Italia

M5S: respinte le nostre proposte contro il bracconaggio

RESPINTE TUTTE LE PROPOSTE DEL M5S CONTRO IL BRACCONAGGIO. TRIPIEDI: OCCASIONE PERSA E NORMA DEL TUTTO INEFFICACE. 
Roma, 19 febbraio 2016 – “La montagna ha partorito un topolino” – così il deputato del M5S, Davide Tripiedi, in riferimento a quanto si è discusso nella giornata di ieri alla Camera dei Deputati. Al centro della più che giustificata polemica, la delega al Governo sul collegato agricolo. 
“Noi del M5S, avevamo proposto emendamenti che inasprivano le pene per chi compie attività di bracconaggio nelle acque interne con l’arresto fino a 3 anni e ammende fino a 15.000 euro, allargandole anche ad altri comportamenti che i predoni delle acque fluviali e lacustri pongono in essere come l'utilizzo della corrente elettrica o di sostanze tossiche.” 
Non è passata la sanzione penale per chi utilizza strumenti della pesca professionale oltre ai limiti consentiti, attività che ha ridotto al minimo la fauna ittica dei fiumi e la sua delicata biodiversità. Secondo l'Università di Ferrara, si è perso un terzo del patrimonio ittico, oltre al fatto di creare un grave danno al mercato regolare e alla nostra salute. 
Il problema è molto conosciuto sul fiume Po e i suoi immissari, dove bracconieri soprattutto di origine straniera che in Italia hanno trovato una vera e propria miniera d'oro rivendendo il pescato sui mercati italiani e dell’est Europa, hanno creato danni ambientali inimmaginabili. 
“Il non applicare pene più severe permetterà ai pescatori di frodo di continuare la loro attività illegale indisturbati.” – chiosa il deputato pentastellato – “Avevamo inoltre proposto che venisse inserita nella norma la sanzione per chi trasporta pesce vivo nei laghetti interni per farci business ma anche questa proposta è stata rigettata dal Governo.” 
Discutere del problema in aula è servito comunque a portare a conoscenza tutto il Parlamento di un problema che ha raggiunto delle proporzioni devastanti. “Ciò comunque non basta, visto che bisogna agire nell’immediato.” – spiega Tripiedi, che da anni si spende per risolvere il problema. 
Il Governo ha bocciato tutte le proposte di buon senso del M5S, suggerite anche dalle associazioni di pesca sportiva, dalla FIPSAS e dalle forze dell'ordine che si occupano di questo tema. 
“Si è persa una grossa occasione per mettere la parola fine al bracconaggio. Speriamo che al Senato si possano correggere queste gravi lacune e trovare le risorse per garantire un controllo più esteso sui territori, dopo la recente soppressione della Polizia Provinciale voluta dal Governo. Non possiamo permetterci in alcun modo di consegnare nelle mani di delinquenti come i bracconieri, il futuro dei nostri fiumi e laghi”. 
“Colgo l’occasione – chiude Tripiedi – per ringraziare tutti i pescatori volontari, tutte le forze dell’ordine, in particolar modo la polizia provinciale, che nonostante tutte le loro difficoltà e i continui tagli, da anni si spendono per salvaguardare la fauna ittica dei nostri fiumi e i nostri territori.” 

Studio Csil - Ripartono i consumi di mobili

di Giovanna Mancini da il Sole24ore

 Le previsioni, per il momento, sono sul sentiment degli operatori più che sui numeri: ma l’opinione diffusa tra i rivenditori di mobili in Italia è che la crisi dei consumi, anche per il settore arredo, sia alle spalle. I primi mesi di quest’anno hanno segnato un leggero aumento dei valori di acquisto, secondo i primi dati raccolti da Csil (Centro studi per l’industria leggera), anche se l’aumento nei volumi a fine anno, precisa il director Industry e Country Studies di Csil, Sara Colautti, sarà probabilmente ancora limitato. Si potrà parlare. più probabilmente, di una sostanziale stabilità, che dovrebbe trasformarsi in ripresa “vera”solo nel 2016.

In ogni caso, come certifica Csil, il 2014 ha messo fine al crollo degli acquisti di mobili iniziato nel 2008: alla fine dello scorso anno il valore in prezzi al pubblico delle vendite di mobili per la casa (esclusi illuminazione, complementi e arredi per l’ufficio) ha superato di poco i 13 miliardi di euro, con un calo di appena 55 milioni (-0,4%) rispetto al 2013.
Le rilevazioni in corso tra i rivenditori registrano un cauto ottimismo, motivato soprattutto dalla proroga anche al 2016, nella legge di Stabilità, del bonus fiscale per l’acquisto di mobili, che è stato a detta degli operatori il vero motore del recupero nei consumi e che potrebbe trarre linfa ulteriore da una sua estensione anche alle giovani coppie (under 35) senza il vincolo della ristrutturazione edilizia, ipotesi attualmente all’esame delle commissioni parlamentari.

Una boccata di ossigeno certamente per i circa 20mila rivenditori di arredamento presenti sul territorio nazionale (con i loro 50mila dipendenti), che hanno dovuto fare i conti in questi anni con un crollo delle vendite – dal 2007 al 2014 – di oltre il 30%. La ripresa dei consumi, tuttavia, non è omogenea tra i segmenti del comparto né tra le diverse aree del Paese. A fronte di un Nord Est e di un Centro Italia dove i consumi sono già ripartiti, o di un Nord Ovest sostanzialmente stabile, c’è un Sud dove ancora la spesa delle famiglie è in contrazione ed è scesa l’anno scorso del 6%.

Analogamente, il 2014 è stato un anno ancora difficile per il settore cucine, le cui vendite sono diminuite del 3,6%, mentre sono aumentati i consumi di mobili per l’area giorno e la zona notte, materassi compresi, che hanno segnato un +2,5%. Il tessuto stesso e la struttura della distribuzione di mobili in Italia sono stati profondamente modificati dalla crisi, che ha messo in difficoltà soprattutto i rivenditori indipendenti, storicamente la maggioranza nel nostro Paese, con vendite diminuite ancora nell’ultimo anno dell’ 1,2%. La quota di mobili per la casa venduti attraverso questo canale è scesa, tra il 2007 e il 2014, dal 72% al 62%, per lo più a vantaggio della grande distribuzione organizzata, i cui cinque player principali (Ikea, Mondo Convenienza, Mercatone Uno, PoltroneSofà e Conforama) assorbono ormai il 17% del mercato. «Eppure in Italia i rivenditori indipendenti resistono – spiega Colautti – con quote molto superiori rispetto agli altri Paesi europei, dove la Gdo è molto più radicata ».

Piuttosto, sebbene nei limiti di una scarsa liquidità che ha colpito molti di loro, i negozi hanno cercato di investire in questi anni per offrire ai clienti servizi aggiuntivi di consulenza e assistenza post-vendita, in competizione con la politica di sconti praticata in genere dalla Gdo. Molti di loro, così come un numero crescente di produttori, hanno inoltre cominciato a sfruttare maggiormente l’integrazione tra negozi fisici e e-commerce, avviando una serie di investimenti stabili che sta facendo crescere rapidamente il canale online: sebbene le vendite via web rappresentino ancora lo 0,6% appena dei consumi (contro il 5-7%, ad esempio, del regno Unito), nel 2014 sono aumentate del 15% circa rispetto al 2013.

Metalmeccanica - Dall'inizio della crisi evaporato un terzo della produzione

di Matteo Meneghello da il Sole24ore

 Sette anni di caduta quasi costante dell’attività produttiva metalmeccanica nazionale non si recuperano in pochi mesi. Il lento miglioramento congiunturale di alcune aree del manifatturiero italiano non è sufficiente a ricostruire dalle macerie dello «scenario post bellico» evocato da Federmeccanica nelle ultime analisi di comparto.

I numeri sono impietosi. Nel 2014, rispetto al 2007 - spiega il centro studi dell’associazione - si è perso circa un terzo della produzione metalmeccanica e un quarto della capacità produttiva. La ricchezza prodotta dalle aziende associate, misurata con il valore aggiunto a prezzi costanti, è letteralmente crollata da circa 120 miliardi di euro agli attuali 98 miliardi.

Dal 2000 al 2007 la produzione industriale metalmeccanica ha perso il 29,4%, cedendo il passo in maniera molto più violenta rispetto a quanto hanno fatto, nello stesso periodo, i comparti non legati alla metalmeccanica (-19,4%) o la manifattura in generale (-23,8 per cento). Secondo l’analisi interna le aziende metalmeccaniche hanno fatto peggio della media dell’industria manifatturiera, a causa del crollo della domanda interna per beni di investimento in macchine e attrezzature e mezzo di trasporto (-29,7%), di cui il metalmeccanico risulta essere produttore esclusivo, mentre l’altra componente della domanda interna, quella per beni di consumo (in misura prevalentemente indirizzata alle altre attività manifatturiere) benchè anch’essa fortemente negativa, è diminuita in misura inferiore, ad un tasso del 7,7 per cento.

L’Italia ha perso terreno nei confronti di competitor diretti come Germania e Francia. Persino il Regno Unito, dove l’industria metalmeccanica non riveste più da tempo un ruolo rilevante, ha retto l’urto meglio del made in Italy. Solo la Spagna ha accusato una caduta più accentuata di quella italiana. Nella Ue a 28 paesi il calo medio dei volumi di produzione rispetto al 2007 è stato del 9,4%, contro il -29,4% italiano. Il prezzo della frenata di questi anni è stato l’arretramento sui mercati.

La quota di mercato delle esportazioni nel comparto delle macchine e degli apparecchi meccanici è scesa dal 7,3% al 6,6%, nei metalli è passata dal 4,7% al 4%, nel comparto dell’ottica e dei computer si è scesi dall’1% allo 0,7%, l’elettromeccanica è arretrata dal 5,3% al 3,7%, i mezzi di trasporto sono calati dal 3,4% al 2,7 per cento. Un’elaborazione interna di Federmeccanica, condotta su dati di fonte Ice-Onu, segnala che nel periodo 2007- 2014 il commercio mondiale di prodotti metalmeccanici è invece cresciuto in dollari del 23,5 per cento.
Nello stesso periodo le esportazioni metalmeccaniche cinesi sono aumentate dell’ 89,4%, quelle tedesche del 12% e quelle statunitensi dell’ 8,1 per cento.

Sulle dinamiche esportative - denuncia Federmeccanica - ha inciso la costante perdita di competitività dei prodotti italiani, come dimostra la comparazione del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) nel settore manifatturiero tra i principali paesi europei. Dal 2000 ad oggi il Clup manifatturiero nazionale è cresciuto del 34,7%, contro il +2,3% della Francia.
In Germania, nello stesso periodo, è calato dello 0,2%, in Gran Bretagna il «taglio» è stato invece del 5,4 per cento. Preoccupante anche l’emorragia del valore aggiunto, sceso dai 119 miliardi del 2007 ai circa 100 miliardidel 2014, per un calo del 18 per cento. Anche il mercato del lavoro, infine, ha pagato un prezzo pesante: 252.600 gli occupati in meno (-13,1%) nel settore nel 2014 rispetto ai circa 1,9 milioni del 2007, mentre la produttività è rimasta pressochè stabile (+0,9% la crescita secondo un’elaborazione di Federmeccanica sui dati Istat), con una dinamica salariale cresciuta invece del 23,6 per cento.

I geni che sollevano le navi e l’Italia

di Ferruccio Sansa da il Fatto quotidiano

Alla fine ci si sono messi il primo ministro con le scarpette tricolori, la parata dei potenti, ognuno a lasciar intendere che era merito suo se la Concordia era tornata, se era rimasta in Italia per portare lavoro. E poi quella folla come nelle grandi occasioni, in piedi dall’alba sulla spiaggia per accogliere la nave. Come se la Concordia non fosse in fondo una bara, una gigantesca bara, dove giace ancora il corpo di un uomo: Terence Russell Rebello, il marinaio indiano di 32 anni intrappolato nelle stive. Come se Genova non fosse grande per le navi che vi si costruiscono –le più belle, le più veloci – e non per quelle che si demoliscono. Questo rischia di rimanerci negli occhi della grande parata del 27 luglio. Un groviglio di emozione e fastidio. Ma non sono state le fanfare e i discorsi a girare come un fuscello il colosso di 290 metri, di 115mila tonnellate di stazza, a rendere galleggiabile un ammasso di acciaio e lamiere che non è più una nave. Dietro c’è una piccola storia, una di quelle che sembrano inventate apposta per essere raccontate la sera ai bambini.

E invece è tutto vero: perfino quei primi calcoli buttati giù su un tovagliolo di carta in una trattoria della Marina di Ravenna. Così è nato il più grande recupero della marineria mondiale. Una storia di uomini in carne e ossa, di amicizia. Di genio, quella dote tipicamente italiana che nonostante tutto non abbiamo perso. Che è fatta di fantasia e improvvisazione, ma anche di competenza e di serietà. E di fiducia reciproca. Amicizia, appunto.

Il progetto nato in trattoria
Sono quattro uomini, quattro italiani, che hanno riportato la Concordia in porto: Silvio, Mario, Tullio e Giovanni. Se non ci fossero stati loro, con le loro intuizioni, chissà come sarebbe andata a finire. Certo, poi ci sono stati altri, come Nick Sloane, il senior salvage master, il capo organizzatore dell’operazione. Ci sono stati centinaia di tecnici di tanti paesi. Ma l’idea è nata da questi quattro amici. Gente tipo Coppi e Bartali, che francesi (e inglesi, in questo caso) ancor si incazzano, i tedeschi cercano di comprarsi e i cinesi di imitare.

È una sera del febbraio 2012, la Concordia è appena affondata e si stanno ancora cercando i morti. Ma bisogna già pensare al recupero. Subito, prima che la nave rischi di sprofondare dove sarebbe impossibile recuperarla. “Mario, come stai? Ci sarebbe questa opportunità…”. A parlare, da Ravenna, è Silvio Bartolotti, amministratore delegato della Micoperi, società specializzata anche nel recupero dei relitti. Aggiunge: “Dob - biamo presentare un progetto per riportare a galla la Concordia. L’Italia ha fatto una figuraccia, Ceccarelli mi ha proposto un’idea progettuale. Bisogna fare qualcosa. Ci stai?”. Dall’altro capo del filo c’è Mario Scaglioni, ingegnere navale con lo studio Spline, a Spinea (Venezia). Un professionista e un amico. Così come Tullio Balestra, della Tecon di Assago, e Giovanni Ceccarelli che ha uno studio di yacht design e ingegneria. In un attimo il quartetto è formato, non ci vogliono colloqui, questa è gente che lavora insieme da decenni. Basta un gesto per capirsi, non ci sono rivalità, protagonismi. In quei giorni la grande macchina del recupero è già a pieno regime. In Germania, Inghilterra, America si sono mobilitati grandi società di progettazione, con centinaia di ingegneri, con una squadra specializzata in ogni minimo dettaglio dell’operazione. Con computer da decine di milioni di euro.

Loro no: Silvio, Mario, Tullio e Giovanni si danno appuntamento in una trattoria di Marina di Ravenna. Si siedono intorno alla tavola, come tante altre volte, e tra un piatto di pesce e un bicchiere cominciano a parlare. Girano già voci delle soluzioni che i rivali stanno preparando: c’è chi vorrebbe riempire la nave di schiuma per farla galleggiare, altri propongono soluzioni ancora più fantasiose, tipo palline come quelle da ping pong da iniettare nello scafo. Tullio storce il naso. E basta sentire la sua voce, quel tono schietto, senza fronzoli, quell’accento lombardo – di gente pratica, concreta, ma tutt’altro che gretta – per capire che lui non è tipo da sparate. Soprattutto in un caso come questo, dove è in gioco il mare del Giglio, con il rischio che la nave possa spezzarsi. Sarebbe un disastro. “Presi un foglio”, racconta oggi Tullio, “e cominciammo a fare dei calcoli”. Senza calcolatrice, così, a mente. Alla fine lo guardarono insieme: sì, ce la potevano fare. Sembra semplice, quasi banale, ma è un colpo di genio: “Niente soluzioni avveniristiche per rendere di nuovo la Concordia navigante. Quella non era più una nave, lo scafo era un colabrodo”. Allora? “Strand Jack”. Sì, semplici martinetti. Semplici, si fa per dire. Sono decine di cavi –chiamiamoli così per semplicità –che andranno installati sul fianco della nave e dall’altro capo fissati alle piattaforme sul fondale marino preventivamente costruite e installate sul fondale marino per dare appoggio al relitto dopo la sua rotazione. “Roba – spiega Balestra –che ognuno muove 500-1.000 tonnellate. Come un tiro alla fune nelle mani di un gigante: dove un braccio tira per il primo tratto, poi passa la corda all’altro braccio. Così faranno i martinetti, tiri brevi, meno di mezzo metro, lentissimi, poi via all’altra fune. Un computer regolerà tutto”.

Ti viene da sorridere a pensare che questa idea è venuta proprio da Tullio. No, non un uomo di mare, ma un “montanaro” –glielo vedi nella pelle spessa, nelle mani forti –del cuore più profondo della Valtellina. Però soprattutto un ingegnere che prima di occuparsi di operazioni in alto mare, ha speso anni viaggiando, cercando lavoro e idee in mezzo mondo: dal Brasile all’India. Un’altra dote italiana, l’adattabilità, l’apertura. E l’esperienza: prendi un frammento qui, uno là. A metterli insieme è la fantasia, che non è nemica dell’ingegnere. Anzi.

Nasce così l’idea del parbuckling, l’operazione che ha tenuto con il fiato sospeso mezzo mondo e ha consentito di far ruotare la Concordia. “Poi abbiamo verificato tutto al computer, mille volte, tenendo conto di tutte le possibili varianti”, racconta Scaglioni. Aggiunge: “Ma il computer arriva dopo, non ha fantasia, ma solo rapidità di calcolo. La scintilla gliela devi dare tu, sennò non serve a niente”. Bene, ma come fissare quei cavi su una nave che dopo mesi, anni in acqua rischia di spezzarsi come un grissino? Ceccarelli propone una soluzione. E chissà se sia mito o verità, poco importa, l’idea arriva all’improvviso. Quando meno te l'aspetti. Magari mentre sei bloccato in mezzo alla Pianura Padana, su un treno fermo per colpa della neve. Giovanni (come ha raccontato Marco Imarisio sul Corriere ) tira fuori i fogli degli schizzi. Ecco la Concordia avvolta da cavi e argani. Ognuno al posto giusto. Così nasce lo schizzo che i quattro amici hanno conservato fino a oggi e che si è dimostrato validissimo, confermato dai calcoli di tutti i computer e dal risultato.

Mario e il sogno di un bambino
Bene, la nave è girata. Ma poi, come starà a galla? Ora tocca a Mario. Anche lui non era un uomo di mare, è nato a Fabriano (ha 67 anni, uno in più di Balestra, gente di esperienza). “Il mare – racconta – l’ho scoperto a Genova, da bambino. I miei genitori mi portavano a Ponte dei Mille a vedere i grandi transatlantici partire. E io, in uno di quei giorni dell’infanzia, ho deciso: avrei progettato le navi”. Così è stato, gli studi nella prestigiosa facoltà di Ingegneria di Genova (anche se oggi pare dimenticata, dalla sua stessa città), i viaggi intorno al mondo. Fino alla decisione di aprire quello studio nel veneziano. “La nave non aveva più la spinta di Archimede che la tenesse a galla”. L’acqua non era più alleata, ma nemica; non la sosteneva, la spingeva a fondo”, racconta Mario. Così è nata l’idea di quegli immensi cassoni di acciaio (costruiti da Fincantieri). Alti come palazzi di undici piani. Riempiti di aria compressa. Trenta, perché se uno cedeva, la nave reggesse lo stesso. Una mente da ingegnere, Mario, ma senti che la sua visione del mare, delle navi è anche sentimento. Lo capisci quando parla del mare “che è stupendo, ma terribile e in un anno si mangia tutto”.

Quando descrive le navi: “Non sono soltanto cose, sono vive. Non è un caso se gli inglesi per parlarne usano il femminile “she” e non il neutro “it” degli oggetti”. Sembra di rivedere il bambino che guardava i transatlantici dalla riva, quando ti svela ogni dettaglio delle navi che hanno fatto l’orgoglio dell’Italia: l’Andrea Doria, la gemella Cristoforo Colombo, poi la Leonardo da Vinci, simile, ma un po’ più grande. Fino all’ultima pagina del libro dei grandi transatlantici italiani: Raffaello e Michelangelo. Grandi, velocissime, con quello scafo bianco, quei camini a griglia di un’eleganza ineguagliabile. Sono state cedute all’Iran che poi le ha abbandonate. Senza rispetto, come ferro vecchio. “Io c’ero il giorno che la Raffaello ha lasciato Genova per l’ultimo viaggio”, a Punta Chiappa, quella lingua del monte di Portofino che è insieme roccia e mare. “C’era un mare grigio –racconta Mario –che pareva olio, il cielo era basso, senza colore, opprimente. Ti toglieva il respiro. La grande nave uscì dal porto, pareva ancora più bianca, seguì tutta la costa, per salutare la sua città, i marinai, i capitani che vivono qui. Fino a Camogli, patria di grandi uomini di mare. Provai una tristezza enorme”. Proprio come quella di chi scrive, che, bambino, osservava la scena con i compagni di scuola. Salutando dalla finestra, ma sapendo che era un addio.

Quel tocco italiano
Ma cosa significa per Silvio, Mario, Tullio, Giovanni la genialità italiana? “Fantasia e flessibilità”, ti risponde Balestra, “Gli altri paesi hanno grandissime competenze, immensi studi. Noi no, siamo piccoli, ma proprio per questo sappiamo adattarci, abbiamo tempi di reazione immediati”. Ma non solo: “C’era anche il senso di fare qualcosa per il nostro Paese… e poi essere insieme, uniti, amici, mitiga la tensione nei momenti critici”, aggiunge Ceccarelli. E Scaglioni: “Mi ricordo quando ho dovuto progettare un traghetto con i coreani. Gente preparata, una squadra enorme. Quando si parlava dello scafo ti arrivavano dieci ingegneri. Per discutere del sistema di ventilazione, del motore, altri dieci tecnici. Ma il mio socio ed io eravamo sempre solo due. Ecco: noi non abbiamo magari un esperto per ogni dettaglio, non ci specializziamo. Ma abbiamo una visione di insieme che ci aiuta a capire gli effetti di ogni decisione sulle altre parti della nave”.

E poi anche l’applicazione, quella disciplina così diversa da quella tedesca: due anni e mezzo di lavoro, sette giorni la settimana, con quel pensiero che non ti mollava mai. “Ricordo le telefonate la domenica sera agli ingegneri del Registro Italiano Navale: scusa, mi puoi mica dare il tuo parere su questi calcoli?”. Eccoli gli uomini nascosti della Concordia. Due giorni dopo l’arrivo della nave in porto si sono ritrovati in un bar di Boccadasse – il borgo marinaro nel cuore di Genova – per una birra insieme. Da domani saranno tutti tornati alle loro vite. La Concordia sarà soltanto passato. C’è soprattutto emozione, come quando raccontano il momento in cui la nave è salpata dal Giglio. “Ci siamo commossi, tutti”, non si vergogna ad ammetterlo Scaglioni. E conclude: “Abbiamo lavorato per farla tornare a essere una nave. Perché andasse a morire”. E forse senza accorgersene rivela il vero segreto di questi geni italiani e di tanti altri sconosciuti: l’umanità.

Avere più di 50 anni e scoprirsi proletari

di Renato Ciccarelli da il Manifesto

Esuberi, prepensionati, esodati, staffettati, cassintegrati, disoccupati. Sono i lavoratori ultracinquantenni che hanno perso una posizione da lavoratore dipendente e si trovano nella zona grigia dove il precariato si confonde con la disoccupazione. Per il Censis, oggi sono 438 mila i lavoratori dipendenti che vivono sospesi. Nel 2008 erano 261 mila. In sei anni solo i disoccupati in questa fascia di età sono aumentati in termini assoluti di 261 mila persone e in termini percentuali del 146%. L'ultimo anno è stato un ecatombe. L'area dei senza lavoro si è estesa a macchia d'olio coinvolgendo 64 mila persone: +17,2% tra il 2012 e il 2013. La recessione ha spazzato via le ultime, residuali, tutele di questo lavoro dipendente e ha allungato a dismisura la durata della disoccupazione.

Dal 2008 al 2014 gli over 50 disoccupati di lunga data sono infatti quasi triplicati, passando da 93 mila a 269 persone (+189%). Al lungo elenco del disagio occupazionale si è aggiunto un elemento ancora più inquietante. L'insicurezza economica, e la solitudine sociale, insieme all'erosione dei redditi indotta da un lavoro sempre più intermittente o variamente precario, ha stritolato i consumi, bruciato i risparmi e ha indotto un'altra categoria di over 50 a cercare lavoro. Sono quelli che l'Istat ha definito gli «inattivi» che tuttavia si dichiarano disponibili a lavorare. Considerando tutti questi casi, oggi in Italia la pressione esercitata sul mercato del lavoro da parte degli ultracinquantenni supera un milione di persone. Questa cifra dev'essere comparata al numero complessivo degli over 50 in Italia: 24,5 milioni. Tra loro gli occupati sono poco più di un quarto, all'incirca 6,7 milioni: poco più di 4 milioni gli uomini, 2,6 le donne. Poi c'è il milione indicato dal Censis, quella popolazione che sta sperimentando tutte le gradazioni del grigio (e del nero) sul mercato del lavoro. Una simile condizione è stata constatata a livello europeo dalla Commissione Europea in un rapporto presentato dal commissario al lavoro Lázló Andor nel marzo scorso.La disoccupazione in Europa da eccezione si sta trasformando in regola e coinvolge tanto gli over 50 quanto i più giovani tra i 15 e i 34 anni.

Per chi ha perso il lavoro in Italia nel primo ciclo della crisi, le possibilità di trovarne un altro sono tra il 14% e il 15%, la quota più bassa di tutti i 28 Stati membri. Ovunque la disoccupazione di lunga durata viene accompagnata alla generalizzazione della precarietà e del lavoro nero, con il rischio più che reale di perdere le competenze e le esperienze accumulate in una vita di lavoro più o meno lunga. In Italia sono sempre meno gli over 50 che partecipano ad attività formative, solo il 5% del campione analizzato dal Censis. Questo accade anche per l’assenza di politiche in questo senso, o per il fallimento della riqualificazione professionale. Richiamando i dati resi noti dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), anche il Censis rileva che la lievissima crescita occupazionale registrata negli ultimi sei anni ha beneficiato i lavoratori più anziani, in particolare coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni. Per il Censis questa sarebbe la prova di un conflitto latente tra giovani e anziani. Entrambi poco – o affatto – tutelati si contenderebbero gli stessi posti di lavoro. I fattori che hanno portato a questa situazione sono tuttavia molteplici e non riducibili ad uno scontro generazionale.

Quest’ultimo può essere stato l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile imposto dalla riforma Fornero (voluta da Pd e Pdl nell’era Monti), o del blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, ma non spiega la precarietà che colpisce in egual misura giovani e anziani, autonomi o dipendenti. In questa condizione il rapporto di lavoro dipendente, tutelato e regolamentato riguarda sempre meno persone, come ha confermato a fine 2013 il rapporto sulla coesione sociale dell’Inps, Istat e ministero del Lavoro. I lavoratori dipendenti sotto i 30 anni sono diminuiti dal 18,9% al 15,9%. Nell’ultimo quadriennio dell'anno scorso, i «giovani» a tempo indeterminato sono passati dal 16,8% al 14%. Nel primo semestre 2013 il 67% dei rapporti di lavoro era a tempo determinato. Gli over 50 che oggi formano un nuovo proletariato beneficiano degli ultimi scampoli di protezione sociale che i loro figli probabilmente non conosceranno. Tra il 2010 e il primo semestre del 2013 tra i beneficiari delle politiche attive del lavoro e della cassa integrazione, escludendo dal totale gli apprendisti, sono aumentati tra gli over 50, passati dal 12,4% al 15,5%: circa 100 mila persone.

USB - Lettera Littizzetto: la Coop colga l'occasione per una discussione trasparente

COOP: USB, LA LETTERA DELLE LAVORATRICI A LITTIZZETTO FOTOGRAFA LA REALTÀ

AZIENDA COLGA OCCASIONE PER DISCUSSIONE TRASPARENTE

 

“La smentita del gruppo Coop in merito a quanto dichiarato delle lavoratrici nella lettera indirizzata a Luciana Littizzetto, suona paradossalmente a conferma di quanto denunciato dalle dipendenti”, afferma Maria Teresa Pascucci, dell’USB Lavoro Privato.

 

“L’azienda mette in rilievo il numero dei contratti a tempo indeterminato, ma non fa riferimento al diffusissimo uso del lavoro part-time – evidenzia Pascucci - che nella stragrande maggioranza dei casi non certo è una libera scelta della lavoratrice, ma è l’unica opportunità per poter essere assunta. Part time a cui vengono applicate le clausole flessibili ed elastiche, che non consentono una pur minima organizzazione dei tempi di vita e non permettono di cercare un altro lavoro per avere un reddito dignitoso”.

 

“In questo quadro – prosegue la sindacalista - la condizione tipica di una cassiera di ipermercato è quella di 20 ore di lavoro settimanali, con 625/700 Euro di salario mensili, come è dimostrabile dalle buste paga delle lavoratrici”.

 

Precisa Pascucci: “Relativamente alla sproporzione tra ruoli dirigenziali occupati da personale maschile in una azienda dove è prevalente la presenza delle donne, il problema si avverte man mano che si sale nella gerarchia. Infatti ai vertici le percentuali fornite dalla Coop si assottigliano e le donne spariscono quasi del tutto. Prendiamo due esempi: nelle 9 grandi cooperative del sistema Coop ed in Coop Italia tutti i presidenti sono di sesso maschile. Se prendiamo poi a riferimento il sistema cooperativo della regione Campania, riscontriamo che l’Amministratore Delegato è un uomo e i direttori dei tre Ipermercati e dei due Supermercati sul territorio sono tutti e cinque uomini”.

 

“Relativamente al tema delle molestie – continua la rappresentante USB - sono documentabili casi che confermano quanto denunciato nella lettera. Peraltro sappiamo bene che in questo campo i casi denunciati sono la punta dell’iceberg, difficile  da combattere perché in assenza di prove la denunciante rischia il licenziamento.  Inoltre con la parola molestie le lavoratrici non hanno fatto riferimento esclusivamente a quelle di tipo sessuale, ma a comportamenti che generano sensazione di disagio o di fastidio fisico o morale”.

“La fotografia che emerge dunque dalla lettera delle lavoratrici Coop è purtroppo realistica”, conclude Pascucci. Invitiamo pertanto l’azienda a non nascondere la polvere sotto il tappeto, ma a cogliere l’occasione fornita da un gruppo di dipendenti coraggiose per riaprire la discussione, trasparente e democratica, sul futuro della cooperazione nella grande distribuzione nel nostro paese”.

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