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Sanità Lombarda, l'eccellenza nella corruzione: da Daccò al Policlinico di Monza

19/10/2017

di Annalisa Berlingheri

Sanità, eccellenza della Lombardia”, un mantra per Roberto Formigoni.
Vero e proprio fiore all'occhiello, da sbandierare ad ogni piè sospinto.
Il ciellino firmò delibere con indebiti rimborsi per 200 milioni agli amici della Fondazione Maugeri tra il 1997 e il 2011 e al San Raffaele tra il 2001 e il 2011, in cambio ottenne 8 milioni di benefit, come l'uso di yacht, vacanze e una villa in Sardegna che è stata per metà sequestrata, per un valore di oltre 6,6 milioni di euro.

Parte dei soldi della Regione finivano sui conti del faccendiere Pierangelo Daccò, al quale sono stati confiscati 23 milioni di euro, sequestrati anche 15,9 milioni all'ex assessore Nicola Simone e 8 milioni all'ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino.

Accusato di corruzione, Formigoni è stato condannato in primo grado a 6 anni e a 6 anni d'interdizione dai pubblici uffici; Daccò a 9 anni e 2 mesi; Simone a 2 anni e 2 mesi; Passerino a 7 anni, Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

L'inchiesta della Procura di Milano favorì il ricambio a Palazzo Lombardia.
La presidenza passò alla Lega Nord con Roberto Maroni che nominò suo vice il berlusconiano Mario Mantovani.
Peccato che due anni e mezzo dopo, Mario Mantovani, assessore alla Salute e sindaco di Arconate, venga arrestato, per reati commessi tra il 6 giugno 2012 e il 30 giugno 2014. L'accusa è concussione, corruzione aggravata, turbativa d'asta. L'arresto avviene poche ore prima che il politico apra a Palazzo Lombardia il Convegno “Legalità e trasparenza”.

Turbativa d'asta del valore di 11 milioni e l'affidamento del servizio di trasporto di soggetti nefropatici sottoposti a trattamento dialico a favore di Croce Azzurra Ticinia Onlus di Giovanni Tomasini” , l’inchiesta coinvolge anche l'assessore all'Economia della Regione Lombardia, il leghista Massimo Garavaglia.

Le accuse a Mantovani riguardano anche altri fatti: la vicenda di 150 ragazzi terremotati della provincia di Mantova, ospitati dalla Cooperativa Serenitas - che fa riferimento a Mantovani - nell’ambito dell’inziativa “Un mare di solidarietà”,
il bizzarro screening sanitario gratuito disposto dalla Asl Milano 1 per gli studenti arconesi (di Arconate, Mantovani è sindaco – ndr) , screening che avviene in piena campagna elettorale del maggio 2014.
L'inchiesta porta al sequestro di una corposa documentazione oltre che nell'abitazione e nei molti uffici del politico del Pdl ad Arconate, a Milano, Pavia, Varese, Vercelli e Rimini.
All'arresto di Mantovani, indagato Garavaglia, segue quello di Fabio Rizzi (Lega Nord), presidente della commissione sanità di Regione Lombardia, arrestato assieme a Maria Paola Canegrati per le turbative d'asta del settore odontoiatrico.

La Canegrati quale amministratrice di un complesso sistema societario attivo nel campo dell'odontoiatria e ortodonzia di cui fanno parte tra le altre, la Servicedent srl, la Elledent srl, la Sytcenter srl procurava, attraverso turbative d'asta la corruzione degli associati Fabio Rizzi e Mario Longo e la corruzione di funzionari pubblici preposti alla gestione dei servizi di odontoiatria affidati in service ai privati delle singole aziende ospedaliere nonché la stipulazione di vantaggiosi contratti con strutture sanitarie private e private convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale”, scrive il Gip Federica Centonze nell'ordinanza.

Fabio Rizzi – aggiunge il giudice delle indagini preliminari -. otteneva quantomeno parte delle spese relative alla campagna elettorale per la consultazione del 24 e 25 febbraio 2013 che ha portato all'elezione dello stesso al Consiglio Regionale della Lombardia e, assieme a Longo - tramite la società Spectre srl, le cui quote sono detenute dai predetti tramite intestazione fittizia – otteneva profitti derivanti dalla partecipazione del 50 per cento della società Sytcenter srl riconducibile alla Canegrati ed al pagamento agli stessi della somma di 50 mila euro in occasione della vendita a terzi da parte della Canegrati delle quote del suo gruppo”.

L'inchiesta della Procura di Monza affidata al sostituto procuratore Manuela Massenz prende le mosse dalla segnalazione di Giovanna Ceribelli, componente del collegio sindacale dell'Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, che riferisce d'aver accertato numerose anomalie nella gestione dell'appalto del novembre 2009 relativo all'affidamento del servizio di odontoiatria.
L'attività di intercettazione portava alla individuazione di Pietrogino Pezzano, già direttore dell'Asl di Monza e Brianza ora a riposo, di fatto direttore generale del gruppo societario riconducibile alla Canegrati. Nonchè alla individuazione di numerosi funzionari addetti a servizi o strutture pubbliche in rapporti confidenziali con la Canegrati che cercavano da lei favori o vantaggi.

Fabio Rizzi e Marco Longo patteggiano 2 anni e 6 mesi pagando rispettivamente 70 mila e 180 mila euro, lady dentiera che fino al prossimo novembre non potrà uscire dal comune di Monza, aveva chiesto di patteggiare la pena di 4 anni e 2 mesi che però è stata negata. Le sono stati sequestri conti per 2,5 milioni.
Parlando con lady dentiera durante una telefonata il suo commercialista le dice: “Certo Paola che politici e non politici li conosci proprio tutti!”. Risposta: “Mirco, cazzo, ci ho trent'anni di marchette sulle spalle. Ho fatto trent'anni di marciapiede, ho battuto tutti”.
La Canegrati?- conferma Mario Longo che pensava di sbarcare in Cina e speculare con gli outlet del lusso - Ha amicizie con Diana Bracco e ottimi rapporti con Bruno Caparini, uno dei padri fondatori della Lega e uomo di fiducia di Michele Colucci”, ex capo gruppo socialista in Regione Lombardia.
Dalle dentiere alle protesi ortopediche

Chiusa l'inchiesta su Lady Dentiera il pm Manuela Massenz con la collega Giulia Rizzo inizia ad occuparsi della documentazione raccolta dalla Guardia di finanza di Milano nell’Operazione denominata “Disturbo” che coinvolge chirurghi ortopedici del Policlinico di Monza e degli Istituti Clinici Zucchi oltre ai responsabili della società Ceraver Italia srl che produce le protesi: in tutto 30 indagati.

E' il 22 novembre 2012, Flavio Acquistapace, cardiologo già in servizio presso il Policlinico di Monza sale in Procura e denuncia “...una gestione condotta in dispregio delle esigenze terapeutiche dei pazienti”.
La prima verifica viene effettuata acquisendo presso la Regione Lombardia i dati ufficiali dei DRG (Diagnosis Related Groups) e delle SDO, le schede di dimissione ospedaliera relative al periodo 2007-2012.

Il perito tecnico nominato dal sostituto procuratore, Manuela Massenz, deposita la sua relazione dalla quale emerge che al Policlinico di Monza i pazienti provenienti da fuori regione rappresentano il 24,5 per cento del totale dei pazienti ricoverati a fronte del 9 per cento dell'Ospedale Niguarda e del 4,7 dell'Ospedale Fatebenefratelli; che 2.368 pazienti sono stati interessati da quattro o più ricoveri nei reparti di ortopedia e cardio-chirurgico con punte di 19 ricoveri ripetuti; che i ricoveri effettuati nel fine settimana sono stati ben 2.202 di cui il 31,1 per cento in riabilitazione e ciò costituisce un'eccezione.

Inoltre il Policlinico di Monza effettua in media 12 operazioni a seduta a differenza di altri che ne effettuano 4 e che la punta massima di interventi è stato effettuato il 7 settembre 2009 quando in un solo giorno sono stati operati 36 pazienti. E ancora, in 1.243 giorni di sala operatoria il reparto di ortopedia ha impiantato protesi d'anca e di ginocchio con una media di 5/6 protesi per seduta. Il 16 gennaio 2010 sono state impiantate ben 16 protesi.
A seguito dei dati evidenziati ulteriori approfondimenti investigativi hanno disvelato una fitta rete corruttiva coinvolgente nedici chirurghi operanti presso il Policlinico di Monza ed altre strutture private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, rivenditori di protesi e medici di base”, scrive il Gip nell'ordinanza che ha portato in carcere i chirughi Marco Valadè, Fabio Bestetti e Claudio Manzini oltre a Denis Panico, responsabile commerciale della Ceraver Italia srl e Marco Camnasio, agente di zona e specialista di prodotti della Ceraver. Per tutti e cinque l'accusa è “di associazione allo scopo di commettere reati contro la Pubblica Amministrazione mediante corruzione diretta ad incrementare le vendite delle protesi ortopediche Ceraver”.

Il solo Camnasio organizzava poi la distribuzione del prodotto farmaceutico integratore CONDRO24 da lui stesso prodotto, corrispondendo ai medici disposti a prescriverlo ai pazienti denaro e altre utilità.
Per Marco Valadè e Fabio Bestetti anche l'accusa di falsità materiale e falsità ideologica. Il 9 gennaio 2015 in sala operatoria ad impiantare le protesi della Ceraver era presente il solo Valadè ma la cartella clinica dava anche la presenza di Bestetti, identica situazione a parti invertite il 31 marzo e così il 7 e l'8 aprile. Mentre il 4 maggio dello scorso anno Valadè opera, falsamente risulta presente anche il chirurgo Bruno Arosio.

Intercettazione telefonica tra Fabio Bestetti e Marco Valadè del 5 giugno 2014. Valadè dice che va a Rimini due giorni ad incontrare quelli della Ceraver e rivela d'aver già iniziato a mettere le protesi. Valadè: “Non questo martedì, l'altro martedì gliene ho già messe tre. Una mono, una totale e una protesi di rotula che tanto entrano uguale, giusto?”. Bestetti: “Mh... E' bella la rotula...
Valadè: “Eh, infatti devo mettere una protesi di rotula su una protesi di Link che è stata messa a Como...poi gli faccio una mono...o una mono o due mono...oppure una mono e una totale...no, no, devo mettergliene almeno...Che rimanga tra noi...a prescindere da come dicevo il disturbo...come sono queste protesi” (ride). Bestetti: “No, no, ma è bella. A me la mono piace”. Valadé: “Gliene metto 70 in un anno... voglio dire, non è poco eh”.
Cinque mesi dopo i giudizi sulle protesi della Ceraver cambiano. Valadè a Bestetti: “...perchè abbiamo un po' di occhio....ma fanno veramente cagare...glielo ho detto oggi...” Ride. Anche Bestetti ride. Valadè: “...allora...scusa.. ci sono due difetti principali sai sulla cosa di taglio, praticamente del..della tibia.. Cioè ci vuole un palpatore, il loro palpatore fa cagare...capito...”.
Bestetti: “... fa cagare....allora non ce la fai, infatti...Valadè: “...Sì, sì bisogna fare la fotografia della Zimmer...e poi cazzo, la mascherina di taglio del femore.. anche quella lì è abbastanza disastrosa eh. La Zimmer ci ho messo 50 minuti a farla, la Ceraver richiede un'ora e quindici...”.
Scrive il Gip: “Bestetti e Valadè rappresentano un tassello essenziale del progetto di Camnasio e Panico, la disponibilità prontamente dimostrata ai corruttori si affianca alla spregiudicatezza e all'avidità dei due professionisti che afferrano immediatamente le potenzialità dell'accordo sodale. I due medici si integrano nella compagine sociale tanto da percepire come successo l'incremento di fatturato della Ceraver. I due comprendono che l'espansione della società comporta l'aumento delle potenzialità di gudagno personali in via proporzionale e diretta e si adoperano per contribuire ad allargare il mercato. E' Bestetti il primo ad aver instaurato il rapporto con Camnasio e Panico e coinvolge Valadè”. Il quale il 21 maggio 2015 parlando con Denis Panico della Ceraver dice: “...ho appena finito a Ivrea dove sono andato a mettere giù una tua seduta..Praticamente il 25 giugno ho 4 protesi tue, 3 mono e una totale. Se riesco ne aggiungo un'altra.. Ti dico solo che io allora, la prossima settimana ne ho tre a Monza perché faccio una totale e due mono a Monza ma perché non me le fan fare...”. Panìco: “..Me l'han detto ma come cazzo sono messi al Policlinico di Monza che vi fan perdere le sedute così...”. Valadè: “...giorni lì operano poi c'è il PS quindi di conseguenza ...quelli della zona saltano...vabè comunque confido di arrivare, sono già a quota 55 se tutto va bene per luglio voglio arrivare almeno a 70-75. Come primo inizio va bene?”. Quindi rivela a Panìco: “Sono partito da Ivrea, sto andando ad un appuntamento con una grande f... di 25 anni. E' ostetrica ma sta facendo la baby sitter pur di fare qualcosa, le ho proposto il lavoro...Viene giù in sala a gettone a vedere, se le piace...”.

I medici ricevevano dalla Ceraver dai 700 ai 100 euro a protesi, viaggi, convention che in realtà sono ospitate in albergo con amiche o escort . C'è un medico che si accontenta di finire su di una pubblicazione scientifica (“Ci costa 2400 euro deve quindi impegnarsi a impiantare almeno 3 o 4 protesi al ginocchio”). E chi come Fabio Bestetti chiede invece il biglietto aereo per l'amica che deve tornare dall'Argentina.

L'obiettivo di Marco Valadè è preciso: “La proiezione per Monza è 220 interventi. Se siamo fortunati arriviamo a metterne 300. Puntiamo a diventare uomini immagine, nel senso che se lavoriamo bene stiamo bene e ci divertiamo”.
Scrive il giudici: “l'accordo criminoso è avvenuto nel circondario di Monza dove insistono le strutture sanitarie presso le quali operavano i chirurghi Valadè, Bestetti, Manzini”.

L'avvocato Attilio Villa dopo l'interrogatorio in carcere del suo assistito Fabio Bestetti ha sollecitato un approfondimento dell'inchiesta sulle cartelle cliniche dei pazienti trattati. Direzione presa proprio dai giudici della Procura di Monza.

Intanto il 13 dicembre a Milano davanti alla prima sezione civile si aprirà il processo intentato dal pensionato 76enne Alberto Cavana contro il Policlinico di Monza. Chiede danni per oltre 100 mila euro. “Sono stato operato nel 2006 alla Clinica San Gaudenzio di Novara che fa parte del Policlinico di Monza – spiega, presente i suoi legali, gli avvocati Cesare Bruzzi Alieti e Lara Domenica Ferrentino il pensionato spezzino - e da un esame del sangue mi è stato scoperto un avvelenamento da metalli. Per otto anni ho vissuto il mio dramma, addirittura per un anno e mezzo sono stato costretto a letto. Sono anche piombato in stato depressivo. Nel 2013 ho rivisto il medico che mi aveva operato (non vuole rivelare se il nome compare tra gli indagati di Monza – ndr) ed appena gli ho spiegato i miei gravi problemi mi ha mi ha detto: venga subito a Firenze che la opero. La mia rabbia è che non ha mai richiamato i pazienti. E pensare che prima di operarmi mi disse: si fidi, ho operato anche la moglie del presidente americano Lyndon Johnson. Dovrei sottopormi ad una terza operazione. Non so se la farò”.

Fuori dai Maroni

Domenica 28 febbraio alle 14:30 in Piazza Duca d’Aosta, di fronte alPirellone, il MoVimento 5 Stelle ha organizzato lo sfiducia-day per mandare#FuoriDaiMaroni il governatore di una Regione infangata e travolta dallo scandalo della corruzione e delle tangenti nella sanità, una Regione che ha il suo ex-assessore alla sanità Mario Mantovani agli arresti domiciliari e il presidente della commissione sanità dietro le sbarre. 

Maroni non ha esercitato nessun tipo di controllo, e il risultato è stato il proliferare di un meccanismo perverso che gonfiava le liste di attesa e ingrassava il privato sulle spalle del pubblico, che indirizzava lauti appalti agli amici degli amici, con il leghista Fabio Rizzi, braccio destro e padre della recente riforma della sanità, che nascondeva i quattrini sporchi nel suo congelatore. Come facciamo a sapere che la riforma è stata fatta nell’interesse pubblico e non dei privati? Ora è necessario riportare nelle istituzioni quella cultura della legalità che politici attaccati da troppo tempo alle loro poltrone, abituati a gestire un giro d’affari enorme come quello della sanità lombarda, hanno smarrito. Solo così si potranno formare i veri anticorpi contro la corruzione. Anche la giunta Maroni, dopo quella di Formigoni, ha fallito. 

Le scope con cui aveva promesso di ripulire il sistema in campagna elettorale hanno fallito. I lombardi ora meritano di poter tornare al voto: per questo vi aspettiamo numerosi domenica pomeriggio per gridare insieme FUORI DAI MARONI!

Corruzione e turbativa d’asta nella sanità lombarda. L’urgenza di vere Riforme in materia di appalti, diritto societario e dirigenza delle amministrazioni pubbliche

di Anna Migliaccio Responsabile Enti Locali Partito comunista d’Italia – Lombardia 

E’ di questi giorni l’ultimo grave scandalo che getta discredito sull’amministrazione regionale della Lombardia e il suo governatore leghista Roberto Maroni. Altro che eccellenza! Altro che ramazze padane! 21 misure cautelari e numerosi indagati che scoperchiano un sistema corruttivo complesso e articolato dove, se da un lato i reati contestati nella lunghissima Ordinanza del GIP del Tribunale di Monza (197 pagine di documenti,intercettazioni ambientali, minuziose ricostruzioni di relazioni personali e favori) sono quelli di corruzione e turbata libertà degli incanti di cui all’articolo 353 codice penale, dall’altro una lettura attenta degli atti della magistratura merita una serie di riflessioni politiche. 

La prima riflessione politica riguarda il mito della concorrenza tra imprese nell’economia liberale. Un mito, una favola. Il sistema economico italiano appare sempre più caratterizzato da monopoli e poteri familistico amorali. 
Questi poteri finanziano la politica. Sono in grado di esprimere una classe politica ad essi funzionale. Asservita. 

Leggiamo nell’ordinanza del GIP a proposito della principale accusata, l’imprenditrice monzese dell’odontoiatria, che da …una breve analisi sulla rete delle società gestite o comunque facenti capo a Canegrati Paola, alcune delle quali strumentali alla commissione dei reati per cui si procede, nonché sul ragguardevole numero di appalti dalla stessa vinti negli ultimi dieci anni, tali da avere determinato una sorta di monopolio nella gestione dei servizi di odontoiatria nelle aziende ospedaliere lombarde, con tentativi di ramificazione anche in altre regioni italiane. 

Un regime di monopolio, dunque e non di competizione o di sana concorrenza tra Imprese aventi pari opportunità al nastro di partenza, come vorrebbero i principi della nostra Costituzione, principi che i padri costituenti vollero liberali, ma non del tutto liberisti. 

Come si costituisce e si consolida questo monopolio? 
Non è un processo economico. Non è qualcosa di intrinseco ai processi produttivi, ma è piuttosto un fenomeno che li precede e li determina. Attraverso un sistema di relazioni, amicizie, personali, politiche ed economiche, tali per cui una classe sociale di imprenditori, una borghesia, dispone al proprio servizio di una classe di politici dei quali finanzia l’elezione, e di una classe di boiardi (dirigenti pubblici) reclutati attraverso il sistema della nomina politica.  
Questo è il quadro che emerge dagli scandali lombardi e non tutto ciò che viene fotografato è reato. Non tutto è rimediabile con mezzi giudiziari. 

Nella fattispecie lo scandalo emerso a carico di Fabio Rizzi, considerato “braccio destro” del governatore lombardo Maroni,  ci parla di un monopolio sui servizi odontoiatrici, privatizzati prima, e consegnati nelle mani di un unico soggetto imprenditoriale poi. 
Ci sono dei reati. Il magistrato è in grado di procedere quando individua reati. In questo caso il reato (turbativa d’asta) si consuma quando un gruppo di funzionari e dirigenti preposti alle gare d’appalto delle aziende ospedaliere riesce a pilotare i predetti appalti dalla stesura del bando all’aggiudicazione in modo da favorire un solo ed esclusivo soggetto imprenditoriale,  in cambio di utilità e favori per sé e propri familiari. 
Si parla anche di soci occulti. Nei fatti di una sostanziale identificazione tra i diversi soggetti in campo.
Il nostro sistema normativo, pur con tutte le sue storture, chiama ancora queste condotte con i nomi di corruzione e turbativa d’asta e li configura come reati, ovvero come fatti che ledono principi costituzionali come la libertà d’impresa e la concorrenza. 

Da una lettura attenta dell’ordinanza del GIP emergono anche altre ipotesi di reato, forse più gravi, come il riciclaggio e le tangenti. 
La turbativa d’asta è così descritta dal Magistrato: A convincere della presenza della fattispecie di cui all’art. 353 c.p. è sufficiente qui rilevare come costituisca collusione l’accordo tra il soggetto pubblico preposto alla gara ed il privato favorito, accordo consistito nel porre nel bando un più che oneroso obbligo che, in concreto, sarebbe gravato solo su un aggiudicatario diverso da quello che stia già svolgendo il servizio. Tale situazione è assolutamente idonea (e lo è stata in concreto) a turbare la gara, allontanando e rendendo non conveniente ad altri potenziali aspiranti il  partecipare alla stessa.

Questo è un reato e per i reati è sufficiente il braccio della Legge. Che in questo caso si muove, dopo lunghe e faticose indagini, basate, tra le altre cose, oltre che su una testimone, sulle intercettazioni ambientali, strumento d’indagine che alcuni Governi nazionali degli ultimi anni volevano abolire. 

Ma c’è una questione politica a nostro avviso infinitamente più grave, ed è l’alterazione criminosa della rappresentanza politica. Qualcosa che mina le basi della democrazia e della rappresentanza. 
Le campagne elettorali costano, la politica costa. Non esiste più il finanziamento pubblico della politica, principio che la Costituzione repubblicana aveva posto a garanzia di una rappresentanza che non fosse unicamente di censo. Qui vediamo che questo principio è saltato. Che l’imprenditore corruttore è in grado di esprimere una classe politica asservita. Leggiamo, negli atti giudiziari: Le prime elargizioni economiche dell’indagata Canegrati  risultano risalire al pressoché totale (stando alle dichiarazioni di Longo) finanziamento della campagna elettorale di Rizzi in corsa per le elezioni  regionali lombarde: cfr rit 407/2014 prog. 5528: LONGO: ti dico una cosa riservatissima, la campagna elettorale di Fabio l’ha sostanzialmente finanziata al 100% la dott.ssa Canegrati. Della disponibilità, su richiesta di Longo, a finanziare campagne elettorali di colleghi di partito di Rizzi,  si è avuta conferma, del resto, nel corso delle indagini, quando era accertato che l’ indagata aveva effettuato un bonifico di € 10.000,00 a sostegno della campagna elettorale per le elezioni regionali venete, ove era in corsa un politico leghista. La raffinata forma di corruzione posta in essere dall’ imprenditrice consiste, tra le altre, proprio nell’ avere coinvolto Rizzi e Longo in alcune delle sue società quali soci occulti, cosicché il prezzo agli stessi pagato per i costanti favori contrari al loro ufficio deriva automaticamente dagli utili conseguiti grazie alla gestione dei centri che Longo e Rizzi, con il loro intervento, fanno affidare alla socia…
Il sistema monopolistico, garantito da politici e funzionari nominati, agisce anche in modo squisitamente “mafioso” attraverso l’intimidazione e la minaccia nei confronti dei potenziali concorrenti. Leggiamo nell’ordinanza che viene impedito ad un’altra società ogni tentativo di entrare in concorrenza:  e stanno trattando per entrare allo Stomatologico.....io ho chiamato gli svizzeri e gli ho detto "se provate a mettere piede in Lombardia questo è l'unico che fate e lo fate per un anno... perché in Lombardia lavorano i Lombardi!"   
Noi crediamo che il rimedio giudiziario non sia sufficiente e che occorra intervenire sulle norme. Con delle vere Riforme.
E’ noto che le norme in materia di appalti pubblici consentono l’aggiudicazione di una gara anche in presenza di un’unica offerta. E’ noto che il diritto non impedisce (perché mai dovrebbe un sistema iperliberista?) ad un'unica persona fisica di possedere e controllare a diverso titolo un insieme,  anche numeroso,  di società solo apparentemente in concorrenza le une contro le altre. Occorre rivedere le norme in materia di diritto societario, ponendo l’obbligo di rendere pubbliche e intellegibili erga omnes le identità delle persone fisiche cui fanno capo le società. Occorre un immediato intervento di riforma sul sistema degli appalti, che dovrebbe rafforzare il principio di divieto di partecipazione ad una gara di imprese collegate,  e porre nella disponibilità dei funzionari addetti non solo strumenti, ma obblighi di controllo. Una gara con un solo concorrente,  oltre certe fasce di importi, andrebbe invalidata. 
Ad un medesimo imprenditore (a tutte le imprese che hanno a che fare con quella persona fisica) non può essere consentito di avere appalti in più aziende ospedaliere (o pubbliche in genere) della medesima regione. E’ una limitazione della libertà d’impresa? Si, ma sarebbe una norma antimonopolistica. Del resto nel campo degli appalti pubblici una norma di questa natura esiste per i professionisti (persone fisiche). Perché dovrebbe scandalizzare istituirla quando si tratta di imprese?
Va da sé che nella visione politica di chi scrive la sanità dovrebbe essere gestita il più possibile senza l’intervento di imprenditori privati sotto lo stretto ed esclusivo controllo pubblico. 
Ma se si dimostra (e andrebbe dimostrato!) che esistono risparmio ed efficienza, i principi posti poc’anzi dovrebbero incardinare una immediata Riforma delle norme in materia di appalti pubblici. 
Al di là dei reati e dei possibili rimedi non c’è dubbio che la situazione evidenziata nell’ordinanza del GIP pone alcune questioni politiche, come l’urgenza di riformare la possibilità di possedere società in Italia e all’estero. Fatto che certamente un sistema liberale non può vietare. Il sistema tuttavia dovrebbe obbligare le persone fisiche a rendere trasparenti e immediatamente conoscibili tutte le proprietà attraverso banche dati anche di pubblica consultazione. 
Nel sistema vigente la tracciabilità del denaro (segui i soldi!) che sta a fondamento di quel complesso di relazioni basate sulla reciproca utilità, non potrà che avere questa natura: 
Tranquillo che t’ho fatto la società a Dubay – omissis- poi abbiamo il conto corrente a Montecarlo..hai bisogno di un milioncino? Te lo mando a Montecarlo..ti acchiappi la macchina..te ne vai a fare un bel week end ..e ti porti a casa i piccioli – rit 612/14 prog. 1770-.   

Altra questione politica va aperta sui metodi di reclutamento dei dirigenti e dei funzionari pubblici. Ai vertici, soprattutto ai vertici, il sistema ormai consolidato è quello delle nomine politiche. Non può allora sorprendere che il “braccio tecnico burocratico” di un politico al servizio e nella piena disponibilità dell’imprenditore monopolista e corruttore faccia…uso distorto della discrezionalità amministrativa, cioè il procedimento condizionato non già da un percorso di attenta ed imparziale comparazione tra gli interessi in gioco, ma dalla percezione di un indebito compenso affinché venga raggiunto un esito determinato…

Tutto il sistema corruttivo evidenziato in questo come in precedenti scandali, come del pari in altre inchieste, si pensi a Mafia capitale, fa crollare una serie di miti, come quello dell’efficienza del privato e della presunta inefficienza del pubblico. Là dove sono in gioco utilità e profitti è normale aspettarsi che efficienza ed economicità a favore del cittadino non siano i principi cardine. Parla, questa inchiesta di artificiosa induzione dell’utente a scegliere il servizio in solvenza perché più rapido creando artificiosamente liste d’attesa in realtà inesistenti, si aggiunge un altro strumento chiaramente truffaldino che induce il paziente a ricorrere alla prestazione a pagamento nella convinzione che il costo del ticket sanitario sarebbe di poco inferiore. 

Il cardine di ogni democrazia è l’indipendenza, è il contrappeso dei poteri. 
I funzionari devono essere indipendenti dai politici. Dunque non possono essere dei nominati e non possono essere rimossi se politicamente sgraditi.
I politici sono anch’essi dei funzionari, onorari, come li definisce il diritto amministrativo. Pertanto sono incompatibili con la funzione esercitata se la loro professione, se il mestiere con cui si guadagnano da vivere,  in qualche modo è connesso ad attività che hanno a che fare con beni e servizi che vengono acquistati in regime di appalto dalla stessa amministrazione per cui svolgono le funzioni politiche. Basti pensare all’altro caso di arresto eccellente avvenuto non molto tempo addietro: l’ex assessore alla sanità Mantovani. Come non ravvisare un “conflitto di interessi” nel fatto che egli fosse un imprenditore nel settore delle RSA per anziani e disabili?
Ma le norme sul conflitto d’interessi in questo Paese non sono mai state approvate. 

 

Lombardia - Appalto per radioterapia. Manager ai domiciliari

di Giuseppe Guastella da il Corriere della sera

 È decisamente la bestia nera di chi imbroglia l’appalto per la fornitura di un acceleratore lineare all’Istituto dei Tumori di Milano. Dopo aver contribuito nel 2013 a far finire in carcere, e poi condannare a 5 anni in primo grado, Massimo Guarischi, colui che aveva sostituto il facilitatore Pierangelo Daccò nel pagamento delle vacanze dell’allora governatore lombardo Roberto Formigoni, la pratica che allora non era stata chiusa ora manda agli arresti domiciliari per associazione a delinquere e turbativa d’asta quattro manager italiani della azienda svedese Elekta e porta alla scoperta di appalti truccati in mezza Italia.

A dare il via all’inchiesta del pm Giovanni Polizzi è stato un esposto del direttore della struttura di ingegneria clinica dell’Istituto, l’ingegner Roberta Pavesi, che si è resa conto che qualcosa non quadrava nello svolgimento della gara che poi avrebbe portato all’acquisito per 1,9 milioni dell’apparecchiatura per la radioterapia da una concorrente della Elekta, grazie a un accordo tra le due aziende, sostiene il pm. Da questa vicenda le indagini della Gdf di Milano hanno puntato ad analoghe gare, concluse, in corso o anche revocate, all’ospedale Santa Maria di Terni, alla Asl 5 «Spezzino» di La Spezia, al Policlinico San Matteo di Pavia, alla Asl 9 di Grosseto per passare per l’Istituto dei tumori Pascale di Napoli , la Asl di Lecce e l’ospedale «Bianchi Melacrino Morelli» di Reggio Calabria facendo finire tra i gli indagati per turbativa d’asta funzionari e dirigenti che avrebbero aiutato le aziende nelle gare. «La netta impressione è che, esattamente come accade in altri settori, vi sia una sorta di spartizione tra le aziende del settore», scrive il gip Giuseppe Gennari ordinando gli arresti, in un «sistema in cui tutti fanno così» e nel quale i primarie e i pubblici ufficiali non ottengono nulla per sé, ma fanno in modo che gli appalti vengano cuciti su misura per chi poi vincerà le gare.

Lombardia - Sanità, il test che seleziona i dirigenti

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

 E adesso spunta l’ipotesi del test. Così chi aspira a guidare un ospedale potrebbe trovarsi a risolvere quesiti psico-attitudinali e a rispondere a domande aperte, lì seduto davanti al computer in una mega aula, concentrato a mettere la X giusta per dimostrare leadership e autorevolezza. L’obiettivo è, per la prima volta, nominare i manager che devono fare funzionare gli ospedali dove ci curiamo, non in base alla tessera di partito, ma alle reali capacità. Ed è una delle più importanti sfide che il governatore Roberto Maroni, da settembre seduto anche sulla poltrona di assessore alla Sanità, deve affrontare. I vertici ospedalieri scadono a dicembre. In corsa ci sono 700 candidati: e, per selezionare la lista dei migliori 120 all’interno della quale Maroni nominerà i futuri direttori generali, sono al lavoro i tre saggi Gianluca Vago (rettore della Statale), Francesco Longo (docente del Cergas- Bocconi) e Cristina Masella (docente del Politecnico).

La prima riunione per decidere come procedere alla scrematura dei curricula si è svolta lunedì: ma tra i tre saggi gli aggiornamenti via mail sono quotidiani. Entro i primi giorni delle prossima settimana bisogna decidere il da farsi. La scelta è complicata anche perché il tempo a disposizione è poco: la short list, come viene definito in gergo l’elenco con i migliori 120, è da consegnare a Maroni entro il 10 dicembre. Salvo proroghe a sorpresa. Sul metodo di selezione, al momento, sono ancora aperte tutte le strade: valutazione solo in base ai curricula dopo avere stabilito criteri stringenti, colloqui faccia a faccia oppure una prova scritta. Con lo (scarso) tempo a disposizione quella del test è l’ipotesi su cui stanno ragionando di più i tre saggi.

L’idea è di usare il quiz per restringere la rosa a 120 candidati, dopo una prima scrematura eseguita invece in base ai curricula (per scendere da 700 a 250). Il punteggio ottenuto nel test potrebbe, poi, non avere un valore assoluto ma essere abbinato ad altri risultati. È una soluzione adottata dal National Health Services (Servizi Sanitari Nazionali) inglesi. Anche Regioni come il Lazio, la Puglia e la Sicilia hanno già seguito questa strada con buoni risultati. Chi ha studiato questo metodo di selezione, e ne è un forte sostenitore, è Fulvio Moirano, ex direttore dell’Agenas e attuale supermanager della Sanità in Piemonte. La scommessa è riuscire a selezionare i migliori — che non necessariamente sono tutti quelli attualmente in carica — senza buttare l’esperienza accumulata negli anni.

Solo l’ipotesi di una selezione tramite il test psicoattitudinale sta scatenando il panico tra gli attuali vertici ospedalieri. Direttori generali che, visti i budget da gestire e le decisioni quotidiane da prendere, dovrebbero avere i nervi saldi, ma che invece si sono allarmati: «E se non lo passo?», è la domanda-incubo ricorrente. C’è chi è già corso a comprarsi manuali e chi si è messo a studiare le leggi regionali. Sono da nominare otto direttori generali per le Agenzie a tutela della salute che sostituiranno le attuali 15 Asl, 27 per le Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) create al posto degli ospedali e quattro per gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Il ricambio sarà epocale: un terzo dei direttori generali è in uscita forzata per raggiunti limiti di età. E c’è poi chi è sotto inchiesta: sulla scelta di manager inquisiti si apre certamente una questione di opportunità politica. Dalla capacità di mettere le persone migliori al posto giusto dipenderà la buona riuscita della riforma sanitaria approvata lo scorso agosto.

Lombardia - Naga, assegnare un pediatra ai bimbi irregolari

da il Giornale 

In Lombardia nel 2014 i minori fino a 14 anni immigrati irregolari iscritti nel sistema sanitario regionale sono stati 871. Di questi, 271 hanno ricevuto una visita pediatrica mentre 1.177 sono stati gli accessi al pronto soccorso, con 4.325 prestazioni ambulatoriali e 697ricoveri.
Questi i dati presentati da i rappresentati di Naga, associazione di volontariato per l’assistenza sociale e sanitaria a stranieri.
Il Naga, pur convocato in Regione nell’ambito delle audizioni sulla riforma della sanità lombarda, ha sollevato la questione dell’assistenza pediatrica ai minori irregolari, ribadendo la richiesta alla Regione di «permettere che possano avere un pediatra di libera scelta», anche perché «non costerebbe più delle prestazioni in pronto soccorso». Sul tema c’èunprogetto di legge del centrosinistra.

Lombardia - Pochi specialisti negli ospedali. E la Regioneè pronta a pagare

di Maria Sorbi da il Giornale

In Lombardia mancano medici. Per l’esattezza nei prossimi dieci anni ci saranno 4.200 camici bianchi in meno. E non è una novità. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta guardare i dati del 2010, quando furono assegnati 750 posti nelle scuole di specializzazione, 60% meno del fabbisogno stimato. Nella nostra regione il rapporto tra medici specializzandi ed abitanti è 1 su 13mila, quasi doppio rispetto al Lazio 1 su 7mila.

I numeri dell’emorragia di personale nei reparti riflette l’andamento dei dati nazionali, dove per 58mila medici che andranno in pensione, ne verranno arruolati 42mila, con un saldo negativo di 16mila unità.
In Lombardia le specialità che soffrono maggiormente sono pediatria, pneumologia, cardiologia. A seguire anestesia, radiologia, chirurgia, ortopediae nefrologia che, a lungo andare, si troveranno a corto di personale. Circa 1.500 pediatri andranno in pensione e solo 700 verranno assunti. Turn-over sproporzionato anche a medicina interna: per mille pensionamenti, si attendono meno di 600 ingressi.

É alla luce di questo quadro che la Lega Nord ha proposto di inserire nella riforma della sanità un sostegno ai giovani medici nelle specialità meno quotate. Si tratta di un milione di euro per 40 borse di studio che andranno ad aggiungersi alle 37 già finanziate dalla Regione. L’unico vincolo sarà l’obbligo degli specializzandi di svolgere la professione per almeno cinque anni in un ospedale lombardo e non altrove. Un modo per contenere «lafugadicervelli » e dare più risorse alle aziende ospedaliere regionali. I tempi per varare le nuove borse di studio sono piuttosto brevi: se la riforma verrà davvero approvata entro l’estate, si parla di un bando già a luglio. «Il sistema sanitario lombardo -commenta Fabio Rizzi (Lega), primo firmatario dell’iniziativa di legge- sta vivendo una situazione paradossale in cui i nostri giovani sono penalizzati nell’ingresso alle scuole di specializzazione da una graduatoria elaborata su scala nazionale».

Con i nuovi fondi, già «benedetti» dall’assessore al Bilancio Massimo Garavaglia, si cerca di tamponare il problema.

«Ancora una volta - conclude Massimiliano Romeo, capogruppo regionale della Lega - Regione Lombardia interviene a colmare le lacune dello Stato». Intrappolati nel caos delle scuole di specializzazione non sono solo i medici ma anche gli psicologi. Dopo dieci anni di studio ( il tempo necessario per diventare psicoterapeuti), magari scoprono di aver preso la strada sbagliata.

«Manca un’attività di orientamento alla specializzazione »denuncial’associazione dei Giovani psicologi. Solo in Lombardia infatti le scuole di specializzazione post laurea sono 52, dei più vari indirizzi teorici, dal cognitivo-comportamentale al sistemico razionale. «Ma non esiste nessuna istituzione che faccia da tramite per una selezione consapevole ».

Per questo, dal 24 al 28 marzo le due associazioni Spazio Iris e Giovani psicologi organizzeranno una serie di incontri per chiarire le idee agli aspiranti colleghi e ridurre la «dispersione » professionale del popolo dei 16mila psicoterapeuti lombardi.

Lombardia - Pensionati e manager. Con doppio stipendio

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

In pensione. Ma non certo seduti sulla panchina del parco. In Lombardia ci sono tredici pensionati ai vertici di un ospedale o di un’Asl. Lo stipendio si aggira sui 180 mila euro l’anno (154 mila più il bonus). Una somma che va ad aggiungersi ad altri 80/120 mila versati dall’Inps. Un doppio — e lauto — incasso che dallo scorso dicembre la legge vieta. Così a dicembre, quando scadrà il contratto con il Pirellone, non potranno più essere rinominati. Ma loro non ci stanno. E in pensione davvero sperano di non andarci.

Tutti ne parlano, ma giurano di non essere i diretti interessati. Per loro, del resto, si sta muovendo la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), che per missione svolge un’azione di lobby proprio per i manager ospedalieri. Il vicepresidente è Walter Locatelli, direttore generale dell’Asl di Milano e tra i pensionati non rinominabili. Gli altri sono Antonio Mobilia (Asl Milano 2), Corrado Pontoni (Gallarate), Carla Dotti (Legnano), Gilberto Compagnoni (Cremona), Paolo Grazioli (Asl di Sondrio), Pasquale Cannatelli (Sacco), Alessandro Mauri (Asl Pavia), Amedeo Amadeo (Seriate), Pierluigi Zeli (Besta), Paolo Moroni (Asl di Lecco), Amedeo Tropiano (Gaetano Pini), Renato Pedrini (Asl Valcamonica). La legge che vieta di cumulare la pensione con incarichi pubblici dirigenziali è la numero 114 dell’agosto 2014 sulla pubblica amministrazione. E, con una circolare dello scorso dicembre, il ministro Marianna Madia ha tolto ogni dubbio: anche i direttori generali di ospedali e Asl fanno parte della squadra.

Per la Lombardia vuol dire cancellare in un solo colpo un terzo della classe dirigente. «Stiamo ponendo la questione nelle commissioni di Camera e Senato: le nuove norme criminalizzano l’esperienza che, soprattutto in Sanità, è fondamentale », spiega il presidente della Fiaso, Francesco Ripa di Meana. Il fatturato medio di una Asl o di un’azienda ospedaliera è di 800 milioni. «È un ruolo che necessita di una particolare competenza. E il principio alla base della legge è sbagliato — ribadisce Ripa di Meana —. L’obiettivo è far fuori i manager con un’asticella burocratica senza distinguere a seconda della professionalità». In Toscana i manager ospedalieri in pensione guadagnano molto meno, perché la Regione paga solo la differenza tra il versamento dell’Inps e lo stipendio da direttore generale. I due emolumenti non vengono sommati. E adesso c’è chi spera che questa possa essere una via d’uscita. In pratica: non sommare più le due entrate, ma tenersi la poltrona. E il potere.

Ma c’è anche un altro modo per i manager della Lombardia per non uscire di scena. È quello di diventare commissari degli ospedali. Stesso ruolo, semplicemente un nome diverso. In questo caso non c’è nessun divieto. Un’ipotesi poco realistica? Nient’affatto. Basta un ritardo di qualche mese della riforma della Sanità, in discussione al Pirellone e che comporterà un cambiamento significativo del numero di Asl e ospedali. Le nuove nomine dovranno tenere conto del riassetto in programma. Ma se la riforma non sarà pronta entro dicembre, la soluzione più semplice sarebbe proprio quella di commissariare gli ospedali. Magari per un anno. E intanto lasciare tutto com’è oggi. @SimonaRavizza

La pagella della Sanità la Toscana supera l’Emilia precipita la Lombardia

di Michele Bocci da la Repubblica

IN RIGA dalla prima all’ultima. Nel sistema sanitario nazionale si presta sempre grande attenzione a non fare classifiche delle regioni, perché è difficile paragonare i servizi di assistenza di realtà locali con storia, organizzazione, bilanci e situazioni sociali diverse. In questo caso però non si scappa: la cosiddetta “griglia lea” assegna punteggi che permettono di chiarire chi lavora meglio e chi peggio in sanità. Chi cresce e chi cala da un anno all’altro. Questo è lo schema: sono stati scelti 31 livelli essenziali di assistenza (lea, appunto), cioè le prestazioni che tutte le regioni devono dare ai loro cittadini, e si è accertato il modo in cui vengono erogati. Si valutano ad esempio tassi di vaccinazione, servizi agli anziani, ricoveri ospedalieri appropriati e non, esami come la risonanza magnetica, controlli sulla sicurezza del lavoro.

Chi va bene nella singola voce ottiene un punteggio, pesato a seconda dell’importanza del settore. Via via che la qualità della prestazione peggiora, il “voto” assegnato si abbassa. In queste settimane si sta calcolando come si sono comportate le regioni nel 2013. I dati saranno ufficializzati ad aprile. Il punteggio più alto, quello che si prenderebbe ottenendo il massimo in tutti gli indicatori, è 225. La Toscana con un exploit significativo si è fermata a 214 e in un anno ha scavalcato l’Emilia (204), diventando la prima in classifica.

Un risultato molto importante, tanto più in un periodo pre elettorale come questo. Così i vertici della regione lo hanno diffuso già da tempo. Adesso però si conosce la lista completa, con tutti gli altri tranne Bolzano, Trento, Friuli, Val d’Aosta e Sardegna, che sono a statuto speciale. Guardando sotto la Toscana si trovano alcune sorprese. La prima riguarda la Lombardia. Almeno secondo gli indicatori in questione, non è più tra le realtà leader della sanità italiana. In due anni, dal 2011 al 2013, è passata dal secondo al sesto posto a pari merito con la Liguria (scendendo da 195 a 187 punti). Balzano invece dal nono al quarto posto le Marche e colpisce anche la crescita del Piemonte, terza solitaria malgrado sia una regione in piano di rientro. Anche il Veneto è un inquilino stabile della parte alta della graduatoria. L’Umbria invece segna un certo affaticamento. Nelle posizioni basse restano le realtà del Sud, con la Campania che pur avendo un punteggio in crescita non riesce a schiodarsi dall’ultima posizione.

Ormai è rimasta l’unica sotto la soglia dei 130 punti, quella in cui si è considerati inadempienti. Fino a 160 c’è una riserva e sopra si è adempienti. Salta all’occhio che le regioni più in difficoltà in questa graduatoria sono anche quelle con i bilanci messi peggio e allo stesso tempo con una spesa maggiore per il personale. La griglia lea viene compilata da un tavolo ministeriale a cui partecipano le regioni e la loro agenzia nazionale, Agenas. Tra l’altro serve a calcolare quali sono le realtà locali di riferimento, cosiddette “benchmark”, per indicare alle altre i prezzi giusti per gli acquisti. Perché chi ha buoni servizi di solito ha anche lavorato sulle gare per contenere la spesa. Inoltre, insieme ad altri indicatori legati agli stessi lea, può far mettere le regioni in piano di rientro. Insomma, magari non si tratta di una classifica, ma offre una bella fotografia della qualità dei servizi sanitari in Italia.

Sanità, ecco come spende la Lombardia. Più fondi ai privati, risparmi sul personale

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Altro che spending review: la Lombardia in Sanità dal 2010 a oggi ha speso 600 milioni di euro in più, mentre praticamente tutte le altre Regioni hanno tirato la cinghia. Eppure negli ultimi tre anni i tagli alla Sanità sono stati all’ordine del giorno: «Finanziamenti agli ospedali, giro di vite del Pirellone», «Al via la chiusura di reparti», «La metà dei medici pensionati non saranno più sostituiti», «Sanità, la Regione accelera sulla riformaausterity », solo per ricordare alcuni titoli ricorrenti sulla stampa. E un giro di vite in realtà c’è stato: le spese per gli stipendi di medici e infermieri sono scese di 122 milioni di euro (su 5,3 miliardi), i medici di famiglia hanno perso 83,5 milioni (su un miliardo).

Per l’acquisto di siringhe e apparecchiature mediche, come per la pulizia degli ospedali e le forniture elettriche, c’è stato un aumento dei costi (più 261 milioni su 3,6 miliardi), ma la Lombardia si piazza comunque al di sotto della media italiana (20% della spesa contro 21,5% a livello nazionale). Il capitolo di spesa più corposo — in crescita come voce e al di sopra della media italiana — è la sanità privata: tra il 2010 e il 2013 sono stati stanziati 164 milioni di euro in più, in particolare per la specialistica ambulatoriale (su un totale 5,3 miliardi). I finanziamenti ai privati rappresentano il 30% della spesa totale, contro il 20% del resto d’Italia. I dati emergono dall’ultimo rapporto dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari (Agenas): il suo ruolo è di supporto tecnico al ministero della Salute.

E dal dossier sulla spesa sanitaria, elaborato dalla ricercatrice Natalia Di Vivo, si ottiene un’inedita fotografia su come spende il Pirellone 18,4 miliardi di euro l’anno, ossia l’80% del budget regionale. La cifra è onnicomprensiva dei 17 miliardi e rotti ottenuti dallo Stato e dei 731 milioni di ticket (più altre voci minori). «Dai numeri esce con chiarezza il modello Lombardia: conti in regola e peso della Sanità privata — spiega Di Vivo —. I due aspetti, tra l’altro, possono essere collegati, perché i privati possono essere certamente una leva per tenere i bilanci in ordine: finanziamenti stabiliti all’inizio dell’anno e nessun ripianamento a posteriori. È un modello più sotto controllo». Dall’assessorato alla Sanità fanno sapere che esamineranno il dossier Agenas per confrontare i dati con quelli in possesso del Pirellone che, almeno per la voce stipendi, non sembrano collimare. Lo stesso farà Aiop, l’associazione che rappresenta gli ospedali privati convenzionati. «La Lombardia è una Regione con il bilancio in pareggio e, dunque, probabilmente i tagli li ha già eseguiti in passato — precisa Di Vivo —. Motivo per cui ha potuto andare avanti a spendere i suoi soldi, con una crescita dell’1,1%».

twitter @Simona Ravizza

Lombardia - Tangenti nella Sanità «Da Guarischi favori e regali a Formigoni»

di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera

«Il condizionamento illecito dei vertici della Regione è avvenuto solo a fronte della dazione, o quantomeno della promessa, di un ritorno economico che Massimo Gianluca Guarischi era perfettamente in grado di soddisfare»: così i giudici della IV sezione (presidente Oscar Magi) argomentano la condanna a 5 anni di Guarischi, ottenuta in primo grado dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, come intermediario di tangenti nella sanità lombarda.

Per il Tribunale «risulta accertato che Formigoni» (al momento indagato per corruzione e turbativa d’asta con l’ex assessore alla Sanità Luciano Bresciani) «ha tratto dal rapporto con Guarischi sicuri vantaggi e utilità personali che hanno comportato per quest’ultimo esborsi economici non irrisori». Tra essi, le motivazioni della condanna di Guarischi elencano «viaggi» organizzati «tra giugno 2009 e marzo 2013, nei quali Guarischi risulta essersi accollato la spesa nella totalità o per una quota sproporzionata rispetto a numero dei partecipanti», senza che risulti «dimostrato» che le somme pagate da Guarischi (ex consigliere regionale) fossero «mera anticipazione» di denaro restituito poi da Formigoni. Oltre a «numerosi ristoranti, e cassette di vino e champagne», ci sono poi i «regali che nel 2009 e nel 2010, per Natale, Guarischi chiede» all’imprenditore sanitario Giuseppe Lo Presti «di fare a Formigoni». Il quale protesta: «Sono fantasie degne dei racconti di “Mille e una notte”. Curioso si continui a parlare di me, estraneo a questo processo».

Lombardia - Sanità. «Ci hanno chiesto di tagliare anche gli esami del sangue»

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

«Ormai ci viene chiesto anche di ridurre del 5% gli esami di laboratorio». Claudio Mariani, 59 anni, fa parte della segreteria dell’associazione di categoria Anaao ed è un medico ospedaliero milanese. «Oggi l’attività quotidiana dei medici inizia a essere condizionata anche dai calcoli di tipo economico. Ma fino a che punto tutto ciò è compatibile con la salute dei pazienti?».

L’interrogativo nasce dopo il caso della clinica pediatrica De Marchi raccontato dal Corriere. Sotto Natale viene chiesto il ricovero di un bimbo egiziano con una grave malattia. I medici capiscono bene che servono cure particolarmente costose e che l’esito delle terapie è tutt’altro che scontato: e, visto che pochi giorni prima gli Uffici del Controllo di gestione e programmazione si erano raccomandati di non sforare il bilancio, viene fatta una riunione. I pediatri si interrogano: il bimbo va accettato? Il da farsi viene deciso per alzata di mano.

L’assessore alla Sanità Mario Mantovani è intervenuto con un monito: «Il diritto alle cure non ha prezzo». Ma in corsia i medici combattono una battaglia quotidiana contro i tagli e le pressioni (sempre più forti) a risparmiare. In questo contesto può succedere — come avvenuto in De Marchi — che il medico si fermi a riflettere sul costo di una cura. «Le risorse economiche a disposizione sono limitate. Per potere curare tutti bisogna fare delle scelte — spiega Daniele Coen, primario del Pronto soccorso di Niguarda —. La difficoltà sta nel capire quando è giusto fermarsi. In questo senso è fondamentale la condivisione con i pazienti e lo sviluppo di linee guida scientifiche di riferimento».

Nessuno nega le cure salvavita (alla fine anche alla De Marchi il bimbo è stato ricoverato). Ma c’è una terra di mezzo — fatta di esami da prescrivere, interventi chirurgici da mettere in calendario per un mese piuttosto che per un altro, ricoveri da fare, giornate di degenza da decidere — ormai sempre più condizionata dai problemi economici. «I vertici ospedalieri hanno iniziato con il chiedere di fare attenzione ai giorni di ricovero, poi alla produzione in termini di fatturato, quindi hanno ridotto i posti letto a disposizione — continua Claudio Mariani —. Il turnover è bloccato. E oggi tra gli obiettivi che determinano il nostro premio di produzione compare anche quello di ridurre i costi. È l’effetto dei drastici tagli alla Sanità».

Sottolinea Coen: «Siamo stimolati al risparmio di continuo. Veniamo valutati sul raggiungimento del budget e la nostra credibilità nei confronti dei vertici ospedalieri è condizionata dalla capacità a rispettare i limiti di spesa. Ma ciascuno di noi è ben consapevole che alla fine deve fare solo il meglio per il paziente». Medici-equilibristi. E così, nella relazione inviata dal Policlinico- De Marchi alla Regione, si legge: «In reparto si era discusso del caso clinico e delle possibili implicazioni economiche in relazione al fatto che erano stati superati i limiti di spesa indicati nella scheda di budget».

twitter: @SimonaRavizza

Lombardia - Sanità. Vitali: «Casi simili sono all’ordine del giorno. Per questo ho scelto di andare in pensione»

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Cardiochirurgo di fama internazionale, duemila interventi di cuore all’attivo, trecento trapianti, trent’anni di carriera al Niguarda, sei all’Humanitas di Rozzano. Ettore Vitali, 63 anni, è stato anche il presidente della società italiana di Cardiochirurgia: «Dal primo gennaio sono un pensionato. Me ne sono andato dalla Sanità perché non è più quella per cui avevo studiato. Casi simili alla De Marchi sono all’ordine del giorno».

È il famoso dilemma tra curare un malato e rispettare i tetti di budget.
«Tutti i giorni bisogna contrattare con i vertici degli ospedali per potere curare. E se uno spende troppo non va bene».

All’interno degli ospedali ci sono discussioni sui bilanci. Forse anche doverose, visto che le risorse economiche sono limitate. Alla fine, però, le cure ai pazienti vengono somministrate.
«Ma già a marzo i manager ospedalieri invitano i medici a spendere meno. Ho visto anche proiettare slides per fare ridurre la spesa per i farmaci File F, distribuiti solo dagli ospedali (una serie di medicinali ultracostosi per curare i tumori, l’ Aids, le malattie rare, i problemi legati ai trapianti, ndr)».

Il problema dei costi è così sentito?
«Negli ultimi mesi dell’anno, soprattutto novembre e dicembre, l’attività ospedaliera viene ridotta il più possibile proprio per non superare i limiti di spesa indicati dalla Regione ».

Avviene sia nel pubblico sia nel privato?
«Ovunque. E in tutte le specialità. È il pareggio di bilancio a dettare le regole del gioco».

Un esempio concreto?
«A ottobre un paziente doveva mettere un defibrillatore salvavita al cuore per un problema di aritmia, gli è stato detto di tornare a gennaio».

Ma lei ha mai rinunciato a ricoverare un malato per questioni economiche?
«No. Ma tutto dipende dalla coscienza di ciascun medico. Negli ultimi due anni ho visitato anche gratis perché ormai la gente fa fatica a pagare il ticket ».

Lancia accuse pesanti solo ora che è pensionato?
«Nient’affatto. In un’intervista a Il Giorno del dicembre 2013 avevo già espresso il mio pensiero: “Oggi l’unica logica in Sanità è il profitto e il risparmio becero”».

Alla fine del 2007 se n’è andato da Niguarda con un’altra denuncia choc: «La sanità pubblica è al centro di un paradosso. Ai direttori generali vengono dati obiettivi gestionali ed economici che poco o niente hanno a che fare con la cura dei malati».
«Non mi sono pentito mai delle mie dichiarazioni. L’ordine che arriva dall’alto è di risparmiare. E tutto ciò non è più compatibile con la mia etica».

Bisogna, però, essere realistici: in un sistema di risorse limitate, i medici non possono avere carta bianca su come spendere.
«Ma una cosa è evitare gli sprechi, un’altra sentirsi dire di ridurre l’attività a fine anno come avviene in continuazione. Pressoché ovunque».

Il rischio è di gettare i malati nel panico e di diffondere il messaggio che possono non essere curati per questioni economiche.
«Noi non li vogliamo gettare nel panico, ma curare. Occorre, però, che vengano prese delle responsabilità chiare di sistema. I vertici degli ospedali spesso non ci considerano dottori, ma terminali di spesa. Ma la responsabilità, anche penale, delle scelte prese è nostra».

Qualcosa di positivo ci sarà, però.
«La sanità oggi si basa sul sacrificio personale dei medici e degli infermieri. E noi siamo stritolati tra i manager e i pazienti che minacciano denunce. I soldi spesi in prescrizioni di esami evitabili per proteggersi da eventuali cause in Tribunale, quelli sì sono soldi buttati via».

twitter: @SimonaRavizza

Lombardia - L’assessore sul bimbo ricoverato in De Marchi per alzata di mano. Il Policlinico nega, i documenti confermano

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

«Il diritto alla cura, tanto più per un bimbo, non ha prezzo e tantomeno si può decidere con un’alzata di mano». L’assessore alla Sanità, Mario Mantovani, è in Romania per il World Expo Tour, ma interviene sul caso raccontato ieri dal Corriere di un bimbo egiziano ricoverato in rianimazione alla clinica pediatrica De Marchi solo dopo una votazione tra i medici. Il reparto era alle prese con problemi di sforamento dei limiti di spesa. «Questa è una storia che non può appartenere al Policlinico di Milano e alla Sanità lombarda», incalza Mantovani. «Ogni giorno i nostri medici scelgono in scienza e coscienza le cure migliori per ogni paziente e quando è necessario fermarsi. Nella nostra Sanità non è mai stato e non sarà mai il budget a negare terapie appropriate ed efficaci». Il bimbo egiziano è arrivato in De Marchi sotto Natale. Pochi giorni prima gli Uffici del Controllo di gestione e programmazione si erano raccomandati di non sforare il bilancio. Il piccolo paziente ha una grave malattia, un’immunodeficienza ereditaria, con enormi rischi di non riuscire a sopravvivere anche alla più banale infezione. I medici capiscono bene che servono cure particolarmente costose e che l’esito delle terapie è tutt’altro che scontato (con il rischio anche di un reale accanimento terapeutico). È in questo contesto che i pediatri si interrogano: il bimbo va accettato? «Sono al corrente di quanto accaduto e ho sostenuto i medici nella decisione — aveva spiegato al Corriere il direttore di presidio Basilio Tiso —. Il bambino è stato curato e sta meglio. Nei prossimi giorni ci sarà il trapianto di midollo ».

La De Marchi è una costola del Policlinico. E ieri la direzione strategica dell’ospedale, guidata da Luigi Macchi, in un comunicato stampa ha parlato di pura invenzione giornalistica: «L’alzata di mano e le cifre di budget citate rappresentano una pura invenzione giornalistica. A nessun paziente sono mai state negate cure su questioni legate al bugdet, né tantomeno la direzione strategica ha mai posto ai clinici problemi in merito allo sforamento del budget assegnato. Sono numerose sono le unità operative che lo sforano». I documenti in possesso del Corriere della Sera, però, confermano quanto raccontato: «In reparto si era discusso del caso clinico e delle possibili implicazioni economiche in relazione al fatto che erano stati superati i limiti di spesa indicati in fase preventiva nella scheda di budget». È quanto si legge nella relazione inviata ieri dal Policlinico-De Marchi alla Regione. E l’alzata di mano, ancora ieri, è stata confermata da medici presenti alla famigerata riunione. «La razionalizzazione e il contenimento dei costi, così come la lotta agli sprechi — sottolinea ancora la Direzione strategica guidata da Luigi Macchi — non hanno mai portato né mai porteranno ad una riduzione, nemmeno minima, della nostra doverosa attività di assistenza clinica. La vera questione sta nella capacità di coniugare l’appropriatezza clinica con quella economica. Quindi si è trattato, e sempre si tratta, di questo: discutere di come dare le cure migliori senza sprechi».

Infrastrutture Lombarde senza vertici e ingegneri. A rischio i nuovi ospedali. Al San Gerardo di Monza servono 50 milioni

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Era il 2008 quando il governatore Roberto Formigoni la faceva diventare il simbolo dell’efficienza lombarda: «I risultati di Infrastrutture Lombarde rappresentano il metodo con cui abbiamo voluto caratterizzare l’esperienza di governo regionale in questi anni». Altri tempi. Oggi Infrastrutture Lombarde appare in difficoltà. Dopo gli arresti che il 20 marzo hanno decapitato i vertici e la squadra operativa della holding, la macchina macina-appalti di Regione Lombardia arranca. Con una conseguenza su tutte: la costruzione e la ristrutturazione degli ospedali è in ritardo. I segnali dello stallo sono molteplici. Nel decreto Sblocca Italia, appena approvato dal Parlamento, è stato fatto inserire in extremis un emendamento per non perdere 340 milioni di euro di finanziamenti statali destinati all’edilizia sanitaria.

La nomina del direttore generale, annunciata per il 30 aprile, si è arenata: Infrastrutture è tutt’ora senza vertici. E la sua fusione con Arca, la centrale acquisti del Pirellone, per creare una regia unica negli appalti pubblici, sembra rinviata a data da definirsi: per studiare il progetto è stata creata una commissione guidata da Massimo Garavaglia (Lega), ma i risultati non si vedono ancora. Sono stati giorni difficili al Pirellone. Gli assessori al Bilancio e alla Sanità, Massimo Garavaglia e Mario Mantovani (Forza Italia), sono stati costretti a chiedere aiuto al Pd. La richiesta? Inserire nello Sblocca Italia una clausola per ottenere 12 mesi in più con l’obiettivo di far decollare i progetti di edilizia sanitaria. In gioco ci sono le opere di costruzione e ristrutturazione di ospedali già finanziate dallo Stato, ma che devono seguire un cronoprogramma preciso, pena la perdita dei soldi (per un totale di 340 milioni). Il problema è nato — assicurano ai piani alti del Pirellone — proprio per il timore di ritardi negli interventi seguiti da Infrastrutture.

La holding deve fare da cabina di regia per gli appalti superiori a 10 milioni di euro, come quelli per i Civili di Brescia (45 milioni di euro), il San Carlo Borromeo di Milano (38,5) e il San Matteo di Pavia (31 milioni). L’emendamento, inserito nello Sblocca Italia dalla deputata pd Elena Carnevali, è stato accolto. Ma i problemi si trascinano. Già lo scorso luglio i vertici dell’assessorato alla Sanità avevano sollevato l’allarme. Era stata inviata una lettera in cui venivano paventati ritardi e sollecitata un’accelerazione nella stesura dei progetti e nei bandi di gara. Un rimprovero che già allora non era andato giù a Paolo Besozzi, presidente di Infrastrutture, che in più occasioni ha difeso l’operato della holding: «Nessun ritardo — è la sua posizione —. Vista la complessità degli interventi da realizzare, sono stati definiti tempi troppo stretti fin dall’inizio». Altro fronte aperto, quello del direttore generale, da nominare dopo l’arresto di Antonio Rognoni. Il 26 marzo è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale un bando per la sua ricerca .

Le candidature andavano presentate entro il 10 aprile. E la questione — dopo la valutazione di una commissione tecnica — doveva essere esaminata nella seduta di giunta del 30 aprile. Niente di fatto. Infrastrutture è ancora senza manager. Non risultano sostituiti neppure gli altri otto ingegneri e architetti finiti nell’inchiesta sugli appalti pilotati e, dunque, licenziati o sospesi. In più occasioni il governatore Roberto Maroni ha manifestato l’intenzione di rivoluzionare la macchina degli appalti. Gare truccate, consulenze illecite, falsificazione di documenti. I reati contestati per il periodo 2008-2012 (associazione a delinquere, turbativa d’asta, truffa e falso) hanno fatto sorgere l’esigenza di rivedere ruolo e governance di Infrastrutture. La holding ha iniziato a collaborare con Arca, ma nulla di più. E adesso il tempo stringe. I problemi si rincorrono: se Infrastrutture, per dire, non sarà in grado di vendere il vecchio ospedale di Monza, potrebbero mancare 50 milioni di finanziamenti per il nuovo San Gerardo.

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