Svizzera

Svizzera - Assalto ai caveau. Nel 2017 salterà il segreto ma nelle banche elvetiche la rivoluzione è già iniziata

di Ettore Livini da la Repubblica

Addio Lugano bella, la festa è finita. Il caveau dove Gianstefano Frigerio nascondeva oltreconfine le mazzette dell’Expo, i presunti magheggi elvetici di Giancarlo Galan con i soldi del Mose e le “ragazze” – alias i conti cifrati sul Ceresio – di Giovanni Berneschi (ex numero uno Carige), sono gli ultimi colpi di coda di un mondo che non ci sarà più. Europa e America hanno alzato il tiro sui 2mila miliardi di euro parcheggiati dagli stranieri nelle banche rossocrociate. E Berna ha alzato bandiera bianca: il segreto bancario - l’ombrello sotto cui oligarchi, emiri, dittatori, trafficanti d’armi ed evasori di tutti i continenti hanno nascosto i loro sudati risparmi – salterà nel 2017. Il conto alla rovescia, mille giorni passano velocemente, è iniziato. E il cerino, in attesa del D-Day, è rimasto in mano alle migliaia di nostri compatrioti che nell’ultimo mezzo secolo hanno accumulato una fortuna, si dice fino a 150 miliardi, nelle casseforti della Confederazione. «L’era del “nero” italiano nascosto in Svizzera è finita», certifica tranchant l’ex-procuratore capo di Lugano Paolo Bernasconi. Tra tre anni gli 007 del fisco del Belpaese potranno chiedere e ottenere senza troppe difficoltà gli estratti conto “made in Italy” dalle banche elvetiche.

E i protagonisti della grande fuga (di capitali) – terrorizzati all’idea della glasnost rossocrociata – non sanno bene che pesci pigliare. La prima mossa è stata correre sul luogo del delitto per capire come muoversi. «Qui da noi è scattata da mesi l’operazione fuggifuggi dei soldi tricolori», testimonia il magistrato di Pizza Connection. Piovono le richieste di appuntamenti a legali e consulenti (“nel nostro studio è un pellegrinaggio”). Alla fine però tutti si devono arrendere alla realtà: riportare i soldi in Italia – o provare a trasferirli nei pochi paradisi fiscali sfuggito ai Cerberi dell’Ocse – rischia oggi di essere più complicato delle peripezie passate a suo tempo per trasferirli in Canton Ticino. Il percorso è a ostacoli: le banche elvetiche, reinventatesi obtorto collo vestali dell’anti-riciclaggio, fanno resistenza al saldo dei conti in contanti. Le tariffe degli spalloni si sono moltiplicate per cinque. E il governo italiano sta mettendo a punto un decreto per il rimpatrio volontario che – allo stato – non pare proprio un tappeto rosso ai “migranti” fiscali di ritorno. Risultato: ai margini dei circuiti tradizionali della paludata finanza elvetica ha cominciato a muoversi un «sottobosco di apprendisti stregoni - copyright di Bernasconi - che ti propongono di spostare i soldi in Israele, spallonarli in Bulgaria o parcheggiarli alle Seychelles». Con il rischio concreto «di mettere a repentaglio tutto il patrimonio solo per evitare una tassa».

Un incubo. Come quello vissuto da tale Carlo – il cognome è elveticamente sbianchettato nei documenti – professore universitario di oncologia, descritto nero su bianco in una recentissima sentenza del Tribunale di Lugano. Qualche tempo fa, sentendo puzza di bruciato, il medico si è presentato allo sportello della sua banca (pure lei anonima) chiedendo di chiudere il conto – il saldo ammontava a 827.059 euro – e di essere liquidato in contanti. Risposta: «No». Il motivo? La necessità – recita la sentenza – di tracciare la transazione con un bonifico per «la legislazione contro il riciclaggio di denaro sporco». Parole che fino a ieri – in un paese dove l’evasione è solo reato amministrativo – sarebbero suonate come una bestemmia. Poco importa che i soldi fossero il frutto dell’eredità della madre e dei proventi – pare tassati alla fonte – dell’attività di ricerca scientifica.
Il terrore di rappresaglie Ocse è troppo alto. E Carlo ha dovuto rivolgersi a un legale per ottenere i suoi soldi. Non tutti possono permettersi un avvocato. O i tempi della giustizia.

In quel caso si fa di necessità virtù, tentando la via del rimpatrio fai-da-te. «Decine di clienti mi hanno lasciato i loro bancomat per prelievi giornalieri di piccole somme – racconta dietro ovvio anonimato il titolare di una delle mille finanziarie sulla riva del Ceresio –. Appena si raggiunge una cifra accettabile, li si trasporta, 100mila euro alla volta, attraverso i valichi di frontiera». A Brogeda confermano il fenomeno: «Il mondo si è capovolto – racconta il finanziere di servizio –. Una volta il nero viaggiava dall’Italia alla Svizzera. Oggi va in direzione opposta». Uno stillicidio goccia a goccia a botte di mazzette di banconote da 500 euro: «Qualche giorno fa abbiamo trovato 61.785 euro sotto il tappetino di un auto - ridono in Dogana -. Poco prima 74mila nascosti nel bagagliaio e nel seggiolino del bambino e 25mila infilati nella tasca della giacca del guidatore». Il tariffario degli spalloni, visto il boom di domanda e sequestri, è schizzato alle stelle. «Prima bastava pagare l’1-2% e il gioco era fatto – calcola Bernasconi – ora siamo al 5% che lievita al 7% se le rimesse partono da paradisi più lontani della Svizzera».

Panico? Franco Citterio, direttore dell’Associazione delle banche ticinesi, getta acqua sul fuoco: «L’addio al segreto bancario è un segno della nostra volontà di seguire i trend internazionali – dice –. Stiamo governano la transizione. I conti cifrati mancheranno a chi è venuto qui per frodare il fisco. Ma tanti italiani hanno scelto la Svizzera per la professionalità e i servizi delle nostre banche». La prova? «Due terzi dei capitali “legalizzati” con gli ultimi scudi fiscali (un tesoretto di quasi 140 miliardi, ndr.) sono rimasti legalmente qui”. Il “Rischiatutto” degli spalloni e la fuga verso altri paradisi («i più gettonati sono Panama e i Paesi del Golfo») sono una scorciatoia seguita per ora da una minoranza. I più attendono con il fiato sospeso i provvedimenti con cui il governo fisserà i paletti per il rimpatrio volontario prima del 2017. «Serve una soluzione realistica – dice Citterio –. pensare di ricostruire otto anni di storia di ogni singolo conto corrente è un lavoro impossibile. Meglio puntare a un’auto-denuncia semplice e forfettaria. E poi tassarla. A noi un’aliquota del 15% pare una soluzione sensata. A quel punto consiglieremmo a tutti il rientro». A patto, ovvio, che la legge non lasci aperte le porte a iniziative penali.

«Così hanno fatto Germania, Austria, Portogallo e Francia. Basta copiare», ammette pure Bernasconi. Si vedrà. L’addio al segreto, comunque, è un altro dei sintomi di una Svizzera che – accerchiata sul fronte della fiscalità – prova a cambiar pelle senza snaturare il suo appeal finanziario. Poche settimane fa Yahoo ha annunciato il trasferimento del quartier generale dalla Confederazione all’Irlanda. Per Berna è stato un elettrochoc. «È un segno. Dobbiamo rivedere in qualche modo il nostro sistema di imposte per reggere la concorrenza », è l’allarme di Frank Marty, l’esperto di fisco di EconomieSuisse, la Confindustria Elvetica. Il referendum sui tetti ai compensi dei manager e quello sui limiti all’immigrazione hanno allarmato diverse multinazionali. «Stiamo correndo ai ripari», promette Adrian Hug, numero uno dell’amministrazione federale delle entrate. Qualcosa in effetti si è già mosso: le agevolazioni agli stranieri residenti nei cantoni a bassissima tassazione (ne beneficiano circa 5.500 persone, da Sergio Marchionne a Kimi Raikkonen) sono state ridotte.

Le aliquote sulle holding saranno avvicinate a quelle dell’industria. «Non siamo solo il paese del cioccolato e delle banche – dice Citterio –. Dobbiamo pensare anche a industria e servizi». È una rivoluzione (al netto del panico dei risparmiatori italiani) di velluto. E che anche per Bernasconi «non lascerà morti e feriti». Yahoo se n’è andata. Gli evasori tricolori e i loro miliardi apriranno un buco nei conti delle banche. Ma morto un Papa, la grande finanza in questo è maestra, si fa presto a trovarne altri. «Pessimista? Tutt’altro – chiude l’ex-Procuratore di Lugano –. Le ricchezze dei Brics stanno arrivando tutte qui. Come i soldi degli emiri. E i fondi sovrani, cinesi compresi, hanno scelto Berna e Zurigo come snodo dei loro affari».

A cambiare, più che la Svizzera, è la mappa delle ricchezze globali. Tramonta l’Italia, salgono Pechino, India e Brasile. Ma il centro di gravità, segreto o non segreto, restano sempre i silenziosi caveau delle banche rossocrociate.

L’Ue verso la linea dura con le banche svizzere

di Ivo Caizzi da il Corriere Economia

La linea dura degli Stati Uniti contro le banche svizzere, accusate di aiutare gli evasori stranieri a non pagare le tasse, ha messo nel mirino anche il Credit Suisse. In precedenza era toccato all’altro colosso elvetico Ubs, che aveva dovuto pagare un mega-risarcimento e rivelare migliaia di proprietari Usa di conti segreti. Ormai appare chiaro che la strategia aggressiva e punitiva lanciata dal presidente Usa Barack Obama, nell’ambito del programma anti- evasori fiscali Fatca, risulta l’unica davvero efficace per contrastare le banche svizzere impegnate ad aiutare chi non vuole pagare le tasse. Al punto che l’Unione europea inizia a prenderne atto.

Un segnale è stata la minaccia di bloccare la libera circolazione dei capitali europei diretti nelle banche svizzere. In questo caso Bruxelles ha reagito all’esito del referendum anti-immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, che – se portasse a quote negli ingressi — violerebbe l’accordo Ue/Svizzera sulla libera circolazione dei cittadini europei e uno dei principi fondamentali comunitari. Ma, dopo che il presidente di turno del Consiglio Affari generali dell’Ue, il ministro greco Evangelos Venizelou, ha ventilato la fine del flusso di capitali europei diretti nelle banche svizzere, a Bruxelles si sta diffondendo la convinzione di una possibile estensione della stessa ritorsione alla materia fiscale. L’obiettivo è ottenere lo scambio automatico di informazioni sugli evasori nascosti in Svizzera dietro conti segreti, società anonime e veicoli formalmente domiciliati nelle piazze offshore. L’effetto successivo sarebbe la fine delle resistenze di due Paesi Ue (Austria e Lussemburgo), che mantengono il segreto bancario appellandosi a motivi di concorrenzialità con gli istituti elvetici e degli altri paradisi fiscali.

icaizzi@corriere.it

Passaggio in Svizzera. Ogni settimana 120 immigrati fermati in frontiera. Tra Como e Varese le rotte della speranza

di Claudio del Frate da il Corriere della sera

CHIASSO — E’ l’altra faccia dell’immigrazione clandestina. O, se preferite, l’altro capo del filo che parte dall’Africa, si stende fino a Lampedusa e poi risale la penisola lungo percorsi misteriosi. Molti dei disperati che intraprendono il viaggio che dovrebbe cambiar loro la vita si ritrovano qua, sparpagliati nei 30 chilometri di confine tra il Canton Ticino e le province di Como e Varese. Le Guardie di frontiera svizzere, precise come è loro costume, hanno diffuso nei giorni scorsi la statistica sugli stranieri da loro intercettati appena al di qua del confine lombardo: sono 120 la settimana, un numero quasi in equilibrio con gli sbarchi registrati negli ultimi tempi sulle coste italiane. A conferma di una sorta di travaso, di linea continua che dai Paesi diseredati della terra risale verso l’Europa.

Da quando anche la Svizzera ha aderito al trattato di Schengen, le persone possono attraversare il confine liberamente e i controlli alla frontiera italiana non sono più sistematici: le guardie possono chiedere i documenti a chi fermano nel territorio di competenza e verificare se hanno le carte in regola per entrare nella confederazione. E il più delle volte, come confermano i racconti fatti ai responsabili del centro asilanti di Chiasso, le carte proprio non ci sono. Chi arriva fin lì è spesso privo di documenti, dichiara di arrivare da zone di guerra e fa richiesta di asilo politico. Somalia, Etiopia, Afghanistan, Nigeria i Paesi di origine più frequenti.

Le ondate più recenti, fanno sapere però le guardie di confine, comprendono anche persone in fuga dalla Siria, ultimo teatro di guerra divampato in Medio Oriente. I punti di passaggio più battuti sono il valico ferroviario di Chiasso, quello autostradale di Como-Brogeda ma anche quelli più defilati del Varesotto, come Ponte Tresa e Gaggiolo. E poi ci sono i «fantasmi » che si avventurano per i boschi, lungo i vecchi sentieri del contrabbando, oppure tentano il guado del Tresa, il fiume che per alcuni chilometri pianeggianti è l'unica linea di divisione tra i due Stati.

Ma cosa accade a chi viene bloccato subito dopo aver messo piede sul suolo svizzero? «Esistono più casi—rispondono fonti della polizia cantonale —; quello più semplice prevede che lo straniero abbia documenti o una residenza identificabile. In tale caso viene respinto e rimandato al Paese di provenienza. Se invece è privo di documenti o chiede asilo politico gli viene data ospitalità in un centro di accoglienza e viene avviata un’istruttoria sul ogni singolo caso». La crescente presenza di questi soggetti nella zona di Chiasso ha creato anche problemi di ordine pubblico. I centri sono innanzitutto diversi dai Cipe italiani: qui gli immigrati sono liberi di circolare per la città ma spesso scoppiano risse. Si erano prospettate misure drastiche: alcuni mesi fa era stato addirittura proposto il trasferimento di parte degli asilanti in una struttura nel comune di Airolo, tra imonti del San Gottardo, ma poi si è preferito soprassedere. Vero è che ormai la «permeabilità» del confine italo- svizzero in Ticino è materia di dibattito politico quasi quotidiano: in prima linea non solo la Lega dei Ticinesi, che chiedeva di recedere dal trattato di Schengen, ma anche partiti moderati come il Ppd sollecitano ormai da tempo controlli più rigidi ai valichi e lungo tutta la linea di confine.

Frontalieri. Troppi lavoratori sottocosto. Ticino, pronte nuove ritorsioni

di Claudio Del Frate da il Corriere della sera

MILANO - Tornano a essere tesi i rapporti tra Italia e Svizzera, Canton Ticino in particolare: mercoledì il governo locale potrebbe infatti votare un nuovo stop al versamento dei cosiddetti ristorni, le tasse che il fisco elvetico trattiene dalle buste paga degli italiani che lavorano in Ticino e che dovrebbero essere trasferite all’erario italiano. Si tratta di una misura di pressione che il Ticino attuò già tre anni fa e che mantenne per circa un anno fino a quando non vennero avviate le trattative fiscali tra i governi di Roma e Berna. Quel dialogo ora si è interrotto con la caduta del governo Monti ma i problemi che avevano generato la mossa del Ticino sono rimasti immutati; anzi, visti da Bellinzona si sono aggravati.

Allora fu lo scudo fiscale unito al boom delle manodopera italiana impiegata sottocosto in Svizzera a far scattare la ritorsione; ora il trauma della sanatoria fiscale italiana è stato quasi del tutto assorbito ma continua l’impennata degli impieghi di lavoratori italiani oltreconfine. Questi ultimi hanno raggiunto la quota record di 56mila ma ad essi vanno aggiunte 23mila ditte che in base agli accordi di libera circolazione tra Svizzera e Ue hanno ottenuto nel 2012 appalti e lavori in Ticino. Tutto questo però provocando una caduta dei salari, dei prezzi e dell’occupazione ticinese.

La Lega dei Ticinesi, come già avvenuto tre anni fa, ha proposto il blocco dei versamenti fiscali all’Italia mentre Michele Barra, consigliere di Stato (in pratica assessore) del Ticino ha suggerito misure più restrittive e controlli ferrei nei confronti delle ditte italiane in trasferta in Svizzera. I voti leghisti però non sono sufficienti a far scattare il provvedimento, serve l’appoggio anche di altri partiti e quello in bilico pare essere il voto dei popolari democratici, decisivo anche in occasione del primo blocco.

I soldi al Banco Desio? Banda della Magliana e parenti di Schiavone. La finanza indaga sui capitali esportati

di Ferruccio Sansa e Davide Vecchi da il Fatto quotidiano

Imprenditori, mafia, case di moda. L'elenco dei clienti che si sono rivolti al Banco Desio per importare capitali all'estero è lungo. E ha rapporti anche con la criminalità organizzata. La lista va da Elio Caiazzo, l'imprenditore napoletano legato agli esponenti della Banda della Magliana e al faccendiere Ernesto Diotallevi, a Bruno Sorrentino, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso e indicato come referente del clan camorrista dei Nuvoletta dal pentito Carmine Schiavone, cugino del capo dei Casalesi, Sandokan. Accanto a loro figurano personalità come Massimo Ferretti del gruppo Aeffe (che acquista una società di Caiazzo), l’antiquario romano Carlo Montanaro, [..]. Con molti altri. Come Mauro Fancelli, presidente della Cna di Firenze, o monsignor Michele Basso, ex responsabile dell’economato di San Pietro, cacciato dal Vaticano per aver tentato di vendere opere d’arte false per 50 milioni di euro e riapparso nel 2009 allo sportello del Banco Desio per incassare a Lugano un libretto di risparmio da 2,5 milioni di euro. Ma si è sentito proporre di aprire una società alle Cayman.

TUTTI ATTRATTI dalla facilità con cui veniva garantito il trasferimento di denaro all'estero. Lo scrivono gli uomini del Gico della Guardia di Finanza e lo confermano gli analisti della Price Water House di Lugano che hanno concentrato le attenzioni, rispettivamente, sulla banca brianzola e sulla controllata in Svizzera, il Credito Privato Commerciale. Il Cpc è oggi in liquidazione volontaria su imposizione dalla Finma, l'organismo di vigilanza dei mercati finanziari elvetici, per “evidenti illeciti” riscontrati nella gestione delle operazioni. Ma negli anni ha svolto il ruolo di “cassaforte” estera per i clienti italiani del Desio che hanno così potuto godere “delle proprie disponibilità finanziarie illecitamente prodotte sul territorio dello Stato”, scrivono le Fiamme Gialle in una relazione del 2009 allegata agli atti del processo che si aprirà a Roma il prossimo aprile nei confronti dei dirigenti del Banco Desio Lazio. Un allegato di appena dodici pagine in cui sono elencati movimenti estero su estero per complessivi venti milioni di euro finiti in conti cifrati a Lugano e dei quali solo una minima parte è stata rintracciata dal fisco italiano.

Un'evasione fiscale messa in atto con la complicità dei responsabili dell'istituto di credito, scrive il Gico: “Le condotte poste in essere coinvolgono a pieno titolo anche il Gruppo Banco Desio e della Brianza Spa”. Perché, proseguono le Fiamme Gialle, “i sodali non consigliano mai alla propria clientela di trasferire il denaro tramite intermediari finanziari abilitati ma provvedono in prima persona al materiale trasferimento del contante”. E ancora “La gestione dei capitali illeciti è precisa volontà dei vertici dell'istituto”. Soldi da portare all'estero e spesso da investire in progetti “di speculazione immobiliare” che, scrivono gli inquirenti, “potrebbero celare un'attività di riciclaggio di capitali di dubbia provenienza”. Caiazzo è il più attivo su questo fronte. Tratta acquisti per oltre sessanta milioni di euro. Spazi per Prada, Gucci, Alberta Ferretti e molti altri. Segue direttamente la compravendita di una palazzina a Venezia per 30 milioni di euro. E coinvolge nell'affare Sorrentino e Diotallevi che hanno liquidità, seppure, rivela il Gico, risultino praticamente nulla tenenti. Ma loro, garantisce Caiazzo, dovranno “tirare fuori” solo sette milioni, mentre la parte rimanente arriverà dal Banco Desio e Lazio dove lui “è apprezzato cliente legato da profondi rapporti di amicizia con l'amministratore delegato Renato Caprile, nonché con i funzionari del Credito Privato Commerciale di Lugano”, sintetizzano i colloqui gli uomini del Gico. “Tiene sord ca facimm a chiù bel operazion rò munn” (“ ... ce l'hai i soldi che facciamo la più bella operazione del mondo" ndr) dice Caiazzo al telefono sia con Sorrentino sia con Diotallevi. “Quant'am - ma caccià?”, chiede Sorrentino. “30 milioni (di euro ndr)”, risponde Caiazzo e chiarisce che dovranno anticipare solo una parte “per il resto ce lo facciamo finanziare”.

L'operazione, concludono le Fiamme Gialle, cela “un'attività volta al reimpiego di ingenti capitali riconducibili a Sorrentino e Diotallevi (..) personaggi dal passato criminale di notevole spessore con scarsissime coperture finanziarie”. Dai riscontri effettuati sul Cpc, Caiazzo ha un conto cifrato in cui compie versamenti che raggiungono anche i 3 milioni di euro la volta. Sempre estero su estero. Il cliente è affezionato. Il Banco Desio gli fornisce anche una scheda telefonica sim ad hoc attivata in Svizzera con la quale contatta direttamente i vertici della controllata elvetica.

SECONDO gli inquirenti buona parte dei soldi movimentati sono di illecita provenienza e vengono così riciclati. Il legame con i personaggi di spicco della banda della Magliana e della criminalità organizzata sono più volte sottolineati proprio in relazione al flusso di denaro “impossibile da rintracciare alla fonte”. E questa è una delle lacune individuate anche dalla Price di Lugano sullo stato della Cpc: la difficoltà ad avere informazioni certe sui soldi movimentati dalla banca. Arrivano a segnalarlo le autorità finanziarie elvetiche, che controllano i movimenti di un Paese in cui non vige di certo la trasparenza bancaria. In Italia, per il momento, Banca d'Italia non ha avviato verifiche in merito al legame tra Cpc e Banco Desio.

f. sansa@ ilfatto quotidiano. it
d.vecchi@ ilfattoquotidiano. it

Banco Desio: dirigenti (compreso il presidente) radiati in Svizzera ai vertici in Italia. Con una lettera la Consob elvetica li ha cacciati

di Ferruccio Sansa e Davide Vecchi da il Fatto quotidiano

Persino la Svizzera è più severa dell’Italia nel giudicare chi può guidare una banca. I vertici del Banco Desio sono stati costretti a lasciare Lugano, radiati dal Registro di commercio elvetico. Le dimissioni di tutti i membri del consiglio di amministrazione e della direzione generale del Credito Privato Commerciale, istituto controllato a Lugano dal Desio, sono state chieste dalla Finma, l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari svizzeri, a seguito delle indagini che coinvolgono per riciclaggio di denaro diverse controllate dell’isti - tuto. Tra i 27 “espulsi” figura anche Agostino Gavazzi, presidente del Cda del Credito e oggi presidente del Banco Desio. Altri 12 dirigenti “cacciati” dalla Svizzera sono stati reintegrati nella casa madre italiana. Mentre l’amministratore delegato, Nereo Dacci, è stato costretto a lasciare il gruppo, liquidato con una buonuscita di 1,2 milioni di euro e sostituito, il 9 giugno 2012, da Tommaso Cartone. La banca figura tra le prime dieci in Italia: 44,9 milione di utile 2011 e asset totali per 8,3 miliardi.

CON UNA DURISSIMA lettera inviata il 24 maggio 2012 per conoscenza anche all’area vigilanza bancaria e finanziaria di Banca d’Italia presieduta all’epoca da Anna Maria Tarantola, la Finma ha intimato a Banco Desio di mettere “in liquidazione volontaria” la controllata in Svizzera. “In caso di rifiuto (...) l’incarto verrebbe trasmesso, senza indugio, al servizio enforcement della Finma”. Tradotto: seguiremo le vie giudiziarie. La decisione, si legge nella missiva, è stata raggiunta a seguito “delle numerose irregolarità e lacune emerse dai rapporti d’audit” e dai “sufficienti indizi fondati per constatare un dubbio attendibile sull’attività irreprensibile (..) del Cda e della direzione generale”.

L’AUTORITÀ elenca 9 condizioni specifiche che i vertici della casa madre devono rispettare. Nove condizioni che sostanzialmente commissariano la banca. “Dal 15 giugno solo l’attività di liquidazione degli affari esistenti potrà essere eseguita” e l’attività deve essere inclusa in un “rendiconto analitico mensile” con il “numero dei clienti, numero transazioni, chiusure conti” e un “rendiconto trimestrale finanziario”. Ancora: “Qualun - que deflusso superiore al 3% dei mezzi propri disponibili (...) dovrà essere approvato dalla Finma”. Infine, tra le indicazioni di maggior rilevanza, l’ultimo punto che impone di comunicare “quale base legale sarà utilizzata per il trasferimento del patrimonio, unitamente alla lista completa dei potenziali istituti presso i quali le posizioni saranno trasferite e i volumi di detti importi”.

A seguito della missiva, Bankitalia non ha comminato sanzioni, pur avendo concluso un mese prima un’ispezione sulla casa madre riscontrando “risultanze parzialmente sfavorevoli” per “criticità nei sistemi di governo e controllo”. Via Nazionale aveva individuato una “difficoltosa tracciabilità dei processi decisori” e “carente rendicontazione agli organi collegiali”. Poi “condotte operative anomale, adozione di inidonei criteri di assegnazione dei bonus al top management” e molto altro. Palazzo Koch individua forti carenze nei sistemi antiriciclaggio informatici e organizzativi della capogruppo e di alcune controllate, tra cui proprio la Cpc. La relazione è stata consegnata alla Procura di Roma, che ha chiesto il rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, per vicende del 2009, di alcuni ex esponenti e dipendenti delle controllate Banco Desio Lazio e Cpc. L'udienza preliminare è fissata per aprile.

Gli importi che secondo l’accusa sarebbero stati portati illegalmente all’estero si aggirano intorno ai 20 milioni di euro, ma le movimentazioni ora messe in liquidazione dal Cpc, a quanto riferisce lo stesso ad Cartone, si aggirano attorno ai 50 milioni. Lavvio dell’inchiesta di Roma ha portato alle dimissioni di una delle colonne dell’istituto, il professor Luigi Guatri (non indagato). Dopo oltre 25 anni da consigliere del cda ha deciso di dimettersi per dedicarsi alla Bocconi. Hanno poi lasciato, come detto, il direttore generale e l’amministratore delegato. Gavazzi, principale azionista, tuttora alla guida dell’istituto, è finito anche in un’indagine in Lussemburgo per un’altra controllata estera: Brianfid. Anche questa in liquidazione.


L’ad Cartone “Non facciamo più quelle operazioni”
di Davide Vacchi da il Fatto quotidiano

 La nostra banca è molto robusta, solida, con un patrimonio consistente: quindi riusciamo a far fronte anche alla liquidazione della Cpc che avevamo già avviato prima della lettera della Finma”. Tommaso Cartone è l’amministratore delegato del Banco Desio subentrato a Nereo Dacci. Lo abbiamo contattato per chiedere delle spiegazioni in merito alla lettera con la quale la Finma intimava alla banca di mettere in liquidazione volontaria la controllata Svizzera.

Siete stati costretti dalla Finma?
No. Abbiamo tentato di vendere la Cpc, ma il tentativo non è andato a buon fine e quindi già nel settembre 2011 eravamo avviati alla liquidazione volontaria.

Eppure l’Autorità elvetica ha radiato i vertici della banca. Non le sembra un provvedimento drastico?
No, significa che sono stati cancellati in conseguenza della nomina di un liquidatore.

I dirigenti radiati non possono più operare in Svizzera.
Non lo sappiamo perché ogni incarico di consigliere ha una storia a se stante quindi io ritengo che possano ancora operare.

Il vostro presidente Gavazzi non avrebbe dovuto dimettersi a seguito di questa vicenda?
Le ricordo che l’indagine del Tribunale di Monza, che l’aveva coinvolto, si è chiusa con l’archiviazione. Quindi la Finma ha seguito una prassi, capita ovunque quando viene nominato un liquidatore ma questo non fa perdere i requisiti al consigliere.

Ma per la controllata Cpc si parla di riciclaggio di denaro.
Operazioni dubbie non ne sono state più fatte e contiamo di chiudere nell’arco di un anno così da comprimere la cifra di 42 milioni di euro calcolata per la liquidazione oggi prevista in sette anni.

I depositi aperti in Svizzera che dovete trasferire altrove a quanto ammontano?
Non conosco la cifra precisa, ma ritengo che in questo momento non superino i 50 milioni.

Quanti importati illegalmente in Svizzera?
Io ovviamente le dico zero, ma non è a mia conoscenza. Una attività nella quale noi da qui non interferiamo.

Come non interferite?
La banca aveva la sua autonomia, io le devo dire zero. Oggi il cliente va e dà l’indicazione di trasferimento.

Alptransit. Cantieri in galleria, scavi ad alto rischio feriti altri due operai

di Roberto Rotondo da il Corriere della sera

LUGANO – Un incidente nel cantiere ferroviario dell’Alptransit a Sigirino, nella Svizzera italiana, ricorda molto da vicino il tragico infortunio avvenuto lunedì scorso nella galleria di Lozza dell’autostrada pedemontana. Due operai di 34 anni e 29 anni, entrambi italiani, sono stati investiti dal crollo di alcuni materiali di calcestruzzo dal soffitto dello scavo. Le condizioni dei lavoratori erano apparse serie ma per fortuna stanno meglio e potrebbero essere dimessi dall’ospedale nei prossimi giorni.

Le operazioni cui erano intenti presentano sempre una certa pericolosità, come testimoniano le cronache di questi giorni. Nel settembre del 2010 un altro operaio italiano di 54 anni era morto nel cantiere di Alptransit durante uno scavo, unica vittima fino a questo momento, per fortuna, della grande opera svizzera. La ferrovia Alptransit è un nuovo collegamento ferroviario che consentirà ai treni di attraversare le Alpi con pendenze minime e ampie curve. Ha tre cantieri aperti. A Sigirino è in realizzazione la galleria di base del Monte Ceneri e si sta scavando dal centro del tunnel per raggiungere i due portali esterni. Il cunicolo ferroviario è di 15 chilometri circa, diviso in due canne, a cui vanno aggiunte le gallerie di sicurezza, per 57 chilometri in totale. Sarà completato nel 2019. Anche in questo caso, come nelle gallerie di pedemontana, si scava con esplosivi e con le fresatrici a gripper per roccia dura. Ognuna di queste macchine costa 30 milioni di franchi e ha bisogno di 17 operai in turno a volta per essere azionata. Quella in funzione al cantiere di Faido, ad esempio, ha un diametro di 9 metri e mezzo.

Ticino alla guerra del salario minimo, tremila franchi per legge per avvicinare gli stipendi dei frontalieri a quelli svizzeri

di Claudio Del Frate da il Corriere della sera

LUGANO —«No, in Svizzera non si fa così: il nostro spirito è che le questioni salariali si discutono tra le parti, senza interventi dello Stato»: nella parole di StefanoModenini, direttore dell’associazione degli imprenditori del Canton Ticino, è già scritto l’epilogo che avrà la decisione del governo locale di introdurre per legge un salario minimo garantito (3.000 franchi lordi, circa 2.400 euro) per alcune categorie di lavoratori. Lamisura servirà ad arginare la corsa al ribasso provocata in Ticino dal massiccio afflusso di manodopera italiana ma rischia d’altro canto di rendere meno convenienti le assunzioni di lavoratori lombardi. Gli imprenditori hanno annunciato che faranno ricorso al tribunale federale di Losanna per veder ripristinato lo status quo.

Lo status quo diceva per l’appunto che la busta paga dei lavoratori dipendenti, salvo alcune categorie, è frutto della libera contrattazione; ma da quando sulla circolazione della manodopera tra Italia e Svizzera è caduto ogni vincolo è partita la rivoluzione: gli occupati italiani al di là del confine sono saliti a quota 54.586 (ultima rilevazione ufficiale, indiscrezioni dicono che però è già stato avvicinato il muro delle 56 mila unità) e si accontentano di un compenso che in Canton Ticino è ampiamente sotto il minimo vitale. «È dumping salariale» denunciano da anni è sindacati elvetici. Il loro grido di allarme è stato adesso accolto dal Consiglio di Stato (in pratica il governo) ticinese che due giorni fa ha emanato questa misura: in tre settori — il commercio, la meccanica di precisione e l’informatica — viene introdotta per legge dal primo aprile una paga oraria minima di 17,30 franchi l’ora. Il che porta, in regime di orario normale a un salario mensile di 3.000 franchi, molto spesso superiore a quanto intascano attualmente gli italiani in trasferta a Lugano e dintorni. Lo scopo è di riallineare — o almeno avvicinare —gli stipendi dei frontalieri italiani a quelli dei lavoratori ticinesi in modo da rendere meno conveniente il ricorso alla manodopera d’importazione.

Pochi mesi fa, tanto per fare un esempio, aveva suscitato scalpore la notizia che le commesse dei centri commerciali percepiscono 2.400 franchi, uno stipendio definito «da fame» in Svizzera ma largamente più ricco di quanto le stesse lavoratrici prenderebbero in Lombardia. Il salario minimo per legge aumenterà secondo le prime stime lo stipendio a circa 10mila frontalieri. «È un’ottima notizia» commenta Claudio Pozzetti, segretario della categoria frontalieri per la Cgil italiana. Secondo il quale non ci saranno contraccolpi sull’occupazione. «I tre mila franchi sono un’onorevolemediazione con la richiesta dei sindacati svizzeri che volevano un minimo di quattromila franchi.Ma soprattutto ogni passo verso la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e verso l’introduzione di regole minime laddove mancano i contratti di lavoro nazionale è bene accetto». L’esatto contrario di quanto invece sostengono gli imprenditori ticinesi: «È un’invasione di campo della politica nelle relazioni economiche — denuncia Stefano Modenini — e ora temiamo l’effetto domino: il salario minimo potrebbe essere esteso ad altre categorie scoraggiando gli investitori».

Ma la corsa al ribasso dei salari non aveva raggiunto livelli preoccupanti? «I casi veri e propri di dumping sono solo poche decine — prosegue — e in rari casi riguardano l’industria. In realtà i cittadini svizzeri quasi mai lavorano come operai e i salari andrebbero regolati sul potere di acquisto dei dipendenti che nella maggior parte dei casi in questione vivono in Italia. E i salari attualmente loro corrisposti sono ben più alti di quelli che riceverebbero nel paese d’origine».


«Troppi ribassi, serviva un limite»
di Claudio Del Frate da il Corriere della sera

LUGANO — Laura Sadis, consigliera di Stato e responsabile del Dipartimento economia e finanze del Canton Ticino, come si è giunti alla decisione di introdurre il salario minimo per tre categorie di lavoratori?
«Sulla base prima di tutto di rilevazioni statistiche sul mercato del lavoro del nostro cantone. I controlli ci dicevano che con troppa frequenza si segnalavano abusi (ribassi superiori al 10% rispetto al salario comunemente in uso) nell’impiego della manodopera. Il salario minimo è una misura di salvaguardia che ci è consentita dagli accordi sulla libera circolazione: quando la pressione ribassista è eccessiva possiamo introdurre un "quantum" per legge laddove non esistono contratti di lavoro nazionale».

È una decisione che il governo ticinese ha assunto all’unanimità?
«Nessuno strappo, non c’è stata nemmeno votazione».

La disoccupazione in Ticino è di poco superiore al 4%: davvero gli stipendi dei lavoratori italiani mettono a rischio il mercato?
«La nostra è prima di tutto una battaglia di principio: ogni dipendente ha diritto a un salario dignitoso e che gli consenta di vivere; in secondo luogo c’è un aspetto pratico. È vero che il livello di disoccupazione potrebbe essere considerato fisiologico ma il nostro provvedimento ha anche uno scopo preventivo: vogliamo assolutamente evitare la sostituzione di lavoratori svizzeri con lavoratori italiani».

Gli industriali hanno annunciato un ricorso alla magistratura.
«È nel loro diritto ma noi ci sentiamo tranquilli: i numeri e le rilevazioni statistiche in nostro possesso ci danno ragione».

 

Capitali svizzeri, accordo vicino. L'ambasciatore Knapp: "Intesa col Governo Italiano entro il 21 dicembre"

di Camilla Conti da il Fatto quotidiano

Le basi erano state gettate questa estate con quello che i più ottimisti avevano battezzato il trattato di Silvaplana, per la cornice svizzera dell’in - contro fra Mario Monti e il presidente della Confederazione Eveline Widmer-Schlumpf, che avrebbe liberato la strada alla firma entro fine anno di un accordo fiscale fra Roma e Berna. Obiettivo: recuperare parte dei circa 150 miliardi che gli italiani hanno stipato illecitamente nei forzieri elvetici. Ieri l'ambasciatore Oscar Knapp, responsabile della Divisione mercati della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, ha annunciato che la Svizzera è “fiduciosa” di raggiungere l’intesa entro il 21 dicembre per poi farla ratificare ai rispettivi governi. “'Si sta lavorando per un risultato positivo, ci sono ancora diversi punti aperti”', hanno poi commentato alle agenzie di stampa fonti del Tesoro. Lasciando intendere che si può arrivare a un accordo, ma si sta ancora trattando sul prezzo. E sui vantaggi reali per l’Italia. Ovvero l’entità del prelievo una tantum sui capitali non dichiarati e oggi ospitati nei caveau svizzeri – che potrebbe ruotare attorno a un 15-20%, cui si aggiunge una tassa annuale dei redditi finanziari dei capitali emersi, allineandosi alle varie aliquote nazionali sul risparmio.

NON SI CONOSCE, dunque, quanto sarà l’effettivo incasso per l’erario italiano dopo l’entrata in vigore del trattato, né quanto potrà alleviare il peso del nostro debito pubblico arrivato quasi a quota duemila miliardi. L’accordo replica quelli già siglati con Germania, Gran Bretagna e Austria in base ai quali i capitali detenuti nelle banche svizzere vengono tassati e l'imposta viene versata dalle autorità svizzere al fisco di Berlino, Londra e Vienna. Ma i capitali restano anonimi. “Vogliamo garantire la massima trasparenza ai flussi finanziari verso la Svizzera pur conservando il rispetto della privacy e del segreto bancario” ha sottolineato Knapp. Tra i punti ancora in discussione, ci sarebbe inoltre la possibilità che la Svizzera ci fornisca una lista dei Paesi in cui i clienti italiani potrebbero decidere di trasferire i loro conti attualmente detenuti nei cantoni. Perchè, morto un paradiso, se ne fa subito un altro. Come la piazza di Singapore. Che non sarà comoda come i cantoni, ma è nella lista bianca dell'Ocse e sta stringendo accordi per lo scambio di informazioni fiscali con vari Paesi tra cui l'Italia che ha ratificato l'intesa un mese fa. E Singapore offre, oltre a una fiscalità agevolata, anche la tutela del segreto bancario. L’accordo con l’Italia rischia dunque di arrivare tardi, quando ormai i buoi più grassi sono già scappati.

Lugano - Ticino, subappalti selvaggi «Ora intervenga il giudice». La «deregulation» e l’invasione di ditte italiane ancora al centro di un caso

La denuncia: salari dimezzati, fallimenti e cantieri fermi
di Claudio Del Frate da il Corriere della sera

LUGANO — Subappalto selvaggio: succede che Tizio ordina un lavoro a Caio, che lo passa a Sempronio o al cugino di quest’ultimo. E al termine di questa catena, lungo la quale i prezzi scendono passo dopo passo, va a finire che le ditte falliscono e i dipendenti restano senza stipendio. Non è una bella cosa detta in generale, lo è ancor meno in un territorio come il Canton Ticino, dove la «febbre del mattone» ha richiamato oltre frontiera decine di imprese lombarde e italiane non sempre rispettose delle normative elvetiche. Fenomeno che giorno dopo giorno sta provocando contraccolpi sindacali, politici ed economici.

L’ultimo capitolo è di ieri, quando il sindacato Unia — quello con maggior forza tra i lavoratori ticinesi—ha presentato un dossier, destinato a finire sul tavolo della magistratura, dal titolo emblematico, «Malaedilizia». In quelle pagine vengono raccontati episodi significativi di quello che, secondo Unia, è un costante e dilagante aggiramento delle regole nei cantieri della Svizzera Italiana. Il caso che viene raccontato come paradigma dell’intera situazione riguarda la costruzione del nuovo stabilimento a Stabio, appena oltre il confine, della «Vf», multinazionale americana dell’abbigliamento sportivo. «L’impresa a cui spetta la sovrintendenza del cantiere, la Tigesim di Bioggio — racconta il sindacato — subappalta dei lavori a un’impresa piemontese. Questa li passa a una ditta di Lugano che a sua volta li gira a una di Viganello. Ma questa sospende i lavori dopo pochi mesi poiché non riceve i pagamenti. Subentra allora una ditta ticinese che di lì a poco viene sostituita da altre due. Ma nel frattempo tre delle società coinvolte sono fallite e il titolare di una di esse, italiano, è finito in carcere per bancarotta ».

Il valzer degli appalti secondo Unia nasconde uno scopo ben preciso: costituire società ad hoc, spesso ditte individuali, grazie alle quali vengono scavalcate le norme ticinese sui salari minimi e quelle sulle condizioni di lavoro dei dipendenti. Ma la corsa al ribasso dei prezzi che si innesca lascia sul campo conseguenze gravi: ditte insolventi, operai senza stipendio, cantieri che si fermano.

Un quadro che in Canton Ticino, molti addebitano proprio all’invasione da parte di ditte italiane, esplosa dopo gli accordi tra Svizzera e Ue sulla libera circolazione risalenti al 2008. Il sindacato elvetico, tuttavia, si tiene alla larga dallo scatenare una «guerra di confine» e chiede invece misure legislative in grado di imbrigliare il ricorso anarchico al subappalto. «Il principio in grado di risolvere il problema alla radice — sostengono — è l’introduzione del principio di responsabilità solidale per le imprese che subappaltano a terzi».
Come dire che la capofila deve rispondere dei danni provocati dalle sottoposte. «E’ un principio, già in discussione alle camere federali, che le obbligherebbe a farsi garanti dei salari e delle condizioni di lavoro praticate dai loro subappaltatori: non solo quelli diretti, ma anche l’intera catena di soggetti che ne segue, come avvenuto nel caso della Vf».

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