Messico

Tribunali pensati per rapinare gli Stati. Multinazionali che trascinano in giudizio gli Stati per imporre la propria legge

di Benoît Bréville e Martine Bulard da Le Monde Diplomatique

SONO BASTATI 31 euro per far partire lancia in resta il gruppo Veolia contro una delle poche vittorie riportate dagli egiziani nella «primavera» del 2011: l’aumento del salario minimo da 400 a 700 lire al mese (da 41 a 72 euro). Una somma giudicata inaccettabile dalla multinazionale, che ha fatto causa all’Egitto, il 25 giugno 2012, davanti al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (Cirdi), della Banca mondiale. Qual è stata la ragione invocata? La «nuova legge sul lavoro» contravverrebbe agli impegni presi nel quadro del partenariato pubblico-privato firmato con la città di Alessandria per lo smaltimento dei rifiuti (1). Il Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (Ttip) che si sta negoziando potrebbe comprendere un dispositivo per permettere alle imprese di citare in giudizio dei paesi – in ogni caso, è quanto auspicano gli Stati uniti e le organizzazioni padronali. Tutti i governi firmatari potrebbero dunque trovarsi esposti alle disavventure egiziane.

Il lucroso filone della risoluzione delle controversie fra investitori e Stati (Rdie) ha già assicurato la fortuna di diverse società private. Per esempio, nel 2004 il gruppo statunitense Cargill ha fatto pagare 90,7 milioni di dollari (66 milioni di euro) al Messico, riconosciuto colpevole di aver introdotto una tassa sulle bibite gassate. Nel 2010, la Tampa Electric ha ottenuto 25 milioni di dollari dal Guatemala sulla base di una legge che pone un tetto alle tariffe elettriche. Più di recente, nel 2012, lo Sri Lanka è stato condannato a versare 60 milioni di dollari alla Deutsche Bank, per via della modifica di un contratto petrolifero (2).

La causa intentata da Veolia, ancora in corso, è stata avviata in nome del trattato sugli investimenti concluso fra la Francia e l’Egitto. Esistono a livello mondiale oltre 3.000 trattati di questo tipo, firmati fra due paesi o compresi negli accordi di libero scambio. Proteggono le società straniere contro ogni decisione pubblica (una legge, un regolamento, una norma) suscettibile di nuocere ai loro investimenti. Gli strumenti e i tribunali nazionali e locali non hanno più diritto di cittadinanza, il potere è trasferito a una corte sovranazionale che trae il proprio potere...dalla perdita di potere degli Stati.

In nome della protezione degli investimenti, ai governi si impone di garantire tre grandi principi: l’eguaglianza di trattamento fra le società straniere e le società nazionali (rendendo impossibile, ad esempio, una preferenza per le imprese locali che difendono l’occupazione); la sicurezza degli investimenti (i poteri pubblici non possono cambiare le condizioni di sfruttamento, espropriare senza compensazione o procedere a una «espropriazione indiretta»); la libertà per l’impresa di trasferire il proprio capitale (una società può uscire dai confini, armi e bagagli, ma uno Stato non può chiederle di andarsene!).

I ricorsi delle multinazionali sono trattati da una delle istanze specializzate: il Cirdi, che arbitra la maggior parte dei casi, la Commissione delle Nazioni unite per il diritto commerciale internazionale (Cnudci), la Corte permanente dell’Aja, alcune camere di commercio, ecc. Gli Stati e le imprese in genere non possono fare appello contro le decisioni prese da queste istanze: a differenza di una corte di giustizia, una corte di arbitraggio non è tenuta a offrire questo diritto. E una schiacciante maggioranza di paesi ha scelto di non inserire negli accordi la possibilità di far appello. Se il trattato transatlantico comprende un dispositivo di Rdie, in ogni caso questi tribunali non rimarranno disoccupati. Ci sono 24.000 filiali di società europee negli Stati uniti e 50.800 succursali statunitensi nel Vecchio continente; ciascuna avrebbe la possibilità di attaccare le misure giudicate pregiudizievoli per i propri interessi.

DA 60 ANNI le società private possono attaccare gli Stati. Ma questa possibilità è stata a lungo poco utilizzata. Sui circa 550 contenziosi di questo genere repertoriati nel mondo dagli anni ’50, l’80% si è verificato fra il 2003 e il 2012 (3). La tipologia abituale (il 57% dei casi) prevede imprese del Nord – i tre quarti dei reclami trattati dal Cirdi vengono da Stati uniti e Unione europea – contro paesi del Sud. Particolarmente presi di mira i governi che vogliono rompere con l’ortodossia economica, come Argentina e Venezuela (si veda la mappa).

Le misure prese da Buenos Aires per far fronte alla crisi del 2001 (controllo dei prezzi, limiti all’uscita di capitali...) sono state sistematicamente denunciate davanti ai tribunali di arbitrato. Eppure, i presidenti Eduardo Duhalde e poi Néstor Kirchner, arrivati al potere dopo sommosse violente, non avevano alcuna mira rivoluzionaria; cercavano semplicemente di affrontare l’urgenza. Ma la multinazionale tedesca Siemens, sospettata di aver foraggiato politici poco scrupolosi, si è rivalsa sul nuovo governo – chiedendogli 200 milioni di dollari – quando quest’ultimo le ha contestato contratti conclusi con il governo precedente. Allo stesso modo, la Saur, filiale di Bouygues, ha protestato contro il blocco dei prezzi del servizio idrico sostenendo che questo «nuoce[va] al valore dell’investimento».

Contro Buenos Aires, negli anni seguiti alla crisi finanziaria (1998-2002) sono stati presentati 40 ricorsi, una decina dei quali ha portato alla vittorie delle imprese, per un ammontare totale di 430 milioni di dollari. E la fonte non è prosciugata: nel febbraio 2011, l’Argentina affrontava ancora 22 cause, 15 delle quali legate alla crisi (4). Da tre anni, l’Egitto si trova sotto tiro da parte degli investitori. Secondo una rivista specializzata (5), nel 2013 il paese è anche diventato primo destinatario dei ricorsi delle multinazionali.

In segno di protesta contro questo sistema, alcuni paesi, come Venezuela, Ecuador e Bolivia, hanno annullato I loro trattati. Il Sudafrica sta pensando di seguire l’esempio, scottata senza dubbio dal lungo processo che l’ha opposta alla compagnia italiana Piero Foresti, Laura De Carli e altri a proposito del Black Economic Empowerment Act. Questa legge, che accordava ai neri un accesso preferenziale alla proprietà delle miniere e delle terre, era ritenuta dal gruppo di italiani contraria all’«uguaglianza di trattamento fra imprese straniere e imprese nazionali (6) ». Strana «uguaglianza di trattamento» questa, rivendicata da proprietari d’impresa italiani mentre i neri sudafricani, che rappresentano l’80% della popolazione, non posseggono che il 18% delle terre e vivono per il 45% sotto la soglia di povertà. Così va il mondo degli investimenti e le sue leggi. Il processo non è arrivato alla conclusione: nel 2010, Pretoria ha accettato di aprire delle concessioni a imprenditori esteri.

Il gioco sembra prevedere sempre gli stessi vincitori e gli stessi perdenti: le multinazionali o ricevono lucrose compensazioni, oppure costringono gli Stati a ridimensionare le loro normative nel quadro di un compromesso, per evitare il processo. Anche la Germania ne ha fatto amara esperienza.

Nel 2009, il gruppo statale svedese Vattenfall fa causa a Berlino, chiedendo 1,4 miliardi di euro perché le nuove esigenze ambientali delle autorità di Amburgo hanno reso «antieconomico» (sic) il suo progetto di centrale a carbone. Il Cirdi accoglie l’esposto e, dopo una lunga battaglia, nel 2011 si firma un «accordo in sede giudiziaria», che produce un «ammorbidimento delle norme». Oggi, Vattenfall ricorre contro la decisione di Angela Merkel di uscire dal nucleare entro il 2022. Non è ancora fissata la cifra del risarcimento richiesto, ma Vattenfall, nel rapporto annuale del 2012, valuta in 1,18 miliardi di euro la perdita dovuta alla decisione tedesca.

Può succedere, ovviamente, che le multinazionali siano sconfitte: sui 244 casi giudicati fino a fine 2012, il 42% ha visto la vittoria degli Stati, il 31% quella degli investitori e il 27% ha portato a un accordo (7). Se perdono, le multinazionali devono rinunciare ai milioni impegnati nel procedimento.

(1) Fanny Rey, «Veolia assigne l’Egypte en justice», Jeune Afrique, Parigi, 11 luglio 2012.
(2) «Table of foreign investor-state cases and claims under Nafta and other US “trade” deals», Public Citizen, Washington, Dc, febbraio 2014; «Recent developments in investor state dispute settlement (Isds)», Conférence des Nations Unies sur le commerce et le développement (Cnuced), New York, maggio 2013.
(3) Shawn Donan, «EU and US pressed to drop dispute-settlement rule from trade deal», Financial Times, Londra, 10 marzo 2014.
(4) Luke Eric Peterson, «Argentina by the number: Where things stand with investment treaty claims arising out of the Argentine financial crisis», Investment Arbitration Reporter, New York, 1 febbraio 2011.
(5) Richard Woolley, «ICSID sees drop in cases in 2013», Global Arbitration Review (Gar), Londra, 4 febbraio 2014.
(6) Andrew Friedman, «Flexible arbitration for the developing world: Piero Foresti and the future of bilateral investment treaties in the global South», Brigham Young University International Law & Management Review, Provo (Utah), vol. 7, n. 37, Maggio 2011.
(7) «Recent developments in investor-state dispute settlement (ISDS)», op. cit.

Lombardia - Droga, lo sbarco dei narcos messicani. Preso il primo corriere a Linate con un chilo e mezzo di cocaina

di Gianni Santucci da il Corriere della sera

Ha provato a recitare la lezione che ogni mulo della cocaina deve imparare a memoria. «Qual è lo scopo del suo viaggio in Italia?», gli hanno chiesto gli investigatori della Guardia di Finanza. «Sono qui per qualche giorno di vacanza ». Risposta sospetta. Sabato pomeriggio, aeroporto di Linate. Nella valigia dell’uomo, 55 anni, i finanzieri scoprono un chilo e mezzo di cocaina. Non è però la quantità di droga a colpire, e neppure lo sbarco di un corriere al Forlanini. In questa storia bisogna concentrarsi sulla provenienza: la cocaina arrivava dal Messico, la portava un corriere messicano, partito da Città del Messico e arrivato a Milano dopo uno scalo a Londra.

Per gli analisti che si occupano di narcotraffico tutto questo determina un allarme. È un segnale chiaro (del quale per ora è impossibile afferrare lo spessore) di un nuovo canale aperto tra l’Italia e lo Stato centroamericano dove operano i più potenti cartelli per la distribuzione di cocaina al mondo e dove la guerra della droga ha provocato oltre 50 mila morti negli ultimi anni. L’uomo arrestato sabato è il primo corriere della coca messicano fermato a Linate e uno dei primissimi in Italia (un altro mulo con quattro chili di cocaina in valigia venne bloccato a Malpensa nel giugno 2009). Il panorama della violenza messicana sembra emergere anche dietro la storia del corriere arrestato dalla Finanza di Linate (guidata da Teresa Gravante), in collaborazione con l’agenzia delle dogane: «Vi prego — ha detto l’uomo agli investigatori—cercate di proteggere la mia famiglia, in Messico ho moglie e figli e ho paura che qualcuno possa vendicarsi su di loro».

I militari hanno allertato le autorità internazionali e le verifiche sono in corso, ma il timore è verosimile. Grandi organizzazioni di trafficanti non si occupano di micro-spedizioni da pochi chili di cocaina. Molto più probabile che il corriere in arrivo da Città del Messico fosse al servizio di una delle «piccole imprese» che non di rado usano la minaccia sui familiari come garanzia che il soldato a cui viene affidato il carico si comporti secondo gli ordini. I muli (così viene chiamato chi trasporta un piccolo carico di droga) ricevono in compenso somme che si aggirano tra imille e i duemila dollari a viaggio e vengono spesso reclutati tra gli abitanti più umili delle campagne e delle città, persone che con quella ricompensa possono aiutare un’intera famiglia. Sono gli stessi trafficanti a preparare la valigia che viene poi affidata al corriere: in questo caso la cocaina era nascosta tra le pareti del bagaglio ed è stata scoperta grazie ai raggi X.
gsantucci@corriere.it


A caccia di nuovi clienti nel mercato europeo
di Guido Olimpo da il Corriere della sera

Igrandi cartelli messicani spediscono la droga «a pacchi». Quelli piccoli— magari formati da una gang a conduzione familiare —si accontentano di trafficare pochi chilogrammi. Più facili da piazzare, meno rischi da prendere. E forse il «mulo» fermato dalla Guardia di Finanza appartiene a quello che potremmo definire il sommerso del narcotraffico. Composto da bande minori che sfruttano la frammentazione di quelle maggiori. La serie di scissioni e faide da un lato inasprisce il conflitto, dall’altro apre dei canali di contrabbando alternativi. Lo si è visto anche al confine tra Usa e Messico: accanto alla filiera industriale che traffica di tutto, c’è chi si arrangia con quantità modeste. A volte lanciando - letteralmente - i mattoncini di droga dall’altra parte del muro.

Deve farlo però con cautela perché i padrini non perdonano. Chi sgarra finisce dentro un bidone sigillato. Oppure accade che qualcuno non possa sottrarsi alla richiesta dei gangster: porta il carico o i tuoi pagheranno. L’altro aspetto da considerare è se nella continua ricerca di clienti per la coca ci siano gruppi criminali che stanno puntando sull’Italia. Segnali sono già emersi in passato ed hanno fatto emergere criminali che usavano lo Yucatan quale punto di partenza e ragazze dalle curve mozzafiato per portare valige di droga nelle nostre città. Un fenomeno già visto in Spagna, la piattaforma strategica per i cartelli in Europa, tanto che il super boss Joaquim Guzman, El Chapo, aveva incaricato suo cugino di fare da coordinatore. E la polvere arriva con spedizioni massicce (navi, aerei, container) o affidata a finti turisti, pedine spendibili di un mercato globale.

twitter @guidoolimpio

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