzioni sui pedaggi per i pendolari. «Gli investitori privati sono in fuga — denuncia il presidente di Legambiente Lombardia Barbara Meggetto —. E i cittadini pagheranno l’autostrada due volte: prima con le tasse e poi con i pedaggi ». «La protesta dei sindaci è tardiva », insorge Gemma Beretta, di «Insieme per uno sviluppo sostenibile».
(m.mo.)

Saverio Ferrari dell'Osservatorio nuove destre: C’é chi pensa a una spedizione punitiva nei miei confronti

Sono stato informato, per la seconda volta in poco tempo, che si sta preparando in ambienti dell’estrema destra milanese un’aggressione nei miei confronti. La fonte è attendibile, più volte ho avuto modo di verificarla. Mi ha anche fatto presente le modalità e il nome dell’organizzatore. L’intenzione sarebbe quella di utilizzare stranieri prezzolati e magari far passare la cosa come una vicenda dai contorni poco chiari. Mi vedo costretto a denunciare il tutto con queste modalità non potendo ovviamente disporre di riscontri oggettivi per una denuncia penale.
Il nome dell’organizzatore e i dei mandanti li consegnerò a più persone di mia fiducia, oltre che al mio avvocato. Nel caso mi succedesse qualcosa sapranno che fare.

Saverio Ferrari

Osservatorio democratico nuove destre

Milano - Opere bloccate dall’Antimafia, stoccata di Rozza a dalla Chiesa: «Le white list non funzionano»

di Maurizio Giannattasio da il Corriere della sera

Un salto di qualità per i bandi del Comune. È quanto chiede il presidente del Comitato Antimafia, Nando dalla Chiesa a Palazzo Marino. Suggerimento accolto dall’assessore Rozza ma con una serie di precisazioni.«Ci piacerebbe molto — dice la Rozza — ma purtroppo siamo tenuti ad applicare le leggi vigenti. Solo con la nuova normativa, se seguirà i consigli di dalla Chiesa, potremo applicare premialità per le aziende. Altrimenti non esiste che ognuno segua le procedure a modo suo». E anche sul prestare maggiore attenzione alla composizione delle commissioni giudicanti, l’assessore mette i puntini sulle i: «Sono regolate dalla legge. Premesso questo ci tengo a dire che abbiamo una delle centrali appaltanti delle opere pubbliche più rigorose e riconosciute a livello nazionale e internazionale. La centrale unica dal 2013 al 2015 ha denunciato alla procura 16 imprese e 84 sono state segnalate all’Anac. Tra il 2014 e il 2015 abbiamo escluso 300 aziende sia per il sospetto di far cartello sia per motivi diversi».

La Rozza propone una soluzione: «La richiesta al Parlamento è che la normativa sia più cogente e salvaguardi la legalità insieme all’operatività dei lavori. Dal Comitato Antimafia mi aspetto che esprima preoccupazione per come il Tar annulla le interdittive, visto che già sono stati presentati 4 ricorsi e qualcuno ha già vinto il primo round e adesso attendiamo il Consiglio di Stato. Mi sono sempre battuta perché le interdittive siano giudicate dal Tribunale penale e non dal Tar.

Lombardia - Il reddito di cittadinanza? No, assegno di emergenza

di Andrea Senesi da il Corriere della sera

Dal reddito di cittadinanza all’assegno di emergenza. L’incontro di ieri tra Roberto Maroni e la delegazione di Forza Italia ha portato a un primo, fragilissimo, compromesso. Un incontro chiarificatore, esultano gli azzurri. Un incontro diventato necessario dopo le baruffe nate intorno alla mancata nomina dell’ex assessore Stefano Maullu al vertice di Pedemontana. Non era però solo una questione di poltrone. La coordinatrice Mariastella Gelmini aveva messo le cose in chiaro: «Noi siamo contrari al reddito di cittadinanza, così come lo ha delineato il presidente Maroni».

Ieri il cambio di rotta. Così almeno lo descrivono i forzisti presenti al vertice. «Il governatore s’è detto d’accordo sulla proposta lanciata da Silvio Berlusconi nell’ultimo comizio qui a Segrate. Un assegno a chi è in gravi difficoltà. Ma non una misura erga omnes, dal sapore assistenzialista». Non solo il sussidio per chi ha perso lavoro. «Avanti con le nostre battaglie chiave», dice Gelmini: «Abolizione dei ticket sanitari e libertà di scelta dei cittadini su dove farsi curare; emergenza casa; lavoro e impresa». In particolare Forza Italia avrebbe chiesto al governatore leghista di accelerare sul taglio dei ticket, «una misura a cui sta lavorando da mesi l’assessore Mario Mantovani». E a proposito: scongiurata, almeno per ora, l’ipotesi circolata negli scorsi giorni di un unico assessorato al Welfare che avrebbe sfilato proprio a Mantovani le deleghe sulla sanità. Il capogruppo azzurro Claudio Pedrazzini è soddisfatto: «Stiamo concordando gli ultimi emendamenti al progetto di legge sulla riforma della sanità. Maroni ha condiviso anche la nostra proposta di approvare velocemente la nuova legge sulla casa che prevederà nuovi criteri di assegnazione nel campo dell’edilizia residenziale pubblica, con priorità per i residenti in Lombardia».

«Brebemi isolata dalle tangenziali Subito raccordi con Est, Tem e A4»

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

«Ma come fa a funzionare un’autostrada che collega due prati?». Paolo Besozzi, 63 anni, ai vertici di Infrastrutture lombarde e di Concessioni autostradali lombarde (Cal), tra i (pochi) manager di fiducia del governatore Roberto Maroni, inizia l’intervista con una domanda a cui in realtà è lui a dovere dare una risposta. Camicia jeans e calzoni color verde (ma non padano, nonostante la fedeltà assoluta alla Lega), ingegnere schietto, Besozzi fa anche di peggio: «La dotazione infrastrutturale nell’area milanese presenta gravi carenze che comportano ridottissime velocità commerciali, incertezza nei tempi di trasferimento ed elevati costi di trasporto che incidono negativamente sull’economia — ammette —. Le aziende sono costrette a organizzare i viaggi di notte per evitare le code. Ed è ben noto che queste infrastrutture insistono sull’area economicamente più sviluppata che traina il Pil italiano. Di qui l’importanza d’intervenire ».

Dal giorno dell’inaugurazione, il 23 luglio 2014, la Brebemi, nata tra mille polemiche per creare un percorso alternativo alla direttrice Milano- Bergamo-Brescia, appare un flop con neppure 20 mila auto al giorno contro le 40 mila stimate inizialmente. «Il traffico della Brebemi è inferiore a quello previsto. Ma è tutta colpa dei collegamenti infrastrutturali mancanti». Un’ammissione che non cambia la sostanza. «Ma la Brebemi è connessa con il sistema autostradale dalla parte di Milano solo a seguito dell’apertura della Tem avvenuta il 16 maggio. Ora le auto sono già aumentate del 20%». Non è il solo problema. «Sempre sul lato di Milano devono essere completate le superstrade che raccordano Tem con la Tangenziale Est. Manca il collegamento sulla Cassanese bis che unisce la Brebemi allo svincolo di Lambrate sulla Est. I lavori devono essere eseguiti in parte dalla Provincia e in parte dalla Milano Serravalle. È previsto il completamento il prossimo anno, i lavori sono in fase di appalto».

La situazione è critica soprattutto sul lato di Brescia. «Qui manca il previsto raccordo Montichiari Ospitaletto, la cosiddetta “corda molle”, ossia il collegamento con l’A4 (Milano-Venezia). Stesso problema a sud per raggiungere l’A21 Piacenza-Brescia». Soluzioni? «Il collegamento autostradale “corda molle” avrebbe dovuto essere realizzato a cura e spese della società Centropadane che gestisce in concessione la Piacenza- Brescia ed i relativi lavori avrebbero dovuto essere conclusi. Così non è stato e oggi la Brebemi sfocia non già su un’altra autostrada bensì su stradine provinciali intasate». Un incubo. «Gli automobilisti devono effettuare faticose gimcane per raggiungere Brescia e l’autostrada Milano-Venezia. Chi arriva da Venezia è ancora più penalizzato: dovrebbe uscire a Brescia centro e avventurarsi fra le stradine provinciali, peraltro in assenza di segnalazioni, per trovare la Brebemi». Insisto: la soluzione? «Il 4 giugno abbiamo approvato in Cal un progetto di raccordo a 4 corsie e la realizzazione di rampe di accesso all’A4, che consenta le manovre in entrata e uscita in direzione Venezia e Milano. La mia speranza è di potere avviare i lavori nel 2016 e aprire al traffico l’interconnessione entro il febbraio 2017».

Non è, però, solo questione di collegamenti: il punto è anche che percorrere un chilometro sulla Brebemi può costare in pedaggio il doppio dell’autostrada normale (15 centesimi contro 7). «I costi sono più alti. Ma il maggior pedaggio — su uguali distanze — è sostanzialmente del 20%. Il problema è che è interesse dei concessionari storici esaltare il maggior costo con confronti non omogenei». Dopo Brebemi e Tem, è l’ora della Pedemontana, per collegare Varese e Como a Bergamo. È un intervento da 4,1 miliardi di euro. Si farà davvero? «Siamo in un momento delicato. L’inchiesta della Procura che ha travolto il ministero delle Infrastrutture sta producendo avversione alle Grandi opere e verso il project financing. Io credo che non siano sbagliati questi strumenti, ma forse il loro uso». Resta il tema della legalità. «È il motivo per cui propongo al ministro Graziano Delrio di sottoscrivere un protocollo di trasparenza in chiave anticorruzione. Bisogna mettere a disposizione di Cal, del ministero Infrastrutture e dell’Anac tutti i contratti delle procedure di gara e/o di selezione dei contraenti. La Pedemontana potrebbe essere l’opera pilota. Noi siamo pronti. Questo protocollo sarebbe ben visto dal mercato internazionale, disponibile a investire, ma solo se viene assicurata la legalità delle procedure».

Lombardia - Strade trappola, ogni settimana muore un ciclista

di Paolo Marelli da il Corriere della sera

MILANO Un bollettino di guerra sulle strade della Lombardia: un ciclista morto ogni settimana (49 nel 2013, ultimo anno di rilevazione completa e certificata), 12 feriti in media ogni giorno (4.549 il totale) e 12 incidenti ogni 24 ore (complessivamente 4.613) in cui è coinvolta una bicicletta. Sono numeri impressionanti quelli del dossier, su dati Istat, messo a punto dal Centro di governo e monitoraggio della sicurezza stradale della Regione, insieme a Éupolis. Numeri che fotografano una situazione di chiara pericolosità e invitano a un triplice appello alla sicurezza. Il primo agli enti locali: servono più piste ciclabili e più zone a traffico limitato. Il secondo ai ciclisti: maggior utilizzo del casco e del giubbetto catarifrangente. Il terzo agli automobilisti: più rispetto verso chi pedala. Nell’analisi dei dati su quattro anni (2010-2013) emerge una mappa da allarme rosso.

In cima alla classifica delle province (a cui si riferiscono i dati del grafico) sugli incidenti in cui sono coinvolti ciclisti ci sono Cremona (18,5%) e Mantova (16,8%), seguite da Monza Brianza (15,4%). Nella graduatoria dei capoluoghi si confermano Cremona e Mantova, dove in un sinistro su quattro (25%) è coinvolta una bici (terza Lodi, 22%). La provincia di Cremona ha anche il primato di vittime(16,4%), e precede Milano (11,9%) e Bergamo (11,4%). Anche se 3,5 milioni di lombardi usano la bici tutti i giorni, le nostre città rimangono delle trappole e le strade extraurbane una giungla d’asfalto: il rapporto fra numero di morti e spostamenti su due ruote è sei volte superiore a quello delle auto; il 90% degli incidenti accade a un incrocio nello scontro con un automezzo e quasi mai per colpa di un ciclista; il 4% dei morti e il 13% dei feriti sono under 19, mentre il 41% delle vittime ha più di 65 anni.

Milano capitale europea del falso

di Paola D'Amico da il Corriere della sera

Il logo «Expo» è già un brand ricercato e sfruttato. Nella Chinatown meneghina la squadra anticontraffazione della polizia locale ha scoperto una vera e propria «centrale» di produzione di marchi Expo contraffatti e pronti per essere abbinati ad ogni genere di prodotto, dalle tazze alle magliette. Il capoluogo lombardo è al primo posto tra le città europee per consumo di prodotti contraffatti e al terzo per lo smercio. Tra Milano e la sua cintura metropolitana si concentrano soprattutto i depositi, maxi stoccaggi di merce. Ma, stando alle recenti indagini, non mancano i luoghi di produzione. Ieri, in commissione consiliare, il vicecommissario della PL Oriano Brianzoli, che coordina le attività di intelligence di ottanta agenti, ha spiegato che «l’attività di chi vende merce contraffatta s’è raffinata e c’è una specializzazione per etnie.

La nuova tendenza dei grossisti è di acquistare non il prodotto finito bensì le sue componenti da assemblare, che per una borsa griffata venduta a 50 euro in nero per strada costano appena 3-4 euro». La contraffazione, ha spiegato l’avvocato Daniela Mainini, presidente della commissione istituita ad hoc da Palazzo Marino nel 2012, è «un fenomeno sottostimato eppure in costante crescita». Pesa per lo 0,35 sul Pil (prodotto interno lordo) nazionale. «E sottrae l’equivalente di 100 mila posti di lavoro regolari alimentando il lavoro nero e lo sfruttamento». A Milano in un anno l’unità anticontraffazione ha sequestrato merce per 200 mila euro. Dal 2011 sono finite a processo 485 persone per attività illecite legate a questo commercio. Ogni giorno, ha aggiunto l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, «vengono sequestrati in media 23 mila pezzi contraffatti. Quattro anni fa abbiamo trovato la città invasa da mercatini che nel fine settimana smerciavano merce contraffatta e uno ad uno li abbiamo chiusi, da Bonola a San Donato ».

Ieri le Commissioni Commercio - Attività produttive - Turismo - Marketing territoriale e Antimafia si sono riunite in seduta congiunta per ascoltare la relazione della presidente Mainini che ha invitato a non abbassare la guardia. «Fino a dieci anni fa il fenomeno della contraffazione riguardava quasi esclusivamente la produzione e il commercio di prodotti e accessori — ha spiegato l’esperta —. Poi ha investito sempre più ambiti merceologici, dai farmaci ai giocattoli, dalla meccanica all’elettron i c a , d a i c o s m e t i c i all’agroalimentare, mettendo a rischio la salute dei consumatori ». Per questo il Comune ha avviato una serie di attività con l’obiettivo di informare la cittadinanza. «Il mercato del falso è un settore economico parallelo, un competitor con il quale le aziende devono confrontarsi, perché chi viola la proprietà intellettuale — ha aggiunto — non paga le tasse e alimenta una lunga catena di illegalità, con conseguenze che impattano sul lavoro oltre che sul piano economico, perché comporta sfruttamento del lavoro nero anche minorile». Le indagini del pool milanese sono andate ben oltre il confine della metropoli. Recente il sequestro di 10 tonnellate di merce a Prato, esito di un’indagine partita da una bancarella di un mercato rionale.

Lombardia - Giungla d’erba sulle strade. Allarme per il rischio incidenti

di Paolo Marelli da il Corriere della sera del 13/05

MILANO È allarme sicurezza sulle strade della Lombardia trasformate in una giungla dalla crescita selvaggia di erba, cespugli e alberi che restringono le carreggiate e riducono la visuale nelle rotatorie, aumentando il pericolo di incidenti. Com’è accaduto lunedì scorso nel Lodigiano, fra Casalpusterlengo e Codogno, dove un 81enne è morto dopo che con la sua auto si è scontrato frontalmente con un Tir. L’anziano forse, a causa anche dell’erba molto alta ai lati della strada, non si è accorto che dall’altra parte sopraggiungeva il mezzo pesante. Una tragedia che è la punta dell’iceberg dell’abbandono e dell’incuria del verde sia lungo le strade provinciali che comunali. Dopotutto le 12 province della nostra regione, così come buona parte dei 1.531 Comuni lombardi, non hanno più i soldi, complice la spending review e la legge di stabilità, per la manutenzione. Anche se nei Comuni alcune rotonde sono curate dai florovivaisti che le hanno «adottate».

Arterie viarie, svincoli e incroci sono ormai assediati da una vegetazione che, per effetto di una primavera calda e umida, in queste settimane è cresciuta in maniera abnorme. « Ma con un verde malgestito, il rischio di incidenti è in agguato », osserva Giordano Biserni, presidente di Asaps (Associazione sostenitori e amici della Polizia stradale) che dal 1991 è impegnata sul fronte della sicurezza del traffico. Nel mirino delle proteste degli automobilisti ci sono soprattutto i 7.800 chilometri di strade provinciali della Lombardia. Infatti all’emergenza buche esplosa nei mesi scorsi, adesso si aggiunge il caso dell’erba alta e dell’impossibilità delle Province di tagliarla. «Le nostre casse sono vuote. Non ci sono i soldi per la manutenzione né ordinaria né straordinaria — spiega Daniele Bosone, presidente della provincia di Pavia e dell’Upl (Unione province lombarde) —. Purtroppo i nostri enti sono in condizioni economiche disperate. Per la legge di stabilità, le province lombarde nel 2015 devono versare nelle casse statali 205 milioni di euro di gettito fiscale. Invece per evitare il dissesto delle nostre strade occorrerebbe che i soldi delle tasse dei lombardi rimanessero in Lombardia ».

Caso emblematico proprio la provincia Pavia. Spiega il presidente Bosone: «Da 1,5 milioni di euro per la manutenzione del verde degli anni passati si è scesi a zero euro». Con i disagi maggiori registrati sulle strade della Lomellina. Budget in caduta libera anche a Como, Lecco e Sondrio. Crollo a Lodi: da 280 mila euro a 80 mila. A Cremona invece stanziati 130 mila euro. Appalto ancora da assegnare a Mantova. A Monza in soccorso della provincia arrivano i Comuni, come Agrate Brianza. Spiega il vicesindaco Simone Sironi: «Abbiamo proposto di effettuare a nostre spese 3 sfalci in punti critici di provinciali molto trafficate». Il costo? In media non si spendono oltre i 10 centesimi al metro quadro. Mentre prosegue la raccolta firme della campagna #stradesicure per mobilitare il governo a intervenire, le province lanciano un appello alle associazioni di volontariato: «Ci diano una mano per fronteggiare l’emergenza erba alta». Anche perché in primavera ed estate dovrebbe essere tagliata una volta al mese per garantire decoro e sicurezza. Invece, per ora, continua solo a crescere.

Expo, in ferie tra luglio e agosto un terzo di medici e infermieri

di Mario Pappagallo da il Corriere della sera

Un’estate particolare quella di Milano. L’Expo 2015 metterà alla prova sia la sicurezza sia l’immagine nel mondo del nostro servizio sanitario. A parte il personale impegnato con l’Expo, la Milano di luglio e agosto non sarà certo quella estiva a cui siamo abituati: semideserta, con una prevalenza di «chiuso per ferie», irriconoscibile riguardo al traffico. Almeno sulla carta si preannuncia tutt’altra cosa: una città animata, multietnica, con locali e negozi aperti come nei mesi non estivi. Effetto Expo. Con una popolazione dilatata, anche perché la crisi economica ridurrà di certo i vacanzieri nostrani. Mentre i padiglioni dell’evento planetario attireranno curiosi anche da altre parti d’Italia, oltre che dal resto del mondo. Venti milioni i visitatori attesi tra il primo maggio e la fine di ottobre. Venti milioni in sei mesi che, a spanne, si traducono in oltre tre milioni al mese. E, proprio perché coincidenti con il periodo di vacanza, con picchi di presenze in luglio e agosto. Quindi, a parte le possibili emergenze, l’organizzazione sanitaria dovrà fare bella mostra di sé per qualità ed efficienza. Bene il potenziamento (con adeguati finanziamenti) di vari Pronto soccorso, piano feriti predisposto (in caso di eventi disastrosi, quali attentati che si spera non accadranno mai)... E poi? Immaginiamo il personale sanitario (medici, infermieri, tecnici e amministrativi fondamentali per le pratiche estere) tutto «precettato» per tutto il semestre Expo.

Quando tra milanesi e ospiti la popolazione toccherà in media i 5 milioni di abitanti, ben oltre il milione e 400 mila della norma. Invece non vi sono «precettazioni » nell’aria. A luglio e agosto in particolare. Motivo: le ferie, anche le arretrate da smaltire. Le disposizioni per le presenze estive cominciano ad arrivare e non sembrano tener conto dell’Expo. Ricalcano lo standard di un anno qualunque: un 25-30% del personale dovrà usufruire del previsto riposo, con in più l’ormai classico invito a godere dei giorni di ferie arretrati. Il piano sembra prevedere solo un particolare obbligo di reperibilità (ma dipende dove si va in vacanza!) per situazioni estreme. Eppure, al di là di emergenze particolari, sotto pressione sarà la gestione della domanda di assistenza non grave. Tante persone circolanti, più possibilità di eventuali piccoli incidenti, malesseri da caldo- freddo, disturbi respiratori da aria condizionata, il cuore che può sempre giocare brutti scherzi... A parte i Pronto soccorso, i reparti ospedalieri (traumatologie e chirurgie in particolare) rischiano di essere terminali di tanti di questi eventi, che si spera siano limitati. Gli esperti stimano un afflusso del 10% in più nelle strutture sanitarie. Ma un 10% in più rispetto ai picchi invernali o rispetto alle estati tranquille? La domanda è d’obbligo perché c’è il rischio che a luglio e ad agosto a Milano e in Lombardia potrebbe essere operativo un 25-30% in meno del personale sanitario. Almeno questo in base ai primi piani ferie che stanno arrivando ai dirigenti ospedalieri. E allora quel 10% di popolazione in più da affrontare con un 25-30% in meno di personale rischia di tradursi (speriamo di no) in brutta figura. O in disagi per quei soggetti fragili, vedi anziani, che in vacanza non vanno e che potrebbero attendere più del previsto per avere una risposta sanitaria in strutture già impegnate nel prestare attenzione, parlando lingue diverse, a eventuali ospiti Expo bisognosi di cure.

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