Europa

“L’Europa, l’Euro… e noi!”

Martedì 17 dicembre ore 21 Sala Consiliare del Comune di BRUGHERIO piazza Cesare Battisti, 1 “L’Europa, l’Euro… e noi!” con ANDREA DI STEFANO Direttore della rivista di finanza, etica ed economia sociale “Valori” e ALESSANDRO BRAGA Giornalista di Radio Popolare

Quiz di capodanno: Quaranta domande sull’Europa

da dirittiglobali.it - Hans Magnus Enzensberger, Frankfurter Allgemeine Sonntagszeit - Traduzione di Andrea Sparacino

Dopo tre anni di interminabili discussioni siete riusciti a capire qualcosa sulla crisi dell’euro? Mettetevi alla prova con il questionario preparato da uno dei più acuti critici dell’Ue.

Una donna intelligente afferma: “Se l’euro fallisce, l’Europa fallisce”. Si tratta di:

1. una minaccia ☐ Sì ☐ No

2. un modo per discolparsi ☐ Sì ☐ No

3. una pura idiozia ☐ Sì ☐ No

4. Avete l’impressione che questo continente esista ancora, nonostante negli ultimi duemila anni siano spariti il talento, il denaro, il fiorino, la lira e il reichsmark? ☐ Si ☐ No

5. Sapete chi ha inventato il termine “euro”, che nessuno aveva mai pronunciato prima della fine del XX secolo? ☐ Sì ☐ No

6. Siete capaci di decifrare acronimi come Bce, Efsf, Mes, Abe ed Fmi? ☐ Sì ☐ No

7. Avete l’impressione che da tempo la maggior parte dei paesi europei non sono più governati da istituzioni democraticamente elette ma da questi acronimi? ☐ Sì ☐ No

8. Avete eletto voi queste organizzazioni? ☐ Sì ☐ No

9. Sono citate nella Costituzione tedesca o in altre costituzioni dell’Unione europea? ☐ Sì ☐ No

10. Vi è stato comunicato negli ultimi anni che non esisteva alternativa alle decisioni di queste istituzioni? ☐ Sì ☐ No

11. È vero che i senzatetto, i tossicomani, i lavoratori pubblici e i pensionati non hanno diritto a un finanziamento, contrariamente ai membri dell’Eurogruppo e ai consigli d’amministrazione delle banche? ☐ Sì ☐ No

12. Queste richieste sono regolarmente soddisfatte?

☐ Sì ☐ No

13. Avete incontrato di recente il termine tecnico “repressione finanziaria”? ☐ Sì ☐ No

Se sì, il termine definisce:

14. Una riduzione delle pensioni? ☐ Sì ☐ No

15. Un aumento degli stipendi? ☐ Sì ☐ No

16. Un alleggerimento del debito? ☐ Sì ☐ No

17. Un prelievo obbligatorio? ☐ Sì ☐ No

18. L’inflazione? ☐ Sì ☐ No

19. Riforme monetarie? ☐ Sì ☐ No

20. Conoscete il nome e l’indirizzo esatti di quei “mercati” che impongono ai salvatori dell’euro cosa fare? ☐ Sì ☐ No

21. Gli agenti della guardia costiera devono assicurarsi che i naviganti in difficoltà non presentino “rischi sistemici” prima di salvarli? ☐ Sì ☐ No

Approvate i seguenti punti di vista?

22. “Il potere è il privilegio di non dover imparare“ (Karl Deutsch, 1912-1993) ☐ Sì ☐ No

23. “Una vita senza consiglio costituzionale sarebbe possibile, ma priva di senso”. (il cane dell’umorista tedesco Loriot) ☐ Sì ☐ No

24. “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. (Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, 1999.) ☐ Sì ☐ No

25. “I politici somigliano a pessimi cavalieri, talmente concentrati sullo sforzo per restare in sella da non saper più riconoscere il percorso da seguire”. (Joseph A. Schumpeter, 1944) ☐ Sì ☐ No

26. La Commissione europea sapeva cosa significava la parola barbara “sussidiarietà”? E se sì, l’ha dimenticato? ☐ Sì ☐ No

Cosa significa l’espressione “alleggerimento quantitativo”?

27. Un esercizio di yoga ☐ Sì ☐ No

28. Un’accelerazione delle macchine stampa-soldi ☐ Sì ☐ No

29. Ha ragione il professore di diritto costituzionale Christoph Gusy di Bielefeld quando dichiara [a proposito della legge che autorizza la conservazione dei dati]: “Se c’è una mangiatoia, i maiali si ammassano”? ☐ Sì ☐ No

30. Riuscite a capire i discorsi deliranti dei salvatori dell’euro o li trovate bellicosi, confusi e a volte ridicoli? Sapete qual’è la differenza tra un meccanismo di stabilità, una leva, un "big bazooka", una grande Berta, un firewall e un piano di salvataggio? ☐ Sì ☐ No

31. Siete ancora fiduciosi, come lo era a suo tempo [il Charlie Chaplin tedesco] Karl Valentin quando diceva: “con un po’ di fortuna, le cose non saranno peggiori di quanto siano già"? ☐ Sì ☐ No

32. Se l’introduzione di una nuova procedura standard non migliorasse l’integrazione europea ma aumentasse le divisioni, e non favorisse la comprensione ma alimentasse l’odio e il risentimento, non vi sembrerebbe giusto abbandonarla anziché insistere a testa bassa? ☐ Sì ☐ No

33. A meno che una tale decisione, che ferirebbe l’orgoglio dei politici responsabili, non sia impensabile? ☐ Sì ☐ No

34. Esiste un’Europa al di fuori delle istituzioni dell’Ue e dei suoi 40.000 funzionari o sono loro gli unici rappresentanti del nostro continente la cui voce conta qualcosa? ☐ Sì ☐ No

35. Tocca a queste persone decidere chi dev’essere considerato “anti-europeo”? ☐ Sì ☐ No

36. Riuscite a capire perché i leader politici europei maltrattino così tanto i trattati di Roma e Maastricht, come se non li avessero mai firmati? ☐ Sì ☐ No

37. Avete l’impressione che autorizzerebbero volentieri referendum e votazioni, sapendo che la minima presa di posizione della popolazione rischia di vanificare i loro sforzi per calmare i “mercati”? ☐ Sì ☐ No

38. La democrazia era un’idea così sbagliata da potervi rinunciare quando necessario? ☐ Sì ☐ No

39. L’esempio della Cina non dimostra che se ne possa fare a meno per diventare una potenza mondiale nell’era della globalizzazione? ☐ Sì ☐ No

40. La messa sotto tutela politica dei cittadini è di conseguenza inevitabile, e il loro sfruttamento economico ne è la logica conseguenza? ☐ Sì ☐ No

L’euroquiz di Hans Magnus Enzensberger figurerà nella prefazione del nuovo libro dell’economista tedesco Joachim Starbatty, Tatort Europa ["Europa, scena del crimine"] che sarà pubblicato a febbraio 2013.

Mario Monti: UN MOVIMENTO CIVICO, POPOLARE, RESPONSABILE

di Mario Monti il 31/12/2012

Le elezioni parlamentari del 2013 decideranno se l’Italia continuerà ad essere una grande nazione al centro della politica europea e internazionale, o se invece il nostro Paese scivolerà verso uno scenario di marginalità e isolamento sulla spinta dei populismi di destra e di sinistra. La scelta riguarderà la nostra capacità di recuperare lo slancio e le energie che abbiamo saputo mostrare nelle fasi migliori della nostra storia recente, o se invece prevarrà la tentazione di un ripiegamento sulle nostre debolezze. Per questo abbiamo deciso di offrire alle italiane e agli italiani la possibilità di dare il proprio voto ad una formazione politica diversa da quelle che hanno animato il ventennio della seconda repubblica, i cui risultati sono oggi di fronte agli occhi di tutti. Un movimento che nasca dall’unione tra l’associazionismo civico, che testimonia della vitalità della società civile, e la politica più responsabile. Un movimento che raccolga il testimone dell’esperienza di governo guidata da Mario Monti, che in soli tredici mesi ha restituito all’Italia credibilità e affidabilità dentro e fuori i confini nazionali, e che intenda proseguirne il lavoro, dopo l’emergenza finanziaria, con la prospettiva di una legislatura e con il consenso di milioni di italiani, verso un obiettivo di crescita sostenibile e di occupazione. Un movimento popolare e riformista che si rivolga a quegli elettori che da tempo sono in cerca di una nuova offerta politica, che sia finalmente capace di innovare i limiti dei vecchi partiti e di realizzare le riforme necessarie a restituire slancio e vitalità ad una grande nazione com’è e come deve rimanere l’Italia. Questo dobbiamo ai giovani e alle future generazioni di italiani.

1. Una scelta europea, una scelta di innovazione

Oggi lo spartiacque fondamentale della politica italiana corre:

- tra coloro che sono convinti che il futuro dell’Italia non può prescindere dal contesto europeo, sul solco della strategia delineata da Mario Monti e condivisa dai principali partner europei per uscire insieme dalla crisi e coloro che sono convinti, al contrario, che la politica europea sia all’origine dei mali italiani;

- tra coloro che intendono cogliere la grande occasione offerta da questa crisi e dalla nuova strategia coordinata a livello europeo per la crescita e l’equità intergenerazionale, al fine di innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei, e coloro che considerano questo progetto velleitario (“l’Italia è diversa”, “in Italia queste cose non si possono fare”), se non addirittura socialmente ed economicamente dannoso. Il nuovo movimento nasce oggi con l’obiettivo fondamentale di ancorare saldamente la politica italiana alla nuova strategia europea e di realizzare sul piano interno le riforme che essa rende indispensabili.

2. Superare i vecchi schemi della politica del Novecento, dando vita a una nuova formazione politica che metta in primo piano le profonde trasformazioni di cui ha bisogno l’Italia

Il vecchio schema politico che contrappone una destra conservatrice o liberista, impegnata a perseguire l’efficienza economica, a una sinistra progressista o statalista, che si illude di conservare l’equità rifiutando il merito e la mobilità sociale, non corrisponde più a ciò che effettivamente accade nella politica italiana. Lo statalismo alligna sia a destra che a sinistra, gli interessi corporativi e le posizioni di rendita cercano protezione tanto a destra quanto a sinistra. Così stando le cose, il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento dell’opinione pubblica ed è una delle cause dell’inconcludenza che caratterizza gravemente la politica italiana. La scelta più rilevante, incisiva e impegnativa che il Paese oggi può – e a nostro avviso deve – compiere è quella pro o contro la profonda trasformazione dell’Italia necessaria per la sua piena integrazione in Europa. Dunque è necessario che su questa scelta, molto incisiva e impegnativa, si concentri correttamente la campagna elettorale che si apre in questi giorni.

3. Perché non possiamo e non vogliamo considerarci né “di centro”, né “moderati”

La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo, non intende collocarsi “al centro” tra una destra e una sinistra ormai superate, bensì costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici, prone ad interessi particolari, a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste. Questa nuova forza politica sarà certamente moderata nei toni; ma non nel programma perseguito, che si caratterizza invece per l’incisività delle riforme che intende realizzare.

4. Il carattere laico e pluralista della nuova formazione, unita dai valori della libertà e dignità della persona

La nuova formazione politica unisce intorno a un programma impegnativo per la crescita del Paese persone di buona volontà, credenti e non credenti, impegnate ciascuna con la propria cultura e competenza specifica a far maturare un più alto livello di etica pubblica condivisa. Laddove, su singole questioni di rilievo etico, si determinassero diversità di valutazione, ci si impegnerà a cercare insieme la soluzione più coerente con i valori della Costituzione, nella comune promozione della dignità della persona, ferma restando la libertà di coscienza.

5. I rapporti con le altre forze politiche

Il nuovo movimento nasce con l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, anche dando una risposta avanzata e convincente al grande numero di elettori che nelle forze politiche in campo nell’ultima legislatura non trovano una risposta che soddisfi il loro desiderio di riscatto del Paese e di ancoraggio sicuro all’Europa. Sia che questo obiettivo venga pienamente raggiunto, sia in caso contrario, cercheremo la convergenza con le forze politiche che adottino una linea d’azione compatibile con la nostra strategia europea, anche allo scopo di fare argine al populismo antieuropeo che sta crescendo in Italia in modo preoccupante.

6. Un nuovo stile nel confronto politico e nella gestione della cosa pubblica

Il nostro impegno a uno stile politico moderato nei toni implica anche il rifiuto di qualsiasi faziosità. Aggiungiamo che, se gli italiani ci affideranno il compito di governare il Paese, ci impegneremo a svolgere questo servizio secondo un modello di comportamento politico-amministrativo rigoroso: perseguiremo – certo – con la massima coerenza il programma proposto, ma nella consapevolezza di agire esclusivamente come gestori della cosa pubblica e non come promotori degli interessi di una parte politica rispetto a quelli di altre parti.

7. Un nuovo impegno della società civile

La nostra democrazia ha bisogno di una politica forte e autorevole, alla quale i cittadini riconoscano dignità e da cui possano attendersi competenza e responsabilità. Ma la politica tornerà a essere forte solo se sarà rinnovata in profondità: scegliendo la trasparenza, assumendosi le proprie responsabilità per ogni insuccesso e aprendosi al più libero contributo della società civile. La società civile deve però rinunciare alla tentazione di restare in tribuna – accontentandosi della critica, della lamentela o della rabbia – per partecipare attivamente. Crediamo che la politica debba tornare ad essere riconoscibile, candidando figure che vivono e lavorano nei territori che aspirano a rappresentare, così come riteniamo fondamentale regolare meticolosamente i conflitti di interesse, che rappresentano la minaccia più grande per ogni società liberale, e potenziare gli strumenti di controllo democratico e i vincoli di verifica sulla qualità e la coerenza del mandato parlamentare che siano anche funzionali al rinnovamento costante del personale politico.

da: http://www.agenda-monti.it/movimento-civico-popolare-responsabile/

MARIO MONTI: “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune”

dal Professor Mario Monti ill 23/12/2012

Cari cittadini

Negli ultimi mesi si è molto parlato di “Agenda Monti”. Non sono stato io a introdurre questo riferimento, ma diverse forze politiche e della società civile che hanno così inteso ispirarsi all’azione del governo, come linea di confine fra le politiche da fare – o da non fare – nei prossimi anni.

Il dibattito che ne è nato è stato incoraggiante. Non solo per il consenso piuttosto ampio che è sembrato emergerne, ma soprattutto perché, per la prima volta dopo tanto tempo, i contenuti e il metodo di governo sono tornati al centro di un dibattito politico altrimenti concentrato quasi esclusivamente su schieramenti e scontri tra personalità.

Incoraggiato da questi segnali, ho lavorato in modo più sistematico. Questo documento allegato, intitolato “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune” è il frutto di questo lavoro ed è presentato come primo contributo per una riflessione aperta. Questa agenda vuole dare un’indicazione di metodo di governo e di alcuni dei principali temi da affrontare. Non è un programma di lavoro dettagliato e non vuole avere carattere esaustivo.

Invito tutti coloro che siano interessati a leggere il documento, a condividerlo e a commentarlo con spirito critico, portando il loro contributo di idee e di proposte.

Mi auguro che le idee contenute nell’agenda possano contribuire ad orientare le forze politiche nel dibattito elettorale dei prossimi mesi e a suscitare energie nuove presenti nella società civile. Sia io che tutti noi riceviamo appelli numerosi e molto diversi di gruppi, organizzazioni, associazioni e singoli che semplicemente dicono che la gente è molto arrabbiata con il mondo della politica, che talora la disgusta, ma vorrebbe potersi avvicinare ad una politica diversa.

A quelle forze che manifestassero un’adesione convinta e credibile, sarei pronto a dare il mio apprezzamento e incoraggiamento e, se richiesto, una guida. Questo è il modo in cui intendo rapportarmi con la fase politica che si apre adesso. Ho voluto dirlo con trasparenza, e, spero, chiarezza. Questa mia presa di posizione ovviamente non coinvolge nessuno dei ministri che con me hanno collaborato e di cui sono orgoglioso. Essi possono avere idee coincidenti, oppure in parte o in tutto divergenti. Mi è sembrato comunque utile dare all’opinione pubblica il quadro delle riflessioni che nascono dall’esperienza del Governo che ho presieduto.

Mario Monti

Cliccando il link qui sotto puoi scaricare "Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, un’agenda per un impegno comune"
http://www.agenda-monti.it/wp-content/uploads/2012/12/UnAgenda-per-un-im...

Euristat - Ue: 115 milioni a rischio povertà. In Italia il 29% dei minori

di  Carlo Caldarini da redattore sociale

Eurostat: il 23% sono persone in età da lavoro e il 20% anziani. Le percentuali (i dati si riferiscono all’anno 2010) sono registrati in Bulgaria (42%), Romania (41%), Lettonia (38%)

ROMA - Secondo i dati resi noti oggi da Eurostat, l’Ufficio statistico della Commissione europea, il 23% della popolazione dell’Ue è “a rischio di povertà o di esclusione sociale”. Più concretamente, questo significa che 115 milioni di persone sono esposte ad almeno uno dei seguenti fattori: rischio di povertà, deprivazione materiale grave, famiglie a bassissima intensità di lavoro. Le percentuali più alte di persone minacciate dalla povertà o dall’esclusione sociale (i dati si riferiscono all’anno 2010) sono stati registrati in Bulgaria (42%), Romania (41%), Lettonia (38%), Lituania (33%) e Ungheria ( 30%). Le più basse in Repubblica Ceca (14%), Svezia e Paesi Bassi (15%) e in Austria, Finlandia e Lussemburgo (17%). In Italia la percentuale di persone a rischio è del 25%. Guardando separatamente ciascuno dei tre elementi che definiscono il rischio di povertà o di esclusione sociale, troviamo che il 16% della popolazione UE è a rischio di povertà dopo aver tenuto conto dei trasferimenti sociali. In altre parole, il loro reddito disponibile è inferiore al 60% del reddito mediano nel loro paese di residenza abituale. Tale rischio è più alto in Lettonia, Romania, Bulgaria e Spagna (21%) e più basso nella Repubblica Ceca (9%), Paesi Bassi (10%), Austria, Slovacchia e Ungheria (12%). In Italia il rischio di povertà riguarda il 18% della popolazione.

Per quanto riguarda invece la condizione di “grave deprivazione materiale”, 8% della popolazione UE hanno una vita “limitata dalla mancanza di risorse”, come ad esempio il fatto di non poter pagare le bollette, riscaldare adeguatamente le proprie case, o prendere una settimana di vacanza. La percentuale di persone in gravi condizioni di privazione materiale varia notevolmente da uno Stato all’altro: dal 1% di Lussemburgo e Svezia fino ad oltre il 30% in Bulgaria e Romania. In Italia questa condizione riguarda il 7% della popolazione. Per quanto riguarda infine l'indicatore di “bassa intensità di lavoro”, il 10% della popolazione UE di età compresa tra 0 a 59 anni vive in famiglie in cui gli adulti utilizzano meno del 20% del loro potenziale di lavoro. Le più alte percentuali di persone che vivono in famiglie con intensità di lavoro molto bassa si trovavano nel Regno Unito e Belgio (entrambi 13%), le più basse in Lussemburgo, Svezia e Repubblica Ceca (6%). In Italia questo problema riguarda il 10% della popolazione.

In questo contesto, i bambini sono più a rischio di povertà o di esclusione sociale rispetto al resto della popolazione. Il 27% della popolazione UE al di sotto dei 18 anni devono infatti far fronte ad almeno una delle tre forme di povertà o di esclusione sociale. In Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale il 29% dei minori, il 25% degli adulti (18-65 anni) e il 20% degli anziani (oltre 65 anni). Soltanto in quattro paesi (Bulgaria, Slovenia, Finlandia e Svezia) la popolazione anziana è esposta più dei minori al rischio di povertà e esclusione sociale.
 

Rapporto Eurostat - I “senza speranza” in Europa sono 8 milioni: uno su tre è italiano

di Rosaria Talarico da La Stampa

L’impietoso quadro del rapporto Eurostat vede l’Italia all’ultimo posto nella Ue

La differenza col nostro paese è data anche dai sussidi a chi si iscrive nelle liste di disoccupati
11,3%" Solo in Italia La percentuale degli italiani che hanno rinunciato a trovarlo
2,7 Milioni di rassegnati Il totale delle persone che in Italia hanno perso la speranza di lavorare
"1,3% Così in Germania Nel paese più virtuoso solo l’1,3 per cento ha smesso di cercare lavoro
3,5% La media nella Ue a 27 La percentuale rispetto al totale della forza lavoro in Europa"
1,1% Gli arresi in Francia Buon risultato anche per la Francia dove solo l’1,1% non lo cerca più
8,3% La percentuale della Bulgaria Coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro,meno che in Italia
In Germania è molto alto il part-time che da noi si traduce spesso in lavoro sommerso

L’esercito degli sfiduciati italiani è il più numeroso d'Europa. Nel nostro Paese il numero di «scoraggiati» (come l'Istat definisce coloro i quali non hanno un lavoro né lo cercano più) è pari alla metà europea. A dirlo è un nuovo rapporto Eurostat. Nell' Europa a 27 ammontano a 8 milioni 250 mila coloro che non cercano un impiego, ma sono disponibili a lavorare (3,5% della forza lavoro). E l'Italia è il Paese con il più alto numero: ne conta ben 2,7 milioni (l'11,1% della forza lavoro). Vuol dire che è italiana quasi una persona su tre senza più speranza di trovare impiego. Se poi si restringe lo sguardo ai soli paesi dell'area euro, il numero di chi è disponibile a lavorare ma non cerca più è di 5,5 milioni e uno su due è italiano.

Tra i Paesi con le percentuali più alte di «senza speranza» ci sono Bulgaria (8,3%) e Lettonia (8,0%). Mentre Stati come Belgio (0,7%), Francia (1,1%) e Germania (1,3%) vantano le quote minime, che evidenziano come, nonostante la crisi, in questi Paesi il mercato del lavoro è ancora in grado di dare speranza a chi è senza occupazione. Prova a dare una spiegazione tecnica l'economista Irene Tinagli: «In molti paesi europei esistono sussidi alla disoccupazione che prevedono che si abbia un ruolo attivo nella ricerca del lavoro e obbligano ad essere iscritti nelle liste. Quindi è fisiologico che le quote siano più basse. In Italia non è così ed anche per questo abbiamo più sfiduciati e meno disoccupati, a differenza della Spagna ad esempio».
Bruno Manghi, sociologo ed ex sindacalista della Cisl, invita invece a considerare come questo sia un effetto della crisi che «morde dove c'è operosità. È scontato che la quota di scoraggiati sia a Catanzaro, meno che sia a Varese o Novara. L'aggressività della crisi si vede proprio dal fatto che tocca i posti dove un tempo le imprese si contendevano i lavoratori».

Manghi invita anche a usare cautela verso «queste fotografie statistiche che sono valide in un dato momento. Quel che non sappiamo è la cronicizzazione. Se chi è scoraggiato resta in questa situazione più di un anno siamo di fronte a un problema sociale molto grave, se invece c'è una rotazione è diverso. Quel che conta nella disoccupazione è la lunga durata». Per Manghi, però, «la condizione materiale tra noi e l'Europa non è così dissimile. In paesi virtuosi come la Germania c'è un numero straordinario di part-time a basso reddito (400 euro al mese) che fa emergere una quota che da noi va invece verso il sommerso. È quella la differenza sostanziale, l'arrangiarsi non regolare».

Sulla stessa linea l'economista Stefano Zamagni: «L'economia sommersa in Italia vale 270 miliardi l'anno, una cifra enorme. Oltre questo problema, bisogna pensare a cambiare il modello di organizzazione delle imprese. Il taylorismo è finito. Oggi non basta più un capo che pensa, ma devono farlo tutti. E ciò è possibile solo se i lavoratori sono trattati come persone e non come merci. Bisogna recuperare la lezione dell'economista inglese Alfred Marshall: «L'impresa deve essere un luogo di formazione del carattere umano».
Per quanto riguarda gli scoraggiati la spiegazione di Zamagni è da economista puro: «Cercare lavoro comporta delle spese, il cosiddetto costo di transazione, che razionalmente si decide di non sostenere più nel momento in cui la probabilità di avere un lavoro è molto bassa».

La crisi sociale europea: 23,5 milioni senza lavoro

di Galapagos da il manifesto

In Italia risale all’8,5%

Sale la disoccupazione: in Italia, ma anche in Europa. A fine ottobre i senza lavoro nella Ue a 27 erano più di 23,5 milioni, con un tasso di disoccupazione salito al 9,8%. Va ancora peggio nella zona euro: 16,294 milioni i senza lavoro e un tasso di disoccupazione del 10,3%. E l’Italia? All’incirca nella media: il tasso di disoccupazione è risalito all’ 8,5%, ma schizza al 29,2% per i giovani. Insomma, uno su tre non lavora. Un dato nettamente superiore a quello (21,4%) dei 17 paesi della zona Ue. Una situazione nera, destinata a peggiorare se saranno confermate le previsioni in base alla quali in tutti paesi europei nel 2012 il Pil rallenterà e addirittura diminuirà in alcuni paesi come Grecia e Italia. L’Europa sempre così attenta alla soluzione dei problemi finanziari e alla stabilità del sistema bancario e dei conti pubblici appare impotente a risolvere, o quantomeno, alleviare, il disagio sociale determinato da una disoccupazione troppo alta. Di più: la riduzione del numero dei lavoratori sta producendo una progressiva contrazione dei redditi e dei consumi provocando una ulteriore contrazione del Pil. Senza contare che sulla crescita si abbattono anche le manovra correttive destinate a riportare ordine nei conti pubblici nazionali.

Ma che ordine può esserci con decine di milioni di persone buttate fuori dal mercato del lavoro? «Anche l'occupazione è in recessione: lo è da tempo, nonostante fosse stato nascosto dalla propaganda del precedente governo», ha commentato i dati Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil. Per l'esponente della Cgil «una parte importante dei cassintegrati non rientra al lavoro e transita nella disoccupazione mentre l'occupazione continua a calare, così come cala il numero di ore lavorate e, allo stesso tempo, le retribuzioni. Qui sta il punto fondamentale da affrontare per scongiurare la recessione economica». La conclusione ovvia è che «il vero problema va cercato nel circolo infernale di lavoro che manca, che peggiora di qualità e di imprese che non producono e quindi creano ulteriore disoccupazione. Un problema che continuerà ad aggravarsi senza una netta inversione di tendenza e a creare ulteriore depressione». Secondo Fammoni, poi, «la realtà richiede tutele straordinarie per il lavoro e interventi per far ripartire la produzione. Misure invece non eque, penalizzanti per il lavoro che da tre anni soffre gli effetti della crisi e che creerebbero ulteriore depressione sarebbero sbagliate e non accettabili. Sono queste le scelte di fondo su cui misurarsi e con cui ogni intervento dovrà confrontarsi. Si tratta di scelte necessarie per non chiudere imprese e non perdere lavoro». Tornando ai dati italiani, secondo l’Istat in ottobre gli occupati erano 22,913 milioni anche se i dati - ancora provvisori - non ci dicono quanti di questi sono atipici e precari. Cioè i lavoratori a tempo determinato o part time.

L’Istat, poi, conferma che c’è stato una lieve flessione dell’occupazione maschile e un aumento di quella femminile. I senza lavoro sono saliti a 2,134 milioni, 53 (il 2,5%) mila in più in un solo mese. Commenta l’istituto di statistica «l’allargamento dell'area della disoccupazione riguarda esclusivamente gli uomini ». Gli inattivi (persone che potrebbero lavorare, ma non lo fanno e non cercano attivamente un lavoro, anche se sarebbero disposte a lavorare) sono poco meno di 15 milioni. Da notare che il tasso di occupazione del 56,9% una percentuale inferiore a quella media europea. Anzi nettamente inferiore per quanto riguarda le donne. Sempre ieri, l’Ista ha comunicato che in novembre i dati preliminari sull’andamento dei prezzi al consumomostrano una diminuzione dello 0,1% rispetto al mese di ottobre e un aumento del 3,3% rispetto a novembre 2010 (era +3,4% a ottobre). L'ultima variazione congiunturale negativa risaliva a settembre 2010 (-0,2%). L'inflazione acquisita per il 2011 si stabilizza al 2,7%. Nell’euro zona, secondo la stima flash diffusa da Eurostat, il tasso di inflazione in novembre è rimasto stabile al 3%, confermando, così, il livello di ottobre.

Europa - Crisi: aumentano suicidi e depressione

da rassegna.it

I dati raccolti dalla European Public Health Association rivelano gli effetti della tempesta economica sulla salute delle persone. In Grecia, Irlanda e Spagna ci sono segnali conclamati. Ma il rischio esiste anche in Italia

Tra i tanti effetti drammatici che la crisi sta producendo sulla vita delle persone ci sono anche quelli che colpiscono la salute e provocano un aumento dei suicidi, della depressione, dei ricoveri in ospedale. Lo dicono in maniera inequivocabile i dati presentati da Walter Ricciardi, presidente dell'European Public Health Association (Eupha) e della terza sezione del Consiglio Superiore di Sanità, in occasione del Convegno Italian Health Policy Brief al quale ha partecipato anche il neo ministro alla sanità Renato Balduzzi.

In Grecia nell'ultimo anno i suicidi sono aumentati del 40%. In Spagna la depressione è cresciuta del 20%. In Irlanda e ancora in Grecia sono diminuite le donazioni di organi. Diminuiscono anche un po' ovunque le visite mediche, mentre aumenta il ricorso al ricovero negli ospedali pubblici. I paesi investiti più pesantemente dal crollo dei mercati finanziari pagano doppio pegno: economico e di salute.

Più in generale sembrano diminuire le abitudini salutari come la prevenzione e la cura di una alimentazione salutare (ricca di frutta e verdura) e si registra già un taglio delle spese sull'alimentazione, sullo sport e sulle cure, in particolare quelle odontoiatriche.

La minore disponibilità economica colpisce infatti la possibilità di fare ricorso alle cure mediche proprio nelle fasi iniziali delle malattie, facendo quella prevenzione che in molti casi si rivela fatale. In Grecia si era già registrata una consistente riduzione del 15% delle visite mediche e un aumento del 25% dei ricoveri (con la conseguenza di un incremento della spesa pubblica).

In Italia, spiega ancora Ricciardi, 'i dati sono ancora non del tutto disponibili' ma nel Rapporto Osservasalute 2009 si riporta, ad esempio, l'aumento della percentuale di pagamenti 'out of pocket' nell'assistenza odontoiatrica.

Parte la commissione anti-mafia dell’Unione europea

da corriere economia

Infiltrazioni negli appalti comunitari

Entro tre mesi l'Europarlamento dovrà istituire una commissione speciale per monitorare l'appropriazione di denaro pubblico e di fondi comunitari in Europa da parte della criminalità organizzata, che ormai opera a livello transnazionale anche attraverso attività economiche e finanziarie apparentemente legali. E' questa una delle iniziative contenute nella relazione, approvata la settimana scorsa nell'aula di Strasburgo a larghissima maggioranza (584 sì, 48 astenuti, 6 contrari), che si propone di bloccare l'avanzata delle entità mafiose negli appalti e nei progetti finanziati dall'Ue. L'Europarlamento invita la Commissione europea ad attivarsi per studiare le norme in grado di consentire la piena tracciabilità dei fondi europei, sia alle istituzioni competenti, sia agli organi d'informazione e ai cittadini. Il rapporto esorta a dedicare particolare attenzione alle amministrazioni locali in quanto «maggiormente esposte a infiltrazioni da parte del crimine organizzato». Alla Commissione viene chiesta specificamente una direttiva che impedisca la partecipazione delle mafie alle gare d'appalto comunitarie e introduca la massima trasparenza sui flussi finanziari collegati ai lavori pubblici e alle relative forniture. Viene poi sollecitata la collaborazione degli Stati membri per contrastare l'accumulazione di patrimoni criminali occultati attraverso reti di prestanomi, fiancheggiatori, istituzioni politiche e gruppi d'interesse.

Partendo dalla stima di 135 miliardi di euro per il volume d’affari attribuito alle attività mafiose in Italia, si può avere un’idea della rilevanza economica del fenomeno nell’intera Ue. «Per la prima volta in Europa si fa esplicito riferimento alle mafie e alla necessità di forme di contrasto specifiche e transnazionali — spiega l'eurodeputato Sonia Alfano dell'Idv, relatrice della relazione e figlia del giornalista Beppe assassinato dalla mafia —. Proponiamo una chiara linea di contrasto: confiscare i beni e i profitti delle organizzazioni criminali». L'eurodeputato Rosario Crocetta del Pd, che vive sotto scorta per la minaccia delle cosche mafiose siciliane, ha sollecitato ad «andare ancora più avanti e in profondità». L’eurodeputato Rita Borsellino del Pd, sorella del magistrato Paolo assassinato da killer mafiosi, ha sottolineato che tutti i principali gruppi politici intendono impegnare l'Europa contro la criminalità organizzata. Il vicepresidente dell'Europarlamento Roberta Angelilli del Pdl ha ricordato che la Relazione Alfano chiede anche norme per «assicurare l'esclusione dalle liste per le elezioni europee delle persone condannate per reati legati alla criminalità organizzata».

Rubik: il sistema inventato dalla lobby finanziaria per conservare il segreto bancario in Svizzera

di philippe le couer da Le Monde

La Francia rifiuta le avances  della Svizzera sull'evasione fiscale

Berna propone di riversare al fisco un'imposta sui beni non dichiarati dai clienti francesi. La Germania ha già firmato

Non è nemmeno da discutere l'idea  di tirare una riga sui principi della lotta e della repressione alle frodi e all'evasione fiscale per cedere al pragmatismo e ai miliardi di euro facili e rapidi.

Almeno per il momento...
Anche se si cercano ricette per consolidare la riduzione del deficit pubblico e si decide di tassare un po' di più i francesi più ricchi, il governo assicura di non essere – ad oggi – disposto a seguire l'esempio del suo omologo tedesco che ha rinunciato a tracciare i suoi contribuenti con capitali non dichiarati in Svizzera.
In cambio, Berlino ha ricevuto l'assicurazione del versamento, da parte delle banche elvetiche di un'imposta alla fonte preservando l'anonimato dei detentori dei conti.
Questo dispositivo, battezzato “Rubik”, è stato anche proposto da Berna a Parigi. E' stato oggetto di discussione tra le due parti.
Non è un'opzione percorribile”, affermano al ministero dell'economia così come a quello delle finanze.

Siglato il 10 agosto, l'accordo tedesco-svizzero non entrerà in vigore che nel 2013.
Prevede di tassare tra il 19% e il 34% i patrimoni esportati in Svizzera nel passato – salvo che i contribuenti li abbiano già rilevati al fisco tedesco. Le banche svizzere pagheranno così una cifra forfettaria di due miliardi di franchi svizzeri (1,7 miliardi di euro). Per le plusvalenze future sui capitali la tassazione sarà del 26,375% quasi identica alla prevista imposta tedesca.
Il fisco svizzero preleverà questa imposta alla fonte e la rimetterà al suo omologo tedesco.
Le banche non dovranno rivelare l'identità dei loro clienti.
Rifiutare l'imposizione comporterà la chiusura dei conti. Al ministero dell'Economia, dicono che questo dispositivo “pone un problema di principio”: conduce “ ad astenersi dalla lotta totale all'evasione e da ogni altra accusa in cambio di entrate”, aggiungendo che “questo contraddice tutta la politica perseguita in questi ultimi anni”.
Questo sistema può veramente funzionare solo se lo Stato dispone di informazioni affidabili sulla base imponibile del prelievo”, aggiunge Gilles Carrez (UMP), relatore della commissione Finanza dell'Assemblea Nazionale (parlamento francese n.d.t.).

E' UMANO. Il dispositivo Rubik, che è anche l'oggetto di un imminente accordo con la Gran Bretagna, “ha dei vantaggi” con “delle entrate fiscali sicure” riconoscono ai ministeri dell'economia e delle finanze.
Comprendiamo le scelte della Germania e della Gran Bretagna che, non molto tempo fa, erano vicine alle nostre posizioni. E' umano voler incassare i soldi subito”, indicano al ministero.
Dato che i patrimoni tedeschi non dichiarati in Svizzera sono valutati tra i 100 e i 180 miliardi di euro, la Germania dovrebbe incassare 10 miliardi di franchi svizzeri per la regolarizzazione dei conti fino ad oggi non dichiarati e poi intascare un miliardo di franchi all'anno.
I beni francesi non dichiarati in Svizzera sono valutati poco al di sopra dei 90 miliardi di franchi svizzeri dalla società di analisi finanziaria Helvea.
Nessuna stima delle entrate potenziali legate a Rubik è disponibile.
Con delle tassazioni vicine a quelle che compaiono nell'accordo concluso con la Germania, ciò condurrebbe a delle entrate abbastanza consistenti.
La nostra priorità resta la trasparenza”, si avanza al ministero, dove si spinge per lo scambio automatico delle informazioni fiscali tra i paesi al fine di tracciare e sanzionare gli evasori.
E' la soluzione adottata in seno all'Unione europea e che dovrà entrare in vigore nel 2013 – è comunque contestata dal Lussemburgo.
E' anche la soluzione che l'UE vorrebbe estendere ai paesi terzi, a cominciare dalla Svizzera.
E' ciò che Berna rifiuta e che ha condotto a Rubik.


Il ministero delle finanze tedesco, che voleva, in un primo tempo, che lo scambio automatico delle informazioni facesse parte dell'accordo con la Svizzera, nega alcuna concessione e afferma che all'interno dell'Unione europea, questo sistema resta indispensabile.
Nel quadro dell'accordo firmato il 10 agosto, Berlino ha ottenuto di poter richiedere alla Svizzera delle informazioni sulla base del nominativo di una certa persona senza avere quello della banca (nel milite di 750 a 999 richieste in due anni).
L'intesa elvetico-tedesca infila comunque un cuneo nella strategia europea.
I finanzieri svizzeri si sono affrettati a mettersela in tasca: “La Germania riconosce senza equivoco che la ritenuta di compensazione, trattenuta alla fonte, rappresenta una soluzione di lunga durata equivalente allo scambio automatico delle informazioni”, ha dichiarato l'Associazione dei banchieri svizzeri.
A Parigi, al di là della reazione di chiusura e di riaffermazione dei principi, si ha coscienza che qualcosa si sta muovendo. “E' un sistema interessante. Lo stiamo guardando. Non siamo chiusi”, dichiarano al ministero dell'economia.
La porta è socchiusa.


di aghate duparc da Le Monde

Storia di Rubik, il progetto dei banchieri svizzeri per salvare i segreti dei loro sancta sanctorum

 

E' nell'estate del 2009, in un contesto di accuse e minacce rivolte da più parti alla Svizzera, paradiso degli “evasori fiscali” che l'Associazione delle banche straniere in Svizzera (AFBS), sostenuta dai sui colleghi elvetici, ebbe l'audace idea di trasformare i banchieri svizzeri in quasi-esattori per i sistemi fiscali esteri. Nome del progetto “Rubik”, come il cubo rompicapo.
Cioè a dire che questa soluzione, all'inizio immaginata dalla lobby bancaria, doveva risolvere un rompicapo: permettere ai banchieri svizzeri di preservare l'anonimato dei loro clienti esteri – i beni non dichiarati dai soli europei raggiungerebbero una cifra superiore agli 800miliardi di franchi svizzeri (698miliardi di euro) – e metterli in conformità con le amministrazioni fiscali dei paesi interessati.
La situazione è quindi delle più tese.
Il 13 marzo 2009, Berna già impantanata nello scandalo fiscale USB negli Stati Uniti – i responsabili della banca svizzera sospettati di aver aiutato cittadini americani a frodare il fisco -, ha finalmente accettato, sotto ingiunzione del G20 e dell'OCDE, di abbandonare la sua insostenibile distinzione tra “elusione” - un'infrazione minore nel diritto elvetico – e la “frode fiscale”, un reato punibile penalmente. Sono finiti i giorni in cui solo questo secondo caso previsto permetteva di sollevare il segreto bancario e di trasmettere le informazioni all'estero, così che gli “evasori fiscali” che avevano semplicemente “dimenticato” di dichiarare i loro conti bancari in Svizzera, dormivano sonni tranquilli. Ma questa messa in conformità con l'articolo 26 dell'OCDE, che prevede lo scambio di informazioni fiscali su richiesta, non era sufficiente.
Il 2 aprile 2009, la Svizzera fu iscritta nella lista grigia dei paradisi fiscali dell'OCDE. Ci resterà cinque mesi, fino a che furono firmati una dozzina di nuove convenzioni fiscali che comprovano gli sforzi di Berna.

NIRVANA” - Da quel momento, gli ambienti bancari si lanciano in un brainstorming per premunirsi contro nuovi assalti. La principale minaccia viene questa volta dall'Unione europea che vuole che tutti i suoi Stati membri passino al sistema degli scambi automatici di informazioni in materia fiscale. La Svizzera potrebbe essere obbligata a piegarsi, questo significherebbe la morte del segreto bancario. Rubik è stato proprio progettato e raffinato per proporre un sistema “equivalente” , il più finanziariamente allettante possibile per gli Stati.
Dal 2010, il compito di vendere questa nuova “strategia per rendere pulito il denaro” (“stratégie d'argent blanc” , n.d.t.) è affidata a Berna.

Si intraprendono i negoziati. Bruxelles oppone subito la decisione di non accogliere un sistema che propone di preservare l'anonimato degli evasori, obbligando invece tutti a diventare “fiscalmente conformi”.
Non rimaneva allora che convincere gli Stati più grossi della Ue, come la Germania e la Gran Bretagna, sperando che questo provocasse un effetto valanga” , ricorda Philippe Kenel, avvocato fiscalista svizzero che ha seguito i negoziati. Bisogna sottolineare che “il contesto di crisi è favorevole a questa soluzione”.
La Germania, che ha appena accettato questo sistema d'imposizione alla fonte compensatorio, dovrebbe recuperare 10miliardi di franchi svizzeri per mettere in regola i beni fin qui non dichiarati dei suoi cittadini. Poi potrebbe incassare ogni anno 1 miliardo come imposta alla fonte.
In cambio, è previsto che Berlino offra libero accesso ai banchieri svizzeri al mercato bancario tedesco.
Michel Dérobert, segretario generale dell'Associazione dei banchieri privati svizzeri, qualifica questo accordo come un “nirvana per il fisco tedesco”.
Si tratta del miglior sistema che si possa immaginare. Noi raccogliamo e poi inviamo il denaro, questo facilita enormemente il compito dell'amministrazione fiscale che lavora spesso con un certo disordine” sostiene, stimando che lo scambio automatico di informazioni è lungi dall'essere così efficace.
La lobby bancaria svizzera lavora ora per attirare altri paesi. La Gran Bretagna, la Grecia e l'Italia sono i prossimi. 

 


Note del traduttore

Ultime notizie di Rubik dalla stampa italiana

L'unico articolo sull'argomento del Corriere della Sera data 19/10/2009 su Repubblica niente.


 

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La Francia s'è desta... e l'Europa?

Tito Pulsinelli tratto da Selvasblog.org

I francesi stanno dimostrano con i fatti che rifiutano l’innalzamento dell’età pensionistica. Gli anziani non accettano di lavorare due anni in più, e i giovanni si uniscono a loro per scongiurare un futuro ben prossimo in cui non ci sarà pensione per nessuno.

A Londra, il governo ha deciso di fare a meno di mezzo milione di funzionari pubblici, falcidiare il bilancio e ridurre i fondi ad ogni ministero di ogni ministero. Con particolare attenzione a quelli che riguardano l’istruzione, pensione e sistema pubblico della salute. La cura da cavallo è per diminuire dell’11% il debito, appena un anno dopo i salvataggi con cui –attingendo dai fondi pubblici- resuscitarono le banche private.Sei mesi dopo la scellerata compra forzata di titoli del debito degli Stati Uniti.

A Madrid, dopo il dissanguamento dell’erario per salvare la banca privata che si era trionfalisticamente dilatata in America latina, hanno completamente privatizzato il contratto di lavoro. Con il 20% di disoccupazione reale, sia lo Stato che l’impresa privata, ora possono licenziare senza limiti per….”creare nuovo sviluppo” (sic).

La Grecia, ipocritamente indicata come la causa delle disgrazie d’Europa, è stata solo il teatro in cui è andata in scena l’anteprima del ballo in maschera che oggi è nei cartelloni di tutta Europa. Gli “aiuti” col contagocce fatti cadere dalla Banca Centrale Europea (BCE), gravati di condizioni drasconiane per i cittadini greci, sono stati del tutto simbolici. E’ arrivata la Cinache –a cambio del porto del Pireo e della flotta mercantile- sborserà i contanti sonanti, cioè riciclerà parte di quell’enorme stock di dollari inflazionati che ha ammassato.

In Romania, dopo l’harakiri del passaggio a tappe forzate dai monopoli statali a quelli privati, la globalizzazione “stile UE” ha imposto la riduzione secca del 20% dei salari. Con la caduta del potere d’acquisto, seguirà a valanga una minimizzazione dell’apparato productivo. E’ l’anticamera di licenziamenti di massa, come in tutta l’area ex-socialista.

Indipendentemente dall’etichetta autoadesiva che i governantisi appiccano per differenziarsi nel marketing telepolitico, il copione recitato è il medesimo. Estorcere più lavoro, minimizzarne il costo, abolire le residuali reminiscenze dello Stato sociale europeo. Privare di ogni diritto il mondo del lavoro e dei cittadini, con l’applicazione della ricetta con cui gli chef del Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno disastrato l’America latina.

I fallimentari tecnocrati di Bruxelles e del BCE, dopo aver irresponsabilmente portato da 10 a 27 i Paesi dell’Unione Europea, demolendo la loro economia reale in nome del sogno liberista del governo del “mercato&moneta”, oggi sono proni al FMI ed esecutori materiali della dittatura finanziaria.I politicanti dei perimetri nazionali si alternano e continueranno unutilmente alternarsi, sono le trascurabili facce della stessa moneta globalizzata. Neoliberismo di destra o di sinistra, null’altro. E’ l’evidenza drammatica del ritorno della lotta nelle piazze di Francia. Dopo Sarkozy torneranno i socialisti, e a Madrid i neofranchisti del PP prenderanno il posto di Zapatero, così come a Londra i conservatori hanno appena scalzato i laburisti.

Quel che non cambia è la musica e lo spartito. Dettato daelites non legittimate dal voto dei cittadini, inamovibili e ostili. Per i banchieri delle banche centrali, BCE e i “commissari” di Bruxelles, l’uomo è un utensile collaterale all’economia finanziaria. Si tratta di disegnare un’economia che giovi alle maggioranza sociale, non alle elites, banca privata, centri finanziari internazionali o poteri forti paralleli e/o occulti.

E la politica, cioè l’alterno balletto dei “politicanti” interscambiabili non sono di ausilio, come ci ricordano le piazze francesi.

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