camorra

Sudan-Somalia: camorra, armi e terrorismo

di Vincenzo Iurillo da il Fatto quotidiano

 C’è un filo che lega il clan dei Casalesi a un traffico d’armi internazionale in paesi dove vige l’embargo e dove non si potrebbe esportare nemmeno un proiettile per l’alta conflittualità interna. Un filo che collega faccendieri nel ramo elicotteri e componentistica militare, e reclutatori di mercenari da inviare nell’Africa lacerata dalle guerre intestine, fino a sfiorare ambienti del terrorismo in Somalia. E’ il filo teso dal l’inchiesta della Dda di Napoli, curata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dai sostituti Catello Maresca e Maurizio Giordano, dai contorni emersi nei 30 decreti di perquisizione eseguiti ieri all’alba dal Gico di Venezia in 11 regioni con accuse di associazione a delinquere.

IL MAGGIOR NUMERO degli indagati si concentra nel Veneto. Gli investigatori hanno frugato nei cassetti di un ex ambasciatore italiano in Armenia, un ambasciatore straniero in carica di un paese africano (che ha opposto alle perquisizioni le guarentigie del ruolo), ex alti ufficiali dell’Esercito ed Andrea Pardi, l’amministratore di “S ocietà Italiana Elicotteri”, legata ad Agusta Westland, con sede a Roma. Pardi a ottobre è stato definito dalla redazione di Report “noto per aver tentato in passato di vendere elicotteri all’Iran ”. L’i mprenditore aveva appena picchiato e provato a distruggere la telecamera di uno degli inviati di Milena Gabanelli, Giorgio Mottola, che si era recato nella sede romana per fare domande sugli affari della società.

L’INCHIESTA ha preso il via dalle tracce seminate da un personaggio ritenuto vicino ai clan camorristici del Casertano, Francesco Chianese. L’imprenditore si sarebbe reinventato una carriera come addestratore in campi militari dell’Africa. Si sospetta inoltre che alcuni faccendieri veneti si siano riforniti di armi grazie ai Casalesi. Nel giro, un napoletano con precedenti per traffico d’armi, con il ruolo di mediatore di affari. Le armi e la componentistica in vendita sarebbero per lo più di fabbricazione italiana, compresi i quattro elicotteri da combattimento venduti in Armenia. Il traffico d’armi avrebbe toccato anche Nigeria, Somalia, Sudan, Libia, Iran e altri paesi sottoposti a embargo. E tra gli oltre 50 indagati c’è un somalo legato ad ambienti terroristi islamici. Sono queste le tracce di un lavoro investigativo che nelle ultime settimane si è accelerato dopo la messa in onda di reportage televisivi sul fenomeno del traffico clandestino d’a rm i. Un lavoro che punta a scoprire quali sono i canali e i mezzi utilizzati per aggirare gli embarghi e lucrare sulle tante guerre in Africa.

L'antimafia docile e oscurantista ("C’è un’Antimafia finta che fa solo affari [..] non basta dire «la mafia fa schifo» ")

di Attilio Bolzoni da la Repubblica

Da quando esiste — una cinquantina d’anni ufficialmente — non è mai stata così ubbidiente, cerimoniosa e attratta dal potere. Più attenta all’estetica che all’etica, l’Antimafia sta attraversando la sua epoca più oscurantista. Proclami, icone, pennacchi, commemorazioni solenni e tanti, tanti soldi. C’è un’Antimafia finta che fa solo affari e poi c’è anche un’Antimafia ammaestrata. Ne è passato di tempo dalle uccisioni di Falcone e Borsellino e il movimento, che era nato subito dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e che aveva trovato nuova forza dopo le stragi del 1992, sopravvive fra liturgie, litanie e un fiume di denaro.

Tutto ciò che conquista lo status di antimafia «certificata» si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in contributi per «vivere la neve» (naturalmente con legalità), in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio. È un’Antimafia sottomessa. Soggetta all’altrui benevolenza e alla concessione di un generoso Pon (Programma operativo nazionale Sicurezza e Sviluppo, ministero dell’Interno) o di somme altrettanto munificamente elargite dalla Pubblica Istruzione, la sua conservazione o la sua estinzione è decisa sempre in altro luogo. Così il futuro di un circolo intitolato a un poliziotto ucciso o a un bambino vittima del crimine, di uno “sportello” anti-usura, di un “Osservatorio” sui Casalesi o sui Corleonesi, di un Museo della ‘Ndrangheta, è sempre appeso a un filo e a un “canale” che porta a Roma.

C’è chi chiede e chi offre. Il patto non scritto è non disturbare mai il potente del momento. Addomesticata, l’Antimafia è diventata docile e malleabile. È un’inclinazione che naturalmente non coinvolge tutte le associazioni (anche se, in più di un’occasione, lo stesso don Ciotti ha strigliato i suoi per una certa inadeguatezza di conoscenza e un conformismo che si è diffuso dentro Libera), ma gran parte dell’Antimafia sociale ormai è in perenne posa, immobile, come in un fermo immagine a santificare “eroi” e a preoccuparsi di non restare mai con le tasche vuote.

È un’Antimafia consociativa. Dipendente da quella governativa che presenzia pomposamente agli anniversari di morte, che organizza convegni alla memoria, che firma convenzioni e protocolli con gli amici che sceglie a suo piacimento sui territori. A parte il caso estremo del presidente di Sicindustria Antonello Montante — indagato per concorso esterno, a capo di una consorteria che ha occupato ogni luogo decisionale della Regione, comprese quelle camere di commercio siciliane dove è stato appena arrestato il suo vice Roberto Helg per una tangente di 100mila euro — e a parte gli inevitabili approfittatori o i saltimbanchi che girano l’Italia come al seguito di un circo, la questione che stiamo dibattendo è molto più seria e profonda proprio perché è quasi l’intero movimento antimafia che si è svilito.

In questo clima felpato e silenziato anche il fronte giudiziario ha perso molte delle sue energie. Se si escludono singoli magistrati, anche capi degli uffici — a Roma, Reggio Calabria, in Sicilia, a Milano, a Bologna — in troppi guardano molto al passato e poco al presente, alla faccia nuova del crimine. C’è difficoltà nell’intercettare le evoluzioni del fenomeno e nell’analisi.

Qualche giorno fa, la relazione annuale (periodo dal 1 luglio 2013 al 30 giugno 2014) del procuratore nazionale Franco Roberti non ha offerto un solo spunto originale, fra 727 pagine neanche qualche riga dedicata al mutamento dei rapporti delle mafie con la politica e con i poteri economici sospetti. Una relazione innocua. Unico «scatto» il riferimento ai silenzi della Chiesa (dimenticando gli effetti clamorosi nelle diocesi dopo il viaggio di Papa Francesco in Calabria dell’anno scorso) che ha provocato la reazione di Nunzio Galantino, il segretario della Conferenza Episcopale Italiana: «Procuratore, questa volta ha toppato».

È un’Antimafia sempre più cauta. Soprattutto quando si avvicina dalle parti del Viminale. Dopo Claudio Scajola (arrestato per concorso esterno) e dopo Annamaria Cancellieri (in rapporto trentennale intenso con una delle famiglie di più cattiva reputazione del capitalismo italiano) è arrivato dalla Sicilia Angelino Alfano. È uno di quelli che insieme al suo grande amico Totò Cuffaro (arrestato per mafia) rivendicò a Palermo la paternità dello slogan «la mafia fa schifo».

È sempre stato legatissimo al Cavaliere Silvio Berlusconi (sotto sospetto permanente di legami con Cosa Nostra attraverso Marcello Dell’Utri) fin da quando è entrato in Parlamento. È lui che qualche settimana fa ha ancora fortissimamente voluto Antonello Montante (indagato per mafia) all’Agenzia nazionale per i beni confiscati. La domanda rischia di scivolare nella banalità: come si combina la tanto sbandierata (e crediamo sincera) fede antimafia del ministro Alfano con quei rapporti politici e personali così stretti, con un’intimità così spinta verso personaggi che a svariato titolo e nelle più diverse situazioni non hanno certo titolo per vantare titoli antimafia realisticamente cristallini (Cuffaro e Berlusconi) o ricoprire incarichi istituzionali (Montante)?

Ministro Alfano, non basta dire «la mafia fa schifo».

L’Antimafia ormai è materia sfuggente o addirittura materia d’indagine, come dimostrano negli ultimi giorni e negli ultimi mesi i “paladini” finiti in carcere o invischiati in losche faccende. Come fa a non saperlo anche Alfano che nell’ottobre del 2013 ha voluto portare a Caltanissetta — la città dove Montante ha il suo quartiere generale — il comitato nazionale di ordine pubblico e sicurezza? In Sicilia non accadeva dai giorni delle stragi Falcone e Borsellino. Cosa è avvenuto, nel centro Sicilia, di così straordinario o di così drammatico per far arrivare capo della polizia, comandanti di Arma e Finanza, i direttori dei servizi di sicurezza? Nulla, assolutamente nulla. Ma anche lì, a Caltanissetta, serviva un bollo, uno di quei “certificati” per dichiarare quella città capitale dell’Antimafia. “Zona franca per la legalità” d’altronde l’aveva già battezzata il governatore Raffaele Lombardo, uno condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi per reati di mafia. Ecco perché, fra tanti travestimenti e ambiguità o semplici equivoci, forse è arrivato il momento di una riflessione su cos’è l’Antimafia e dove sta andando.

Milano - Festival dei beni confiscati. Bici, moda etica e volontari negli ex locali dei boss

di Alessandro Coppola da il Corriere della sera

Magliette, felpe, tazze con un logo speciale. Per la produzione e la vendita, il vecchio negozio a due passi da piazza Piola risulta perfetto. Era un tassello dell’impero milanese dell’anziano barista usuraio Aldo Tempera, che al ritmo del 65 per cento annuo sui prestiti aveva accumulato in città e nel resto d’Italia 74 appartamenti. Adesso sarà lo spazio di lavoro di tre ragazzi ex detenuti, che stamperanno T-shirt e disegneranno ceramiche, a cura della Cooperativa Angelservice e del Carcere minorile Beccaria. Confiscato (con sentenza definitiva), quindi acquisito dal Comune, infine assegnato con l’ultimo bando, chiuso a luglio. E’ la tranche più recente dei progetti che nasceranno su immobili sottratti alla criminalità: otto nuovi percorsi di riutilizzo sociale che partiranno a breve, e che si aggiungeranno ai 143 attualmente in corso. Una foresteria per giovani del servizio volontario europeo, in via Clusone 6 (Associazione Joint). Un centro per neo-maggiorenni con problemi psichici, in corso Lodi 59 (Anteo Onlus). Un appartamento di pregio, che è stato proprietà di un sedicente medico che iniettava botox illegale, trasformato in rifugio per donne sole con bambini, in viale Majno 3 (Saman Onlus). Un centralino che risponde in aiuto di anziani maltrattati, in via Meda 47 (Associazione Telefono Donna). Il sostegno all’adozione internazionale, compresi corsi di spagnolo e di russo, in via Melzi D’Eril 44 (S.O.S Bambino).

Un punto d’appoggio per genitori che non riescono a occuparsi dei figli, in via Riva di Trento 1 (Cooperativa Minotauro). E poi due progetti per giovani venuti fuori dall’esperienza devastante del carcere: il laboratorio di via Vallazze (vicino a Piola) recuperato dall’usuraio, e una ciclofficina sociale, in via Paisiello 5, che era una base di spaccio e che ora, invece, funzionerà sotto la guida di un «mastro biciclettaio », a cura dell’Associazione Gruppo Volontari. L’anno prossimo, al quarto appuntamento con il Festival dei beni confiscati, potrebbero essere inseriti nel percorso dei progetti da visitare. Ieri, intanto, s’è conclusa la terza edizione, da giovedì a domenica, tavole rotonde, eventi, spettacoli, dichiarazioni d’intenti. È venuta la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, ha parlato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti. Il padrone di casa, l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, ha preso nota e ora fa una riflessione finale: «Il governo sui beni confiscati creda di più nelle città». Soprattutto, in tempi di crisi.

Tre messaggi per Roma, allora, nell’ultima giornata di festeggiamenti. «Come ha chiesto anche Ciotti — rilancia l’assessore —, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assuma la questione come cruciale, e non la lasci, come è adesso, a una sottostruttura del ministero dell’Interno». Secondo: «Non si ha certezza delle risorse a disposizione». È indispensabile fare chiarezza anche sulla possibilità di mettere a reddito parte dei beni. Terzo, collegato ai primi due: «L’Agenzia nazionale sia più snella, più veloce, torni allo spirito originario di facilitare la vita ai gestori ». Oggi, invece, è allo stallo. Da Milano si avanza una proposta, infine: un ulteriore trasferimento di responsabilità alle amministrazioni locali. «Le città hanno dimostrato che possono gestire da sole l’enorme ricchezza dei beni confiscati — conclude Majorino —, assieme certo al terzo settore. Sono una risorsa eccezionale»

Monza - Processo Briantenopea. «Antonicelli era in affari col boss»

di Stefania Totaro da il Giorno

«GIOVANNI ANTONICELLI referente nella pubblica amministrazione per il gruppo criminale di Giuseppe Esposito».
Così hanno definito ieri i carabinieri l’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ambiente imputato di associazione per delinquere perché accusato di voto di scambio insieme a Giuseppe Esposito, il pregiudicato soprannominato Peppe ’o Curt, ritenuto boss della camorra trapiantato a Monza che per questa vicenda è già stato condannato a 14 anni e mezzo di reclusione con il rito abbreviato. I militari dell’Arma monzese titolari dell’inchiesta «Briantenopea», coordinata dal pm Salvatore Bellomo, sono stati sentiti come testimoni ieri all’entrata nel vivo del processo al Tribunale di Monza che vede Antonicelli e altre 16 persone imputate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata a una serie di reati come usura, estorsione, rapine, spaccio di droga, riciclaggio di denaro, furti, falsificazione e spendita di banconote false, clonazione di carte di credito e anche ricettazione di abbigliamento con le griffe contraffatte. Antonicelli, che era stato arrestato un anno fa (tornando in libertà dopo 4 mesi di carcere e 2 mesi di arresti domiciliari) e che è tornato ai domiciliari da dicembre per corruzione per l’inchiesta «Clean City» sulle tangenti pagate dalla Sangalli per ottenere gli appalti sui rifiuti, deve rispondere di avere fornito a Giuseppe Esposito lavori nell’edilizia per le case comunali in cambio di appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini della presunta organizzazione criminale. Tesi confermata in aula dagli inquirenti.

«ANTONICELLI contava su un bacino di voti portati dall’organizzazione criminale di Esposito estremamente importante nelle elezioni comunali monzesi e in cambio Esposito otteneva lavori pubblici attraverso la società Pi.Gi.Emme di cui era amministratore di fatto. Il loro rapporto è provato dagli incontri e dalle conversazioni tra loro e con membri del gruppo criminale in cui i toni sono molto confidenziali». I carabinieri hanno poi ripercorso le tappe che hanno portato alle indagini. «Tutto nasce da alcune rapine che fanno emergere alcuni membri dell’organizzazione criminale e si scopre che dietro le rapine c’era un grosso debito di droga da parte di Esposito, che era alla base del gruppo dedito anche ad altri reati come l’usura, l’estorsione e la contraffazione. La clonazione delle carte di credito consentiva invece al gruppo di ottenere riserve di denaro. L’organizzazione era dedita anche al riciclaggio di banconote macchiate provento di rapine o furti». Si torna in aula il 7 maggio con altre testimonianze.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Milano - Mafia, inutilizzati i 63 manager che risanano le aziende confiscate

di Alessandra Coppola da il Corriere della sera

I lavoratori della LA.RA. Srl potevano essere salvati. La società aveva una sua solidità e una lunga esperienza nel controllo degli impianti nella base militare Usa di Sigonella. Per portare avanti l’attività, c’era pure un piano di gestione preparato da un gruppo di manager formati proprio qui, a Milano. Invece, dopo la confisca, l’azienda s’è spenta e i venti dipendenti sono in cassa integrazione. È una storia che riguarda tutto il Paese: 1.708 società confiscate alla criminalità in Italia, 223 nella nostra regione, 110 soltanto nel perimetro di Milano. E di tutte queste, dalla Sicilia alla Lombardia, appena una sessantina resta in piedi. Dei mille problemi della gestione dei beni sottratti ai mafiosi rimane il numero uno: come salvarle da un destino certo di fallimento? Paola Pastorino e i suoi 62 colleghi un’idea ce l’hanno: «Chiedeteci aiuto, per recuperare queste imprese servono le nostre competenze». Che a breve saranno raggruppate in un elenco speciale, il primo in Italia: l’associazione professionale «Manager white list». Sottotitolo: «Un ponte tra le istituzioni e la redditività dei beni sequestrati e confiscati».

Non è una richiesta di soldi: «Per noi è anche una questione etica, in molti siamo disposti a farlo anche pro bono. O comunque a essere pagati solo dopo aver portato guadagni ». L’idea all’origine l’avevano avuta Assolombarda e Aldai (le associazioni delle imprese e dei dirigenti), che alla fine del 2011 avevano siglato una convenzione con l’Anbsc, l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati: un progetto per la formazione di esperti nel salvataggio di questo tipo di società. Che hanno problemi specifici. Spesso sono mere «lavanderie», scatole vuote con l’unico obiettivo di riciclare soldi, impossibili da recuperare.

Di frequente, stanno sul mercato grazie al doping mafioso, che tra minacce, contratti in nero e crediti «agevolati», sbaraglia la concorrenza: quando vengono «liberate» perdono la spinta aggiuntiva, s’appesantiscono per i costi che il passaggio alla legalità richiede, e affondano. «Non tutte è possibile salvarle, è vero — ammette Paola Pastorino —, ma noi, per esperienza vissuta sulla nostra pelle, sentiamo l’odore delle aziende: se c’è trippa o è un giro di carte. In quest’ultimo caso, non c’è nessun interesse a mantenerle in vita. Ma se c’è sostanza, perché non provare?».

Il gruppo dei 63 è stato addestrato per questo. Selezionati al principio del 2012 su oltre 260 dirigenti, hanno frequentato dei corsi concentrati nei fine settimana da febbraio a luglio 2012, sono stati divisi in squadre e hanno anche lavorato su 14 casi specifici, compilando dei report messi poi a disposizione dell’Agenzia e degli amministratori giudiziari. Risultati? Nessuno. I dossier sono rimasti nei cassetti, i 63 — che son tutti professionisti di lunga esperienza, età media cinquant’anni — son tornati alle proprie scrivanie. E l’ipotesi originaria che gli amministratori ai quali i tribunali affida la gestione delle società confiscate potessero utilizzarli come coadiutori non si è mai realizzata.

Eppure, nel dibattito che di recente si è riaperto sulla gestione dei beni sottratti alle mafie tutti — magistrati, politici, tecnici, forze dell’ordine, terzo settore — hanno ribadito che il buco nero è qui, nella vicenda delle aziende. Pochi giorni fa, in un seminario alla Bocconi, il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha sottolineato il «fallimento dello Stato», conseguenza della chiusura delle imprese che sono state criminali e della perdita di posti di lavoro: «Rischia di ingenerare la convinzione che quando il bene era gestito dal mafioso funzionava, quando è nelle mani dello Stato, va in malora».

Viene in mente, qui nei paraggi, il caso della Blue Call di Cernusco sul Naviglio, impresa di servizi che al sequestro nel 2012 ha un’apparenza florida e oltre 300 dipendenti: spolpata dai soci di‘ndrangheta, s’è avviata presto alla liquidazione. «Per queste operazioni di salvataggio, un amministratore giudiziario non basta — continua Pastorino —: senza nulla togliere alla loro professionalità, si tratta nella maggior parte di casi di un commercialista, che in un’azienda è abituato a controllare i conti, a fare il bilancio, ad avere una visione numerica».

In base ai calcoli, queste imprese confiscate sembrano spesso irrecuperabili. L’approccio di Paola e dei colleghi della sua «white list», invece, è diverso. «Se c’è valore in un’azienda — spiega — lo capisci parlando con i dipendenti, valutando il tipo di prodotti o di servizi, il portafoglio clienti, la collocazione sul territorio ».

Il suo caso di studio, per esempio, è il Moonlight. Un motel confiscato — dunque di proprietà dello Stato — che funziona ancora a ore sulla strada provinciale Binasco- Melegnano, nel Comune di Siziano, provincia di Pavia. Amministrazione giudiziaria, dipendenti che non hanno alcuna relazione con il criminale proprietario, al quale è stato sottratto, attività lecita e totalmente regolare. Il Moonlight, però, apre un bel dilemma, irrisolto, nella gestione dei beni ex mafiosi: è un caso raro di azienda che funziona ancora, anzi con una redditività in crescita, ma in un settore che è quanto meno imbarazzante per un bene dello Stato. Come si fa? Pastorino e i colleghi della sua équipe hanno studiato un progetto per trasformarlo in un albergo di tre, anche quattro stelle. L’ha preso in considerazione qualcuno? La risposta, di nuovo, è no.

Monza - Briantenopea. Peppe ’o Curt, i testi non si presentano

di Stefania Totaro da il Giorno del 19/11

UNA PARTE OFFESA è irreperibile e l’altro non si è presentato ed è stato convocato per la prossima udienza.
Queste assenze hanno fatto slittare al prossimo lunedì il processo con il rito abbreviato (condizionato a sentire le presunte vittime di estorsione e rapina per dimostrare che lui con questi reati non c’entra nulla) chiesto da Giuseppe Esposito, detto Peppe ’o Curt, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della camorra napoletana dei Gionta-Mariano trapiantato a Monza, arrestato nel marzo scorso nell’operazione «Briantenopea» insieme all’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ecologia Giovanni Antonicelli. Esposito, ancora detenuto in carcere, aveva chiesto che venissero sentiti ieri alla ripresa dell’udienza preliminare davanti al giudice del Tribunale di Monza Patrizia Gallucci che lo vede imputato a vario titolo insieme ad altre 53 persone di associazione per delinquere finalizzata a una serie di episodi di usura, estorsione, rapina, riciclaggio di denaro, spaccio di cocaina, furto, ricettazione, falsificazione di abbigliamento, spendita di banconote false e reati contro la pubblica amministrazione insieme all’ex assessore all’Ecologia e al Patrimonio del Comune di Monza Giovanni Antonicelli (che è tornato in libertà dopo 4 mesi di carcere e 2 di arresti domiciliari e ha scelto invece il processo ordinario aggiornato al 21 gennaio).

SECONDO l’accusa, Peppe ’o Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali da Antonicelli e l’ex assessore in cambio otteneva dal boss gli appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale. Ma Peppe ’o Curt respinge questa accusa e anche le altre più infamanti: «Ammetto la clonazione delle carte di credito e la contraffazione dell’abbigliamento griffato, ma non c’entro niente con le rapine e le estorsioni e il mio rapporto con l’ex assessore era soltanto un normale rapporto di lavoro».

INTANTO il bilancio dell’udienza preliminare vede 26 patteggiamenti e 12 richieste di processo con il rito abbreviato (soltanto Esposito ha chiesto l’abbreviato condizionato alle testimonianze), mentre altri 8 processi con il rito abbreviato si terranno davanti a un altro giudice per le udienze preliminari monzese, Alfredo De Lillo, e altri 2 imputati saranno invece processati per competenza dal Tribunale di Napoli perché i reati a loro contestati sono stati commessi in quel territorio. A questi imputati se ne aggiungono altri 19 (tra cui Giovanni Antonicelli) che verranno processati con il processo ordinario al Tribunale di Monza. L’inchiesta del pm Salvatore Bellomo conta infatti in totale 67 imputati.
Stefania Totaro
stefania.totaro@ilgiorno.net

Roma, i boss contro Abbate “Stai attento, c’è chi spara”. Le minacce al cronista dell'Espresso

di Marco Lillo da il Fatto quotidiano

Lirio Abbate si conferma il giornalista più minacciato d’Italia. Stavolta non è la mafia siciliana, né la ‘ndrangheta a impensierire gli uomini che lo scortano 24 ore su 24 da 6 anni. Bensì la mala che domina sulla Capitale. In particolare la Squadra Mobile di Roma sta indagando da mesi su una pista segnalata da un anonimo molto dettagliato: “Lirio Abbate deve stare attento a Riccardino l'albanese, uno dal quale dipende gente che spara”. La segnalazione risale all’estate scorsa ma emerge solo ora perché Riccardino, all’anagrafe Arben Zogu, 40 anni, il 29 ottobre è stato arrestato insieme a Mario Iovine e ad altre 12 persone legate al clan dei casalesi.

L’arresto è stato chiesto e ottenuto dai pm della Dda di Napoli, Antonello Ardituro e Alessandro Milita, che stavano indagando su altre vicende. L’indagine del Gico della Guardia di Finanza di Roma riguarda l’associazione a delinquere di campani e albanesi che era riuscita a imporre le proprie slot machine nei bar di Acilia e Ostia. I ‘casalesi’ mentre erano intercettati facevano riferimento al loro asso nella manica: due albanesi svelti di mano. Il primo era Orial Zogu, campione italiano dei mediomassimi nel 2012; il secondo, che sfrecciava sul suo T-Max insieme al pugile supertatuato, era proprio Zogu, detto anche Riccardino o Ricky. Per il Gip di Napoli che ne ha disposto l’ar - resto “era uno degli albanesi da chiamare nel caso in cui sia necessario procedere ad azioni di forza, ad esempio le spedizioni punitive (...) Ricky viene esplicitamente indicato tra coloro che, insieme con Orial, ha aiutato a sconfiggere la banda di rumeni che rubavano”. Secondo la segnalazione anonima Riccardino l’albanese si interessava ad Abbate. Quando viene recapitata i giornali non avevano mai parlato del suo ruolo di picchiatore né del legame con i casalesi, né soprattutto con Michele Senese, un boss finito in carcere a giugno.

A RENDERE INQUIETANTE il messaggio anonimo sulla minaccia contro Abbate è il fatto che la colpa del giornalista – se - condo la segnalazione – sarebbe proprio l’inchiesta di copertina pubblicata da L’Espress o nel dicembre del 2012: “I quattro re di Roma”. Come spesso gli capita, Abbate non si limitava a riprodurre nella sua inchiesta le indagini dei magistrati ma andava oltre. Grazie a un autonomo approfondimento giornalistico sul campo disegnava una mappa aggiornata con nomi, cognomi e sfere di influenza sul crimine romano, puntando il faro su personaggi pesanti ma a piede libero. Uno dei quattro re di Roma era Michele Senese, detto ‘O pazzo. Poco dopo il suo arresto arriva la segnalazione che mette in guardia gli inquirenti sul pericolo attuale corso da Abbate a causa delle sue inchieste sui re di Roma. L’anonimo metteva in guardia Abbate proprio rispetto all’albanese Riccardino, che operava nella zona di Ponte Milvio e che aveva incaricato i suoi uomini, “gente che spara” di pedinare il giornalista. La Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone e la Squadra Mobile guidata da Renato Cortese hanno preso sul serio la segnalazione perché nelle conversazioni intercettate nell’indagine sulla criminalità di Ostia (che porteranno all’arresto di un altro ‘re di Roma’: Carmine Fasciani) un boss del litorale parlava di Zogu come di un soggetto vicino proprio a Michele Senese. Al punto che, quando il clan Triassi di Ostia vuole capire chi sia l’autore di un attentato si rivolge proprio a Riccardino e Michele Senese.

LE INDAGINI non hanno trovato per ora riscontri alle affermazioni dell’anonimo e non ci sono indagati in questo fascicolo. Certo l’allerta resta molto alta perché, se la minaccia era vera a luglio, l’arresto dell’albanese a ottobre di per sé non l’ha fatta cessare. Altri potrebbero portare a termine il medesimo piano e la Polizia sta con gli occhi ben aperti. Per Abbate non è una novità: persino il capo dell’ala stragista di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella, se l’era presa con lui criticando dal carcere il suo lavoro quando Lirio era all’Ansa di Palermo. Dal 2007, quando scrisse un libro sui rapporti mafia-politica insieme a Peter Gomez (I complici , edito da Fazi) l’inviato dell’Espress o vive sotto scorta. La Polizia sventò un attentato davanti alla sua casa di Palermo e da allora il dispositivo di protezione per lui è la tutela di due uomini con auto blindata prevista per il livello di rischio tre. Dopo l’arrivo dell’anonimo nell’estate scorsa il comitato provinciale per l'Ordine e la sicurezza di Roma ha affrontato la questione in una riunione urgente per riorientare la protezione verso la nuova minaccia.

Monza - Estorsioni e rapine Peppe ’o Curt vuole i testimoni

di Stefania Totaro da il Giorno 

UN PROCESSO con il rito abbreviato condizionato a sentire le presunte vittime di estorsioni e rapine per dimostrare che lui con questi reati non c’entra nulla.
È la richiesta presentata da Giuseppe Esposito, detto Peppe ’o Curt, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della camorra napoletana dei Gionta-Mariano trapiantato a Monza, arrestato nel marzo scorso nell’operazione «Briantenopea» insieme all’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ecologia Giovanni Antonicelli.
Esposito, ancora detenuto in carcere, ha deciso di presenziare ancora ieri alla ripresa dell’udienza preliminare davanti al giudice del Tribunale di Monza Patrizia Gallucci che lo vede imputato a vario titolo insieme ad altre 53 persone di associazione per delinquere finalizzata a una serie di episodi di usura, estorsione, rapina, riciclaggio di denaro, spaccio di cocaina, furto, ricettazione, falsificazione di abbigliamento, spendita di banconote false e reati contro la pubblica amministrazione insieme all’ex assessore all’Ecologia e al Patrimonio del Comune di Monza Giovanni Antonicelli (che è tornato in libertà dopo 4 mesi di carcere e 2 di arresti domiciliari e ha scelto invece il processo ordinario aggiornato al 21 gennaio). Secondo l’accusa, Peppe ’o Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali da Antonicelli e l’ex assessore in cambio otteneva dal boss gli appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale. Ma Peppe ’o Curt respinge questa accusa e anche le altre più infamanti: «Ammetto la clonazione delle carte di credito e la contraffazione dell’abbigliamento griffato, ma non c’entro niente con le rapine e le estorsioni e il mio rapporto con l’ex assessore era soltanto un normale rapporto di lavoro».

IERI il giudice ha iniziato a prendere in esame una quindicina di richieste di patteggiamento concordate con il pm Salvatore Bellomo, titolare dell’inchiesta che aveva portato in carcere 35 persone e che riguarda complessivamente 67 indagati e un centinaio di capi di imputazione. Poi in aula si è passati alle richieste di rito abbreviato condizionato, come quella presentata da Giuseppe Esposito, difeso dall’avvocato Attilio Villa. Con Esposito un’altra mezza dozzina di imputati ha presentato la stessa richiesta mentre i restanti saranno processati con un rito abbreviato semplice. Si torna in aula lunedì prossimo e un calendario fitto di altre udienze è già stato fissato, ma solo alla fine di febbraio il giudice si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Monza - Antonicelli rischia il fallimento. Per la sua impresa

di Stefania Totaro da il Giorno

RISCHIO di fallimento per l’impresa edile di Giovanni Antonicelli. È infatti saltata l’adunanza dei creditori fissata per il 24 settembre dal Tribunale di Monza, che aveva ammesso al concordato preventivo la «Edilizia lombarda» di Monza dell’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ecologia, arrestato nel marzo scorso per associazione per delinquere insieme a Giuseppe Esposito, il pregiudicato ritenuto boss della camorra napoletana trapiantato a Monza, e che è tornato in libertà dopo 4 mesi di carcere e 2 mesi di arresti domiciliari. I giudici della sezione fallimentare hanno firmato il provvedimento di ammissione al concordato preventivo della società lo scorso marzo e l’altro giorno doveva tenersi l’adunanza dei creditori, che però è saltata. L’ipotesi è che nel frattempo il commissario giudiziale che segue le sorti della società abbia espresso dubbi sulla credibilità del piano di rientro dai debiti, che ammonterebbero a circa 1 milione di euro, presentato dall’amministratore unico della «Edilizia lombarda», che non risulta lo stesso Antonicelli, anche se l’ex assessore è socio unico dell’attività imprenditoriale. Un’altra udienza è stata fissata dal giudice Mirko Buratti per decidere le sorti dell’impresa edile.

IL 2 OTTOBRE Antonicelli sarà processato per avere fornito a Giuseppe Esposito lavori nell’edilizia per le case comunali in cambio di appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini della presunta organizzazione criminale. L’ex assessore ha scelto il dibattimento, mentre Esposito verrà processato con il rito abbreviato il 14 ottobre. Ma le sventure per Giovanni Antonicelli sembrano non finire qui: questa indagine penale è relativa soltanto a una prima parte dell’inchiesta, che è destinata ad arricchirsi di un secondo troncone per l’ipotesi di reato di corruzione ancora in corso sulla gestione degli appalti da parte di Antonicelli nel suo ruolo di assessore al Comune di Monza e che si annuncia ancora più clamorosa. Sono mesi infatti che il pm Salvatore Bellomo sta lavorando insieme agli uomini della Guardia di Finanza di Monza per fare luce su questa ipotesi.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Monza, torna in libertà l’ex assessore Antonicelli

di Marco Galvani da il Giorno del 15/09

È TORNATO in libertà Giovanni Antonicelli. Ieri il Tribunale ha comunicato all’ex assessore monzese a Patrimonio ed Ecologia la revoca anche degli arresti domiciliari, concessi il 5 luglio scorso dopo 5 mesi di detenzione nel carcere di Varese. Antonicelli, quindi, affronterà da uomo libero il processo con rito ordinario che inizierà a ottobre. Assessore in quota Pdl nella Giunta che ha guidato la città fino al 2012, era stato arrestato il 4 marzo scorso insieme - fra altri 43 finiti in manette in Lombardia nell’ambito dell’operazione Briantenopea - a Giuseppe Esposito, il pregiudicato ritenuto boss della camorra napoletana trapiantato a Monza, su ordine di custodia cautelare in carcere chiesto dal sostituto procuratore monzese Salvatore Bellomo e firmato dal gip monzese Claudio Tranquillo. Antonicelli deve rispondere di associazione per delinquere, ma non di stampo mafioso perché secondo gli inquirenti la presunta organizzazione criminale faceva sì capo a Esposito, chiamato Peppe ‘o Curt, ma non era legata alla forza intimidatrice o a una struttura di affiliazione, bensì al «dare per avere»: Peppe ‘o Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali dall’ex assessore che, in cambio, beneficiava degli appoggi elettorali del boss con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale. Un filone, questo, relativo a una prima parte dell’inchiesta destinata ad arricchirsi di un secondo troncone ancora in corso sulla gestione degli appalti da parte di Antonicelli nel suo ruolo di assessore al Comune di Monza e su cui il pm Salvatore Bellomo sta lavorando insieme agli uomini della Guardia di Finanza di Monza.

Monza - Camorra. Fuori dopo 4 mesi Antonicelli va ai domiciliari

di Stefania Totaro da il Giorno del 06/07

ARRESTI DOMICILIARI per Giovanni Antonicelli. L’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ecologia arrestato insieme a Giuseppe Esposito, il pregiudicato ritenuto boss della camorra napoletana trapiantato a Monza, è stato scarcerato dopo quattro mesi dietro le sbarre. A concedere gli arresti domiciliari ad Antonicelli è stato il Tribunale del Riesame di Milano a cui la difesa dell’ex assessore ha presentato ricorso in appello contro il no alla scarcerazione deciso dal gip del Tribunale di Monza Claudio Tranquillo. Secondo i giudici milanesi contro Antonicelli sussistono ancora i gravi indizi di colpevolezza, ma non più le esigenze di custodia cautelare in carcere. Perché la Procura di Monza ha chiesto il giudizio immediato e il processo davanti al Tribunale di Monza è già stato fissato a ottobre. Quindi non sussistono più il pericolo di reiterazione dello stesso reato e di inquinamento delle prove. A differenza della stragrande maggioranza degli imputati, Antonicelli non ha presentato richiesta di riti alternativi. Quindi sembra pronto ad affrontare il dibattimento per cercare di dimostrare la propria innocenza.
Antonicelli era stato arrestato il 4 marzo scorso su ordine di custodia cautelare in carcere chiesto dal sostituto procuratore monzese Salvatore Bellomo e firmato dal gip monzese Claudio Tranquillo. La difesa dell’ex assessore aveva chiesto l’interrogatorio al pm e poi aveva presentato l’istanza di scarcerazione al giudice, che l’aveva respinta. Era allora stato presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano, che aveva a sua volta risposto picche. Allora era scattato il ricorso in appello contro il rifiuto del gip, che invece questa volta è stato accolto.

GIOVANNI ANTONICELLI è accusato insieme a Giuseppe Esposito di associazione per delinquere, ma non di stampo mafioso perché secondo gli inquirenti la presunta organizzazione criminale faceva sì capo a Peppe ’o Curt, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della camorra napoletana dei Gionta-Mariano, ma non era legata alla forza intimidatrice o a una struttura di affiliazione, bensì sul «dare per avere»: Peppe ’o Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali dall’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ambiente Giovanni Antonicelli, ma lui in cambio otteneva dal boss gli appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale.

MA NON È TUTTO QUI: questa indagine è relativa soltanto a una prima parte dell’inchiesta, che è destinata ad arricchirsi di un secondo troncone ancora in corso sulla gestione degli appalti da parte di Antonicelli nel suo ruolo di assessore al Comune di Monza e che si annuncia ancora più clamorosa. Sono mesi che il pm Salvatore Bellomo sta lavorando insieme agli uomini della Guardia di Finanza di Monza.
stefania.totaro@ilgiorno.net


Rito abbreviato o patteggiamento per 54
di Stefania Totaro da il Giorno del 06/07

BEN 54 su 67 imputati hanno chiesto il processo con il rito abbreviato o il patteggiamento per l’inchiesta «Briantenopea».
Un record di istanze di riti alternativi arrivate in Procura dopo che il pm monzese Salvatore Bellomo ha firmato la richiesta di giudizio immediato per i 67 indagati. Anche Peppe ’o Curt (che è ancora detenuto in carcere) ha chiesto di essere processato con il rito abbreviato che, in caso di condanna, prevede un terzo di «sconto» sulla pena.
Trentacinque le persone in carcere (soltanto una donna è stata rimessa in libertà), 9 agli arresti domiciliari, 11 con l’obbligo di firma, altre 12 indagate, ben 103 i capi di imputazione dell’inchiesta «Briantenopea», scattata il 4 marzo scorso. Tra i 67 indagati, ben 47 sono monzesi o brianzoli. Le accuse sono associazione per delinquere finalizzate a una serie di episodi di usura, estorsione, rapina, riciclaggio di denaro, spaccio di cocaina, reati contro la pubblica amministrazione, furto, ricettazione, falsificazione di abbigliamento, spendita di banconote false. Gli inquirenti infatti non contestano solo l’attività più tradizionale in stile camorra del «pizzo» dietro i prestiti ad usura e le collegate estorsioni, lo spaccio di cocaina e le rapine, ma anche un sottobosco di altri reati come la clonazione delle carte di credito e il riciclaggio di denaro, non solo quello provento di rapine ma anche quello «macchiato» indelebilmente dai sistemi antifurto dei bancomat, che i componenti dell’associazione a delinquere inserivano a raffica, per «ripulirlo», nelle macchinette di vario genere facendo il giro dei centri commerciali, dei bowling e dei Bingo di tutta la Brianza. Oppure addirittura la tradizionale ricettazione di abbigliamento con le griffe di moda falsificate proveniente dalla Campania. Per l’organizzazione era molto proficua, secondo gli inquirenti, anche la spendita di banconote false. Poi c’era la ricettazione delle armi, commessa attraverso la complicità di diversi albanesi, che partecipavano alle rapine nei negozi, bar e anche nei centri Snai di mezza Lombardia grazie alla collaborazione di due basiste.

Monza - Camorra. Zio Peppe alla sbarra, il boss chiede il rito abbreviato

di Stefania Totaro da il Giorno

RAFFICA di richieste di processo con il rito abbreviato e patteggiamento per l’inchiesta «Briantenopea».

LE ISTANZE sono arrivate in Procura dopo che il pm monzese Salvatore Bellomo ha firmato la richiesta di giudizio immediato per gli indagati che tre mesi e mezzo fa erano stati raggiunti dalle ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip del Tribunale di Monza Claudio Tranquillo ed eseguite dai carabinieri di Monza. Tra loro, l’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ambiente Giovanni Antonicelli e Giuseppe Esposito, detto Peppe o’ Curt, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della Camorra napoletana dei Gionta - Mariano trapiantato a Monza.
Antonicelli non ha presentato finora alcuna richiesta, quindi potrebbe voler affrontare il dibattimento, mentre «Zio Peppe» ha chiesto di essere processato con il rito abbreviato che, in caso di condanna, prevede un terzo di sconto sulla pena.
In carcere 35 persone (soltanto una donna è stata rimessa in libertà), 9 agli arresti domiciliari, 11 con l’obbligo di firma, altre 17 indagate, ben 103 i capi di imputazione dell’inchiesta «Briantenopea», scattata il 4 marzo scorso. Tra i 72 indagati, ben 47 sono monzesi o brianzoli. Le accuse sono associazione per delinquere finalizzata ad una serie di episodi di usura, estorsione, rapina, riciclaggio di denaro, spaccio di cocaina, reati contro la pubblica amministrazione, furto, ricettazione, falsificazione di abbigliamento, spendita di banconote false. Secondo l’accusa, Peppe o’ Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali dall’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ambiente Giovanni Antonicelli, che in cambio otteneva dal presunto boss gli appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale. Sia Antonicelli sia Esposito sono ancora detenuti in carcere. Antonicelli, dopo avere chiesto ed ottenuto un interrogatorio con il pm, aveva chiesto invano la scarcerazione al gip monzese, quindi aveva presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano, che però gli ha risposto picche. Anche Giuseppe Esposito aveva chiesto un interrogatorio con il pm, ma non ha presentato alcuna istanza di remissione in libertà.

MA L’INCHIESTA non finisce qui. C’è grande attesa per i prossimi passi di «Briantenopea»: la chiusura delle indagini nei confronti degli indagati a piede libero ma soprattutto la seconda parte dell’inchiesta, destinata ad arricchirsi con altre vicende in merito alla gestione degli appalti da parte di Giovanni Antonicelli nel suo ruolo di assessore al Comune di Monza e che si annunciano ancora più clamorose.

Lombardia - Mafia, allarme della Dia: «Meno indagini

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

L’allarme arriva dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) di Milano: l’offensiva contro i clan in Lombardia si sta affievolendo, mancano risorse economiche e servono nuove norme. La crisi, insomma, rischia di colpire anche la lotta alle mafie. Organizzazioni criminali che — mettono nero su bianco gli investigatori nella relazione del 15 maggio 2013 che è arrivata sui tavoli dei vertici della Dia di Roma — non sono indebolite dopo quasi cinquecento arresti in cinque anni, ma piuttosto hanno «affinato» tecniche e rapporti con la «zona grigia».

Nella relazione si parla anche di corruzione e reati fiscali, politica e urbanistica. Il punto chiave dell’allarme della Dia si trova nelle prime pagine del documento inviato agli uffici della Capitale nei giorni scorsi e firmato dal colonnello Alfonso Di Vito: «L’azione di contrasto alle organizzazioni criminali, valutata sulla scorta dei provvedimenti emessi dalle Procure — scrivono gli inquirenti —, ha evidenziato un’ulteriore flessione rispetto alle ultime analisi prodotte». In pratica ci sono meno inchieste aperte. Un calo dovuto a diversi fattori. Il primo riguarda la «forte crisi economica che si riverbera anche sulle risorse a disposizione del Comparto sicurezza». Ma anche al «processo di "sommersione" della criminalità organizzata ». I clan mafiosi operano «in un quadro di apparente legalità, con attività illecite o para legali». La flessione delle indagini a Milano è «amplificata» dalla maggiore attenzione verso la zona grigia «più volte auspicata e credibilmente in itinere ma che richiede tempi di investigazione più ampi».

Tuttavia, se è vero che le indagini sono più complesse e ambiziose, per gli esperti della Dia «tale strategia risente della mancata evoluzione degli strumenti normativi ». Specie per la corruzione e le frodi fiscali, reati «connotati da allarme sociale attenuato, al punto da prevedere regimi sanzionatori di tenue entità. Che però, risultano paralizzanti per l’assetto sociale e la crescita delle varie aree territoriali ». La diffusa illegalità, acuita dallo «stallo istituzionale», per la Dia, alimenta «il rischio di tensioni sociali che potrebbero scatenarsi nelle fasce più esposte e sensibili della popolazione; l’ulteriore disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni; il freno alla ripresa dell’economia dovuto al calo di fiducia di potenziali investitori, anche stranieri».

Si parla anche di Expo. Funzionano i controlli antimafia, mentre la piattaforma informatica» è «di fatto inutilizzabile a causa di vistose lacune relative alla scarsa intuitività e alla carenza della documentazione richiesta». Sotto la lente anche i ritardi che «in assenza di correttivi saranno destinati ad aumentare con i conseguenti rischi per il buon esito della manifestazione e l’immagine del sistema Paese»

L’ex numero due dei servizi indagato per i legami coi clan

di Valeria Pacelli da il Fatto quotidiano

Si allunga la lista di reati contestati al prefetto Francesco La Motta, ex numero due dei servizi segreti dell’Aisi, accusato di aver preso la decisione di inviare 10 milioni di euro dei soldi del Fondo per gli edifici di culto del Viminale in Svizzera. Roma procede nei suoi confronti per peculato e corruzione, ma è a Napoli che la questione diventa più grave. I pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio vogliono indagare sul presunto legame con il produttore cinematografico Eduardo Tartaglia, arrestato per i suoi rapporti con il clan Polverino e cugino della moglie del prefetto. La Motta è stato iscritto nel registro degli indagati anche per i reati di partecipazione in associazione per delinquere, favoreggiamento personale continuato e aggravato e rivelazione di segreto d’ufficio. Così l’indagine, nata come costola di un’altra inchiesta sulle infiltrazioni camorristiche per la costruzione dell’Ipercoop di Quarto, corre su un ulteriore binario. 

I pm vogliono verificare le affermazioni del pentito Roberto Perrone che tirano in ballo il prefetto. Perrone, ritenuto molto attendibile dai magistrati, parla di alcuni interventi di La Motta che, oltre aver fornito informazioni a Tartaglia, avrebbe fatto da deus ex machina anche in altre occasioni. Come nel caso dell’acquisto dell’arsenale della Marina Militare di La Spezia, su cui la camorra avrebbe messo le mani, chiedendo anche l’intervento di Gaetano Pellegrino, ex senatore Udc. “Devo riferire di un ulteriore episodio in cui si rese necessario l’intervento del prefetto La Motta – racconta Perrone in un interrogatorio dello scorso 4 febbraio – anche se al momento del mio arresto [il 3 maggio del 2011, perché referente del clan Polverino per la zona di Quarto, ndr] la vicenda non si era ancora conclusa. Verso la fine del 2007 Imbriani [Nicola, anche questo affiliato del clan Polverino, ndr] e mio cognato Paragliola Castrese avevano avviato la trattativa per l’acquisto di una caserma, che era l’arsenale dismesso della Marina Militare di La Spezia, nella zona delle Cinque Terre, finalizzata al cambio di destinazione d’uso e alla successiva costruzione di numerosi appartamenti o, addirittura, di una struttura alberghiera”.

SECONDO IL PENTITO, “data la particolare difficoltà nell’acquisizione di un terreno demaniale, Imbriani si avvalse inizialmente dell’appoggio politico del senatore Gaetano Pellegrino che gli aveva fornito le dovute assicurazioni”. Nella caserma dovevano essere investiti anche i soldi del capo clan Giuseppe Polverino. “In più di un’occasione Giuseppe mi chiese notizie relative all’affare”. Il tentativo di acquisto dell’arsenale di La Spezia, quindi, rappresenta un filone a sé stante di un’indagine che sembra diventare sempre più complessa. Ieri c’è stato il primo interrogatorio. Per più di cinque ore è stato sentito dai pm napoletani Roberto Zullino, broker residente a Lugano accusato di riciclaggio. Avrebbe fatto da tramite insieme a Eduardo Tartaglia per portare i soldi del fondo per gli edifici di culto in Svizzera. E intanto in Svizzera è stato arrestato un uomo residente a Lugano. Le autorità elvetiche, già da febbraio del 2012, in collaborazione con gli inquirenti italiani, avevano iniziato a indagare sul presunto riciclaggio, nel cantone Ticino e nel Cantone di Zurigo, di valori patrimoniali riconducibili all’orga - nizzazione criminale del clan dei Polverino. Alcuni giorni fa sono state effettuate anche perquisizioni presso alcune fiduciarie ed alcuni domicili privati nel Cantone Ticino, sfociate poi nell’arresto del broker.

MA SONO QUESTE LE PRIME battute di un’indagine che sembra essere molto più complessa. Dopo Rocco Zullino, ci saranno tutti gli altri interrogatori. Nei prossimi giorni sarà la volta di Eduardo Tartaglia, secondo le accuse anello di congiunzione con il prefetto. E poi sarà i magistrati napoletani intendo sentire lo stesso La Motta, come pure l’ex senatore Pellegrino, anche se come persona informata sui fatti per l’affare di La Spezia.

Monza - Briantenopea: in Procura sfilano gli indagati

di Stefania Totaro da il Giorno

SONO INIZIATI ieri alla Procura di Monza gli interrogatori degli indagati per reati minori dell’operazione «Briantenopea» condotta dai carabinieri di Monza e dal pm monzese Salvatore Bellomo.
Un’inchiesta che lo scorso marzo ha portato all’arresto di 35 persone (tra cui l’ex assessore monzese Pdl all’Ambiente e al Patrimonio Giovanni Antonicelli e il pregiudicato di origine campana trapiantato a Monza Giuseppe Esposito, detto Peppe ’o Curt), altre 9 agli arresti domiciliari, 11 con l’obbligo di firma, altre 17 indagate, con complessivamente ben 103 capi di imputazione.

DOPO I NUMEROSI interrogatori di garanzia dei detenuti in varie carceri della Lombardia (molti dei quali eseguiti dai gip dei rispettivi Tribunali su rogatoria chiesta dal giudice monzese Claudio Tranquillo firmatario delle ordinanze di custodia cautelare) e dei primi ricorsi ai Tribunali del riesame contro i provvedimenti giudiziari cautelari, ora è la volta degli interrogatori degli indagati ai domiciliari o all’obbligo di firma oppure a piede libero che ne hanno fatto richiesta al pm o che sono stati convocati per essere sentiti. Una sfilata iniziata ieri, quando in mattinata il corridoio del Palazzo di Giustizia di piazza Garibaldi, davanti all’ufficio di Salvatore Bellomo, era pieno di indagati in compagnia dei loro difensori, tutti in attesa del loro turno per gli interrogatori in relazione alle attività illecite minori dentro cui spaziava la presunta organizzazione criminale capeggiata da Zio Peppe.
Gli inquirenti infatti non contestano solo l’attività più tradizionale in stile camorra del «pizzo» dietro i prestiti a usura e le collegate estorsioni, lo spaccio di cocaina e le rapine, ma anche un sottobosco di altri reati che risultano minori sul Codice Penale ma sono comunque di una certa gravità come la clonazione delle carte di credito (che la banda distribuiva dopo la falsificazione ai vari sodali per fare prelievi di contanti o eseguire spese e i cui proventi tornavano all’organizzazione criminale capeggiata da Giuseppe Esposito, che poi ne ripartiva i proventi illeciti tra i suoi complici) e il riciclaggio di denaro.

NON SOLO quello provento di rapine, ma anche quello «macchiato» indelebilmente dai sistemi antifurto dei bancomat, che i componenti dell’associazione a delinquere inserivano a raffica, per «ripulirlo», nelle macchinette di vario genere facendo il giro dei centri commerciali, dei bowling e dei Bingo di tutta la Brianza. Oppure addirittura la tradizionale ricettazione di abbigliamento con le griffe di moda falsificate proveniente dalla Campania.

PER L’ORGANIZZAZIONE era molto proficua, secondo gli inquirenti, anche la spendita di banconote false.
Poi c’era la ricettazione delle armi, commessa attraverso la complicità di diversi albanesi, che partecipavano anche alle rapine nei negozi, bar e anche nei centri Snai di mezza Lombardia grazie alla collaborazione di due «basiste».
stefania.totaro@ilgiorno.net


Antonicelli e Peppe ’o Curt in cella da 2 mesi
di Stefania Totaro da il Giorno

SONO INTANTO rinchiusi in carcere da due mesi Giovanni Antonicelli e Giuseppe Esposito. Era infatti il 4 marzo quando all’alba è scattata l’operazione «Briantenopea» dei carabinieri della Compagnia di Monza, condotta dal maggiore Luigi D’Ambrosio sotto la direzione dal comandante del Gruppo, il colonnello Giuseppe Enzio Spina, e coordinata dal sostituto procuratore monzese Salvatore Bellomo. In questi 60 giorni Giovanni Antonicelli si è visto negare la scarcerazione prima dal gip del Tribunale di Monza Claudio Tranquillo, poi anche dal Tribunale del riesame di Milano, a cui si era rivolto dopo avere chiesto e ottenuto di essere interrogato dal pm. Anche Giuseppe Esposito ha avuto un interrogatorio con Salvatore Bellomo, ma finora non risulta che abbia presentato alcuna richiesta di scarcerazione. Entrambi sono accusati di associazione per delinquere, ma non di stampo mafioso perché secondo gli inquirenti la presunta organizzazione criminale faceva sì capo a Peppe ’o Curt, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della camorra, ma non era legata alla forza intimidatrice o a una struttura di affiliazione, bensì sul «dare per avere»: Peppe ’o Curt otteneva lavori nell’edilizia per le case comunali dall’ex assessore monzese Pdl al Patrimonio e all’Ambiente Giovanni Antonicelli, e lui in cambio otteneva dal boss gli appoggi elettorali con voti sicuri da parte degli uomini dell’organizzazione criminale.

MA NON È TUTTO qui: questa valanga di arresti è relativa soltanto a una prima parte dell’inchiesta, che è destinata ad arricchirsi di un secondo troncone di indagini ancora in corso sulla gestione degli appalti da parte di Antonicelli nel suo ruolo di assessore al Comune di Monza e che si annuncia ancora più clamorosa. Sono mesi che il pm sta lavorando alle indagini con gli uomini della Guardia di Finanza di Monza, che con i carabinieri si erano divisi i due tronconi dell’inchiesta dopo avere costatato la sua enorme mole e la sua complessità. L’inchiesta infatti potrebbe allargarsi ben oltre i confini del territorio monzese.

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