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L’Italia ha una legge per gli immigrati di talento ma nessuno lo sa

Francesca Strumia* da Linkiesta

L’Italia ha recepito l’European blue card directive del 2009. Adesso, uno straniero, lavoratore altamente qualificato, può entrare e soggiornare in Italia a condizioni agevolate. Dovrà avere titolo di studio e abilitazione professionale per l’esercizio di una vasta gamma di professioni. Ma si può fare ancora di più.
Blu è, da agosto, la carta che consente a uno straniero, lavoratore altamente qualificato, di entrare e soggiornare in Italia a condizioni agevolate rispetto alla generalità dei migranti. La norma è italiana (decreto 108/2012) il colore è europeo: il decreto in questione attua, con la consueta flemma della penisola, la European blue card directive del 2009 (direttiva 2009/50).

Con la sua attuazione, la folla di categorie che popolano, in maniera più o meno definita, la legislazione italiana sull’immigrazione - immigrati per motivi economici, per ricongiungimento famigliare, per studio, per motivi umanitari ecc.-, si arricchisce di un nuovo esemplare: gli immigrati per talento.

Ci si pone finalmente il problema di attrarre immigrati qualificati e di aprire loro una corsia preferenziale. Il lavoratore straniero, altamente qualificato secondo i termini di direttiva e decreto, può ottenere un permesso di soggiorno, la carta blu per l’appunto, a prescindere dalle quote dei decreti flussi.

Con la carta blu, lo straniero gode di parità di trattamento con i cittadini europei per una serie di diritti (in materia per esempio di istruzione, condizioni di lavoro, previdenza), di una certa libertà di circolazione nella Ue (dopo 18 mesi di carta blu può entrare senza visto e soggiornare in un altro stato membro per svolgervi lavoro altamente qualificato, mentre un normale permesso di soggiorno non conferirebbe nessun diritto di soggiorno o accesso al mercato del lavoro in altri stati membri) e può cumulare periodi di residenza in diversi stati membri ai fini dei cinque anni necessari per ottenere un permesso di soggiorno di lungo periodo.

Chi è dunque questo lavoratore altamente qualificato a cui l'Europa, e l'Italia per suo mandato, stendono un tappeto blu? Il fortunato ha titolo di studio e abilitazione professionale per l’esercizio di una vasta gamma di professioni, tra cui alta dirigenza, professioni intellettuali, professioni tecniche, e può vantare l'offerta di un contratto di lavoro di almeno un anno e con una retribuzione lorda non inferiore a 24.789 euro.

A tale identikit corrispondono senz’altro molteplici profili, ed è facile intuire che forse non tutti i lavoratori altamente qualificati saranno altrettanto altamente talentuosi. Per dirla all’anglosassone, non perdiamoci la foresta per qualche albero isolato: al di là del dettaglio della norma, è la sua premessa che cela una vis innovatrice.

La legislazione italiana sull’immigrazione è in genere preoccupata più di respingere che di attrarre. Il decreto sulla carta blu, anche se concepito un po’ per forza, in ritardo sui termini e sotto le bacchettate della Commissione, segnala una nuova visione dell’immigrazione e traccia il primo segmento di una linea blu. Come allungare, come consolidare tale “linea blu”?

L’Italia che si arrovella tra decreti sviluppo e piani di crescita, mentre scivola nella morsa del declino demografico, ha bisogno impellente di attrarre immigranti qualificati, di incentivarne i figli a studiare e a intraprendere iniziative economiche nella penisola, di trattenerli facendone elemento innovatore della sua cittadinanza.

È proprio nella cittadinanza, in effetti, che ci si imbatte, percorrendo col pensiero la linea blu. Cittadinanza che è punto di arrivo di qualsiasi percorso di immigrazione e integrazione, e punto di partenza di una riflessione su come cambiare l’Italia, cambiando gli italiani. Direttiva e decreto tacciono in proposito, e le tracce della linea blu si disperdono dunque nei dintorni del delicato tema dell’accesso alla nazionalità.

In materia di cittadinanza e nazionalità, il legislatore italiano ha campo libero. Mentre le norme sull’ingresso e la residenza degli immigrati, infatti, sono ormai in gran parte di impronta comunitaria, la legislazione sulla nazionalità è rimasta il giardino segreto dei parlamenti nazionali. Lo chiarisce una dichiarazione annessa al trattato di Maastricht, che introduceva la cittadinanza europea; lo riconoscono i giudici europei, che con cadenza regolare azzardano tentativi di rinforzare la cittadinanza dell’Unione a scapito di quella nazionale e poi tornano timorosi sui propri passi (vedasi ad es. il caso Dereci C-256/2011); lo ribadiscono i governi degli stati membri, che di fronte alla Corte di Giustizia Europea intervengono frequentemente a sostegno del proprio spazio di autonomia.

Eppure la cittadinanza è un campo spinoso, in cui si confrontano interessi divergenti e opposte visioni della “nazione” per cui raccogliere i consensi necessari per una riforma è ardua impresa. In Italia, le “Nuove Norme sulla Cittadinanza” (legge 91/1992) sono ormai vecchie di vent’anni, sopravvissute a qualche sporadico progetto di riforma, persosi poi nei meandri delle crisi politiche degli ultimi anni.
Il clima di convergenza portato dalla crisi di questi giorni, e il momentum della carta blu offrono un contesto favorevole per rispolverare, il vecchio, ma più che mai urgente dibattito sulla cittadinanza.

La legge attuale, ancora fortemente improntata a criteri di ius sanguinis, riflette un quadro storico-demografico e una coscienza nazionale, che le tendenze degli ultimi decenni hanno inevitabilmente alterato e scalfito. Le disposizioni vigenti si preoccupano di aspiranti cittadini che in Italia non sono nati nè hanno mai vissuto, mentre in misura rilevante trascurano persone che in Italia sono cresciute, frequentano le scuole, lavorano: all’immigrante tipo richiedono dieci lunghi anni di residenza continuativa in Italia prima di poter parlare di cittadinanza.

Sul filo della “linea blu” di pensiero che questo articolo intende seguire, una riforma delle norme in questione è l’occasione per promuovere l’interesse del paese ad attrarre gli immigranti di talento, consolidando la relativa corsia preferenziale. Oltre al permesso di soggiorno per lavoro qualificato, a quello per soggiornanti di lungo periodo, all’accesso al mercato del lavoro, perchè non offrire loro una chance di autentica integrazione tramite condizioni agevolate per la cittadinanza? In tempi più brevi dei dieci lunghi anni di anzianità residenziale della norma attuale, con requisiti chiari, e magari con un procedimento più rapido dei settecentotrenta giorni attualmente richiesti (dalla legge, nella realtà chi ci è passato parla di anni e anni di attesa).

Categorie a cui riservare una corsia preferenziale per talento potrebbero essere, oltre ai lavoratori altamente qualificati della carta blu, anche gli studenti laureati con profitto nelle università italiane (non è certo nell’interesse del paese che, dopo aver usufruito delle sue logore risorse universitarie, vadano altrove!), e coloro che creano in Italia imprese di profitto (le famose start-up di cui si parla in sede di decreti sviluppo, per esempio).

Certo, non di solo talento può nutrirsi l’anima del cittadino. Una riforma è necessaria anche per assecondare in maniera più equa i legittimi interessi di una schiera di immigranti stabiliti nel nostro paese: c’è bisogno di dare minore peso all’anzianità residenziale dell’immigrato, di uno snellimento delle procedure, di riempire alcuni gap importanti nella protezione dell’unità famigliare.

Talento e fairness come principi ispiratori porterebbero già lontano, sulla via della cittadinanza. Con qualche nuance blu, quella via potrebbe portare a un pool di nuovi cittadini d’eccellenza, motivati a investire nell’avventura italiana. Motivazione e serietà sono attributi contagiosi. Chissà che una buona dose di nuovi cittadini, possa, nel tempo, essere d’ispirazione anche a quelli vecchi? Testimoniare l’impegno di certi figli di immigrati, che studiano, lavorano, e navigano tra un permesso di soggiorno e l’altro non può che dare una positiva scossa a qualche compagno un po’ bamboccione, cresciuto tra le carezze dell’italianità.

«Ma a chi importa la cittadinanza?», dirà qualcuno. «Se un percorso blu ci deve essere -prosegue l’obiezione- bisogna che passi per sgravi fiscali, e poi diritti di base, sanità, istruzione, alloggio». Ai tempi del crepuscolo degli ideali, la cittadinanza non fa più leva. Può darsi che l’appeal del concetto sia un po’ provato dai tempi che corrono.

Per l’immigrante che intende restare, però, una volta trovata la casa, assicuratasi l’assistenza medica, compilata la dichiarazione dei redditi, resta un bisogno di certezza e di programmazione di lungo periodo, a cui solo la cittadinanza può offrire risposte definitive.

Solo il cittadino è sicuro di poter restare a tempo indeterminato nello stato a cui appartiene, sa di poter trasmettere ai suoi figli uno status certo, ha piena voce politica a livello locale e nazionale; solo per il cittadino il mercato comune europeo non ha più barriere di sorta. Solo il cittadino perde, una volta per tutte, la veste dello straniero.

Nelle parole di Gaetano Salvemini, che nel Radcliff Quarterly nel 1941 descrive la sua naturalizzazione come cittadino americano, “È questa sensazione di essere a casa che ti conquista passo per passo. E un bel giorno ti accorgi di non essere più un esule, ma un cittadino nel tuo paese».

È nell’interesse dell’Italia, ormai paese di immigrazione, incentivare gli esuli entro i suoi confini a diventare cittadini. Soprattutto (anche se non solo) quelli che portano laboriosità, idee, legalità. Per loro, quella veste di cittadini, che molti italiani per nascita portano con noncuranza, può essere motivo di orgoglio e catalizzatore di integrazione. Per il paese, d’altra parte, appropriarsi dei loro valori, rivestendoli della propria cittadinanza, può essere fattore di rinnovamento. Tutto dipende dalla foggia di quella veste, oggi un po’ démodé e bisognosa di un restyling. Pensiamo con cura a una nuova foggia per la nostra cittadinanza. Pensiamola esigente ma inclusiva. Pensiamola in blu.

*(laureata in giurisprudenza, collabora con uno studio legale internazionale di Milano e con la cattedra di diritto pubblico comparato dell'Università di Torino. Ha passato diversi anni all'estero, tra gli Stati Uniti, dove ha trascorso cinque anni da graduate student conseguendo un dottorato di ricerca ad Harvard, e Londra.)

http://www.linkiesta.it/carta-blu-immigrati-cittadinanza

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