Addamiano

Il declino dell'industria motoristica in Brianza. Un saper fare ora scomparso

di Pier Attilio Trivulzio

Gilera ad Arcore, Autobianchi a Desio, Carrozzeria Touring a Nova Milanese, Birel a Lissone, Agrati Garelli a Corticella di Monticello Brianza, Fantic Moto a Barzago, Dell'Orto Carburatori a Seregno.
Aziende che dagli Anni Venti ai primi Anni Novanta componevano la Motor Valley della Brianza, con l'Autodromo Nazionale di Monza a fare da catalizzatore.

Già perché proprio l'inaugurazione nel 1922 dell'Autodromo convinse Giuseppe Gellera a trasferire l'officina di corso XXII Marzo da Milano ad Arcore. La F.I.V. Edoardo Bianchi che produceva biciclette, moto e auto a Milano si spostò a Desio dopo i bombardamenti del 1943 proprio per essere vicina alla pista sulla quale il collaudatore Tazio Nuvolari, assunto per sviluppare il modello “Ala Azzurra” 350 per due anni, dal 1923 al 1925, tre volte la settimana si faceva il viaggio da Milano a Monza e ritorno in sella alla bicilindrica per constatare i progressi del modello.

Idem la Garelli di Sesto San Giovanni acquistata nel 1961 dal Gruppo Agrati - che all'Autodromo conquistò record mondiali della classe 125, e sei titoli mondiali tra il 1962 e il 1967. Lo stabilimento degli Agrati forniva i telai alla Garelli anche per le biciclette a cui veniva applicato il celebre motore a rulli Mosquito.

Le moto col marchio Agrati Garelli furono costruire fino al 1968 quando ci fu la fusione con Fantic Motor che dette vita al Gruppo FM. La produzione cessò nel 1993 e 360 lavoratori restarono a spasso. A distanza di anni si è scoperto che la scelta degli Agrati più che la crisi del settore delle due ruote che in effetti era reale, il disimpegno fu motivata dalla decisione di trasferire il denaro guadagnato alla Hsbc di Ginevra. Nella lista di Hervé Falciani compare un conto di 6,8milioni di dollari intestato a Cesare Annibale Agrati; i conti della Agrati International, l'azienda che ora produce bulloni, sono invece finiti nel paradiso offshore di Madeira.

Anno horribilis il 1993. E sì perché da poco erano stati chiusi i cancelli dell'Autobianchi. La Fiat aveva trasferito le linee di montaggio del modelloY10 (che ancora viene prodotto – ndr) all'Alfa Romeo di Arese ricevuta in regalo nel 1987- dopo una lunga battaglia contro la Ford intenzionata ad acquistarla – dall'IRI presieduto da Romano Prodi.
Al passaggio i dipendenti erano 16.000, un anno dopo erano ridotti a 6.000.

E subito dopo la decisione di chiudere Autobianchi la famiglia Agnelli - che dalla Piaggio aveva rilevato nel 1965 lo stabilimento Gilera di Arcore - annunciò la fine alla produzione di moto in Brianza portando tutto a Pontedera con la messa in cassa integrazione di 1.369 dipendenti.

Qualche anno dopo anche la struttura di Velate, dove venivano preparate le Gilera per i grandi raid internazionali come la Dakar e le gare di velocità (classe 250) e un gruppo di qualificati tecnici progettavano nuovi motori, serrò i battenti.

E' vero, come già ricordato, il settore moto era in crisi e il business dell'auto non consentiva di fare grandi utili. La verità è che di fatto la famiglia Agnelli all'epoca aveva in pugno l'intera produzione di auto avendo nel 1969 rilevato da Enzo Ferrari il 90 per cento delle azioni della casa di Maranello; al prezzo simbolico di una lira, la Lancia dal Gruppo Pesenti; due anni più tardi l'Abarth e nel 1993 Innocenti e Maserati, aziende che hanno ricevuto dallo Stato, grazie alla Gepi, finanziamenti per 185miliardi di lire.

La Gepi fu costituita “per il salvataggio, la ristrutturazione e la vendita delle aziende private in difficoltà”. In realtà con la legge 184 si prese in carico dipendenti di grande aziende e tra queste la Fiat i cui lavoratori venivano messi in cassa integrazione. Tra l'80 e l'88 Gepi ne assorbe 25.000 e tra il 1971 (anno in cui la legge diventa operativa) e il 1992 eroga qualcosa come 4mila miliardi di lire per sostenere 108.000 lavoratori.

Sono gli anni delle dure lotte per i licenziamenti in Fiat. Anni in cui l'azienda degli Agnelli è riuscita ad ottenere dallo Stato munifici finanziamenti pubblici e dare vita agli stabilimenti di Termine Imerese, Cassino, Termoli, Bari, Sulmona, Vasto, Lecce, Nardò e Brindisi. Per la prima volta nel 1973 il bilancio del Gruppo Fiat perde 150miliardi, ha debiti per 1.800miliardi, mette i lavoratori in cassa integrazione ed a guidare il Gruppo viene chiamato Cesare Romiti.

Obbiettivo dimezzare entro il 1985 il settore auto. Ifi e Ifil, finanziarie degli Agnelli non vogliono ricapitalizzare. E' allora che il 10 per cento delle azioni passano ai libici della Lafico. Lo shock petrolifero provoca la crisi del settore auto, Fiat si ritrova con 4.800miliadi di lire di indebitamento, cifra pari al fatturato e più del doppio del patrimonio netto. Umberto Agnelli chiede aiuto allo Stato invocando la svalutazione della lira che però non viene concessa. E, soprattutto, libertà di licenziare. Concessa.

Infatti, dimessosi nel luglio 1980 Umberto Agnelli gli subentra Cesare Romiti che a settembre licenzia 14.000 lavoratori e altri 23.000 li mette in cassa integrazione per due anni. In quel periodo sono 33.000 i lavoratori lasciati a casa per sette anni dal Gruppo Fiat. Una parte di loro rientrerà assegnati al “reparto confino”: 150 non ce la fanno e si tolgono la vita.

Gli anni bui della casa torinese sono dovuti si, alla crisi petrolifera, ma soprattutto al fatto che tra il 1988 e il 1993 nessun nuovo modello è stato lanciato o che vengono proposte auto improponibili come la Duna.

A risollevare le vendita arriva la “Uno” voluta dall'ingegner Vittorio Ghidella, lanciata nel 1984 con la presentazione a Cap Canaveral. Quattro anni più tardi è scontro durissimo tra Ghidella e Romiti che preme per trasformare la Fiat in una holding finanziaria. Ghidella se ne va, passa alla Ford ed è artefice del modello Fiesta che tutt'ora, contribuisce ottimamente a generare profitti per la divisione inglese della casa americana.

Lo smantellamento delle barriere doganali dell'Unione Europea nel 1993 rivitalizza il Gruppo Fiat che grazie a Mediobanca, Deutsche Bank, Generali, Alcatel e le finanziarie di casa Agnelli Ifi e Ifil ricapitalizza per 4.285miliardi di lire. Vengono inaugurati gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. Con la svalutazione della lira nel 1992 Fiat riprende quota.

In dieci anni tra l'80 e il '90 la casa torinese ha fatto investimenti per 4miliardi di dollari contro i 20 di Volkswagen e gli 8 di Bmw, all'epoca più piccola di Fiat. Ed ha ricevuto 11miliardi di lire di sovvenzioni statali.

Per tornare alle vicende della Brianza e alla poco lungimiranza degli Agnelli di decidere la chiusura a Desio dell'Autobianchi ci sembra esemplare ricordare quel che accadde nel febbraio del 1963.
Dante Giacosa, papà della Topolino, della 600 e della Nuova 500 a capo del reparto di ingegneria avanzata di Fiat, da due anni stava lavorando alla progettazione di una piccola vettura a trazione anteriore con motore 1200 derivato dal Fiat 1100 la cui particolarità era quella che motore e cambio avrebbero dovuto essere montati trasversalmente.

Giacosa era rimasto colpito dalla Mini di Alec Issigonis, alcuni esemplari erano stati acquistati e vivisezionati. Giacosa ne aveva riscontrato alcune negatività: motore e cambio contenuti entrambi nel basamento non permettevano di essere smontati e provati separatamente. Il cambio a lato del motore oltre ad un peso maggiore creava rumorosità e difficoltà di montaggio.

Poco dopo il lancio della Mini da parte della British Motor Company nel 1961 Giacosa iniziò il “progetto 109” e nel febbraio 1963 il suo collaboratore Ettore Cordiano annunciò che una soluzione per risolvere il problema del motore-frizione- cambio trasversale era stata trovata: una trasmissione idraulica e un'asticella infilata nell'albero motore avrebbe comandato la frizione.

Al “progetto 109” lavorava anche il Centro Stile dei fratelli Boano che stavano dando vita ad un coupé. La soluzione di Cordiano fu l'uovo di Colombo. L'ingegner Dante Giacosa decretò che il nuovo modello a trazione anteriore si poteva fare, chiese a Boano una versione berlina e quindi ne parlò a Nello Vallecchi, direttore di Autobianchi, che fu subito entusiasta. Al contrario della Fiat che invitò invece Giacosa ad essere prudente e continuare sulla strada del motore posteriore con la “850” derivata dalla 600 e Nuova 500.

L'Autobianchi “progetto 109” superò il test della strada il 1. novembre 1963 ed a metà del 1964 a Desio iniziò la produzione del modello battezzato “Primula”. In sette anni Autobianchi produsse le versioni berlina, la coupé con motore 1.221 di cilindrata fino al 1968 e il 1.438 derivato dalla Fiat 124 dal 1968 al 1970. La positiva esperienza dell' Autobianchi convinse finalmente Fiat ad adottare la soluzione del motore anteriore e cambio trasversale per la “128” uscita nel 1969.
Il “progetto 109” aveva di fatto assegnato all'Autobianchi il titolo di “azienda dell'innovazione”.
Alla Primula seguirono la “111” e la “112” nelle diverse versioni. Un totale di oltre 3milioni di auto sono uscite dagli stabilimenti di Desio e tra queste 320mila “Bianchina” prodotta in 17 diverse versioni tra cui la trasformabile e la cabriolet. E lo spider “Stellina” con carrozzeria in fibra di vetro, prodotto in 502 esemplari. Ma proprio questo modello commercializzato tra il 1963 e il 1965, ispirò Giorgietto Giugiaro per la innovativa “Lucciola” presentata nel 1993 al Salone di Ginevra. E però mai prodotta.
Pianale della Nuova 500 (1957), la “Lucciola” anticipava di vent'anni le attuali auto ibride. Era mossa da due motori elettrici e da un motore diesel bicilindrico, 500 di cilindrata. Così come per il “progetto 109” anche la “Lucciola” avrebbe dovuto uscire dalle catene di montaggio dell'Autobianchi. Mancava soltanto il beneplacito di Fiat che non arrivò per il semplice motivo che venne ritenuta troppo innovativa e costosa. E poi era stata già decisa la chiusura di Desio.

La casa torinese pagò fino all'ultima lira il costoso progetto alla Italdesign di Giorgetto Giugiaro. E non pose veti quando Giugiaro chiese la liberatoria. La “Lucciola” piacque alla Daewoo che con General Motors iniziò a produrla dal 1998 con un motore tradizionale. In cinque anni – battezzata Matiz - furono venduti 500mila esemplari, 150mila di questi in Italia. Ancora una volta il Gruppo Fiat aveva perso un'altra grande occasione e nel frattempo aveva ceduto a Volkswagen la spagnola Seat che per anni aveva assemblato le Panda, ed è uno dei marchi più quotati sul mercato.

La chiusura dello stabilimento di Desio e la riconversione dei 144mila metri quadrati dell'area, rilevata dagli Addamiano, su cui avrebbe dovuto sorgere il Polo Tecnologico della Brianza (Ptb) sono una storia che Infonodo ha già raccontato.

L'11 marzo 2014 Cinzia Fallo, giudice del Tribunale di Monza ha dichiarato il fallimento del Gruppo Addamiano esposto con 16 banche per oltre 100milioni di euro. Il solo Polo Tecnologico della Brianza che si è occupato della riconversione di parte dell'area Autobianchi ha debiti per 4.544.824 euro. L'iniziale progetto non è stato attuato. La torre piezoelettrica con alla sommità il logo Autobianchi, abbattuta nel luglio 2003, è stata sostituita da uno scheletro di grattacielo che ben rappresenta lo stato di salute del Gruppo Addamiano. Undici anni fa Giosuè Addamiano, presidente del Ptb “Polo Tecnologico della Brianza” si sbilanciò assicurando che il Polo avrebbe occupato 2.500 lavoratori: obbiettivo fallito.
Con il Comune di Desio che ancora non sa se basteranno quei 2,5milioni fidejussone della Atradius Insurance per fare valere l'ipoteca che ancora insiste sul Polo Universitario.

Sulle macerie dell'Autobianchi ci ha guadagnato soltanto il Gruppo Fiat che ha monetizzato e parecchio anche sull'area di Arese-Lainate-Garbagnate Milanese ex Alfa ceduta all'americana AIG-Lincoln. Al posto dello stabilimento è in costruzione il supermercato più grande d'Europa. Così come sull'area milanese di Lambrate della Innocenti. A Torino al posto dello stabilimento di Borgo San Paolo dela Lancia è sorto un intero quartiere residenziale mentre l'area del polo produttivo di Chivasso è stata venduta alla Carrozzeria Maggiora.

Per quanto riguarda Maserati, inizialmente ceduta alla Ferrari, è tornata al Gruppo Fiat nel 2005 dopo la ristrutturazione dello storico stabilimento di via Ciro Menotti a Modena.

Per tornare alla Silicon Valley brianzola il complesso della storica Carrozzeria Touring a Nova Milanese, specializzata nella costruzione di scocche in alluminio, costruito nel 1962 grazie ad un accordo col gruppo inglese Rootes per l'assemblaggio di 10.000 esemplari delle Sumbean Alpine e Venezia funzionò a pieno regine soltanto per alcuni anni.

Alla morte di Lord Williams Rootes il Gruppo Rootes venne rilevato nel 1967 dalla Chrysler. A Nova Milanese è stata prodotta l'Aston Martin utilizzata da James Bond nel film “007 Operazione Goldfinger”. E non solo quell'esemplare.

La crisi dell'auto aveva ridotto le commesse, si servirono dello stabilimento di Nova Milanese, Lancia, Maserati e Lamborghini. In amministrazione controllata dal 1964 la Touring sfornò 2.000 esemplari della versione coupè dell'Autobianchi Primula e un migliaio di Alfa Giulia GTC.

Il 31 dicembre di quarant'anni fa, dopo aver terminato lo studio del prototipo C4, versione cabriolet della Fiat 124 (che proprio nei giorni scorsi è stata riproposta al Salone di Detroit dalla FcA – ndr) la Touring chiuse i battenti. Nel 2006 il marchio passò alla olandese Zeta Europe BV. Smantellato lo stabilimento l'area è stata trasformata in residenziale.

Così come residenziale finirà a Seregno lo spazio occupato dal 1933 a 2006 dalla Dell'Orto carburatori acquistato per 4,5 milioni di euro + bonus volumetria PGT (circa un milione) dalla Due G srl di Piergiuseppe Avanzato, socio di Giuseppe Malaspina i varie operazioni immmobiliari .

E' nel 1933 che Gaetano Dell'Orto con i figli Luigi Piero e Giuseppe apre l'azienda di carburatori per motociclette in via Cavour. Il business tira e dopo il 1945 gli affari aumentano e nasce la necessità di allargarsi. I carburatori della Dell'Orto equipaggiano quasi tutte le motociclette e le motoleggere prodotte in Italia. Il modello con corpo in alluminio è invece su tutte le moto che partecipano alle competizini. Lo stabilimento si espande sempre a Seregno lungo le vie San Rocco, D'Azeglio, Matteotti e piazzetta monsignor Ratti. Alla fine degli Anni 60 i Dell'Orto sono montati come primo equipaggiamento sulle Fiat e anche su modelli esteri. La svolta nella costruzione avviene negli Anni 90 quando l'azienda diventata Dell'Orto SpA converte la produzione dai carburatori per moto all' iniezione. A fine 2006 Dell'Orto delocalizza in India e chiude lo stabilimento di Seregno, 500 dipendenti vengono in parte liquidati e in parte messi in cassa integrazione. Le nuove sedi della società, a Mariano Comense e Cabiate.
La società ha infilato una serie di anni negativi con bilanci in rosso per decine di milioni di euro, emoraggia che dopo la ristrutturazione del pesante indebitamento sembra essersi arrestata nel 2014.
La Dell'Orto è stata scelta dalla Federazione Motociclistica Internazionale (Fim) per equipaggiare le Moto3 che prendono parte alle gare del Motomondiale.

Tre anni dopo a Gerno di Lesmo Yamaha Motor Italia, insediatasi da solo un anno dopo aver rilevato dalla Belgarda che dal 1980 importava in Italia le moto dei tre diapason ed aveva dato vita alla Byrd, Belgarda Yamaha Racing Division impegnata nelle gare del Mondiale Superbike e nei grandi raid internazionali, decide di dismettere le catene di montaggio e trasferirle in Spagna. Per diversi mesi i lavoratori licenziati protestano allestendo un sit in sul tetto dell'azienda. Oggi Gerno resta la base europea della squadra corse impegnata con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo nel Motomondiale e da quest'anno torna nel Mondiale Superbike dopo una parentesi di sei anni. E' operativo anche il reparto d'eccellenza che studia i modelli di moto da sottoporre all'approvazione della casa madre in Giappone che poi entrano in produzione.

Mondial, marchio storico, che aveva aperto ad Arcore lo stabilimento per l'assemblaggio del modello “Piega” è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 24 settembre del 2004. Lo svizzero Daniel Alismeno e Roberto Ziletti, ultimo presidente del consiglio della Mondial Moto SpA dal 2003 al 2004 vengono condannati e interdetti per dieci anni da ogni attività. E' un fallimento di 1,7milioni di euro. Moto e ricambi vanno all'asta per 300mila euro. Se li aggiudica la società “Vdue” del medese Piero Caronni che già s'era aggiudicato ad una precedente asta lo stock di Bimota 500. All'ultimo salone del Motociclo a Milano, Caronni ha presentato i nuovi modelli “Vdue” che saranno commercializzati in edizione limitata.

Fortunatamente la Brianza Motor Valley può ora contare su due solide società impegnate nella costruzione di kart, la Birel di Lissone, e di monoposto e biposto da competizione, la Tatuus di Concorezzo. Anche in questo caso aziende cresciute per importanza grazie alla vicinanza dell'Autodromo Nazionale.

La Birel di Lissone costruisce kart dagli anni 50.
Umberto Sala, titolare dell'azienda, è stato primo pilota di Birel. Arrivarono poi i fratelli Tino e Vittorio Brambilla. Tino, chiamato da Enzo Ferrari per correre con la monoposto Dino che portava il nome del figlio morto per distrofia muscolare, fu anche il primo a portare al successo la vettura che proprio nell'officina dei Brambilla, con l'autorizzazione del “Drake”, venne modificata e resa competitiva.

Vittorio invece passò in Formula Uno e con la March-Ford sponsorizzata dalla Beta Utensili di Sovico (nei giorni scorsi la società il cui capitale era diviso tra Roberto Ciceri, tre fratelli e quattro cugini si è associata alla Tip di Giovanni Tamburi. Roberto Ciceri e la società di Tamburi hanno ora il 100 per cento del capitale di Beta Utensili – ndr) nel 1975, vinse sotto il diluvio il Gran premio d'Austria.
Dal 2000 Birel commercializza il modello Easy Kart destinato ai giovanissimi aspiranti campioni che sognano di arrivare in Formula Uno. Kart che ha avuto subito un grande successo.

Dall'officina della Tatuus di Concorezzo escono dal 1980 monoposto da competizione. Gianfranco De Bellis e Artico Sandonà iniziarono progettando la “Tatuus” di Formula Junior.
De Bellis e l'amico Alberto Moioli correndo le gare delle “pettarelle” con motore della Fiat 500 all'Autodromo, non vinsero eppure di questo modello Tatuus ne ha costruite 15.
Ben 930 sono state invece le monoposto motorizzate Renault costruite a partire dal 2000 su precisa richiesta della casa francese.

In tutto da Concorezzo sono partite per il mondo 1.700 Tatuus che hanno raccolto successi su tutti i circuiti. Felice Massa e Kimi Raikkon, tanto per citare due campioni si misero in luce proprio vincendo con la Tatuus-Renault le gare della Formula 2000.

Desio - La Torre costa sei mesi a Perri

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 17/08

CONFERMATA in appello la condanna, ma dimezzata la pena, per l’abuso in atti d’ufficio di Rosario Perri. È quanto hanno deciso i giudici della Corte di Appello di Milano per l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Desio e in seguito dimissionario assessore al Territorio della Provincia di Monza (quando il suo nome è uscito tra le carte dell’inchiesta «Infinito» sulla ‘ndrangheta in Brianza) nonché condannato a 5 anni e mezzo di reclusione dal Tribunale di Monza per corruzione insieme all’ex golden boy del Pdl in Brianza Massimo Ponzoni e altri nell’ambito dell’inchiesta sul Pgt di Desio. Perri, per cui è in corso un altro processo a Monza per abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale insieme al funzionario responsabile dell’ufficio edilizia privata e urbanistica Marino Arienti e al comandante della Polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà per gli interventi edilizi ritenuti abusivi nelle palazzine in via Pallavicini a Desio dei Moscato (anche in quel caso il Comune di Desio si è costituito parte civile al processo) era stato condannato nel processo con il rito abbreviato dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Monza Licinia Petrella a 1 anno di reclusione con la sospensione condizionale della pena per abuso in atti d’ufficio e il risarcimento dei danni patrimoniali al Comune di Desio da quantificare in sede civile, ma con una provvisionale immediatamente esecutiva di 30mila euro per i danni morali. Sentenza confermata in appello, con la riduzione però della condanna da 1 anno a 6 mesi di reclusione. Nel mirino dei giudici la convenzione siglata con il gruppo Addamiano nel 2007, che prevedeva la cessione gratuita del capannone da 4mila metri quadrati del Polo Tecnologico dalla proprietà privata al Comune in cambio del permesso di costruire la torre da 22 piani che ancora giace con il suo scheletro incompiuta dopo le difficoltà economiche del costruttore.

SECONDO L’ACCUSA, il documento approvato dal Consiglio comunale nel 2007 risulta diverso rispetto a quello registrato presso il notaio, sottoscritto da Perri. Nell’atto, firmato da Perri per il Comune e da Matteo Addamiano per la proprietà privata, è inserita infatti la clausola di un’ipoteca per 32 milioni di euro. Clausola che invece non compare nel documento approvato dal Consiglio comunale. A garanzia dell’esatto adempimento dell’obbligazione e cioè della cessione del capannone la società Polo Tecnologico Brianza si obbligava a produrre una fideiussione per 2 milioni e mezzo di euro. Accuse negate da Perri, che ricorrerà anche in Cassazione contro la condanna.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Petrolio nel Lambro dopo quattro anni nessuna bonifica

di Gabriele Cederna da la Repubblica

SONO passati quattro anni dalla notte del 22 febbraio 2010, quando 2.400 tonnellate di carburante e oli combustibili finirono nel Lambro e da qui nel Po. Un disastro ambientale doloso partito dalla ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta. Quella notte i serbatoi vennero aperti volontariamente per sottrarsi ad accertamenti fiscali, l’onda nera finì prima sul piazzale dell’azienda, poi nelle condotte fognarie, arrivò al depuratore di San Rocco, che non riuscì ad intercettare la marea nera. Questa si riversò prima nel Lambro e poi nel Po, intaccando per decine di chilometri l’intero ecosistema dei due fiumi. Ieri mattina sono state chieste le prime condanne, 5 anni di reclusione, per i cugini Rinaldo e Giuseppe Tagliabue, titolari della ex raffineria.

Entrambi devono rispondere di disastro ecologico doloso e falso in atto pubblico. La procura di Monza ha inoltre chiesto 3 anni di reclusione per il direttore dello stabilimento della Lombarda petroli, Vincenzo Castagnoli, nel frattempo scagionato dalle accuse inerenti la presunta gestione illecita della contabilità aziendale, e 2 anni e sei mesi per il custode Giorgio Crespi, accusato di omesso controllo. Dopo i fatti drammatici del 2010 la regione Lombardia aveva annunciato lo stanziamento di 120 milioni di euro per la bonifica e il recupero del Lambro, ma solo una piccola parte di questi finanziamenti è stata utilizzata, tra l’altro per interventi superficiali. Quello che occorre veramente è una riqualificazione radicale. La marea nera fu una coltellata mortale per il fragile ecosistema dei due corsi d’acqua. «Mai più», dissero presidenti di Regioni, Province e consorzi attraversati dei due fiumi. Parole ripetute anche dall’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso.

Eppure, in questi anni altre 14 volte sostanze nocive — tinture, saponi industriali, metalli pesanti e ancora idrocarburi — sono finite nei 130 chilometri del Lambro a causa di incidenti e di sversamenti dolosi. Poco più di un anno fa era stato stanziato un milione per canali che sarebbero dovuti servire come anse di contimento. L’idea era quella di creare canali accanto al corso del fiume che sarebbero stati aperti in caso di emergenza, ma anche in questo caso dopo le dichiarazioni ancora non si è fatto nulla. Intanto, denuncia Atos Scandellari di Legambiente «il fondo del fiume rimane inquinato come prima. Bisognerebbe intervenire in maniera radicale per cercare di salvare un ecosistema sempre più in pericolo».

Fermo anche il progetto di recupero dell’area della Lombarda Petroli, chiamato Ecocity, dei fratelli Addamiano. Solo i capannoni della parte industriale sono stati ultimati, ma la city rimane ancora un sogno sulla carta.

Monza - Processo Lombarda Petroli. Addamiano: «Irrealizzabile il piano di recupero dell’area»

di Stefania Totaro da il Giorno

«DOPO lo sversamento il nostro progetto chiamato “Ecocity” per il recupero dell’area dismessa della Lombarda Petroli è andato a ramengo». A lamentare gravi danni a causa dello scempio ambientale alla ex raffineria di Villasanta è anche Giosuè Addamiano, il componente della famiglia di costruttori che sul terreno dei cugini Tagliabue voleva edificare. Gli Addamiano non si sono però costituiti parti civili al processo. Giosuè Addamiano è stato sentito come testimone dell’accusa, rappresentata dai pm Donata Costa ed Emma Gambardella. «Con i Tagliabue erano intercorsi accordi nel 2007 per rilevare l’area della Lombarda Petroli in cambio del pagamento di 10 milioni di euro e il 19% degli edifici realizzati - ha raccontato il costruttore -. Sulla parte del terreno già libero è stata presentata al Comune di Villasanta una variante al Piano regolatore che è stata approvata nel 2009, mentre l’area della ex raffineria doveva esserci consegnata entro il 2008. La situazione era già difficile perché abbiamo pagato i 10 milioni di euro in vista di una realizzazione di immobili maggiore di quella che poi è effettivamente avvenuta. Ai 10 milioni si aggiunge una fideiussione di 2 milioni. Con lo sversamento la situazione è ancora peggiorata perché non abbiamo più venduto niente. Nel frattempo il Comune ci ha fatto perdere 4 anni per varie pratiche burocratiche, tanto che abbiamo alla fine deciso di presentare ricorso al Tar». Il costruttore ha ricordato che il progetto «Ecocity» era stato studiato insieme al Politecnico di Milano e ha precisato che le spese per le bonifiche dell’area «erano state concordate a carico dei Tagliabue».

LA DIFESA dei Tagliabue ha chiesto conto al testimone di una intercettazione telefonica in cui Massimo Ponzoni, ex assessore regionale all’Ambiente, il giorno dopo lo sversamento ha chiamato suo fratello, Matteo Addamiano, per chiedergli quali imprese doveva fare intervenire per la bonifica. «Io ho fatto anche il consigliere comunale quindi io e mio fratello conosciamo Ponzoni, tutto qui» ha risposto il costruttore.

La torre infinita di Desio Cento metri di polemiche

di Marco Mologni da il Corriere della sera del 23/02

DESIO — Un «ecomostro» che «devasta lo skyline della Brianza»? Oppure un «green building» simbolo della Desio del futuro e del rilancio di una ex città industriale che ospitava l’Autobianchi, la Brollo, la Gavazzi, la Tilane, la Longoni e oggi non ha più una sola grande azienda? C’è un edificio che fa litigare chi vive a Desio: uno «scheletro » di cemento armato e metallo che si staglia nel cielo per cento metri. Con la sua mole, «la torre infinita» è visibile a decine di chilometri. La si nota dai piani alti di Milano, ma anche a nord, dalle colline di Montevecchia. Un’«eterna incompiuta » che diventa l’emblema di una città incapace di rinnovarsi. La prima pietra dell’edificio di 23 piani fu posata nel 2007. Il grattacielo avrebbe dovuto ospitare uffici del terziario avanzato, diventando il «cervello » del Polo tecnologico della Brianza (Ptb): un mosaico di 130 piccole e medie aziende nate sull’immenso rettangolo di 253mila metri quadrati dove un tempo si costruivano la «Bianchina» e la «A112», le vetture con il marchio Autobianchi.

Costruito con gli stessi materiali hi tech usati per le Freedom Tower di New York, l’«hub direzionale del Ptb» fu innalzato a tempo di record. Nel 2009 raggiunse i cento metri d’altezza. Subito dopo, improvviso, lo stop ai lavori. E ora, quasi cinque anni dopo, il «colosso» è ancora bloccato. Immobile. In mezzo c’è stata la più grande crisi economica mondiale dopo il 1929. Nessuno ha comprato i costosi uffici. Le banche hanno chiuso i rubinetti. E così, dopo aver speso 25 milioni di euro per iniziare i lavori, il Gruppo Addamiano — l’impresa edile che ha realizzato anche Ecocity a Villasanta, il quartiere Corti Nuove a Como e un residence ecocompatibile a Nova Milanese — ha finito i soldi. Non è in possesso di altri 25 milioni per porre fine al progetto. E ora è in liquidazione.

L’edificio, ribattezzato «il palazzaccio», rischia di restare fermo almeno fino al 2017. Dieci anni dopo il via ai lavori. Ma i tempi potrebbero essere più lunghi. Molto più lunghi. Tra gli Addamiano e il Comune è nato un braccio di ferro a colpi di carte bollate. «Ridotto così, questo manufatto è una ferita aperta — ha accusato il sindaco Roberto Corti —. È mio dovere fare pressioni perché sia completato il più presto possibile. Quanto è successo è un atto d’accusa contro chi non ha saputo pianificare lo sviluppo urbanistico della città, ma ha fatto speculazione edilizia, devastando l’ambiente». «Il Ptb è un progetto all’avanguardia che punta allo sviluppo e al lavoro — ha replicato Giosuè Addamiano —. Dove c’erano i capannoni abbandonati dell’Autobianchi, ora ci sono 130 aziende e 1800 tute blu: il più grande progetto di riconversione industriale della Brianza. E quando il grattacielo sarà completato, nei 23 piani di uffici lavoreranno altri 1200 colletti bianchi. In totale, 4mila dipendenti: quanti erano i lavoratori dell’Autobianchi ». Gli Addamiano hanno fretta di terminare i lavori, e sono alla ricerca di un socio con molta liquidità o di un acquirente che acquisti l’edifico così come è e poi lo porti a termine. Finora però nessuno si è fatto avanti. E la torre infinita rimane là, nuda nel cielo della Brianza.


Università, sogno svanito. E cinque milioni buttati
di Marco Mologni da il Corriere della sera del 23/02

DESIO — Cinque milioni di euro spesi in dieci anni. Per non avere niente. È costato tanto ai 40.661 cittadini di Desio il «sogno» di avere un’università dietro casa. Il progetto avrebbe dovuto diventare la «scuola per manager» del «Ptb» (Polo tecnologico della Brianza): il «nucleo» operativo di oltre 100 aziende nato sulle ceneri dell’ex Autobianchi. Ma il progetto — nato da un’idea del sindaco Salvatore Pugliese, dell’allora general manager del Comune, Rosario Perri, e del docente universitario Francesco Sicurello —, non si è mai concretizzato. Nessuno studente si è mai laureato, nessun docente ha mai tenuto una lezione, nessun ateneo ha mai aperto i battenti. Niente di niente. Ma il conto, è arrivato. Ed è stato salato. A bloccare il progetto avviato nel 2004 — e a fermare una continua emorragia di denaro pubblico — è stato l’attuale sindaco, Roberto Corti, con una delibera del gennaio 2014. Ma ormai era tardi.

Se il progetto è rimasto sulla carta, i soldi sono stati pagati, eccome. Un conto doloroso, per il contribuente: un milione e 200mila euro per creare un comitato tecnico; altri quattro milioni per strumenti informatici, aule e arredi. «Tutti strumenti costosi e all’avanguardia — ha spiegato Corti, 43 anni, che dal maggio 2011 guida la giunta di centrosinistra —, che sono però diventati obsoleti senza mai funzionare un giorno, sepolti dalla polvere. E, alla fine, nel maggio 2012, sono andati distrutti in un attentato vandalico rimasto avvolto nel mistero». Ora gli accordi con l’università Bicocca e con il Politecnico di Milano, la facoltà di telemedicina e i master post laurea, sono di nuovo nel libro dei sogni. Ma c’è chi crede ancora al futuro universitario di Desio. E non ha esitato a fare causa al Comune perché il polo universitario si faccia: «L’università accanto ai capannoni è essenziale — ha affermato Giosuè Addamiano, l’imprenditore che insieme ai fratelli Matteo e Rosario ha realizzato il Ptb —. Un ateneo accanto alle aziende può fornire maestranze d’eccellenza e formare i futuri imprenditori della Brianza»

Desio - Ricorso al Consiglio di Stato sul Polo. Gli Addamiano non intendono arrendersi

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

CHI PENSA che la «partita» per il Polo d’Eccellenza, con una posta di svariati milioni di euro in ballo, sia ormai al triplice fischio si sbaglia. Perché se da un lato il Comune è soddisfatto di aver vinto la prima sfida al Tar, tira dritto per la sua strada con il completamento del capannone di sua proprietà nell’area dove ha deciso di trasferire il Consorzio Desio Brianza, e ha sciolto ufficialmente il Comitato tecnico operativo del Polo Tecnologico Universitario istituito esattamente 10 anni fa. Ma gli Addamiano non hanno intenzione di alzare bandiera bianca. Anzi. Non digerendo il cambio di «destinazione» dell’immobile di 4mila metri quadri ceduto al Comune, che doveva rappresentare un polo di ricerca universitaria legato alle aziende insediate nell’area ex Autobianchi (ben diverso dalle attività del Consorzio, più legate alla formazione professionale e ai servizi sociali), si sono già mossi per fare ricorso al Consiglio di Stato. Con la speranza che ribalti la sentenza del Tar, anche perché la stessa non è entrata nel merito della questione: «La lamentata modifica della destinazione degli spazi per servizi pubblici – scrive il Tar nella sua sentenza – anche ove sussistente non pare incidere sugli obblighi posti a carico delle ricorrenti dalle convenzioni». Nella stessa sentenza però si rimanda rimanda al giudice ordinario le questioni di merito sulla richiesta di risarcimento danni avanzata dagli Addamiano e sull’eventuale decisione del Comune di escutere la polizza fideiussoria concessa a garanzia degli obblighi convenzionali. La partita dunque, molto complessa e articolata, resta aperta. E la stessa società che ha messo sul piatto 6,5 milioni di fideiussioni potrebbe fare causa contro gli Addamiano.

COLLATERALMENTE a essa, rimane aperta anche la questione della maxi torre di 90 metri che da troppi anni è uno scheletro incompiuto a causa della bandiera bianca, per problemi finanziari, alzata dagli stessi Addamiano. La società sta facendo il possibile, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, di trovare un grande gruppo interessato a rilevare la struttura, per completarla e darle la sua funzione direzionale, come programmata inizialmente. Una stima di massima ne pone il valore attorno ai 25 milioni, anche se è chiaro come in un momento economico come questo – dove sono tante le strutture invendute – il prezzo la fa chi compra. Secondo le ultime verifiche strutturali effettuate, l’edificio è ancora in piena forma e può essere quindi facilmente terminato e diventare ciò che doveva essere all’inizio: il simbolo della Desio del futuro. A patto che si trovi un investitore deciso a scommetterci. Che sarebbe benedetto non solo dagli stessi imprenditori novesi, gli Addamiano, ma anche dall’Amminsitrazione comunale e dai cittadini, stanchi di quello scempio sulle proprie teste.
alessandro.crisafulli@ilgiorno.net

Desio - Ricorso al Tar sul Polo d’eccellenza. Niente danni, a far festa è il Comune

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

NON È UN REGALO, perchè tale non si può definire. E non è una sorpresa, perchè il sindaco Roberto Corti dice che se l’aspettava. Eppure, sotto l’albero di Natale del Comune di Desio è spuntata una bella notizia per l’amministrazione comunale: il Tribunale amministrativo regionale, nella sua seduta pre-festiva del 23 dicembre, si è espresso in merito al ricorso proposto dalle società Polo di Eccellenza spa e Polo Tecnologico srl, entrambe in liquidazione, in merito al destino del capannone di 4mila metri quadri ceduto dagli Addamiano proprio al Comune, nell’ambito dell’operazione complessiva di riqualificazione dell’area ex Autobianchi.

GLI ADDAMIANO, infatti, avevano contestato la decisione della giunta di insediare nell’edificio il Consorzio Desio Brianza: una decisione che, secondo la società novese titolare dell’intera area, avrebbe violato gli accordi iniziali, che prevedevano lì dentro la nascita di un Polo universitario e di ricerca connesso con le attigue imprese. Con il Consorzio, secondo gli Addamiano, crollerebbe tutto il disegno concepito ormai quasi una quindicina di anni fa al momento di riqualificare l’area ex Autobianchi, che prevedeva accanto alla zona produttiva del Polo tecnologico della Brianza (attiva da tempo, con centinaia di aziende), un centro di ricerca e sviluppo, in stretto collegamento con le università, per la formazione di dirigenti e la creazione di servizi a supporto delle imprese.
Da qui, il ricorso, con la richiesta di sospensiva e annullamento di tutti gli atti comunali e regionali degli ultimi due anni in questa direzione, e una richiesta di risarcimento danni multimilionaria.

MA IL Tar ha sostanzialmente dato ragione al Comune, affermando che manca quello che in termini giuridici viene definito il «fumus boni iuris», cioè non ci sono i presupposti di legge per accogliere le richieste del privato . Quindi, il Comune va dritto per la sua strada: a breve dovrebbero ripartire i lavori per ripristinare in via definitiva la struttura, che fu oggetto un anno e mezzo fa di un tuttora misterioso maxi vandalismo.

E IL CONSORZIO Desio Brianza potrà prendere posto laddove, negli ultimi anni, erano stati previsti una azienda che realizza videogames, la sede della Guardia di Finanza, la sede provinciale dell’Arpa, un centro di Telemedicina, il Consorzio area alto milanese (Caam) e varie altre realtà.

Villasanta - Scontro tra Addamiano e Amministrazione. Stop a nuovi edifici, i costruttori chiedono i danni

di Marco Dozio da il Giorno

ORA È GUERRA aperta tra i costruttori Addamiano e l’Amministrazione di Villasanta sul destino della Lombarda Petroli, l’ex raffineria teatro nel febbraio 2010 del disastro ambientale per lo sversamento di 2400 tonnellate di idrocarburi nel Lambro. L’avvocato Umberto Grella, legale degli Addamiano, ha presentato ricorso al Tar contro lo stop imposto dal Comune alla realizzazione di nuovi edifici. Uno stop che in municipio definiscono «temporaneo», in attesa di capire le intenzioni dell’altro proprietario dell’area, ovvero la famiglia Tagliabue attualmente implicata nel processo per lo scempio del fiume, che porterà per inciso a una sicura prescrizione dei reati quantomeno in appello. Per gli amministratori villasantesi il progetto di riqualificazione deve essere concepito secondo criteri unitari. Mentre gli Addamiano vorrebbero procedere con il completamento della zona industriale sul terreno di propria pertinenza. Il legale dei costruttori chiede che il Comune sia condannato a un risarcimento dei danni. Dal canto suo, l’Amministrazione di Villasanta sembra non aver alcuna intenzione di fare passi indietro, dicendosi pronta a difendere le proprie ragioni davanti al giudice. La mega area dismessa, denominata Ecocity, è grande 310mila metri quadri e dovrebbe accogliere nuovi insediamenti residenziali ma soprattutto produttivi.

Villasanta - Ecocity? Dopo la Lombarda Petroli. Gli Addamiano vogliono riprendere a costruire

di Marco Dozio da il Giorno

LA MINACCIA è quella di trascinare il Comune in Tribunale. Intentare una causa, chiedere i danni. Da una parte i fratelli Addamiano, costruttori. Dall’altra l’Amministrazione comunale. L’oggetto del contendere è la grande area dismessa dell’ex Lombarda Petroli, la cui proprietà ora è divisa tra gli Addamiano e i Tagliabue, questi ultimi implicati nel processo per il disastro ambientale del febbraio 2010, quello delle 2400 tonnellate di idrocarburi finite nel Lambro. Nelle settimane scorse gli Addamiano hanno presentato in municipio la richiesta di riprendere a costruire nel proprio comparto, per completare la zona industriale che si affaccia sulla strada per Monza.

Dando attuazione al progetto «Ecocity», la nuova cittadella di via Sanzio annunciata nel 2008 e mai realizzata, se si escludono alcuni insediamenti produttivi in prossimità della rotonda. Il punto è che il Comune, per il momento, frena. Non vieta di costruire tout-court. Sostiene però che prima di riaccendere le ruspe sia necessario attenersi al Masterplan, il piano di riqualificazione che tiene insieme le due anime dell’Ex Lombarda, ovvero i terreni dei Tagliabue e degli Addamiano, concepiti come una sola, immensa area dismessa da rivitalizzare. I destini sono intrecciati. Così come sono intrecciate le opere da realizzare a vantaggio della comunità: «Addamiano non ha chiesto modifiche al piano o aumenti di volumetria, ma occorre costruire tenendo conto del Masterplan comune, che contempla l’impegno di entrambe le proprietà in merito alle opere da mettere in campo a scomputo degli oneri di urbanizzazione», spiega il sindaco Emilio Merlo, accennando alla viabilità come esempio indicativo: I più importanti lavori viabilistici sono in carico alla parte dei Tagliabue, attualmente ferma. Non possiamo permetterci di assistere a una riqualificazione monca, che non risponde allíinteresse pubblico. L’area è strategica e va recuperata, ma non a queste condizioni», aggiunge il primo cittadino, che ha messo nero su bianco la posizione dell’Ente in una lettera inviata ai costruttori desiani. I quali, per illustrare le proprie ragioni, hanno anche recentemente partecipato a una Commissione urbanistica. Ora, con il temporaneo stop imposto dal Comune, la partita potrebbe proseguire davanti al giudice: «Gli Addamiano hanno detto di voler adire alle vie legali. Noi siamo pronti a difenderci in ogni sede, perchè siamo convinti di aver agito in modo corretto», conclude Merlo.

Desio - Addamiano, ricorso da 8 milioni. Il documento al Tar: 61 pagine contro Comune e Regione

di Alessandro Crisafulli da  il Giorno del 19/10

È GUERRA aperta, ormai, tra gli Addamiano e l’amministrazione comunale. L’ultimo atto, chiave, è il ricorso al Tar fatto dalla società che ha messo in piedi il Polo Tecnologico della Brianza contro il Comune e la Regione. Un ricorso affidato all’avvocato Umberto Grella, che rischia di bloccare ulteriormente l’ultimazione dei lavori del Polo Universitario (quello che doveva essere il fiore all’occhiello dell’intero insediamento produttivo) e, soprattutto, rischia di chiamare il Comune a un maxi risarcimento danni: oltre 8 milioni quelli che la società chiede al Palazzo, in sostanza per aver fatto «tramontare» il progetto del Polo universitario virando verso l’insediamento del Consorzio Desio Brianza, realtà solida e radicata ma ben lontana da criteri di eccellenza legati alla ricerca universitaria e all’alta formazione. Il documento redatto dall’avvocato, in 61 pagine, ripercorre un po’ tutta la vicenda, nata all’inizio del secolo.

Le accuse sono di «violazione e falsa applicazione della Costituzione» e «eccesso di potere». «Era espressamente previsto che il piano attuativo relativo al comparto ex Autobianchi fosse qualificato come di interesse sovracomunale - recita uno dei passaggi clou - con puntuale destinazione degli edifici ceduti al Comune come spazi per servizi universitari e ricerca. L’amministrazione ha deciso di modificare unilateralmente una parte assai significativa del predetto piano attuativo, sostituendo le funzioni pubbliche sovracomunali universitarie e di ricerca con altre ben diverse funzioni locali e/o comunali relative ad uffici per servizi sociali e formazione professionale (terziario)». Con il ricorso gli Addamiano, la cui società è in liquidazione, chiedono l’annullamento di tutti gli ultimi atti ufficiali del Comune relativi all’insediamento del Consorzio ma anche di accertare «l’inadempimento comunale grave e significativo rispetto alle obbligazioni assunte con le convenzioni urbanistiche del 21.12.2001 e del 01.08.2007». Oltre che «condannare il Comune di Desio alla restituzione alle società ricorrenti della proprietà del fabbricato cedutogli e/o alla corresponsione dell’equivalente valore pecuniario... ed al risarcimento dei danni tutti patiti e patiendi». 

Desio - Comune e Addamiano litigano anche sul trasloco del Consorzio

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

«QUESTO stabile è fatiscente e pericoloso: il trasferimento nel Polo tecnologico è urgente». Nella pesante querelle tra il Gruppo Addamiano e il Comune di Desio, con il primo che ha chiesto un maxi risarcimento danni, si inserisce il Consorzio Desio Brianza.

IL COMUNE vuole trasferirlo dall’attuale vecchia sede di via Galeno in quella del Polo tecnologico, nel capannone di 4mila metri ricevuto dagli Addamiano, i quali si oppongono perché ritengono il profilo del Consorzio troppo basso rispetto a quanto previsto nel progetto originario per il capannone (alta formazione e ricerca in collaborazione con le università, a supporto delle vicine imprese). Incompatibili? «L’eccellenza del Codebri è oggettiva, risaputa, ineccepibile e la struttura è considerata tra le più valide della Provincia - è la replica di via Galeno -. I numeri parlano chiaro: oltre 200 alunni frequentanti, investimenti importanti in attrezzature e macchinari, quasi il 70 per cento dei ragazzi usciti dalla scuola trovano lavoro entro 6 mesi». Non solo: «Lo scorso anno un distruttivo atto vandalico non ha permesso il nostro trasloco - aggiunge il presidente Mariano Piazzalunga -. Ora c’è la preoccupazione che a causa della rivendicazione di interessi di parte al Comune di Desio si creino le condizioni per un altro rinvio e se così fosse sarebbe inaccettabile. Il Consorzio non può sempre pagare il prezzo per circostanze che non dipendono dalle proprie volontà». Anche perché le condizioni della sede attuale (che l’Amministrazione del sindaco Roberto Corti sta cercando di alienare) sono disastrose: «Ogni giorno transitano circa 300 persone e le condizioni non permettono di trascorrere un altro inverno dato l’ammaloramento dell’immobile. Siamo al limite delle condizioni di sicurezza, non possiamo più starci senza correre rischi per il personale, per gli alunni e per i loro docenti».
Ai primi di agosto la Rsu aziendale ha posto al presidente il problema. «Ho risposto che avrei formalizzato al sindaco l’impraticabilità dell’attuale sede e la nostra urgenza di trasferimento presso il Ptb - dice Piazzalunga - non essendoci alternative di altre strutture disponibili. Ricordo che il primo atto istituzionale di assegnazione al Consorzio Desio Brianza dell’immobile comunale è stato emesso circa tre anni fa a firma del Commissario che governava la città prima del sindaco Roberto Corti. Perché da allora sino ad oggi nessuno ha eccepito alcunché?». 

Desio - Gli Addamiano chiedono i danni al Comune

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

IL CONSORZIO Desio Brianza, che a breve lì dovrebbe trasferirsi, non c’entrerebbe nulla con quanto previsto nel progetto iniziale del Polo d’eccellenza, che doveva essere la gemma hi tech incastonata nel Polo tecnologico della Brianza.

COSÌ, crollerebbe tutto il disegno concepito ormai quasi una quindicina di anni fa al momento di riqualificare l’area ex Autobianchi, che prevedeva accanto all’area produttiva del Ptb (attiva da tempo, con centinaia di aziende), un centro di ricerca e sviluppo, in stretto collegamento con le università, per la formazione di dirigenti e la creazione di servizi a supporto delle imprese.
Lo ritiene la proprietà dell’area, gli Addamiano, che nei giorni scorsi ha messo nero su bianco, protocollandola in municipio, una lettera in cui annuncia una richiesta di risarcimento danni multimilionaria nei confronti del Comune. Una missiva pesantissima, che rischia di avere gravi strascichi. Oltre che, se dovesse passare la linea della proprietà, mandare il Palazzo ai limiti della bancarotta. La proprietà annuncia di voler chiedere i danni per lo sconvolgimento dei tempi contrattuali previsti nella convenzione in merito al completamento della palazzina di 4mila metri quadri ceduta al Comune (nell’ambito dell’operazione complessiva che portò al via libera per l’attigua torre di 90 metri, ferma anch’essa da anni). Ritardi dovuti ai continui cambi di idea e direzione da parte delle varie giunte che si sono succedute che, negli anni, hanno ipotizzato di posizionarvi un Consorzio di aziende che realizza videogames, la sede della Guardia di Finanza, la sede provinciale dell’Arpa, un centro di Telemedicina, il Consorzio area alto milanese (Caam) e varie altre realtà. Danni per le maggiori spese di cantiere sostenute, per il deperimento dei materiali stoccati, per il mancato guadagno dei fornitori e via dicendo.
E ancora, danni deriveberrero dalla decisione dell’attuale Giunta di insediare il Consorzio Desio Brianza: scelta che - secondo gli Addamiano - cancella qualsiasi possibilità di realizzare un polo di eccellenza così come previsto nella convenzione iniziale. Da qui, è spiegato nella lettera, un ulteriore grave danno alla proprietà, che si vedrebbe sottratta dell’elemento qualitativo e fondante del proprio progetto di riqualificazione. Di conseguenza, non essendo valorizzati come avrebbero dovuto, gli edifici ceduti al Comune (la palazzina stessa di 4mila metri quadrati e la palazzina liberty ex Autobianchi di 600 metri, che l’Amministrazione vuole alienare per 720mila euro), gli Addamiano ne chiedono la restituzione, in soldoni.

IL DOCUMENTO dunque rischia di frenare ulteriormente una vicenda che affonda le sue origini ormai nel secolo scorso, in un tourbillon infinito di polemiche. Proprio adesso che il Comune vedeva finalmente il traguardo, tanto che negli ultimi mesi ha fatto vari passi avanti approvando il progetto definitivo per il completamento delle opere edili (250mila euro di spesa) nella palazzina per poter far entrare il Consorzio Desio Brianza e assegnando in comodato d’uso allo stesso Consorzio del materiale informatico. E pensare che in una delle delibere di Giunta viene sottolineato che il progetto del Consorzio era «quello più attinente alle linee guida del progetto originario», proprio l’opposto di ciò che affermano gli Addamiano.
Una mossa forte, forse anche un po’ forzata, quella degli imprenditori di Nova Milanese, chiamati ad affrontare un periodo di grave crisi (non a caso, la torre che doveva essere il fiore all’occhiello della Desio moderna è ferma da anni e svetta sulla Brianza come un ecomostro), con le aziende Polo d’eccellenza spa e Polo tecnologico Brianza srl che sono in liquidazione. Adesso si attendono le repliche e le mosse dell’Amministrazione, in una durissima partita a scacchi in cui si potrebbe giocare una buona fetta del futuro della città.

Desio - Il pm chiede otto mesi per Perri. Abuso d'ufficio per lo scambio sulla torre Addamiano

di Stefania Totaro da il Giorno del 23/03

OTTO MESI di reclusione con il rito abbreviato per abuso in atti d’ufficio. È la richiesta di condanna presentata ieri dal pm Donata Costa all’udienza preliminare davanti al giudice del Tribunale di Monza Licinia Petrella per Rosario Perri, l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Desio e dimissionario assessore della Provincia di Monza (quando il suo nome è uscito tra le carte dell’inchiesta «Infinito» sulla ‘ndrangheta in Brianza) già sotto processo al Tribunale di Monza per corruzione insieme all’ex golden boy del Pdl in Brianza Massimo Ponzoni e altri nell’ambito dell’inchiesta sul Pgt di Desio.

IL COMUNE di Desio si è costituito parte civile con l’avvocato Enrico Giarda, che ha chiesto un risarcimento dei danni milionario per l’Amministrazione legato alla mancata realizzazione del progetto in questione: quello della convenzione siglata con il gruppo Addamiano nel 2007, che prevedeva la cessione gratuita del capannone da 4mila metri quadrati del Polo Tecnologico dalla proprietà privata al Comune in cambio del permesso di costruire la torre da 22 piani che ancora giace con il suo scheletro dopo le difficoltà economiche del costruttore. Secondo l’accusa, il documento approvato dal Consiglio comunale nel giugno 2007 risulta diverso rispetto a quello registrato presso il notaio, sottoscritto da Perri. Nell’atto, firmato da Perri per il Comune e da Matteo Addamiano per la proprietà privata nell’agosto 2007, è inserita infatti la clausola di un’ipoteca per 32 milioni di euro. Clausola che invece non compare nel documento approvato dal Consiglio.

A GARANZIA dell’esatto adempimento dell’obbligazione, e cioè della cessione del capannone, la società Polo Tecnologico Brianza si obbligava a produrre una fideiussione per 2 milioni e mezzo di euro. La questione era stata sollevata in aula nel 2010 con un’interrogazione da Lucrezia Ricchiuti, allora consigliere comunale d’opposizione (Pd). Secondo la pubblica accusa, sussiste il reato di abuso in atti d’ufficio perché la convenzione con ipoteca avrebbe procurato vantaggio al privato, nel caso il progetto fosse andato in porto e danni invece all’amministrazione pubblica, che si sarebbe trovata una proprietà gravata da un’ipoteca.

DAL CANTO suo, Rosario Perri, difeso dall’avvocato Raffaele Della Valle, sostiene che è stato il notaio a dichiarare che, per ovviare all’ipoteca, si poteva ottenere la fideiussione in garanzia. E Perri si è limitato a seguire le indicazioni del notaio. La difesa ha quindi chiesto che Perri venga assolto dall’accusa contestata. Il giudice deciderà nella prossima udienza fissata per il 7 maggio.

Monza - Torre maledetta, Perri chiede il rito abbreviato. Presunto abuso in atti d’ufficio

di Stefania Totaro da il Giorno

HA CHIESTO di venire processato con il rito abbreviato per l’accusa di abuso in atti d’ufficio Rosario Perri.
L’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune e dimissionario assessore della Provincia di Monza, sotto processo al Tribunale di Monza per corruzione insieme all’ex golden boy del Pdl in Brianza Massimo Ponzoni e altri nell’ambito dell’inchiesta sul Pgt di Desio, ieri ha presentato tramite i suoi difensori la richiesta di processo abbreviato all’udienza preliminare davanti al giudice monzese Licinia Petrella, che ha rinviato il giudizio al 22 marzo. Il Comune di Desio si è costituito parte civile, nominando l’avvocato Enrico Giarda come legale di fiducia per ottenere un risarcimento dei danni.
Perri è accusato di abuso d’ufficio in merito alla convenzione siglata tra l’Amministrazione comunale desiana e il gruppo Addamiano nel 2007, che prevedeva la cessione gratuita del capannone da 4mila metri quadrati del Polo Tecnologico dalla proprietà privata al Comune per realizzare il Polo universitario di Milano Bicocca, in cambio del permesso di costruire la torre da 22 piani che ancora giace con il suo scheletro incompiuta dopo le difficoltà economiche del costruttore. Secondo l’accusa, il documento approvato dal Consiglio comunale nel giugno 2007 risulta diverso rispetto a quello registrato presso il notaio, sottoscritto da Perri. Nell’atto, firmato da Perri per il Comune e da Matteo Addamiano per la proprietà privata, davanti al notaio Mariconda nell’agosto 2007 è inserita infatti la clausola di un’ipoteca per 32 milioni di euro. Clausola che invece non compare nel documento approvato dal Consiglio comunale. A garanzia dell’esatto adempimento dell’obbligazione e cioè della cessione del capannone la società Polo Tecnologico Brianza si obbligava a produrre una fideiussione per 2 milioni e mezzo di euro.

LA QUESTIONE era stata sollevata in aula nel 2010 con un’interrogazione da Lucrezia Ricchiuti, allora consigliere comunale d’opposizione (Pd) e ora vicesindaco. Dopo la scoperta, anche se erano già trascorsi almeno tre anni e nel frattempo la costruzione della torre era stata iniziata, l’Amministrazione comunale ha deciso di passare alle vie legali, ottenendo una richiesta di rinvio a giudizio dalla Procura. Secondo l’accusa, la convenzione con ipoteca avrebbe infatti procurato vantaggio al privato e danni invece all’amministrazione pubblica.

DAL CANTO SUO, la difesa di Rosario Perri sostiene che sarebbe stato il notaio a dichiarare che, per ovviare all’ipoteca, si poteva ottenere la fideiussione in garanzia. Una fideiussione, però, sostiene l’avvocato Giarda che rappresenta il Comune di Desio, che era coperta da un’assicurazione estera e che quindi, in caso di necessità, sarebbe stato anche difficile recuperare. Ora la decisione sulle sorti giudiziarie di Rosario Perri spetta al giudice dopo il processo con il rito abbreviato scelto dall’imputato.
stefania.totaro@ilgiorno.net

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