Internazionali

Sudan-Somalia: camorra, armi e terrorismo

di Vincenzo Iurillo da il Fatto quotidiano

 C’è un filo che lega il clan dei Casalesi a un traffico d’armi internazionale in paesi dove vige l’embargo e dove non si potrebbe esportare nemmeno un proiettile per l’alta conflittualità interna. Un filo che collega faccendieri nel ramo elicotteri e componentistica militare, e reclutatori di mercenari da inviare nell’Africa lacerata dalle guerre intestine, fino a sfiorare ambienti del terrorismo in Somalia. E’ il filo teso dal l’inchiesta della Dda di Napoli, curata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dai sostituti Catello Maresca e Maurizio Giordano, dai contorni emersi nei 30 decreti di perquisizione eseguiti ieri all’alba dal Gico di Venezia in 11 regioni con accuse di associazione a delinquere.

IL MAGGIOR NUMERO degli indagati si concentra nel Veneto. Gli investigatori hanno frugato nei cassetti di un ex ambasciatore italiano in Armenia, un ambasciatore straniero in carica di un paese africano (che ha opposto alle perquisizioni le guarentigie del ruolo), ex alti ufficiali dell’Esercito ed Andrea Pardi, l’amministratore di “S ocietà Italiana Elicotteri”, legata ad Agusta Westland, con sede a Roma. Pardi a ottobre è stato definito dalla redazione di Report “noto per aver tentato in passato di vendere elicotteri all’Iran ”. L’i mprenditore aveva appena picchiato e provato a distruggere la telecamera di uno degli inviati di Milena Gabanelli, Giorgio Mottola, che si era recato nella sede romana per fare domande sugli affari della società.

L’INCHIESTA ha preso il via dalle tracce seminate da un personaggio ritenuto vicino ai clan camorristici del Casertano, Francesco Chianese. L’imprenditore si sarebbe reinventato una carriera come addestratore in campi militari dell’Africa. Si sospetta inoltre che alcuni faccendieri veneti si siano riforniti di armi grazie ai Casalesi. Nel giro, un napoletano con precedenti per traffico d’armi, con il ruolo di mediatore di affari. Le armi e la componentistica in vendita sarebbero per lo più di fabbricazione italiana, compresi i quattro elicotteri da combattimento venduti in Armenia. Il traffico d’armi avrebbe toccato anche Nigeria, Somalia, Sudan, Libia, Iran e altri paesi sottoposti a embargo. E tra gli oltre 50 indagati c’è un somalo legato ad ambienti terroristi islamici. Sono queste le tracce di un lavoro investigativo che nelle ultime settimane si è accelerato dopo la messa in onda di reportage televisivi sul fenomeno del traffico clandestino d’a rm i. Un lavoro che punta a scoprire quali sono i canali e i mezzi utilizzati per aggirare gli embarghi e lucrare sulle tante guerre in Africa.

Birmania - Quei fanatici di Buddha uccidono i musulmani

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

Il mondo si è abituato a un’immagine dolce e mite del buddismo. Le parole sagge che invitano alla tolleranza pronunciate dal Dalai Lama, i suoi gesti pacati, il suo sorriso risuonano dentro di noi ogni volta che pronunciamo la parola “buddismo”. Che non è una religione per come la intendiamo, cioè non vi è un Dio esterno al quale rivolgersi, da supplicare, ma lo è nel senso etimologico del termine - dal latino religo - ovvero riunirsi sotto lo stesso culto. Nel buddismo l’esistenza di un Dio fuori da noi non è prevista ma ognuno di noi possiede la cosiddetta buddità. Il problema è illuminarla, permetterle di manifestarsi. È il mistico, il divino che ogni essere umano ha in sé. Ma la buddità che emerge dal monaco buddista birmano Ashin Wirathu, diventato una sorta di rock star con migliaia di followers su twitter e centinaia di migliaia di devoti che arrivano da tutte le parti del paese per assistere ai suoi lunghissimi sermoni in un tempio di Mandalay, non è fondata sulla tolleranza, sull'immedesimazione nel prossimo come si pensa debba essere quella “allenata” di un addetto a questo culto.

Lui, alzando un lembo della tonaca arancione che avvolge il corpo nudo e glabro, risponde con tono risoluto e senza l’ombra di un sorriso a coloro che lo accusano di fomentare l'odio sociale: "Si può essere pieno di bontà e di amore, ma non si può dormire accanto a un cane pazzo". Il cane pazzo è il musulmano, chi si professa devoto ad Allah, indipendentemente dal fatto che sia osservante, indipendentemente che sia un semplice fedele o un integralista islamico o, peggio, un terrorista islamico. Le sue prediche, che secondo le Organizzazioni non governative e la stampa internazionale, incitano all'odio e alla violenza nei confronti dei musulmani che vivono nel Paese, compresi i Rohingya, un gruppo di circa un milione di musulmani apolidi migrati dal Bangladesh. Sono diventati sempre più rabbiosi negli ultimi due anni.

Una delle ragioni è la crescita, seppure molto contenuta dei musulmani in termini demografici, l’altra è l’abdicazione della giunta militare a favore di una “democratura” che avrebbe potuto riconoscere nuovi diritti. Secondo i nazionalisti birmani, compreso il movimento nazional-buddista “696” fondato da Wirathu, i musulmani, tutti, in blocco, dovrebbero essere cacciati dalla Birmania. Da due anni però Wirathu non solo si oppone alla diffusione dell’islam nel suo paese multietnico ma non multireligioso, dato che quasi il 90% della popolazione è di fede buddista, ma fomenta la violenza contro i musulmani. L’anno scorso il viso tondo con la testa rasata di Wirathu si è persino guadagnato la copertina di Time e il titolo: “Il volto buddista del terrore”.

I SUOI DISCORSI che durano interi pomeriggi sono preceduti da un rito di espiazione per le azioni tracotanti commesse poi, sempre più frequentemente iniziano con questa frase: “Io li definisco degli attaccabrighe, dei facinorosi, perché sono facinorosi" ( i musulmai, ndr) e finiscono così: “Sono orgoglioso di essere chiamato un buddista radicale”. Non deve procacciarsi il cibo Wirathu, per lui lo hanno già fatto i giovani monaci che, scalzi e in fila, ogni mattina vanno a raccogliere le offerte. Da qualche tempo però i cittadini più facoltosi che apprezzano la sua “crociata” devolvono ingenti somme al suo movimento. Non godono della stessa generosità i musulmani che vivono nella periferia di Mandalay, la seconda città del paese, ma soprattutto i Rohingya che languono senza lavoro e cibo in remoti campi profughi, che in realtà non sono altro che distese di stracci e teli di plastica dell’Onu a forma di tende. Tante anche in riva al mare, Perché loro vengono dal mare, sono abituati a stare in mare più che in terra dove non sembrano essere i benvenuti.

L’anno scorso i sermoni del quarantottenne Wirathu hanno iniziato a tradirsi in azioni. Anzi in scontri violenti. Birmani nazionalisti seguaci di Wirathu hanno incendiato le case dei musulmani, brandito machete e coltelli. I linciaggi buddisti hanno ucciso più di 200 musulmani e costretto più di 150.000 a fuggire dalle loro case. Quello che era iniziato due anni fa ai margini della società birmana è cresciuto fino a diventare un movimento nazionale la cui agenda include ora anche il boicottaggio di prodotti realizzati da musulmani. Dentro e fuori la Birmania. I monasteri buddisti associati al movimento “696” hanno aperto anche centri comunitari per 60.000 bambini buddisti. L’odio sparso a piene parole da Wirathu ha iniziato a infastidire i cittadini dei paesi islamici confinanti e vicini, innescando una spirale di violenza che finora non è ancora diventata eclatante ai nostri occhi distanti. Nel mese di maggio del 2013, le autorità indonesiane avrebbero sventato quello che è stato definito un complotto per bombardare l'ambasciata birmana a Jakarta in rappresaglia per gli attacchi contro i musulmani.

Oggi Wirathu fa comodo alle autorità birmane che lo definiscono un patriota ma c’è stato un tempo in cui le stesse autorità, che ancora vestivano la divisa, lo arrestarono e tennero in carcere per ben otto anni per incitamento all'odio. Nel 2011 venne scarcerato. In un recente discorso, ha descritto il massacro di studenti e abitanti musulmani della città di Meiktila come una dimostrazione di forza: “Se siamo deboli la nostra terra diventerà islamica”. Eppure il Buddismo sembra avere un posto sicuro in Myanmar. Nove persone su 10 sono buddisti, come lo sono quasi tutti gli uomini d’affari più richi, il governo, l'esercito e la polizia. Le stime della minoranza musulmana vanno dal 4 all’ 8 per cento su circa 55 milioni di birmani. Ma Ashin Wirathu, dice il buddismo è sotto assedio da parte dei musulmani che stanno avendo più figli dei buddisti e stanno comprando terreni. In realtà attinge a rancori storici che risalgono all'epoca del colonialismo britannico in cui gli indiani, molti dei quali musulmani, vennero mandati in Birmania come funzionari e soldati.scorso, ha detto che l'uccisione in nome della religione è "impensabile" e ha esortato i buddisti del Myanmar a contemplare il volto del Buddha per orientarsi e non quello di Wirathu. P

hra Paisal Visalo, studioso e monaco buddista cittadino della vicina Thailandia, spiega che il concetto di “noi e loro”, promosso dai monaci radicali del movimento birmano, come un'eresia per il buddismo. Per tutte le correnti buddiste. Ma ha lamentato che la sua critica e quella di altri leader buddisti di fuori del paese hanno avuto "un impatto minimo. “Wirathu invece ha iniziato a far proseliti anche all’estero. Soprattutto in Sri Lanka, altro paese storicamente tormentato da conflitti etnici. Anche nella “pacificata”isola sotto la punta meridionale dell'India, per anni dilaniata da una guerra civile tra gli induisti dell'etnia minoritaria Tamil e la maggioranza buddista, i monaci che sostengono il partito nazional-buddista - appena dimessosi dalla coalizione di governo perché è stata rifiutata la loro proposta di inserire nella Costituzione un articolo che consacra il Buddismo a religione di Stato - hanno stretto un'alleanza con il movimento “696” e Wirathu è stato accolto nell’isola come un vero e proprio leader politico. Anche nella solare costa occidentale dello Sri Lanka ci sono stati di recente scontri tra i buddisti-nazionalisti e i cittadini musulani, anche lì esigua minoranza come i cristiani, anch'essi presi di mira. Il partito nazionalista e i monaci non hanno gradito per nulla la recente visita di Papa Francesco e hanno fatto di tutto per boicottarla.

TRA I PIÙ CONTRARIATI dagli episodi di violenza e dalla retorica di Wirathu, ci sono alcuni dei leader della Rivoluzione zafferano del 2007, una rivolta pacifica guidata dai monaci buddisti contro il regime militare birmano. I seguaci del Buddismo non appartengono tutti alla stessa scuola. “Non ci aspettavamo questa violenza quando abbiamo cantato per la pace e la riconciliazione nel 2007”, ha detto il lama del monastero di Pauk Jadi, Ashin Nyana Nika durante una riunione sponsorizzato da gruppi musulmani per discutere la questione. (Ashin è il titolo onorifico per i monaci birmani). Ashin Sanda Wara, il capo di una scuola monastica a Yangoon, dice che i monaci del paese sono divisi quasi equamente tra moderati ed estremisti. La colonna sonora del movimento di Ashin Wirathu ha come protagonisti “quelli che vivono nel nostro paese, bevono la nostra acqua e invece di ringraziarci si dimostrano”. Il ritornello promette: "Costruiremo un recinto con le nostre ossa, se necessario," corre ritornello della canzone.

Salvini a Mosca “Ora mi aspetto un finanziamento da parte di Putin”

di Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA. Niente felpa. Per il suo intervento da ospite d’onore a un convegno sull’economia della Duma, il Parlamento della “amica Russia”, Matteo Salvini sceglie un cravattone verde appena più formale. I russi lo guardano con curiosità e ne ascoltano con piacere le dichiarazioni. Ormai è un ospite abituale che, dicono, avrebbe pure conquistato la personale simpatia di Putin dopo un breve incontro di straforo in ottobre a Milano. Salvini ne prevede molti altri: «Mi riceverà presto, forse già in gennaio». Intanto alla Duma raccoglie applausi inevitabili quando ripete la sua avversione alle sanzioni occidentali contro la Russia che «non può essere considerato un nemico ma un alleato con cui riprendere i rapporti commerciali e culturali». Sono applausi dei politici locali, ma anche della delegazione di imprenditori italiani in Russia già pesantemente colpiti dalle sanzioni volute da Usa e Ue e soprattutto dalle «contro sanzioni» decise da Putin soprattutto nel settore agroalimentare. Ed è un piacere per tutti i presenti ascoltare le sue critiche alla Ue che «insiste con sanzioni idiote che andrebbero tolte domani mattina». E che ha ragione solo in un caso: «Quando dice a Renzi che non ha fatto nulla di concreto».

Applausi tutti italiani arrivano proprio nei passaggi su Renzi: «Avrebbe dovuto esserci lui qui al posto mio a difendere l’amicizia con ta finanziamenti per la sua Lega e risponde così: «Non cerco regali, ma un prestito conveniente come quello concesso alla Le Pen, lo accetterei volentieri. Lo accetterei da chiunque mi offrisse condizioni migliori di, per esempio, Banca Intesa». Lapsus freudiano o citazione voluta che sia, Banca Intesa ha un senso preciso. Il massimo dirigente di Banca Intesa a Mosca è da anni quell’Antonio Fallico, compagno di scuola di Marcello Dell’Utri e riferimento abituale di Silvio Berlusconi per tutti i suoi investimenti in Russia. Ed è proprio con Silvio Berlusconi che il “Salvini russo”sta giocando la sua personale partita nelle sue visite a Mosca, ormai a cadenza mensile. La solidità dell’amicizia storica tra Putin e il leader di Forza Italia scricchiola Russia».

Ai russi comunque Salvini comincia a piacere. Lui lo percepisce e forse aspira a qualcosa di più. Gli domandano se si aspetla già da tempo. A cominciare dalla vicenda del famoso “lettone di Putin” che fece imbestialire il riservato capo del Cremlino fino all’inesorabile declino politico dell’“amico Silvio” protagonista del defunto accordo sul South Stream. Che Salvini miri a sostituire Berlusconi nel cuore di Putin sembra un progetto quasi dichiarato. A chi gliene chiedeva conto ieri, il leader della Lega rispondeva: «Entrambi apprezziamo Putin ma abbiamo canali e approcci separati». Intervistato la scorsa settimana dal magazine economicoVlast (Potere) l’ineffabile Antonio Fallico rispondeva così alla domanda “al posto di Putin, come accoglierebbe la richiesta di amicizia di Salvini?”: “Con molta cautela”.

Salvini e l'orso russo. L’amico D’Amico, dalla Russia con furore

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

Quando Matteo Salvini nel dicembre 2013 fu eletto segretario della Lega, la crisi ucraina era appena scoppiata, ma sembrava ancora un fatto locale e controllabile. I rapporti commerciali tra Europa, Italia e Russia andavano a gonfie vele e nessuno avrebbe nemmeno lontanamente potuto immaginare che i nostri produttori sarebbero stati colpiti dal controembargo, conseguenza delle sanzioni economiche tanto vituperate dalla Lega. L’annessione della Crimea, supportata con enfasi da Salvini&C, era ancora fantascienza. I motivi per i quali la Lega aveva inizialmente asserito di essersi schierata al fianco dello “zar”, dunque non erano ancora all’orizzonte. Eppure nel parterre torinese, ad assistere all’incoronazione dell’altro Matteo c’erano già due influenti esponenti del partito di Putin, Russia Unita.

In un’intervista a Conflitti e strategie, Salvini lo ha confermato: “...a quel congresso federale, tra gli ospiti stranieri, c’erano due funzionari di Russia Unita, conosciuti dal mio portavoce Gianluca Savoini che, assieme al nostro ex parlamentare Claudio D’Amico, ha organizzato la nostra missione in Russia”. D’Amico, assieme a Lorenzo Fontana, è il responsabile dei rapporti del Carroccio con i partiti esteri ma la sua funzione sembrerebbe più operativa, per sua stessa ammissione: “Sono stato tante volte in Russia e sono stato anche osservatore del referendum in Crimea”. Pur “non avendo nulla da nascondere”, D’Amico però non ha potuto spiegare in cosa consistesse e in cosa consista la sua attività perché “da oggi di rapporti con la Russia è autorizzato a parlarne solo Salvini”. Resta il fatto che l’ex sindaco di Cassina de’ Pecchi, esperto di ufologia ed extraterrestri, è da tempo un volto noto della tv di Stato russa e della piattaforma mediatica filo Cremlino Russia Today.

LA SUA FREQUENTAZIONE degli studi televisivi moscoviti è stata quasi certamente propiziata dalla sua amicizia con Aleksej Puskov, deputato di Russia Unita, a capo del comitato parlamentare per i rapporti con l’estero e autore dal ‘98 del programma televisivo di informazione e analisi politica Postscriptum . Il percorso del leghista dal municipio lombardo verso il Cremlino, ha fatto tappa nell’Osce - l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa - come capogruppo per l’Italia. Anche Puskov ne aveva fatto parte. Secondo numerose fonti, durante le riunioni dell’organizzazione, si era più volte dichiarato contrario all’idea di un’Europa multi- etnica, trovandosi d’accordo per l’appunto con l’amico russo. Con lui e tutto l’entourage putiniano condivide la battaglia contro l’aborto e contro le coppie omosessuali.

L’unica differenza con l’establishment putiniano è la fede: D’Amico si professa un cattolico militante mentre i suoi amici si considerano ferventi cristiani ortodossi. A ottobre D’Amico ha guidato Salvini in Russia dove hanno incontrato anche il politologo- filosofo Dugin, consigliere del presidente russo, inventore della teoria dell’impero euroasiatico e fondatore del partito nazional-bolscevico in cui propugnava la fusione tra precetti nazisti e comunisti. La fotografia che ha scelto per il suo profilo Facebook, lo ritrae mentre stringe fiero e sorridente la mano a Putin. Nel commento lo ha definito “un momento storico”.

Durante l’inaugurazione a marzo, presso la sede della Lega Nord di Varese, della sezione provinciale dell’associazione culturale (che però fa politica) Lombardia Russia, il cui presidente è Gianluca Savoini, D’Amico ha detto che il deposto presidente ucraino Yanukovich non è scappato ma “ha voluto lasciare per evitare ripercussioni sulla popolazione”. Peccato che poi dalla Russia Yanukovich sostenga la lotta armata dei filorussi del Donbass. Se fosse stato eletto al Parlamento europeo, D’Amico avrebbe chiesto la desecretazione dei dossier sugli extraterrestri, ma non essendo andata così, continuerà a lottare per la realizzazione del dossier eurasiatico.

Il bancomat di Putin per i nazionalisti d'Europa. In fila anche la Lega: "Ogni aiuto ben accetto"

di Ettore Livini e Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA - Difficile che nel faccia a faccia di metà ottobre a Milano, e poi nella sua visita lampo a Mosca della settimana successiva, Matteo Salvini possa avere ottenuto molto di più che una forte comprensione e un potente riconoscimento internazionale. I 9 milioni di euro concessi alla Le Pen, attraverso una banca ceco-russa sono frutto di una ben più lunga intesa politica che risale addirittura al padre Jean-Marie. E anche del fatto che Mosca ritiene la Francia assai più ostile dell'Italia dove, sotto sotto, nemmeno il governo in carica viene ritenuto visceralmente anti russo come "il perfido Hollande".

Ma la speranza che prima o poi aiuti in denaro possano arrivare in qualche modo da Mosca è rimane accesa nel clan di Salvini. Lui stesso conferma: "Noi facciamo un appello politico a tutto il mondo e ogni aiuto è ben accetto, anche perché abbiamo 70 dipendenti in cassa integrazione". Ma precisa: "Finora non è arrivato né un rublo né un euro. E non ci interessa chiederlo. Il nostro appoggio alla Russia è totalmente disinteressato".

Un po' per amore del vecchio metodo sovietico, un po' per ripicca contro gli Usa che starebbero facendo altrettanto, Putin ha deciso di sostenere, accreditare e perfino finanziare una lista di partiti che in qualche modo possano creare problemi ai cosiddetti "governi ostili" e scompiglio nelle politiche dell'Unione europea. Come? Il canale bancario  -  come è successo con la Le Pen  -  resta in teoria la strada più semplice e trasparente. La moral suasion del Cremlino, nel settore, è altissima. Cinque istituti di credito sono finiti nella lista delle sanzioni Ue e Usa.

Tra di loro la Rossiya Bank di Yuri Kovalchuk e Nikolaj Shamalov (membri della Ozara Dacha, la cooperativa degli anni '90 da cui sono usciti i padroni della nuova Russia, Putin compreso) etichettata dalla Ue come "la banca personale dei vertici della repubblica russa". Esistono poi altri canali di finanziamento più tortuosi ma molto più efficaci per occultare i mandanti: il rapporto 2007 messo a punto dalla Cia sul tesoro nascosto di Putin  -  mai reso noto  -  descriveva secondo fonti d'intelligence Usa complesse triangolazioni nel mondo del trading energetico su petrolio e gas che coinvolgevano molti uomini dell'entourage del presidente. Una girandola di intermediari che dai giacimenti siberiani fino ai consumi finali faceva salire i prezzi della materia prima. Lasciando strada facendo piccole fortune nelle mani di chi (anche politici stranieri, dice il tam-tam a Washington) garantiva il suo appoggio alla linea di Mosca.

Oggi, spiega un recentissimo rapporto di Political Capital Research  -  un think-tank ungherese che già nel 2009 raccontava dei rapporti tra Putin e l'estrema destra europea  -  il "soccorso rosso" a Le Pen & C. arriva anche in forme più immateriali: assistenza tecnica nell'organizzazione di manifestazioni, aiuti professionali con personale specializzato, accesso ai network media e internazionali sfruttando le liaison del Cremlino. Partite di giro che si chiudono spesso attraverso Ong e associazioni di amicizia bilaterali sostenute dai rubli di Putin. La lista dei possibili beneficiari, aggiornata quotidianamente dai consiglieri ultra-conservatori che hanno conquistato la leadership nell'ufficio del Presidente, vede la Lega ormai stabilmente ai primi posti dopo l'irraggiungibile Marine Le Pen. E insieme ad altri partiti e movimenti che sembrano formare una vera e propria "Internazionale Nera". Ci sono gli austriaci del Partito Popolare, i tedeschi di Afd e gli olandesi del Partito della Libertà, xenofobi e antieuro; i Tea party statunitensi, più a destra dei repubblicani; l'Ukip del pittoresco alleato di Beppe Grillo, Nigel Farage; gli antisemiti ungheresi di Jobbik; i "fratelli slavi" dei movimenti nazionalistici bulgari e serbi e polacchi; e in coda, per il momento, perfino i neonazisti dichiarati greci di Alba Dorata. "Una miscela letale che mira a far esplodere l'Unione europea dall'interno", dice Mitchell Orenstein, docente alla Boston University e collaboratore della rivista Foreign Affairs lanciando un allarme molto sentito negli Stati Uniti.

In Russia intanto, le fonti ufficiali tacciono. "Avete mai sentito un governo ammettere di finanziare partiti stranieri? Sarebbe assurdo ma lo fanno tutti e gli americani in questo sono maestri", dice una fonte assolutamente anonima degli uffici che contano. Ma come si può giustificare un appoggio anche solo morale a una lista così impresentabile? La chiave è semplice: tutti quanti, difendono quelli che il Cremlino ritiene "sacri valori della tradizione, della famiglia e della cristianità". Applaudono alla omofobia di Stato di Mosca, scimmiottano il nazionalismo di Putin nelle loro richieste punitive contro immigrati e stranieri. L'anonimo del Cremlino spiega meglio: "Gli Stati Uniti finanziano rivoluzioni e colpi di Stato, usando sempre il vecchio slogan della Guerra Fredda dell'esportazione della democrazia. Lo hanno fatto palesemente in Ucraina dal 2004 al disastro di oggi. E nelle rivolte del Nord Africa. Perfino con i nostri oppositori di piazza, quelli che fino a due anni fa riempivano le piazze di Mosca con slogan anti-Putin preconfenzionati". Non è poi così vero. Le proteste di piazza, che sembravano assolutamente spontanee, sono semmai state fatte fuori con leggi che hanno di fatto eliminato ogni forma di dissenso. E comunque non spiega il sostegno alle forze di destra sempre meno moderata.

Ma al Cremlino nessuno si scandalizza: "L'Unione sovietica inviava gioielli e bonifici milionari ai partiti comunisti, ai rivoluzionari del Terzo Mondo, qualche volta anche ai terroristi, con il pretesto di diffondere la Rivoluzione proletaria. Adesso invece aiutiamo tutti coloro che ci aiutano a combattere questa ondata di immoralità dell'Occidente. E nella lista non ci sono terroristi ma partiti democraticamente eletti". Parole che sono miele per Salvini e i suoi, e che invece non suonano molto piacevoli per l'italiano che più di ogni altro in questi vent'anni è stato considerato il vero grande amico di Putin. Gli ultimi anni di Berlusconi hanno però creato più di un imbarazzo al presidente russo. Prima le storie troppo indecenti di olgettine, lap-dance e del famoso lettone di Putin che, qui giurano, non è mai esistito. Poi una debolezza sul piano euroscettico e un fatale declino politico che lo rende sempre meno utile per la causa. La botta finale è arrivata dalla posizione di Forza Italia a favore dei matrimoni gay che, non a caso, Salvini continua a sottolineare ad ogni occasione con studiato stupore. Sorride il leader leghista e ne ha ragione. E spera in un messaggio di complimenti per la sua vittoria elettorale. Privilegio finora concesso solo alla bionda Marine. Nelle sue passeggiate moscovite mostrava con orgoglio una brutta maglietta con un Putin in mimetica e aggressive scritte in cirillico. Robaccia al confronto di quelle più raffinate che si possono trovare a soli dieci euro conoscendo i negozi giusti. Il suo trofeo feticistico sbiancherà alla prima lavata. Ma forse il futuro potrebbe portare qualcosa di più che una t-shirt.

Le tasse delle multinazionali spariscono in Lussemburgo

di Camillo Conti da il Fatto quotidiano

Il buco nero fiscale nel cuore dell’Europa si chiama Lussemburgo. Ed è lì che confluisce una massa di fondi parcheggiati da multinazionali, banche, imprese familiari, grandi marchi della moda e altre migliaia di società e sottratti all’economia del resto dell’Unione. Nella piena legalità. Perché il rifugio all’ombra del fisco leggero del Granducato non è contro la legge. Anzi, il sistema è fiorito e mantenuto anche grazie al lungo governo di Jean-Claude Juncker, premier per 18 anni e ora alla guida della Commissione europea. Alfiere dell’ortodossia contabile in Europa, ma “pirata” in casa quando era premier del più piccolo – meno di 550mila abitanti – ma molto ricco, paese membro dell'Ue.

LO SCANDALO è al centro dell’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) diffusa in contemporanea in 26 paesi. Nel mirino, gli accordi segreti tra le autorità del Lussemburgo e 300 aziende in tutto il mondo (tra cui colossi come Amazon, Ikea, Deutsche Bank Procter & Gamble, Pepsi a Gazprom) e 31 in Italia per spostare flussi finanziari enormi pagando tasse minime.

I RISULTATI dell’inchiesta sono subito diventati un caso internazionale già battezzato LuxLeaks . Il premier del Lussemburgo Xavier Bettel si è difeso ricordando che le pratiche fiscali dei “tax ruling” applicate dal Lussemburgo “sono conformi alle leggi internazionali”, tanto che queste “non sono proprie” solo del Granducato “ma le praticano anche altri paesi europei”. Mentre il ministro delle Finanze, Pierre Gramegna, si difende sottolineando che “le decisioni delle autorità su richiesta delle imprese del Lussemburgo sono perfettamente compatibili con tutte le convenzioni internazionali”, ma “possono portare a un pagamento irrisorio di tasse da parte delle imprese e crediamo che non sia soddisfacente”. Si tratta di una pratica che esiste anche in altri Paesi, dunque non illegale in sé, spiega il ministro. Ma anche il Lussemburgo, aggiunge Gramegna, non è soddisfatto del “ri - sultato dell'applicazione” che “può a volte portare a situazioni dove le compagnie possono arrivare a pagare poche o niente tasse”. Questa situazione che il Lussemburgo considera “non soddisfacente”, conclude il ministro, “non può essere cambiata in un solo Stato, ma deve essere affrontata a livello europeo o globale”.

IL GOVERNO lussemburghese è comunque disposto a “coo - perare pienamente con la Commissione”nell'indagine. Il caso “è un riflesso del passato. Noi guardiamo al futuro che stiamo creando. Abbiamo fatto grandi passi avanti nella lotta alla frode fiscale e all'ottimizzazione”, ha invece preso le distanze il ministro francese delle Finanze, Michel Sapin, aggiungendo che l'ottimizzazione fiscale “non è più accettabile e va combattuta globalmente. Il presidente del gruppo S&D Gianni Pittella parla di “credibi - lità in gioco”, mentre il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha sottolineato che le pratiche denunciate dall'inchiesta giornalistica erano manifestamente legalmente possibili in diversi Paesi”. Di certo, ora la Commissione guidata dallo stesso Juncker dovrà prendere provvedimenti: il portavoce Margaritis Schinas ieri ha detto che sono già quattro, e non solo in Lussemburgo, le inchieste aperte dalla Commissione Ue sui tax ruling applicati in modo non conforme alle norme sugli aiuti di Stato. E l’avvio di queste indagini “non ne pregiudica l'apertura di nuove né l'approfondimento di quelle già esistenti”. L’ex commissario alla Concorrenza, Joaquin Almunia, nei mesi scorsi aveva infatti aperto due indagini sul Lussemburgo, una relativa ad Amazon e l’altra a Fiat Finance and Trade, una sull’Olanda per Starbucks, e una sull’Irlanda riguardante Apple. Al centro della questione non è infatti la pratica del tax ruling in sé, ma se questi sconti fiscali vengono usati in modo anticoncorrenziale dando un vantaggio a un’azienda rispetto alle altre. Il successore di Almunia, Margarethe Vestager ha chiesto informazioni al Lussemburgo e ad altri paesi e resterà “vigile per far applicare il controllo degli aiuti di Stato in modo equo e giustificato”.

IL NEO COMMISSARIO alla Concorrenza ha detto di non aver ancora visto tutte le informazioni pubblicate e quindi di non aver avuto modo di “formarsi ancora un'opinione” sugli accordi in questione e un “possibile seguito formale da parte della Commissione”. In ogni caso Bruxelles è in “stretta cooperazione con le autorità del Lussemburgo per procedere in modo costruttivo e cooperativo in quest'area”. Quanto a Juncker, “è determinato a far rispettare le regole a tutti ed è sereno”, ha spiegato il portavoce dell'esecutivo Ue. I contribuenti europei un po’ meno.

Indipendenza scozzese - Irvine Welsh: Ormai siamo incompatibili

da il Fatto quotidiano

A partire da Trainspotting (1993), il suo esordio letterario, ha raccontato al mondo una Edimburgo sottoproletaria e disperata, ben lontana dagli stereotipi della Scozia tradizionale. Oggi Irvine Welsh – nato vicino a Edimburgo 56 anni fa – si schiera per il “sì” al referendum indipendentista.
Non vuole sentir ragioni neanche quando vengono dalla regina che ha invitato gli elettori a riflettere bene.

“Un commento insensato che non vale nemmeno la pena discutere. Non posso votare perché sono residente all’estero - precisa Welsh rispondendoci da Miami - ma credo anche che sia giusto così: è chi vive in Scozia quotidianamente a dover decidere il futuro del suo Paese”.

Un futuro che vede fuori dal Regno Unito.
La devoluzione mi sembra inevitabile, unico modo per colmare il deficit democratico che si è creato dal momento in cui la Scozia è diventata sempre più diversa dall’Inghilterra, particolarmente dal sud dell’Inghilterra. La differenza tra le due realtà è così grande che non ci può più essere una risposta in chiave centralista.

Cosa si aspetta in caso di vittoria?
Che dalle ceneri di un vecchio assetto imperialista ormai in decadenza possa nascere uno Stato moderno e democratico. Spero anche che un analogo movimento abbia luogo in Galles.

Chi vuole tenere la Scozia dentro avverte: state attenti, sarete sicuramente più poveri.
Fanno il loro mestiere, che altro dovrebbero dire? Però non sanno dare nessun buon argomento contro l’indipendenza. Uno solo e vi sostengo, mi verrebbe da dire. Tutta la loro campagna è basata su due cose: l’appello alla nostalgia del passato e la paura di un futuro al di fuori dell’unione.

La Scozia in cui lei è nato e cresciuto, quella degli anni 60, era diversa da quella post-thatcheriana che racconta nei suoi romanzi e racconti. Che cosa è cambiato negli anni?
Il declino dell’unione tra Inghilterra e Scozia è un segno dei tempi, e non ci si può fare nulla. Tutti i benefici dell’unione per gli scozzesi, o i trionfi condivisi con gli inglesi appartengono ormai solo ai libri di storia. Mi riferisco all’era industriale, all’impero, all’esprit des corps visto all’epoca delle due guerre mondiali. Mi riferisco al caso dello stato sociale e del sistema sanitario nazionale, elementi soggetti a un’opera di demolizione sistematica messa in atto congiuntamente da conservatori e laburisti.

Secondo questa logica, la Scozia è il baluardo della giustizia sociale contro il liberismo. Per questo è meglio definirsi “scozzesi ” piuttosto che britannici?
Aspetti, capisco dove vuole arrivare. Sono scozzese perché sono nato in Scozia, ma nazionalismo e patriottismo non mi interessano. Altra cosa è dire che mi sento orgoglioso quando un popolo si alza in piedi e abbraccia la democrazia, sfidando le élite. Questo mi interessa molto di più.

G.V.

Bovisio Masciago - Mobili e crisi Russia-Ucraina. Walter Mariani: “Non resisteremo più di due mesi”

di Matteo Pucciarelli da la Repubblica

WALTER Mariani con la sua piccola azienda a Bovisio Masciago lucida mobili “upper class”, pensati soprattutto per il mercato estero. I fatturati, a causa del blocco russo, si sono già dimezzati, racconta lui.

Quali erano i vostri rapporti commerciali con Mosca?
«Noi lavoriamo insieme a una grande impresa italiana che si occupa di tutto il settore del mobile, con showroom nella capitale e San Pietroburgo. Quello pensato per il mercato russo è generalmente un arredamento di qualità e di lusso. Se andiamo a vedere le commesse, circa il 60 per cento del lavoro era destinato laggiù».

Cosa è cambiato nelle ultime settimane?
«Da tre mesi a questa parte, cioè dall’inizio della crisi ucraina, sono cominciate le difficoltà con i clienti russi: merce non ritirata, preventivi a cui non è più arrivata risposta, continui rinvii, anche nei pagamenti. A volte motivati, spesso con scuse vere e proprie. Con il rischio, se la situazione non si sblocca nel giro di poco, di ritrovarci con milioni di euro di prodotti invenduti».

Ma l’embargo non tocca il settore del legno e dell’arredo...
«No, ufficialmente no. Nei fatti però tutto il comparto lamenta questo cambiamento di “atteggiamento”, per così dire. Ci siamo rivolti anche ai rappresentanti del commercio russo a Milano, che negano ogni ostruzionismo. Un muro di gomma. Ma insomma, la questione è tutta politica».

Fare a meno dei russi è possibile?
«Guardi, qui non stiamo parlando di mobili Ikea, di camerette da due o tremila euro. Ultimamente abbiamo lavorato a una commessa in Azerbaijan, una villa con arredi di lusso per due milioni di euro. Tutti prodotti artigianali, con camere che arrivano a costare 250mila euro di mobilia. Rinunciare su due piedi a un mercato rivolto a 350 milioni di abitanti, dei quali un 10 per cento ricchissimo, è impossibile. Il mercato italiano non esiste quasi più e comunque non è sufficiente. Cittadine come Meda e Cantù vivono da diverso tempo grazie ai russi».

Verosimilmente, quanto tempo avete per risolvere la questione?
«Due mesi, oltre cominceranno le chiusure. Le sanzioni, se si va avanti così e non si trova in tempi brevi una soluzione, sono tutte a nostro danno».

Russia - L’internazionale fascio-comunista

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

A Yalta, il fine settimana scorso, è avvenuto un piccolo ma intenso capovolgimento della storia, passato inosservato a molti media occidentali. Proprio per il suo valore simbolico, il Cremlino, anche se non direttamente, bensì “a t t r averso strutture parastatali” – come ha spiegato il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, unico italiano invitato – ha organizzato qui una due giorni intitolata “Russia, Ucraina, Nuova Russia: problemi e sfide globali”. Nonostante i numerosi ammiratori di sinistra, Vladimir Vladimorovic Putin all’incontro ha voluto solo gli esponenti dei separatisti filo-russi, i leader dei partiti nazional bolscevichi russi (che uniscono istanze comuniste a quelle naziste) e i leader di partiti e movimenti di estrema destra e ultranazionalisti europei, che sono dall’inizio della crisi ucraina al suo fianco.

IN UNA CRIMEA che sta vivendo una crisi economica e un calo drammatico del turismo dopo l’annessione unilaterale da parte della Russia lo scorso marzo, quello appena trascorso è stato un week-end animato. A rappresentare Putin c’era uno dei suoi più stretti consiglieri, quel Sergey Glazyev finito nella lista dei funzionari russi colpiti dalle sanzioni economiche. “Ciò che Forza Nuova voleva sottolineare e che ci ha visti tutti d’accordo è che la crisi ucraina è stata concepita dagli Stai Uniti per interrompere quel legame che si era creato negli ultimi anni tra la Russia e l’Europa. E infatti abbiamo presentato una lista di nomi di agricoltori italiani che chiedono a Putin di sollevarli dall’em - bargo che li sta penalizzando”.

Ma Fiore, così come i rappresentanti dei movimenti ultranazionalisti europei presenti concorda anche sul fatto che i separatisti hanno tutte le ragioni per combattere contro Kiev, che la vulgata rossa e rosso nera accusa dall’inizio di Maidan di fascismo. Sembrerebbe quindi una contraddizione che l’estrema destra europea stia dalla parte di Putin. Eppure la situazione è questa, al netto della propaganda.

A discutere con i separatisti Glazyev c’era il presidente del British National party, noto per la violenza e razzismo dei suoi militanti dalle teste rasate, Pavel Chernev del Partito neonazista bulgaro, Bartosz Bekier della Falange anti-semita polacca, il gruppo conservatore euroscettico di Vlaams Belang, cioè i separatisti fiamminghi di estrema destra del Belgio. Ospite di riguardo anche lo scrittore svedese Israel Shamir, uno dei più convinti negazionisti dell’Olocausto.

Sul campo invece i volontari europei che continuano ad arrivare nel Donbass per combattere a fianco dei separatisti vengono dai movimenti di estrema sinistra, mentre quelli a fianco dell’esercito ucraino, arruolati nel battaglione Azov sono di estrema destra. I separatisti hanno dunque l’estrema destra e l’estrema sinistra europea dalla loro parte.

Tribunali pensati per rapinare gli Stati. Multinazionali che trascinano in giudizio gli Stati per imporre la propria legge

di Benoît Bréville e Martine Bulard da Le Monde Diplomatique

SONO BASTATI 31 euro per far partire lancia in resta il gruppo Veolia contro una delle poche vittorie riportate dagli egiziani nella «primavera» del 2011: l’aumento del salario minimo da 400 a 700 lire al mese (da 41 a 72 euro). Una somma giudicata inaccettabile dalla multinazionale, che ha fatto causa all’Egitto, il 25 giugno 2012, davanti al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (Cirdi), della Banca mondiale. Qual è stata la ragione invocata? La «nuova legge sul lavoro» contravverrebbe agli impegni presi nel quadro del partenariato pubblico-privato firmato con la città di Alessandria per lo smaltimento dei rifiuti (1). Il Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (Ttip) che si sta negoziando potrebbe comprendere un dispositivo per permettere alle imprese di citare in giudizio dei paesi – in ogni caso, è quanto auspicano gli Stati uniti e le organizzazioni padronali. Tutti i governi firmatari potrebbero dunque trovarsi esposti alle disavventure egiziane.

Il lucroso filone della risoluzione delle controversie fra investitori e Stati (Rdie) ha già assicurato la fortuna di diverse società private. Per esempio, nel 2004 il gruppo statunitense Cargill ha fatto pagare 90,7 milioni di dollari (66 milioni di euro) al Messico, riconosciuto colpevole di aver introdotto una tassa sulle bibite gassate. Nel 2010, la Tampa Electric ha ottenuto 25 milioni di dollari dal Guatemala sulla base di una legge che pone un tetto alle tariffe elettriche. Più di recente, nel 2012, lo Sri Lanka è stato condannato a versare 60 milioni di dollari alla Deutsche Bank, per via della modifica di un contratto petrolifero (2).

La causa intentata da Veolia, ancora in corso, è stata avviata in nome del trattato sugli investimenti concluso fra la Francia e l’Egitto. Esistono a livello mondiale oltre 3.000 trattati di questo tipo, firmati fra due paesi o compresi negli accordi di libero scambio. Proteggono le società straniere contro ogni decisione pubblica (una legge, un regolamento, una norma) suscettibile di nuocere ai loro investimenti. Gli strumenti e i tribunali nazionali e locali non hanno più diritto di cittadinanza, il potere è trasferito a una corte sovranazionale che trae il proprio potere...dalla perdita di potere degli Stati.

In nome della protezione degli investimenti, ai governi si impone di garantire tre grandi principi: l’eguaglianza di trattamento fra le società straniere e le società nazionali (rendendo impossibile, ad esempio, una preferenza per le imprese locali che difendono l’occupazione); la sicurezza degli investimenti (i poteri pubblici non possono cambiare le condizioni di sfruttamento, espropriare senza compensazione o procedere a una «espropriazione indiretta»); la libertà per l’impresa di trasferire il proprio capitale (una società può uscire dai confini, armi e bagagli, ma uno Stato non può chiederle di andarsene!).

I ricorsi delle multinazionali sono trattati da una delle istanze specializzate: il Cirdi, che arbitra la maggior parte dei casi, la Commissione delle Nazioni unite per il diritto commerciale internazionale (Cnudci), la Corte permanente dell’Aja, alcune camere di commercio, ecc. Gli Stati e le imprese in genere non possono fare appello contro le decisioni prese da queste istanze: a differenza di una corte di giustizia, una corte di arbitraggio non è tenuta a offrire questo diritto. E una schiacciante maggioranza di paesi ha scelto di non inserire negli accordi la possibilità di far appello. Se il trattato transatlantico comprende un dispositivo di Rdie, in ogni caso questi tribunali non rimarranno disoccupati. Ci sono 24.000 filiali di società europee negli Stati uniti e 50.800 succursali statunitensi nel Vecchio continente; ciascuna avrebbe la possibilità di attaccare le misure giudicate pregiudizievoli per i propri interessi.

DA 60 ANNI le società private possono attaccare gli Stati. Ma questa possibilità è stata a lungo poco utilizzata. Sui circa 550 contenziosi di questo genere repertoriati nel mondo dagli anni ’50, l’80% si è verificato fra il 2003 e il 2012 (3). La tipologia abituale (il 57% dei casi) prevede imprese del Nord – i tre quarti dei reclami trattati dal Cirdi vengono da Stati uniti e Unione europea – contro paesi del Sud. Particolarmente presi di mira i governi che vogliono rompere con l’ortodossia economica, come Argentina e Venezuela (si veda la mappa).

Le misure prese da Buenos Aires per far fronte alla crisi del 2001 (controllo dei prezzi, limiti all’uscita di capitali...) sono state sistematicamente denunciate davanti ai tribunali di arbitrato. Eppure, i presidenti Eduardo Duhalde e poi Néstor Kirchner, arrivati al potere dopo sommosse violente, non avevano alcuna mira rivoluzionaria; cercavano semplicemente di affrontare l’urgenza. Ma la multinazionale tedesca Siemens, sospettata di aver foraggiato politici poco scrupolosi, si è rivalsa sul nuovo governo – chiedendogli 200 milioni di dollari – quando quest’ultimo le ha contestato contratti conclusi con il governo precedente. Allo stesso modo, la Saur, filiale di Bouygues, ha protestato contro il blocco dei prezzi del servizio idrico sostenendo che questo «nuoce[va] al valore dell’investimento».

Contro Buenos Aires, negli anni seguiti alla crisi finanziaria (1998-2002) sono stati presentati 40 ricorsi, una decina dei quali ha portato alla vittorie delle imprese, per un ammontare totale di 430 milioni di dollari. E la fonte non è prosciugata: nel febbraio 2011, l’Argentina affrontava ancora 22 cause, 15 delle quali legate alla crisi (4). Da tre anni, l’Egitto si trova sotto tiro da parte degli investitori. Secondo una rivista specializzata (5), nel 2013 il paese è anche diventato primo destinatario dei ricorsi delle multinazionali.

In segno di protesta contro questo sistema, alcuni paesi, come Venezuela, Ecuador e Bolivia, hanno annullato I loro trattati. Il Sudafrica sta pensando di seguire l’esempio, scottata senza dubbio dal lungo processo che l’ha opposta alla compagnia italiana Piero Foresti, Laura De Carli e altri a proposito del Black Economic Empowerment Act. Questa legge, che accordava ai neri un accesso preferenziale alla proprietà delle miniere e delle terre, era ritenuta dal gruppo di italiani contraria all’«uguaglianza di trattamento fra imprese straniere e imprese nazionali (6) ». Strana «uguaglianza di trattamento» questa, rivendicata da proprietari d’impresa italiani mentre i neri sudafricani, che rappresentano l’80% della popolazione, non posseggono che il 18% delle terre e vivono per il 45% sotto la soglia di povertà. Così va il mondo degli investimenti e le sue leggi. Il processo non è arrivato alla conclusione: nel 2010, Pretoria ha accettato di aprire delle concessioni a imprenditori esteri.

Il gioco sembra prevedere sempre gli stessi vincitori e gli stessi perdenti: le multinazionali o ricevono lucrose compensazioni, oppure costringono gli Stati a ridimensionare le loro normative nel quadro di un compromesso, per evitare il processo. Anche la Germania ne ha fatto amara esperienza.

Nel 2009, il gruppo statale svedese Vattenfall fa causa a Berlino, chiedendo 1,4 miliardi di euro perché le nuove esigenze ambientali delle autorità di Amburgo hanno reso «antieconomico» (sic) il suo progetto di centrale a carbone. Il Cirdi accoglie l’esposto e, dopo una lunga battaglia, nel 2011 si firma un «accordo in sede giudiziaria», che produce un «ammorbidimento delle norme». Oggi, Vattenfall ricorre contro la decisione di Angela Merkel di uscire dal nucleare entro il 2022. Non è ancora fissata la cifra del risarcimento richiesto, ma Vattenfall, nel rapporto annuale del 2012, valuta in 1,18 miliardi di euro la perdita dovuta alla decisione tedesca.

Può succedere, ovviamente, che le multinazionali siano sconfitte: sui 244 casi giudicati fino a fine 2012, il 42% ha visto la vittoria degli Stati, il 31% quella degli investitori e il 27% ha portato a un accordo (7). Se perdono, le multinazionali devono rinunciare ai milioni impegnati nel procedimento.

(1) Fanny Rey, «Veolia assigne l’Egypte en justice», Jeune Afrique, Parigi, 11 luglio 2012.
(2) «Table of foreign investor-state cases and claims under Nafta and other US “trade” deals», Public Citizen, Washington, Dc, febbraio 2014; «Recent developments in investor state dispute settlement (Isds)», Conférence des Nations Unies sur le commerce et le développement (Cnuced), New York, maggio 2013.
(3) Shawn Donan, «EU and US pressed to drop dispute-settlement rule from trade deal», Financial Times, Londra, 10 marzo 2014.
(4) Luke Eric Peterson, «Argentina by the number: Where things stand with investment treaty claims arising out of the Argentine financial crisis», Investment Arbitration Reporter, New York, 1 febbraio 2011.
(5) Richard Woolley, «ICSID sees drop in cases in 2013», Global Arbitration Review (Gar), Londra, 4 febbraio 2014.
(6) Andrew Friedman, «Flexible arbitration for the developing world: Piero Foresti and the future of bilateral investment treaties in the global South», Brigham Young University International Law & Management Review, Provo (Utah), vol. 7, n. 37, Maggio 2011.
(7) «Recent developments in investor-state dispute settlement (ISDS)», op. cit.

Svizzera - Assalto ai caveau. Nel 2017 salterà il segreto ma nelle banche elvetiche la rivoluzione è già iniziata

di Ettore Livini da la Repubblica

Addio Lugano bella, la festa è finita. Il caveau dove Gianstefano Frigerio nascondeva oltreconfine le mazzette dell’Expo, i presunti magheggi elvetici di Giancarlo Galan con i soldi del Mose e le “ragazze” – alias i conti cifrati sul Ceresio – di Giovanni Berneschi (ex numero uno Carige), sono gli ultimi colpi di coda di un mondo che non ci sarà più. Europa e America hanno alzato il tiro sui 2mila miliardi di euro parcheggiati dagli stranieri nelle banche rossocrociate. E Berna ha alzato bandiera bianca: il segreto bancario - l’ombrello sotto cui oligarchi, emiri, dittatori, trafficanti d’armi ed evasori di tutti i continenti hanno nascosto i loro sudati risparmi – salterà nel 2017. Il conto alla rovescia, mille giorni passano velocemente, è iniziato. E il cerino, in attesa del D-Day, è rimasto in mano alle migliaia di nostri compatrioti che nell’ultimo mezzo secolo hanno accumulato una fortuna, si dice fino a 150 miliardi, nelle casseforti della Confederazione. «L’era del “nero” italiano nascosto in Svizzera è finita», certifica tranchant l’ex-procuratore capo di Lugano Paolo Bernasconi. Tra tre anni gli 007 del fisco del Belpaese potranno chiedere e ottenere senza troppe difficoltà gli estratti conto “made in Italy” dalle banche elvetiche.

E i protagonisti della grande fuga (di capitali) – terrorizzati all’idea della glasnost rossocrociata – non sanno bene che pesci pigliare. La prima mossa è stata correre sul luogo del delitto per capire come muoversi. «Qui da noi è scattata da mesi l’operazione fuggifuggi dei soldi tricolori», testimonia il magistrato di Pizza Connection. Piovono le richieste di appuntamenti a legali e consulenti (“nel nostro studio è un pellegrinaggio”). Alla fine però tutti si devono arrendere alla realtà: riportare i soldi in Italia – o provare a trasferirli nei pochi paradisi fiscali sfuggito ai Cerberi dell’Ocse – rischia oggi di essere più complicato delle peripezie passate a suo tempo per trasferirli in Canton Ticino. Il percorso è a ostacoli: le banche elvetiche, reinventatesi obtorto collo vestali dell’anti-riciclaggio, fanno resistenza al saldo dei conti in contanti. Le tariffe degli spalloni si sono moltiplicate per cinque. E il governo italiano sta mettendo a punto un decreto per il rimpatrio volontario che – allo stato – non pare proprio un tappeto rosso ai “migranti” fiscali di ritorno. Risultato: ai margini dei circuiti tradizionali della paludata finanza elvetica ha cominciato a muoversi un «sottobosco di apprendisti stregoni - copyright di Bernasconi - che ti propongono di spostare i soldi in Israele, spallonarli in Bulgaria o parcheggiarli alle Seychelles». Con il rischio concreto «di mettere a repentaglio tutto il patrimonio solo per evitare una tassa».

Un incubo. Come quello vissuto da tale Carlo – il cognome è elveticamente sbianchettato nei documenti – professore universitario di oncologia, descritto nero su bianco in una recentissima sentenza del Tribunale di Lugano. Qualche tempo fa, sentendo puzza di bruciato, il medico si è presentato allo sportello della sua banca (pure lei anonima) chiedendo di chiudere il conto – il saldo ammontava a 827.059 euro – e di essere liquidato in contanti. Risposta: «No». Il motivo? La necessità – recita la sentenza – di tracciare la transazione con un bonifico per «la legislazione contro il riciclaggio di denaro sporco». Parole che fino a ieri – in un paese dove l’evasione è solo reato amministrativo – sarebbero suonate come una bestemmia. Poco importa che i soldi fossero il frutto dell’eredità della madre e dei proventi – pare tassati alla fonte – dell’attività di ricerca scientifica.
Il terrore di rappresaglie Ocse è troppo alto. E Carlo ha dovuto rivolgersi a un legale per ottenere i suoi soldi. Non tutti possono permettersi un avvocato. O i tempi della giustizia.

In quel caso si fa di necessità virtù, tentando la via del rimpatrio fai-da-te. «Decine di clienti mi hanno lasciato i loro bancomat per prelievi giornalieri di piccole somme – racconta dietro ovvio anonimato il titolare di una delle mille finanziarie sulla riva del Ceresio –. Appena si raggiunge una cifra accettabile, li si trasporta, 100mila euro alla volta, attraverso i valichi di frontiera». A Brogeda confermano il fenomeno: «Il mondo si è capovolto – racconta il finanziere di servizio –. Una volta il nero viaggiava dall’Italia alla Svizzera. Oggi va in direzione opposta». Uno stillicidio goccia a goccia a botte di mazzette di banconote da 500 euro: «Qualche giorno fa abbiamo trovato 61.785 euro sotto il tappetino di un auto - ridono in Dogana -. Poco prima 74mila nascosti nel bagagliaio e nel seggiolino del bambino e 25mila infilati nella tasca della giacca del guidatore». Il tariffario degli spalloni, visto il boom di domanda e sequestri, è schizzato alle stelle. «Prima bastava pagare l’1-2% e il gioco era fatto – calcola Bernasconi – ora siamo al 5% che lievita al 7% se le rimesse partono da paradisi più lontani della Svizzera».

Panico? Franco Citterio, direttore dell’Associazione delle banche ticinesi, getta acqua sul fuoco: «L’addio al segreto bancario è un segno della nostra volontà di seguire i trend internazionali – dice –. Stiamo governano la transizione. I conti cifrati mancheranno a chi è venuto qui per frodare il fisco. Ma tanti italiani hanno scelto la Svizzera per la professionalità e i servizi delle nostre banche». La prova? «Due terzi dei capitali “legalizzati” con gli ultimi scudi fiscali (un tesoretto di quasi 140 miliardi, ndr.) sono rimasti legalmente qui”. Il “Rischiatutto” degli spalloni e la fuga verso altri paradisi («i più gettonati sono Panama e i Paesi del Golfo») sono una scorciatoia seguita per ora da una minoranza. I più attendono con il fiato sospeso i provvedimenti con cui il governo fisserà i paletti per il rimpatrio volontario prima del 2017. «Serve una soluzione realistica – dice Citterio –. pensare di ricostruire otto anni di storia di ogni singolo conto corrente è un lavoro impossibile. Meglio puntare a un’auto-denuncia semplice e forfettaria. E poi tassarla. A noi un’aliquota del 15% pare una soluzione sensata. A quel punto consiglieremmo a tutti il rientro». A patto, ovvio, che la legge non lasci aperte le porte a iniziative penali.

«Così hanno fatto Germania, Austria, Portogallo e Francia. Basta copiare», ammette pure Bernasconi. Si vedrà. L’addio al segreto, comunque, è un altro dei sintomi di una Svizzera che – accerchiata sul fronte della fiscalità – prova a cambiar pelle senza snaturare il suo appeal finanziario. Poche settimane fa Yahoo ha annunciato il trasferimento del quartier generale dalla Confederazione all’Irlanda. Per Berna è stato un elettrochoc. «È un segno. Dobbiamo rivedere in qualche modo il nostro sistema di imposte per reggere la concorrenza », è l’allarme di Frank Marty, l’esperto di fisco di EconomieSuisse, la Confindustria Elvetica. Il referendum sui tetti ai compensi dei manager e quello sui limiti all’immigrazione hanno allarmato diverse multinazionali. «Stiamo correndo ai ripari», promette Adrian Hug, numero uno dell’amministrazione federale delle entrate. Qualcosa in effetti si è già mosso: le agevolazioni agli stranieri residenti nei cantoni a bassissima tassazione (ne beneficiano circa 5.500 persone, da Sergio Marchionne a Kimi Raikkonen) sono state ridotte.

Le aliquote sulle holding saranno avvicinate a quelle dell’industria. «Non siamo solo il paese del cioccolato e delle banche – dice Citterio –. Dobbiamo pensare anche a industria e servizi». È una rivoluzione (al netto del panico dei risparmiatori italiani) di velluto. E che anche per Bernasconi «non lascerà morti e feriti». Yahoo se n’è andata. Gli evasori tricolori e i loro miliardi apriranno un buco nei conti delle banche. Ma morto un Papa, la grande finanza in questo è maestra, si fa presto a trovarne altri. «Pessimista? Tutt’altro – chiude l’ex-Procuratore di Lugano –. Le ricchezze dei Brics stanno arrivando tutte qui. Come i soldi degli emiri. E i fondi sovrani, cinesi compresi, hanno scelto Berna e Zurigo come snodo dei loro affari».

A cambiare, più che la Svizzera, è la mappa delle ricchezze globali. Tramonta l’Italia, salgono Pechino, India e Brasile. Ma il centro di gravità, segreto o non segreto, restano sempre i silenziosi caveau delle banche rossocrociate.

L'Argentina vuole continuare a pagare il suo debito ma non glielo lasciano fare

di k.ts.

Oggi è stata pubblicata come pubblicità a pagamento su diversi quotidiani internazionali, tra cui la Repubblica, una lettera aperta della Presidenza dell’Argentina.

Nel testo la Presidenza argentina spiega la difficile situazione del paese a causa della sentenza del giudice dello Stato di New York, Thomas Griesa che obbliga il paese sudamericano a pagare 1,5 miliardi di dollari entro il 30 giugno 2014 ai fondi avvoltoi.

Tra questi il fondo NML di Paul Singer che investì 48,7 milioni di dollari nel 2008 nei titoli dello stato argentino dichiarati in default, e oggi si vede riconosciuta dalla sentenza del giudice statunitense un pagamento di 832 milioni di dollari, con un guadagno del 1608% in soli 6 anni.

Quando si dice la speculazione internazionale.

L' Argentina vuole continuare a pagare il suo debito ma non glielo lasciano fare

 

Seregno - La solidarietà va oltre la crisi 10mila euro per 3 nuovi progetti

di Gigi Baj da il Giorno

DIECIMILA EURO per sostenere progetti di cooperazione internazionale. Nonostante la crisi e il patto di stabilità, la giunta guidata da Giacinto Mariani è riuscita a confermare il contributo che andrà a finanziare tre interventi che vedono coinvolte associazioni in cui operano diversi seregnesi. Fondi stanziati con il bando di concorso relativo a progetti promossi negli anni 2012 e 2013 che ha visto la partecipazione di tre associazioni del territorio: «Le risorse messe a disposizione — ha spiegato l’assessore alle Politiche sociali e servizi alla famiglia Ilaria Anna Cerqua — sono poche. Anche in questo settore il patto di stabilità impone delle scelte, ma restiamo convinti che la cooperazione internazionale sia l’unica strada per lo sviluppo sostenibile dei Paesi emergenti». I soldi dei seregnesi andranno a finire in India, Bolivia e Togo: «Nella graduatoria dei progetti presentati — dice il sindaco Giacinto Mariani — al prino posto si è classificato quello avanzato dall’associazione «Auxilium India - nel solco di suor Camilla Tagliabue Onlus» (www.auxiliumindia.it). Si tratta di un progetto destinato a realizzare aule scolastiche per il centro professionale di Kalathur. Dovranno essere costruiti quattro laboratori presso la missione Maria Niwas che sorge in un villaggio rurale nel distretto di Udupi nello stato del Karnataka, regione dell’India sud-occidentale». Il progetto ha ottenuto un contributo di 4 mila euro. Secondo in graduatoria l’Asilo nido padre Josè Minghetti dell’associazione Carla Crippa Onlus (www.associazionecarlacrippa.org), che ha ottenuto un finanziamento di 3.800 euro. Si tratta di un progetto di accoglienza e educazione per i bambini poveri del quartiere Terracor nella periferia nord di Santa Cruz, in Bolivia.
Infine 2.000 euro per il Gruppo Solidarietà Africa (www.gsafrica.it) con il progetto Caccia ai batteri, un intervento sanitario di prevenzione, diagnosi e cura delle infezioni all’Hopital St. Jean de Dieu di Afagnan in Togo: «I contributi saranno erogati in due fasi: una, pari al 70 per cento del contributo, al momento dell’inizio lavori ed una quota pari al 30 per cento al momento della chiusura del progetto. Tutti progetti sostenuti dovranno concludersi entro due anni».
Da ormai diversi anni l’amministrazione comunale sostiene progetti di cooperazione internazionale. Lo scorso anno lo stesso sindaco Giacinto Mariani si era recato in Africa assieme a Paolo Viganò, presidente del Gruppo Solidarietà Africa, per rendersi conto di persona dei progetti socio sanitario che erano stati finanziati dall’amministrazione comunale. 

L’Ue verso la linea dura con le banche svizzere

di Ivo Caizzi da il Corriere Economia

La linea dura degli Stati Uniti contro le banche svizzere, accusate di aiutare gli evasori stranieri a non pagare le tasse, ha messo nel mirino anche il Credit Suisse. In precedenza era toccato all’altro colosso elvetico Ubs, che aveva dovuto pagare un mega-risarcimento e rivelare migliaia di proprietari Usa di conti segreti. Ormai appare chiaro che la strategia aggressiva e punitiva lanciata dal presidente Usa Barack Obama, nell’ambito del programma anti- evasori fiscali Fatca, risulta l’unica davvero efficace per contrastare le banche svizzere impegnate ad aiutare chi non vuole pagare le tasse. Al punto che l’Unione europea inizia a prenderne atto.

Un segnale è stata la minaccia di bloccare la libera circolazione dei capitali europei diretti nelle banche svizzere. In questo caso Bruxelles ha reagito all’esito del referendum anti-immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, che – se portasse a quote negli ingressi — violerebbe l’accordo Ue/Svizzera sulla libera circolazione dei cittadini europei e uno dei principi fondamentali comunitari. Ma, dopo che il presidente di turno del Consiglio Affari generali dell’Ue, il ministro greco Evangelos Venizelou, ha ventilato la fine del flusso di capitali europei diretti nelle banche svizzere, a Bruxelles si sta diffondendo la convinzione di una possibile estensione della stessa ritorsione alla materia fiscale. L’obiettivo è ottenere lo scambio automatico di informazioni sugli evasori nascosti in Svizzera dietro conti segreti, società anonime e veicoli formalmente domiciliati nelle piazze offshore. L’effetto successivo sarebbe la fine delle resistenze di due Paesi Ue (Austria e Lussemburgo), che mantengono il segreto bancario appellandosi a motivi di concorrenzialità con gli istituti elvetici e degli altri paradisi fiscali.

icaizzi@corriere.it

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