città metropolitana

Milano - Al via la rivoluzione dei Municipi. Competenza diretta sui bilanci, cambia il sistema elettorale

di Paola D'Amico da il Corriere della sera

È l’atto di nascita dei Municipi milanesi. La delibera in approvazione nei nove consigli di circoscrizione (la Zona 5 ha già dato il via libera), con la modifica di 10 articoli dello statuto, spiana la strada ad una rivoluzione copernicana a lungo attesa. Concluso il passaggio nelle circoscrizioni, approderà in Consiglio comunale per il voto finale, entro l’estate. Così facendo, alle prossime elezioni amministrative, nel 2016, le zone diventeranno Municipi, avranno un presidente (che sarà un pro-sindaco), una giunta con 4 assessori e un consiglio. Cambia anche il sistema elettorale che oggi per le nove zone è proporzionale «spinto» (metodo d’Hondt). Anche per il presidente del Municipio come per il sindaco di Milano si procederà con l’elezione diretta. Il numero dei consiglieri si dimezza,da 41 a 25.

Ma, oltre al meccanismo elettorale e all’organizzazione, ciò che si modificheranno radicalmente sono le competenze. I Municipi avranno un proprio bilancio e gestiranno direttamente oltre al Verde (accade già sta da un anno) e la manutenzione delle scuole, ordinaria e straordinaria, anche i servizi alle persone (dall’anagrafe ai servizi sociali) e il demanio, con l’unica eccezione del capitolo case popolari, che resterà di competenza del Comune centrale. Ha lavorato in silenzio la commissione consiliare presieduta da Andrea Fanzago, che ha tagliato il traguardo su questo importante obiettivo. Le zone sono state nel tempo svuotate di poteri e significato. Nei parlamentini il dibattito è aperto e il testo ha avuto tre semplici ma incisivi emendamenti (sulla possibilità dei Municipi di avere risorse certe, un bilancio autonomo, e formazione per il personale). Rimane fuori dal pacchetto la questione dei nuovi «confini». Un tema che la Zona 1 aveva affrontato, per eliminare palesi paradossi, come quello di via Sarpi che nei numeri dispari risulta Zona 1 e in quelli pari Zona 8. Ma Fabio Arrigoni, presidente di Zona 1, commenta: «Mi faccio una ragione, perché l’obiettivo è arrivare a creare i Municipi. Ora stiamo lavorando al regolamento nel quale si espliciteranno le competenze esclusive e quelle concorrenti. Il regolamento dovrà anche dettare i livelli minimi di servizio che tutti i Municipi dovranno dare, per esempio alla voce asili nido- scuola materna».

Soddisfatto Fanzago,consigliere delegato alla riforma del decentramento: «È l’inizio di un nuovo modo di amministrare Milano. Abbiamo istituito un tavolo inter-consiliare e scelto un percorso più lungo per arrivare al documento ma l’aspetto positivo è che stato condiviso con i gruppi dell’opposizione». Al tavolo, a rappresentare i Cdz, c’erano i presidenti di Zona 1 Arrigoni, di Zona 3, Renato Sacristani, e di Zona 8, Simone Zambelli. «È un momento tanto atteso — spiega quest’ultimo —. Milano che è stata la prima città ad inventare il decentramento in Italia, con l’assessore Carlo Cuomo, in questi anni è andata indietro. Mentre Roma, Torino e anche Bologna hanno costruito i Municipi e creato un nuovo modo amministrare la città, più vicino alle persone, più attento ai problemi della periferia». Il colpo finale ad un decentramento già senza ossigeno fu assestato dall’ex assessore Del Debbio, che le ridusse da 20 a 9 con lo slogan: «Meno zone più servizi ». Ma svuotate di poteri e funzioni, sono divenute presidi sul territorio assolutamente zoppi.

Grande Milano e città metropolitana, pronta la "Costituzione" da votare in consiglio

di Alberto Giannoni da il Giornale

Nove consigli municipali, un consiglio comunale, una conferenza e un consiglio metropolitano. E poi ovviamente presidenti di municipio e assessori municipali, sindaco di Milano, sindaco e «assessori» metropolitani. Il dopo Provincia rischia di essere un rompicapo. E soprattutto naviga nei cieli della teoria. Quella sommariamente descritta è la «architettura costituzionale » che si va definendo per effetto della riforma Delrio e dei due statuti, da un lato quello della città metropolitana, dall’altro quello del Comune. Il suo nuovo statuto il Comune lo sta approvando. Di sicuro c’è che fra un anno si voterà direttamente anche il presidente di municipio. E se in futuro accadrà anche con il sindaco metropolitano si vedrà: ora dipende dal Parlamento. Il testo della nuova «Costituzione» di Milano lo ha scritto il consigliere delegato del sindaco, il Pd Andrea Fanzago, e ora va all’esame di zone e commissione decentramento del Comune. Il passaggio al nuovo statuto non è solo burocratico, anzi: l’esistenza di municipi e non più di zone è la condizione che la legge fissa per eleggere direttamente il sindaco metropolitano (ma servirà anche una legge elettorale nazionale). Il tema non è di poco conto. La «Grande Milano», la città metropolitana di 3milioni di milanesi, per ora è guidata (in automatico) dal sindaco del capoluogo Giuliano Pisapia, che però governa su tutto il territorio della ex Provincia pur essendo stato votato solo da un milione e 300mila milanesi.

«Serve l’elezione diretta» dicono tutti. Ed ecco il nuovo statuto. Sulla proposta, Forza Italia sospende il giudizio: «Prima è necessario conoscere i regolamenti attuativi e la vera riorganizzazione della macchina comunale, con risorse, personale e tributi» dice il consigliere Marco Bestetti. «È necessario realizzare i municipi entro la fine del mandato, ma devono operare subito in pienezza di funzioni», spiega coi colleghi Antonio Testori e Marco Anguissola, con cui ha studiato il dossier. «Crediamo nel decentramento ma contestiamo il metodo - aggiunge il coordinatore azzurro Giulio Gallera - è assurdo pensare di creare municipalità che non avranno a disposizione alcuno strumento amministrativo. Questo decentramento proposto dalla maggioranza non affronta problemi pratici ma prevede solo la possibilità di nominare ben 45 nuovi assessori per una spesa complessiva di circa 500mila euro in più all’anno. L’ennesimo valzer di poltrone che non produrrà nessun reale beneficio per i cittadini. È l’ennesimo pasticcio targato Pd- Pisapia ».

«Stiamo disegnando una piccola rivoluzione - replica Fanzago - un’architettura moderna».« Il nuovo statuto riduce il numero dei consiglieri, da 41 a 24, e prevede un vero decentramento, con queste giunte municipali. Il processo di delega d’altra parte lo abbiamo già iniziato, per esempio sul verde. Gli assessori sono 4 (5 col il presidente) e le indennità non sono previste dalla bozza di statuto. Il tema deve ancora essere discusso».

Città metropolitana - La Grande Milano è già in crisi «Troppi debiti, così si muore»

di Maurizio Giannattasio da il Corriere della sera

Situazione «disperata e disperante ». Con il «rischio di finire nel burrone». Metafore forti quelle usate da Giuliano Pisapia nella sua veste di sindaco della città metropolitana. Quella «Ferrari senza benzina» evocata dal sindaco un paio di mesi fa, ieri, si è trasformata in una carretta del mare che imbarca debiti a iosa e non riuscirà a chiudere in pareggio il suo primo bilancio: 114 milioni di profondo rosso solo per la parte corrente. Lapidario il commento di Pietro Romano, sindaco di Rho, con la delega ai conti della città metropolitana: «Un deficit incolmabile. Allo stato attuale è impossibile chiudere il bilancio in pareggio». Non solo. A questa cifra si devono aggiungere le penalità per lo sforamento del Patto di stabilità ereditato dalla Provincia. La stima parla di 12 milioni di euro. E siccome si sta lavorando sul bilancio triennale, ci sono le previsioni per il 2016 e il 2017. Dove le nubi sono ancora più nere: 163 milioni di squilibrio nel 2016 e 212 nel 2017.

Finito qui? No, perché c’è la voce dei trasferimenti dalla città metropolitana allo Stato. Avete letto bene. Non trasferimenti dello Stato alla città metropolitana, ma il contrario. In realtà sono i proventi delle imposte provinciali (in gran parte l’imposta di trascrizione dell’auto e l’aliquota della rc auto) che finiscono a Roma: 58 milioni di euro, pari al 47 per cento delle entrate fissate a 360 milioni di euro. «È vergognoso che una tale percentuale degli introiti vengano dirottati nelle casse dello Stato», dice sconsolato il sindaco Pisapia. Ancora più stridente il contrasto se si va a vedere quanto è stato risparmiato rispetto alla vecchia Provincia: soli 1,4 milioni di euro per minori spese di presidente, assessori e consiglieri provinciali. Il passaggio dai numeri alla realtà è breve e ancor più doloroso. In questa situazione di profondo dissesto finanziario le ricadute sui cittadini saranno pesanti. «La Provincia — spiega Romano — gestiva una serie di servizi, dagli aiuti per le persone disabili all’Idroscalo.

La legge Delrio ha stabilito che le funzioni fondamentali della città metropolitana siano quelle di un ente di coordinamento dei problemi di area vasta. Nella pancia della Provincia ci sono questi servizi delicati, impossibili da interrompere. Ci vuole un periodo di transizione prima di capire a chi verranno affidati. Noi li stiamo garantendo, ma potremo farlo fino a giugno perché poi non ci sono più risorse». Da qui l’appello di Pisapia: «O il Parlamento fa dei passi in avanti rivedendo le norme o si rischia di finire nel burrone». Intanto, il Consiglio si porta avanti nei compiti e ha approvato la delibera che riduce del 30 per cento il costo del personale, come richiesto dalla legge con un risparmio di 18 milioni, a partire dal biennio 2016, e ridefinisce a 43 milioni il valore della spesa. «Non sarà necessario ricorrere a liste di mobilità perché i pensionamenti e i prepensionamenti, programmati entro la fine del 2016, sono sufficienti a raggiungere il vincolo di spesa»

Città Metropolitana - I 500 esuberi della Provincia saranno spalmati tra Comuni e tribunale

di Matteo Pucciarelli da la Repubblica

LA PAROLINA che faceva tremare i dipendenti della ex Provincia inserita nella legge di stabilità era “almeno”. Infatti nel decreto si parla di «un taglio sul costo delle dotazioni organiche di almeno il 30 per cento per le città metropolita mine ». Insomma, come a dire che su Milano gli esuberi partivano da un minimo di 500 unità a un massimo non ben definito. Ma l’idea della giunta metropolitana è che non si andrà oltre a quel numero, ed è un primo sospiro di sollievo per i 1.629 dipendenti del nuovo ente. Resta però la questione: che fine farà quel pezzo di organico da tagliare? Entro il 30 marzo i vertici di Palazzo Isimbardi dovranno individuare nomi e destinazioni di impiegati, quadri e dirigenti in esubero. I sindacati in primis premono per una risoluzione rapida del problema: «Prima si ricollocheranno i “soprannumerari” — dice l’Rsu della Cgil Davide Volante — e prima si libereranno le risorse economiche necessarie per far partire il nuovo ente».

Il problema è semplice: se il personale non si sposta altrove i suoi costi restano a carico di bilanci già ridotti ai minimi termini. La macchina insomma si appesantisce e rischia di partire con un handicap più grave di quello previsto, «perché — spiega Arianna Censi, consigliera delegata alle Risorse umane — già siamo qui a doverne discutere ex post, e non ex ante come avremmo voluto». La prima panoramica da fare sarà quella degli eventuali prepensionamenti: cioè chi ha i requisiti per andare in pensione con il sistema precedente alla Fornero. Se ne parlerà in una riunione domani a Roma con il ministro Maria Lanzetta. A Treviso e Pistoia lo hanno già fatto. Si parla di 100-150 persone su Milano che, grazie allo scivolo, sgraverebbero sui costi del personale. «Ma nessuno sarà obbligato a farlo, si configura come un’opportunità », aggiunge Censi. Poi ci sono le altre amministrazioni locali. «Palazzo Marino quest’anno effettuerà poco meno di 300 assunzioni, programmate fra polizia locale e amministrativi. Si dovrebbe aprire un canale preferenziale », sottolinea Volante. Ma anche altri comuni del territorio (in tutto sono 134) hanno bisogno di personale. E infine i Tribunali: lì potrebbero essere dislocati altri 50-100 lavoratori.

Milano - Città metropolitana. L’Irpef per finanziare la Grande Milano

di Andrea Senesi da il Corriere della sera

Nasce la Città metropolitana e a mantenerla sarà una quota dell’addizionale Irpef ora nelle tasche della Regione. Questo, almeno, è il desiderio dei «padri costituenti» della Grande Milano, la nuova unità amministrativa che dal punto di vista geografico ricalcherà i confini della vecchia Provincia ormai in pensione. Prima riunione del Consiglio metropolitano, il parlamentino costituente della futura istituzione. Primo giorno tra i banchi di Palazzo Isimbardi (ex sede della Provincia) per i 24 neoeletti (col voto dei 2.000 amministratori di tutti i Comuni del Milanese) e per Giuliano Pisapia destinato per legge a diventare dal primo gennaio dell’anno prossimo il supersindaco della Milano metropolitana. Per loro niente stipendio, zero gettoni di presenza. «Inizia un percorso quasi epocale », scandisce Pisapia nel discorso di apertura. Si citano i padri costituenti — quelli «veri », da Moro a Togliatti — per richiamare lo sforzo di scrivere insieme lo statuto del nuovo ente, «un compito delicato ma anche una sfida affascinante». «Poca ideologia» e un paio di idee guida. In tema di regole, per esempio, Pisapia si dice convinto che «il futuro sindaco metropolitano debba necessariamente essere eletto dai cittadini ».

Capitolo soldi. «È doveroso discutere con la Regione su come attribuire alla Città metropolitana una quota congrua delle risorse dell’addizionale Irpef». Senza aumentare la pressione fiscale, beninteso. Chiamato in causa, Roberto Maroni garantisce da parte sua e fin da ora «massima disponibilità al dialogo». La strada della sopravvivenza finanziaria è tracciata. E poi le competenze. Trasporti, rifiuti, formazione, lavoro. Ma la Grande Milano sarà anche un «importante spazio d’innovazione politica», assicura il sindaco metropolitano: «Sul fronte dei diritti civili e nello sperimentare forme avanzate di democrazia diretta ». Alla fine arrivano applausi da tutti o quasi. Solo il leghista Ettore Fusco minimizza la portata dell’evento e s’affida all’ironia. «I padri costituenti uscivano da vent’anni di fascismo, noi più modestamente da cinque anni di Podestà». Pisapia tra qualche settimana nominerà un vice, già individuato in Eugenio Comincini (democratico di stretta osservanza renziana), sindaco di Cernusco e tra i più votati nella consultazione di secondo livello.

Nel pattuglione di centrosinistra, maggioranza assoluta nell’assemblea con 14 eletti su 24, cova comunque qualche frizione. I consiglieri targati Sel frenano, per esempio, sulla costituzione di un gruppo unico consiliare col Pd, mentre sul fronte opposto Lega e Forza Italia si presentano all’appello del primo giorno già opportunamente divise. Schermaglie. La giornata «epocale» si chiude tra i sorrisi della foto di gruppo dei 25 «saggi» e tra le proteste dei 60 precari rimasti senza contratto dopo la rottamazione della Provincia. Che non sia l’ennesimo «gattopardismo» all’italiana, raccomanda Pisapia alla fine: «Non possiamo essere ricordati fra qualche anno come quelli che si sono limitati a cambiare la carta intestata,da Provincia di Milano a Città metropolitana ».

Milano - Niente fondi e competenze per la Città metropolitana «Così istituzione a rischio»

di Andrea Senesi e Fabio Spaterna da il Corriere della sera

Buona partecipazione degli elettori (oltre l’ottanta per cento degli aventi diritto), attese, speranze e parecchie incognite. È il battesimo della Grande Milano, l’atto di nascita dell’area metropolitana che manderà definitivamente in archivio la vecchia Provincia. Elezioni di secondo livello (al voto i sindaci e i consiglieri di tutti i 134 Comuni) per scegliere i 24 «saggi» del Consiglio metropolitano, l’assemblea costituente che entro la fine dell’anno dovrà scrivere lo statuto del nuovo ente. Quattro le liste in gara. Quella unitaria del centrosinistra (Pd, Sel e qualche «civico») punta dritto alla maggioranza assoluta dei seggi (lo scrutinio è rimandato a stamattina). Spaccato il centrodestra: da una parte la Lega, dall’altra Forza Italia che per l’occasione ha ricucito con i cugini del Nuovo Centrodestra. In gara anche una lista civica d’ispirazione laico-socialista-radicale. Fuori dai giochi il Movimento Cinque Stelle che non ha raccolto le 104 firme necessarie. Per gli elettori grillini libertà di scelta: molti hanno disertato i seggi, altri, come il «milanese» Mattia Calise, hanno regolarmente esercitato il diritto al voto (a favore di chi, non è però dato sapere).

Affluenza definitiva: 1.657 votanti (su 2.054 aventi diritto) con en plein dei milanesi: tutti presenti all’appello i 60 elettori di Palazzo Marino. Nei seggi allestiti nella sede della (ex) Provincia s’è presentato all’ora di pranzo anche Giuliano Pisapia, sindaco in pectore (sarà proclamato il primo gennaio) della Città metropolitana. Più preoccupato che emozionato: «C’è il rischio — ha detto all’uscita dal seggio il futuro super-sindaco metropolitano — che non cambi nulla rispetto al precedente sistema delle Province, se non ci saranno i fondi necessari per lo sviluppo del nuovo ente e soprattutto una maggior chiarezza sui poteri assegnati». Concetto ribadito poco dopo: «Le competenze non sono assolutamente chiare, mancano i fondi, anzi la situazione del bilancio della Provincia è molto delicata. Proprio per questo è necessaria la condivisione degli obiettivi e delle modalità del lavoro insieme ». Seconda incognita: l’elezione del sindaco del nuovo ente. In futuro saranno i milanesi «metropolitani» a scegliere il loro amministratore o si proseguirà con le elezioni di secondo livello? Dipenderà (anche) dallo statuto. Pisapia «tifa» da sempre per l’investitura popolare: «Solo così il sindaco potrà avere un punto di riferimento diretto e concreto nei cittadini, e i cittadini potranno vedere con maggiore forza l’operato del sindaco e del Consiglio metropolitano». Elezioni (indirette, ovviamente) anche per la Provincia di Bergamo. Il 37enne Matteo Rossi ( Pd) ha battuto Giuseppe Pezzoni. Centrodestra ancora diviso: Forza Italia ha strizzato l’occhio al nuovo presidente. 

Nuove Province. Da Serravalle alle quote Expo spa: tutto alla Regione con nuove nomine

di Giambattista Anastasio da il Giorno

LE DISPOSIZIONI della legge Delrio sul superamento delle Province sono tali da innescare un vero e proprio valzer nelle nomine e negli assetti proprietari delle società fin qui partecipate da Palazzo Isimbardi. Uno tsunami che tocca sul vivo l’Expo del 2015. Il testo della legge prevede infatti che, «in considerazione della necessità di garantire il tempestivo adempimento degli obblighi internazionali già assunti dal Governo», «la Regione Lombardia, anche mediante società dalla stessa controllate, subentra in tutte le partecipazioni azionarie di controllo detenute dalla Provincia di Milano nelle società che operano direttamente o per tramite di società controllate o partecipate nella realizzazione e gestione di infrastrutture comunque connesse all’Esposizione Universale denominata Expo 2015». Già, tutte le quote detenute da Palazzo Isimbardi in società che abbiano a che fare con l’evento che si aprirà il primo maggio del 2015, dovranno passare a Palazzo Lombardia. Sia pur con una successiva modifica, la legge Delrio fissa anche la scadenza per il passaggio di consegne: «Entro il 30 giugno del 2014». Vale a dire: entro sette giorni. Quali sono, allora, le società che dovrebbero cambiare guida?

INNANZITUTTO la società autostradale Milano-Serravalle, che ha a sua volta in capo la realizzazione di tutte le nuove autostrade inserite nel dossier Expo (in particolare la Pedemontana, quella che versa nella situazione più critica) e la stessa «Expo 2015 Spa»: da tempo il presidente della Provincia, Guido Podestà, ha fatto sapere che l’ente non è in grado di versare alla società amministrata da Giuseppe Sala i contributi che le toccano per via del 10% detenuto nella stessa. All’appello, problema annoso, mancano circa 60 milioni di euro. In un primo momento si era pensato ad una significativa riduzione della quota della Provincia. L’ipotesi fu poi scartata e sembrava che a sobbarcarsi il fardello dovesse essere il Governo: questo il piano fin qui comunicato dai timonieri dell’Esposizione Universale. Infine, ecco la legge Delrio che, invece, affida tutto alla Regione. Il valzer però non è finito.

LA STESSA LEGGE prevede che il passaggio delle partecipazioni da Palazzo Isimbardi a Palazzo Lombardia sia provvisorio, ossia fino al 31 dicembre 2016, fino al dopo Expo. A quella data tali partecipazioni dovranno infine passare alla Città Metropolitana. E bisognerà fare una perizia per capire se il valore delle stesse partecipazioni, nell’arco dei due anni, sia variato, e come, per poter poi procedere ad un conguaglio a favore dell’uno o dell’altro ente. Valzer nel valzer, quello che riguarda le nomine degli amministratori delle società che cambieranno padrone. Secondo quanto disposto, ancora, dalla legge Delrio, la Regione, una volta ereditate le società dalla Provincia, avrà la possibilità di rinominarne i vertici. E altrettanto potrà fare la Città Metropolitana dopo il 2016, quando le stesse società finiranno sotto il suo cappello. Valzer, risiko. E il rischio concreto del caos.
Gi.An.
giambattista.anastasio@ilgiorno.net

Addio vecchia Provincia. Oggi l’ultimo Consiglio poi la Città Metropolitana

di Gianbattista Anastasio da il Giorno

SEMBRAVA che questo giorno non dovesse arrivare mai. Il superamento delle Province è infatti questione che ha scandito, invano, tutte le stagioni della Repubblica, a partire dai suoi primi vagiti: i primi ad occuparsene furono addirittura i padri costituenti. Sì, proprio quanti presero posto in quell’assemblea che mise a punto la legge fondamentale del nostro ordinamento: quella Costituzione entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Poi se ne riparlò nel 1970, quando furono istituite le Regioni. Di vent’anni in vent’anni, la fine delle Province sembrò destinata a consumarsi a giugno del 1990, quando passò la legge sulle Città Metropolitane, gli enti che avrebbero dovuto sostituirle e che ora le sostituiranno davvero.

GIÀ, perché, approvato ad aprile il decreto Delrio, quel giorno adesso è arrivato, o quasi.Alle 15 di oggi, infatti, il Consiglio provinciale di Milano si riunirà per l’ultima volta. Alla mezzanotte di oggi, l’aula decadrà.Iniziata nel 1860, la storia delle Province arriva al capolinea dopo 154 anni. Prima che la Città metropolitana diventi realtà occorrerà, a dirla tutta, attendere fino al 31 dicembre 2014, quando avverrà il passaggio di testimone. Fino ad allora vecchio e nuovo ente convivranno, fase transitoria. Ma di sedute di Consiglio non ce ne saranno più. Le funzioni dell’aula passano ora al numero uno di Palazzo Isimbardi, il presidente Guido Podestà, che potrà approvare atti di amministrazione ordinaria oppure atti dettati da particolare urgenza: formulazione vaga quanto generosa, quella contenuta nel decreto Delrio, per dire che Podestà, in quanto coincidente con l’aula, potrà far tutto. Non oggi, però: «Sarà una seduta di saluto e commiato, non accadrà nulla di rilevante» assicura infatti Bruno Dapei, presidente dell’aula di Palazzo Isimbardi. Oltre a Podestà resterà in carica tutta la Giunta, ovvero tutti gli assessori. Sempre fino al 31 dicembre 2014 a meno che qualcuno non voglia salutare prima. E tra questi potrebbe esserci proprio Podestà. Amaro il commiato di Roberto Caputo (Pd), il consigliere provinciale di più lungo corso tra quelli in carica ancora per 24 ore. «Ho seduto ai banchi di Palazzo Isimbardi negli ultimi 15 anni, con la Giunta Colli, Penati e, infine, Podestà. Tre presidenti e tre legislature molto diverse tra loro — ricorda Caputo — che però hanno visto in comune il mio impegno perché il Consiglio fosse un organo con una dignità importante e che facesse da contrappeso alla Giunta. A Milano il primo convegno sulla Città metropolitana lo organizzai io nel 2000. Quello a cui si pensava era una concezione di area vasta con connotazioni di alto profilo, cosa ben diversa da ciò che oggi la legge esprime. Ora questa scatola vuota deve essere riempita di contenuti». Avrebbe potuto avere miglior morte, la Provincia di Milano. Prima di cadere vittima dell’indifferenza generale, è infatti caduta vittima degli scandali giudiziari. Così è andata negli ultimi 15 anni. Inchieste diverse con un minimo comune denominatore: la società autostradale Milano-Serravalle. Prima finirono nel mirino dei magistrati Ombretta Colli, presidente forzista della Provincia dal ’99 al 2004, e il suo assessore Luigi Cocchiaro. L’affaire Serravalle tornò poi a far capolino nell’inchiesta contro il successore della Colli, Filippo Penati, di confessione diessina prima dell’avvento del Pd.
Infine, sotto la Giunta Podestà, il caso Afol. Sì, ci sono modi migliori per accomiatarsi.

Milano - Bifulco (Assolombarda): città metropolitana per attirare fondi stranieri

di Paola D'Amico da il Corriere della sera

Cambiare pelle, diventare parte—la più grande—di una città metropolitana, è una strada obbligata se Milano vuole continuare a crescere ed essere attrattiva per gli investitori stranieri. Assolombarda segue passo passo il dibattito in corso alla Camera sul disegno di legge che, come spiega Rosario Bifulco, consigliere incaricato per la Competitività territoriale di Assolombarda, «avrà un impatto importante soprattutto per due città: Milano e Napoli».

Perché?
«Non sono enormi città ma hanno attorno molti Comuni, tutti con un’alta densità di popolazione. E questa è una situazione presente in altre città europee».

Quali?
«Barcellona, Lione, Monaco hanno le stesse caratteristiche di Miano e sono già città metropolitane ».

Buoni modelli da copiare?
«Diciamo da studiare, cosa che noi peraltro stiamo già facendo. La città metropolitana può avere un enorme impatto su alcune aree fondamentali per lo sviluppo, come le infrastrutture e i trasporti».

Per esempio?
«Pensiamo alle infrastrutture: il tempo che è stato necessario per avviare infrastrutture come TEM, Brebemi e Pedemontana avrebbe potuto essere molto inferiore in presenza di un’autorità metropolitana. Questa è un’occasione veramente unica e avrà un impatto superiore a Expo».

Non crede che nella testa di molti città metropolitana equivalga solo ad abolire le Province?
«Questo è sbagliato, occorre una visione, immaginare una metropoli con burocrazia a basso impatto, dove regni la semplificazione creando un ente leggero, funzionale alle esigenze delle imprese».

Oggi 134 comuni, 134 regolamenti edilizi diversi...
«L’urbanistica è l’esempio forse più calzante, abbiamo grandi difficoltà tra la città e i comuni confinanti. Ci sono tabelle, coefficienti diversi».

È la sindrome dei campanili.
«Si ragiona ancora in piccolo e intanto gli investitori stranieri chiedono a noi consigli».

Non la preoccupa il fatto che il tema sia dibattuto da 20 anni?
«Vero, ma Milano intanto si è già auto-organizzata su scala metropolitana: la vita quotidiana e la mobilità delle persone, i flussi di merci, il sistema sanitario, l’istruzione universitaria, il sistema fieristico, i tre aeroporti milanesi. Quello che ci manca è un’adeguata forma di governo metropolitano, e non possiamo più permetterci di farne a meno. Fondamentale, a questo punto, è avviare il processo».

Perché sia opportunità e non occasione di liti condominiali, cosa occorre?
«Ogni livello istituzionale dovrà cedere una parte dei propri poteri per contribuire a un disegno più grande e ambizioso »

Non è utopia?
«La città metropolitana non può essere solo una questione “tra politici” ma deve mobilitare le migliori teste del territorio e le forze economiche e sociali. Noi siamo pronti».

Il primo banco di prova?
«E anche il più importante per la realizzazione di un disegno di Milano Metropolitana è quello della connettività: infrastrutture e trasporto pubblico, anche in vista di Expo. L’esposizione universale rappresenta una fondamentale occasione per il rilancio e lo sviluppo non solo del capoluogo lombardo e della sua area metropolitana, ma di tutto il Paese.

twitter: @paoladamico1

Lombardia - La Regione dice no alle Province e su Monza spunta l’ipotesi Milano

di Andrea Montanari da la Repubblica

LA REGIONE boccia il piano di riordino delle Province proposto dal Cal, il Consiglio delle autonomie locali presieduto dal presidente della provincia di Milano, Guido Podestà. Roberto Formigoni non usa giri di parole: «Il governo non concederà deroghe. È meglio che decidiamo qui in Lombardia prima che Roma proceda con l’accetta ». Al governatore non piace la soluzione uscita martedì dall’assemblea degli amministratori locali, che chiede tre deroghe per Monza, Mantova e Sondrio. Troppe.
Il rischio è che il governo respinga in blocco la proposta e decida unilateralmente: una partita di risiko che ora rischia di ripartire da zero tra veti incrociati, vecchie ruggini e levate di scudi dei vari campanili lombardi.

La piccata replica di Podestà non tarda ad arrivare: «Abbiamo portato la voce del territorio, in Regione ne facciano l’uso che vogliono». Spetterà infatti alla giunta lombarda formulare ufficialmente la proposta al governo entro venerdì 26. Proposta che prima dovrà avere il via libera del Consiglio regionale, già fissato per il 16. In caso contrario il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, potrà decidere da solo quali Province cancellare e quali salvare in base ai due criteri previsti dal decreto del governo: almeno 2.500 chilometri quadrati di superficie e almeno 350mila abitanti. Il nodo da sciogliere è prima di tutto quello della Provincia della Brianza e soprattutto del suo capoluogo.
Le Province confinanti hanno già fatto sapere che, in caso di accorpamento con una di esse, non accetterebbero che la città di Monza, forte dei suoi 123mila abitanti, diventasse capoluogo di una nuova macroprovincia che di fatto ridimensionerebbe i loro poteri. Per contro, la legge che ha istituito le Città metropolitane vieta di modificarne la mappa e di fatto sbarra la strada a un ritorno di Monza nei confini della Provincia di Milano.

La Regione non condivide nemmeno la scelta di Mantova di restare da sola, mentre è disposta a battersi perché la Provincia di Sondrio, che si estende quasi tutta in montagna, ottenga una deroga dal governo. Lo schema di Roberto Formigoni e dell’assessore regionale alle Finanze, Romano Colozzi, prevede la creazione di una macroprovincia nel Nord lombardo composta da Como, Varese, Lecco, Monza ed eventualmente Sondrio, e una al Sud con Mantova, Lodi e Cremona. Mentre Pavia, Bergamo e Brescia resterebbero come oggi.

Ci sarebbe però, ufficiosamente, anche una strada per disinnescare la “bomba” Monza: chiedere al governo di modificare, nel decreto sul riordino delle Province, la parte della legge sulla città metropolitana che impedisce di cambiare i confini. Se il governo accettasse la proposta di mediazione della Regione, Monza e Brianza tornerebbero nell’orbita di Milano e le attuali dodici Province si ridurrebbero a cinque o sei, e non a nove come prevede la soluzione approvata dall’assemblea del Cal.

Restano appena due settimane per adottare la proposta definitiva. Nel frattempo, l’assessore milanese ai Servizi civici Daniela Benelli invita i Comuni dell’hinterland ad aderire alla città metropolitana. «Palazzo Marino — dice — guarda con interesse e favore alle iniziative di quei Comuni che, sentendosi di fatto appartenenti all’area milanese, hanno espresso la volontà di entrare a far parte della città metropolitana, anche con specifiche deliberazioni dei Consigli comunali».

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