Malaspina

Vimercate - Parla l’accusatore dei Miriadi: avrebbero ammazzato mio fratello

di Stefania Totaro da il Giorno

«SONO andato alla Direzione investigativa antimafia a raccontare cosa mi stava succedendo ma la prima volta non ho voluto verbalizzare nè sottoscrivere nulla perché io so a quali rischi vado incontro e speravo che con i Miriadi si trovasse una soluzione».

È QUANTO ha raccontato ieri davanti ai giudici del Tribunale di Monza Giuseppe Malaspina, l’imprenditore edile di Vimercate che si è costituito parte civile al processo che vede imputati di tentato sequestro di persona e tentata estorsione Giovanni e Vincenzo Miriadi, figli di quell’Assunto Miriadi giustiziato proprio a Vimercate negli anni ’90 in una scia di sangue ritenuta una faida della ’ndrangheta.
Con loro sono accusati anche altri due giovani, Mario Girasole e Isidoro Crea, tutti arrestati nel dicembre scorso perché ritenuti responsabili di quattro episodi accaduti alla fine del 2011, tutti finalizzati a estorcere denaro all’imprenditore vimercatese. Ragione della tentata estorsione, secondo il pm della Dda di Milano, un terreno di via Pellizzari a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 per realizzare un insediamento residenziale e appartenuto a una società della famiglia Miriadi, che ne rivendicano la proprietà. «I fratelli Miriadi mi avevano contattato dicendomi che non avrei dovuto comprare quel terreno perché c’erano delle spese da pagare. Ma io quel terreno l’avevo acquistato da Enrico Galbusera per contraccambiargli un favore perché quando sono uscito dal carcere per un omicidio commesso a 19 anni lui mi ha preso a lavorare. Era un terreno urbanisticamente complicato tanto che ancora adesso non ci hanno costruito niente».
Malaspina ha raccontato che i Miriadi sostenevano che «nel capannone c’era depositato materiale edile per 1 miliardo e mezzo di lire. Abbiamo fatto un incontro con anche loro zio che è un mio compaesano e i fratelli avevano un atteggiamento altezzoso e uno mi ha mostrato che sotto la giacca aveva una pistola. Avevo detto che se volevano quel terreno, glielo avrei rivenduto».

POI si erano verificati sei colpi di pistola contro la sede della ditta Gimal dell’imprenditore, una bottiglia di benzina lasciata sul tavolo di un’immobiliare di Vimercate legata ai Malaspina, colpita invece poco dopo dall’esplosione di un ordigno. Ma solo un anno dopo Giuseppe Malaspina si è deciso a sporgere la denuncia tornando alla Direzione investigativa antimafia di Milano. Quando quattro uomini incappucciati nel novembre 2011 hanno tentato di sequestrare suo fratello Carlo, cercando di caricarlo in auto, ma lui è riuscito a reagire finendo però con fratture ad un braccio e ad una gamba. «Se fossero riusciti, l’avrebbero ammazzato», ha detto l’imprenditore. 

Attentato alla Gimal di Vimercate. Il giallo del verbale sulle indagini... Non Esiste

Su un atto di Polizia Giudiziaria la corte impone gli omissis
di di Tap_Hiro

Le accuse sono pesanti: estorsione, tentato sequestro, minacce. Rischiano 20 anni di carcere Giovanni e Vincenzo Miriadi e Mario Girasole. Il processo – presidente Patrizia Gallucci, pubblico ministero Marcello Musso – che si sta celebrando al Tribunale di Monza, è arrivato alla terza udienza. Del tentato sequestro di Carlo Malaspina, fratello di Giuseppe, costruttore edile, non si è ancora parlato.

Le prime udienze hanno cercato di fare chiarezza sull’attentato incendiario alla sede della Progeam e i colpi sparati contro la Gimal di Giuseppe Malaspina a Vimercate.
Dalle deposizioni dei testi chiamati in aula: carabinieri della stazione di Vimercate e ispettori della Dda di Milano chiarezza totale non c’è stata.

Meglio dire che, sentite le deposizioni, sui due episodi del novembre 2011 c’è la stessa perplessità della nebbia che avvolgeva Vimercate quando ignoti preso di mira la vetrata della Gimal in via Fiorbellina mandandola in frantumi.

C’era nebbia quella sera? Nell’udienza dell’8 aprile un teste ha riferito che “C’era nebbia e la targa della Punto bianca usata per l’attentato non si poteva leggere”.
Una settimana dopo – ieri - un altro teste, carabiniere in servizio a Vimercate, dichiara che “se la nebbia c’era non dava fastidio”.

In quanto agli episodi, la bottiglia molotov lanciata contro la Progeam “L’abbiamo trovata al centro della scrivania che sta in mezzo alla stanza, distante dieci metri dalla vetrina annerita – riferisce il teste – e per quanto riguarda i colpi sparati contro la sede della Gimal sono stati sei. Abbiamo trovato quattro bossoli e due frammenti di ogiva. I bossoli erano all’esterno della recinzione. L’autore degli spari alla Gimal sapeva benissimo che c’erano le telecamere e del range che esse avevano. Conosceva perfettamente il luogo e sapeva che i colpi sparati finivano nell’appartamento del custode”.

L’esame antropometrico della persona che si vede nei fotogrammi registrati?
No, non l’abbiamo eseguito perché la Procura di Milano non l’ha chiesto”.

Sull’episodio dei colpi sparati contro la sede di via Fiorbellina c’è il giallo del verbale. “Abbiamo il verbale del 5 novembre e non quello del 18”, dice il presidente.

Il pubblico ministero rivolto al teste in servizio a Vimercate, chiede: “Ma in caserma copia del verbale con il sequestro dei bossoli l’avete?” “Se l’abbiamo fatto noi l’abbiamo”. Pm: “Allora telefoni e se lo faccia portare”.

In attesa che il verbale arrivi da Vimercate a Monza viene sentito come teste il maresciallo capo del Nucleo operativo dell’Arma di Vimercate il quale riferisce sull’episodio Progeam, “Probabilmente si è trattato del lancio di una bottiglia incendiaria. I rilievi li hanno fatti i colleghi di Monza e la Dda”.

C’è la richiesta del pm d’acquisizione del verbale di Polizia Giudiziaria. “Le parti non ci danno il consenso - anticipa la presidente GallucciA meno che non vengano tolte le ultime dieci righe”.
Gli avvocati della difesa chiedono di poterlo vedere.
Lapidario il giudizio: “E’ un documento irripetibile. Non può entrare tra gli atti”. S’oppone il pm che chiede l’acquisizione.
Presidente: “Lo acquisiremo nella prossima udienza se ce lo deposita con gli omissis”.

Strana indagine sui fatti di Vimercate: verbale che non c’è, riferimento, con tanto di nome e cognomi, di testi sentiti senza però essere verbalizzati. Opinioni degli agenti mescolate alla descrizione dei fatti.

L’udienza di ieri si esaurisce con le testimonianze e le deposizioni dei militari che hanno “attenzionatoMario Girasole ed altre persone redigendo le note del servizio OCP tra il 17 novembre 2011 e il 7 aprile 2012.
Accetto la produzione delle relazioni ma soltanto nella parte in cui si descrivono fatti certi e non valutazioni”, fa presente l'avvocato degli imputati.

E con i particolari dell’operazione nella casa dell’indagato a Vimercate.
Girasole che consegna spontaneamente un marsupio con 14 cartucce e la pistola recuperata nel prato davanti al fabbricato.
Per i militari gettata dalla finestra non appena era stato suonato il campanello e che Girasole dice: “Non è mia”.

Si torna in aula lunedì 22 aprile con il teste più importante: la parte offesa del processo, il costruttore  Giuseppe Malaspina.

Vimercate - Tentato sequestro Malaspina, la parola agli inquirenti

di Stefania Totaro da il Giorno

NUOVA UDIENZA ieri al Tribunale di Monza del processo che vede imputati di tentato sequestro di persona e tentata estorsione Giovanni e Vincenzo Miriadi, figlio e nipote di quell’Assunto Miriadi giustiziato proprio a Vimercate negli anni ‘90 in una scia di sangue ritenuta una faida della ‘ndrangheta. Con loro sono accusati anche altri due giovani, Mario Girasole e Isidoro Crea, tutti arrestati nel dicembre scorso dalla Direzione Investigativa Antimafia di Milano perchè ritenuti responsabili di 4 episodi accaduti alla fine del 2011, tutti finalizzati a estorcere denaro all’imprenditore edile Giuseppe Malaspina di Vimercate, che si è costituito parte civile al processo e che verrà sentito insieme ai suoi familiari nella prossima udienza fissata per il 22 aprile. A testimoniare in aula ieri invece gli inquirenti, che hanno ricostruito l’inchiesta, culminata nel tentativo di sequestro nel novembre 2011 del fratello di Malaspina, Carlo, quando 4 uomini incappucciati hanno cercato di rapirlo e di caricarlo in auto e lui ha riportato fratture a un braccio e a una gamba. Prima si erano verificati 6 colpi di pistola contro la sede della Gimal, una bottiglia di benzina lasciata sul tavolo di un’immobiliare di Vimercate legata ai Malaspina, colpita poco dopo dall’esplosione di un ordigno. Ragione della tentata estorsione un terreno di via Pellizzari a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010.

Giuseppe Malaspina, indagato per il sequestro Villa, diventa accusatore per il tentato sequestro del fratello Carlo

Tre a processo. Contro di loro le dichiarazioni del costruttore edile alla Dda
di Tap_Hiro

Esattamente venticinque anni sono passati tra il sequestro di Massimo Oreste Villa a Merate (novembre 1987), liberato dopo sette mesi di prigionia sull’Aspromonte, e il pagamento di un riscatto di 3 miliardi di lire, e il tentato sequestro, in pieno centro di Vimercate, di Carlo Malaspina (novembre 2011), fratello di Giuseppe titolare di un incredibile numero di società edili e uffici nel grattacielo Gimal di via Fiorbellina. All’epoca del sequestro Villa i fratelli Malaspina, Antonio (classe 1945), Carlo (1947), Giuseppe (1953), Santo (1959), tutti nati a Montebello Jonico e trasferitisi a Vimercate, all’epoca feudo della famiglia ’ndraghetista degli Iamonte, vengono sospettati d’essere gli autori del sequestro.

I militari dell’arma concentrano la loro attenzione su Santo e soprattutto su Giuseppe, autore – secondo il rapporto della Dda di Milano allegato al fascicolo del processo da poco iniziato presso il Tribunale di Monza (presidente Patrizia Gallucci) - dell’omicidio di Giuseppe Zampaglione commesso a Muggiò il 21 maggio 1972.

Quattro colpi d’arma da fuoco sparati alle spalle di Zampaglione per una confidenza ai carabinieri sulla rapina ad una gioielleria che sarebbe stata compiuta da Giuseppe Malaspina e Carmelo d’Amico. Per l’uccisione di Zampaglione, nel 1976, la Corte d’Assise e d’Appello di Milano condanna Giuseppe Malaspina a 14 anni e 1 mese di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale per la durata della pena.

Il 24 luglio dell’81 dopo indulto e riduzione della pena, Giuseppe Malaspina viene ammesso alla liberazione condizionale. Prima di tornare libero il Tribunale di Sassari (16 gennaio 1979) gli infligge 4 mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e il 20 giugno dello stesso anno il Tribunale di Alessandria con sentenza irrevocabile lo condanna a 6 mesi per lesioni personali. Il Casellario Giudiziale annota anche (19 novembre 2003) 3 mesi di reclusione sostituiti con 3.600 euro di multa per “falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico” ed infine, in data 11 luglio 2007 l’ordinanza di riabilitazione emessa dal Tribunale di sorveglianza di Milano. Data importante questa. Vedremo più avanti perché.

Nella caserma dei carabinieri di Vimercate, così come in quelle di Lecco e Como, su Giuseppe Malaspina è conservato un voluminoso fascicolo. Con i suoi trascorsi giovanili e le “attenzioni” che i militari dell’Arma, ed in particolare del luogotenente Paolo Chiandotto, che all’epoca del sequestro di Massimo Oreste Villa conduceva le indagini, gli avevano dedicato. Rapporti redatti; ma con esito d’indagini negative. Certo, il rapporto di Giuseppe e Santo con gli Iamonte, le confidenze di informatori.

A Vimercate è conservato l’esposto che Santo Malaspina presentò nel 2000 contro il fratello Giuseppe in ordine a controversie sorte al momento della sua liquidazione dalle società prima di trasferirsi in Albania. Così come le giustificazioni di Giuseppe presentatosi in caserma col fido geometra Enrico Galbusera. Qualche altro documento é stato forse sottratto dall’archivio. O è andato smarrito.

Introvabili, ad esempio – secondo il rapporto redatto dalla Dda di Milano che ha indagato su dichiarazioni rese da Giuseppe Malaspina in merito agli attentati alla Gimal e alla Progeam nonché al tentato sequestro del fratello Carlo - le sei pagine di allegati alla lettera del 17 dicembre 2004 nella quale presso il Consolato Generale di Valona, in Albania Santo Malaspina dichiara che “il fratello intendeva ucciderlo ed a farlo avrebbero dovuto essere esponenti della criminalità albanese”. Aggiunge anche di “disporre di prove ed informazioni in ordine ad attività mafiose imputabili al fratello Giuseppe” e “d’essere pronto a collaborare con la Procura di Monza”.

La missiva del Consolato di Valona viene indirizzata alle Procure della Repubblica di Monza e di Roma, alla stazione dei carabinieri di Vimercate, Ministero degli Esteri, Ambasciata d’Italia a Tirana, Consolato d’Italia a Scuteri e all’ufficio dell’Interpol di Tirana. Arrivata a Palazzo di Giustizia di Monza la missiva con le pesanti accuse mosse da Santo al fratello Giuseppe Malaspina a quale magistrato è stata affidata? Furono mai svolte indagini? E se sì quali riscontri sono stati accertati.

Santo Malaspina è ora tornato in Italia e le sue condizioni di salute sarebbero critiche. Forse  ora che in Tribunale a Monza si sta celebrando il processo scaturito dalle dichiarazioni di Giuseppe Malaspina contro i fratelli Giovanni e Vincenzo Miriadi e Mario Girasole per gli attentati agli uffici della Gmal, Progean e il tentato sequestro di Carlo Malaspina a Vimercate, - sarebbe il caso che la Procura inviasse un magistrato a raccogliesse “a futura memoria” le dichiarazioni sulle pesanti accuse rilasciate spontaneamente a Valona nove anni fa contro il fratello.
Che – è giusto ricordarlo - è uscito pulito dalle indagini sul sequestro di Massimo Oreste Villa.

Dei tre miliardi di lire pagati dal padre titolare della Beton Villa (la società è poi stata ceduta) soltanto poche banconote sono state trovate; secondo un rapporto dello S.C.I.C.O. della Guardia di finanza del 1996 “Giuseppe Malaspina è a capo di una cosca mafiosa insistente sul territorio di Monza, ma al momento, nessun riscontro risulta a tali affermazioni”.

Le Fiamme gialle compiono indagini approfondite su Malaspina partendo da quella galassia di società edili aperte tra l’86 e il 2001: Della via Gramsci srl, Immobiliare Edil P.A.M.A, Sporting Club Brugherio, D’Adda Busca srl, Immobiliare Pisani, Oberdan Immobiliare, Immobiliare Milano srl, Edil Studio Casa Brianza srl,  S.A.G.I. srl, Gimal e Silene.  
Altre se ne aggiungono dopo il 2001. In totale 38 le società.

Con Silene (capitale 765mila euro) Malaspina realizza 160 appartamenti in via Casati a Muggiò sull’area ex Fillattice e s’impegna a costruire il campo di calcio in via XXV Aprile-I Maggio.
Gli appartamenti sono completati, le opere di urbanizzazione (area mercato, percorso verde, piantumazioni) no.

Una fideiussione in mano al Comune non è stata ancora escussa anche se da oltre un anno è scaduto il termine.
Decisione del sindaco azzurro Pietro Zanantoni il quale si giustifica in Consiglio dicendo che “l’operatore Giuseppe Malaspina sta attraversando un momento di crisi” e quindi gli sembra giusto non escutere la fideiussione. Anche perché, nell’ottobre 2007 davanti alla Commissione d’inchiesta per quel campo di calcio promesso e abbandonato per anni perché per finirlo Malaspina pretendeva maggior volumetria sull’area ex Fillattice, Zanantoni dichiarò che “300mila per finire l’opera sono niente per Malaspina che ha finanziato AN-Forza Italia ed ha un’azienda da centinaia di milioni. Per lui 300mila euro sono una bazzeccola”.

Per realizzare l’area mercato adesso il Comune di Muggiò dovrà spendere oltre 700mila euro e la fideiussione è di 367mila euro. In quanto al campo di calcio, sono stati impiegati 1,3milioni di soldi dei contribuenti.

Con le amministrazioni comunali, le società di Giuseppe Malaspina hanno in corso contenziosi.
A Muggiò la Silene srl ha lasciato il pesante contenzioso dell’area ex Fillattice; a Villasanta attraverso la Villasanta Village ha edificato un hotel a 10 piani anziché 8 e l’amministrazione ha dovuto ricorrere al Tar vincendo la causa e così i due piani eccedenti sono stati abbattuti.
Ma resta lì lungo la strada per Lecco la vergogna di quello scheletro di cemento; con la società Della via Gramsci non ha realizzato le opere di urbanizzazione e tra queste il parcheggio lasciando così in stato di degrado la zona.

Una svolta alla sua vita d’impenditore edile vimercatese se l’è voluta dare cancellando in un colpo solo il 20 luglio 2007, una bella fetta delle sue 38 società.
Ci siamo chiesti perché.
La soluzione sta nella riabilitazione decisa con l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano: emessa l’11 luglio. Nove giorni prima.
Ha voluto cancellare uno scomodo passato.

Ora è impegnato con la società “2G Lario srl” e il socio Piergiuseppe Avanzato, nell’operazione da 150milioni di euro a ridosso della frontiera di Ponte Chiasso.
Attende solo il via libera dell’amministrazione di Como per dare corso ad una mega cementificazione. 

Riabilitato dal Tribunale ha anche trovato il canale giusto per arrivare a suonare non più alla porta della caserma di Vimercate bensì alla sede milanese della Dda e denunciare gli spari contro la Gimal e la bottiglia incendiaria alla Progeam, il tentato sequestro del fratello Carlo.

Il processo agli indagati in carcere da sette mesi accusati di estorsione e tentato sequestro, è stato spostato da Milano a Monza ed è in corso.

Dopo la deposizione dell’ispettore della Dda avvenuta lo scorso lunedì 8 aprile da cui è emerso che i carabinieri di Vimercate che hanno acquisito il filmato degli attentati alla Gimal e alla Progeam hanno consegnato alla Dda soltanto alcuni fotogrammi e non l’intera scena ripresa dalle telecamere di sorveglianza – l’udienza del 15 aprile (ore 14.30) prevede le testimonianze di 3 carabinieri della stazione di Vimercate.

Vimercate - Estorsione e sequestro, i Miriadi a processo

di Stefania Totaro da il Giorno

ENTRA NEL VIVO al Tribunale di Monza il processo che vede imputati di tentato sequestro di persona e tentata estorsione Giovanni e Vincenzo Miriadi, figlio e nipote di quell’Assunto Miriadi giustiziato proprio a Vimercate negli anni ‘90 in una scia di sangue ritenuta una faida di ‘ndrangheta.
Con loro sono accusati anche altri due giovani, Mario Girasole e Isidoro Crea, tutti arrestati nel dicembre scorso dalla Direzione Investigativa Antimafia di Milano con il supporto dei carabinieri della Compagnia di Vimercate perché ritenuti responsabili di 4 episodi accaduti alla fine del 2011, tutti finalizzati a estorcere denaro all’imprenditore edile Giuseppe Malaspina della Gimal di Vimercate.
Come ieri ha testimoniato davanti ai giudici un ispettore della Dia che ha svolto le indagini. Il caso più grave, del novembre 2011, ha colpito il fratello di Malaspina, Carlo: una sera, mentre rientrava a casa, quattro uomini incappucciati hanno cercato di rapirlo e di caricarlo in auto.
La resistenza di lui li ha fatti infine desistere, ma l’uomo ha riportato fratture a un braccio e a una gamba. E poi 6 colpi di pistola contro la sede della Gimal, una bottiglia di benzina lasciata sul tavolo dell’immobiliare Progeam di Vimercate, legata ai Malaspina, colpita poco dopo dall’esplosione di un ordigno. Ragione della tentata estorsione, secondo il pm della Dda di Milano, un terreno di via Pellizzari a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 per realizzare un insediamento residenziale. Appartenuto a una società della famiglia Miriadi, negli anni ‘90 era stato messo all’asta in seguito al fallimento dell’impresa. Ma i due fratelli Miriadi avrebbero preteso prima la restituzione e poi 12 milioni di euro che i Malaspina non hanno mai corrisposto. E ora si sono costituiti con l’avvocato Luca Ricci parti civili al processo, che dopo la pausa pasquale continuerà ogni lunedì pomeriggio davanti al collegio di giudici tutto femminile presieduto da Letizia Brambilla. Dal canto loro gli imputati negano le accuse e sostengono che quel terreno era un’eredità lasciata dai parenti defunti.

Muggiò - Malaspina chiude le società e piange miseria. Mentre a Como è impegnato in un progetto da 150milioni di euro

Il difficile rapporto del sindaco Pietro Zanantoni con i costruttori edili. La piazza mercato di via Casati mai realizzata così come i percorsi nel verde di Tornado Gest dentro al parco del Grugnotorto
di @nonymous

La caserma dei carabinieri costata 25mila euro di progetto ed altri 10mila euro tra ricorsi al Tar e parcelle legali, è rimasta nel libro dei sogni di Pietro Zanantoni.
Il campo di calcio di via XXV Aprile-I Maggio è stato realizzato – dopo un lungo stop - ma anziché essere opera a costo zero di cui doveva farsi interamente carico il costruttore Giuseppe Malaspina che stava edificando su 42mila metri cubi, 160 appartamenti nella vicina area ex Fillattice ha inciso sulle casse comunali per 1,3milioni di euro. E sono ancora aperti i contenziosi sulla conguità del primitivo progetto dell’architetto Francesco Fiorica e con il costruttore Giuseppe Malaspina che non ha realizzato la prevista area mercato annessa al condominio e neppure parcheggi, percorsi pedonali, aiuole e attrezzature sportive previste dalla convenzione.

Villa Casati ha in mano una fideiussione di 375mila euro della Silene srl che poteva essere escussa un anno fa e però Zanantoni ha deciso di tenerla in cassaforte. Semplicemente perchè “Malaspina che era un sostenitore di AN e Forza Italia e 300mila euro per chi ha un impero di centinaia di milioni sono una bazzecola”, dichiarò a verbale Pietro Zanantoni il 25 ottobre 2007 davanti alla Commissione d’indagine sui lavori del campo sportivo di via I° Maggio il cui cantiere era stato bloccato in quanto occorrevano 300mila euro per completare l’opera - che avrebbe dovuto costare 650mila euro - e sarebbero stati dati soltanto se ci fosse stato, come promesso dall’Amministrazione Zanantoni che aveva firmato la convenzione, un aumento di volumetria dell’ex Fillattice (lettera del legale della Silene avvocato Santamaria).

Nessuno allora andò a controllare; ma mentre la Commissione di Villa Casati iniziava il lavoro d’inchiesta da tre mesi, il 20 luglio, sia la Silene srl che stava realizzando il campo sportivo sia Gimal arl che edificava l’ex Fillattice ed aveva prestato fideiussioni alla Silene, erano stata cancellata dal registro della Camera di Commercio. Cinque anni dopo secondo Zanantoni “il problema vero è che in questi mesi l’imprenditore Malaspina era sparito, allora per vie traverse gli ho fatto avere un messaggio…Purtroppo non abbiamo a che fare con uno spiccato imprenditore della provincia di Monza e Brianza ma un imprenditore che, non voglio giudicarlo da un punto di vista etico, ma sicuramente è in gravi difficoltà economiche” (Consiglio comunale 21 dicembre 2012).

Peccato però che mentre con una lettera piange miseria ed offre due appartamenti e alcuni box in via Casati per evitare l’escussione della fideiussione di 375mila euro e chiudere il contenzioso per quei lavori irrealizzati per altri 700mila euro della piazza mercato, parcheggi e percorsi pedonali aiuole e attrezzature sportive che richiederebbero un investimento di circa 758mila euro, Giuseppe Malaspina, sta portando avanti con la società Due G Lario srl, capitale 100mila euro, il Piano d’Intervento Integrato da 150milioni di euro sull’ex area Albarelli a Como, al confine con la dogana di Chiasso. Un’edificazione di 240mila metri cubi con abitazioni, parcheggi per 500 auto, negozi, servizi strutture ricreative e ambulatori.

La storia di Malaspina con Villa Casati è per molti versi simile a quella di Felice Vittorio Zaccaria e della sue società Tornado Gest e Palazzo dei Conti Taccona. E sì perché secondo la testimonianza resa in aula durante il processo per il fallimento da 56milioni di euro di Tornado Gest (Zaccaria condannato in primo grado a 5 anni, la moglie Aldina Stagnati a 4 anni così come Saverio Lo Mastro e 3 anni a Stefano Firmano, pena patteggiata per Lo Mastro e Firmano) dall’architetto Giorgio Ponti, professionista nominato dalla curatela, “le opere di urbanizzazione secondaria irrealizzate da Tornado Gest ammontano a 1.881.542,89 euro”. E si tratta proprio di quelle opere che l’allora sindaco Pietro Zanantoni aveva promesso di inaugurare con una biciclettata tra il verde. L’esposizione complessiva di Tornado Gest e Palazzo dei Conti Taccona nei confronti di Villa Casati ammonta a oltre 4milioni di euro. Di cui un milione e mezzo di Ici mai pagata.

Lo “scatolone” ex multiplax a 15 schermi mai accesi tutti assieme e mai decollato, trasformato in centro di commercio dei cinesi controllato dalla n’drangheta, è una ferita che mai verrà rimarginata. L’immobile sta subendo un continuo visibile degrado. Le numerose aste sono andate deserte. L’ultimo valore attribuito è stato di 6milioni di euro. Eppure nessuno l’ha voluto.

PII Ex Fillattice by

Seregno - Piergiuseppe Avanzato, dal processo All Iberian-fondi neri Fininvest a una Costellazione di immobiliari

di Qiao Liang e Wang Xiangsui

L’urbanistica di Seregno ha un nuovo protagonista, Piergiuseppe Avanzato. E’ sua l’area dismessa dell’ex carburatori Dell’Orto, ma a quanto ci risulta gestirebbe anche altri progetti in città.
Sconosciuto ai più, Avanzato è stato protagonista dei processi All Iberian 1 e All Iberian 2. Si tratta di vicende giudiziarie degli anni ‘90 che si sono trascinate fino al febbraio 2012 (con l’epilogo del processo Mills) e che hanno visto come principale imputato Silvio Berlusconi.

Il coinvolgimento di Avanzato risale ai primi anni ‘90 quando operava come agente di cambio sul mercato valutario e la sua società, la Cosefi, poi diventata Cosefi Sim, era utilizzata come cassaforte titoli da Fininvest.
Proprio per Fininvest Avanzato fece delle operazioni concordate sul mercato dei titoli di stato, in particolare compravendite di CCT, in modo da creare minusvalenze fittizie retrocedendo poi parte dei titoli alla stessa Fininvest.
Attraverso Avanzato e altri operatori finanziari, Fininvest creò fondi neri per complessivi 1500 miliardi di vecchie lire, parte dei quali sono stati utilizzati per pagare una maxi tangente da 15 miliardi a Bettino Craxi.

Chiuse le attività finanziarie  in concomitanza con i processi All Iberian, tra il 1998 e il 2000, Avanzato negli anni sucessivi ha investito le sue notevoli fortune nel campo immobiliare.

La Reda Group Real Estate spa, aggregazione di società, raccoglie tre immobiliari riconducibili a lui:  l’Immmobiliare Sant Ambroeus, La Residenza dei Capuccini e Abielle Immobiliare. La Reda ha sede legale a Monza in via Italia 46, nello studio del commercialista Andrea Danilo Biassanti, dove hanno sede legale altre società immobiliari di Avanzato che non appartengono a Reda Group.

Abielle Immobiliare costruirà appartamenti a Correzzana, è stato infatti firmato un recente accordo per un piano attuativo (vedi link). Se si guarda però il sito di Reda, la società ha cantieri in essere o già terminati sul Lago Maggiore, a Villa Romanò di Inverigo, in Valtellina, a Colico e in Brianza. In particolare a Brugherio, a Meda, a Seregno in via Stefano da Seregno, e a Cesano Maderno in via Tremiti 2, allo stesso indirizzo dove ha in progetto un cantiere la Costellazione di Seveso.

Non è un caso, perché una delle società di Avanzato, La Residenza dei capuccini srl, fa parte anche de La Costellazione,  un’aggregazione di società come Reda Group.

Al di fuori del circuito Reda Group e Costellazione, Giuseppe Avanzato è presente in due altre società: la 2 G srl e la 2 G Lario srl, in entrambe con Giuseppe Malaspina.

I due Giuseppe, attraverso la prima, possiedono l’area dismessa ex Carburatori Dell’Orto a Seregno e, tramite la seconda, la ex Arbarelli di Como in zona frontiera Ponte Chiasso.
Su quest’ultima area è previsto un progetto  per la costruzione di un centro commerciale, di un albergo e di un centro benessere per complessivi 40.000 mq.

Guerre di ‘ndrangheta e i legami con la politica

Giuseppe Malaspina, condannato a 14 anni per un omicidio commesso quando ne aveva 19, è recentemente finito al centro delle cronache giudiziarie per il tentativo di estorsione compiuto ai suoi danni da esponenti del clan Miriadi di Vimercate che avevano anche tentato di sequestrare il fratello.

Malaspina è considerato molto vicino al PDL, in particolare alla corrente degli ex AN, avendo generosamente contribuito al finanziamento del partito. Questo secondo quanto dichiarato, durante una seduta del consiglio comunale, dal sindaco di Muggiò Pietro Zanatoni (PDL ed ex Alleanza Nazionale).

La Costellazione di cui, ricordiamo, fa parte Giuseppe Avanzato, ha ottimi rapporti con il sindaco di Seregno, Giacinto Mariani. Lo studio G di Bruno Galimberti e del figlio Gianmarco, che fima tutti i progetti de La Costellazione, ha anche realizzato il rifacimento del Molto Club Restaurant di cui il sindaco di Seregno è socio. La Costellazione, inoltre, è annoverata tra i partner ufficiali del locale, nonchè di altri locali riconducibili ai soci di Giacinto Mariani come il Noir di Lissone.

Ancora più importante è il legame tra la Costellazione e un altro esponente politico brianzolo, Francesco Magnano, conosciuto ai più come il geometra di Berlusconi (vedi articolo).
Nascosto dietro alla fiduciaria Unione fiduciaria spa (che possiede il 50% delle azioni di Athena, una delle società che fanno parte della galassia La Costellazione) ci sarebbe proprio lui.

Athena a sua volta possiede il 70% dell’immobiliare il Centro srl (altra società di Costellazione) e l’immobiliare il Centro srl è proprio quella che sta realizzando i palazzi sull’area ex Camisasca su cui la magistratura sta indagando e per cui ha iscritto al registro degli indagati Attilio Gavazzi, il genero Andrea Attolini e Carmelo Giordano della B&G (proprietario dell’area prima del passaggio alla  Costellazione).

La cordata Gavazzi-Attolini-Giordano, quindi, non sarebbe la sola a essersi interessata all’ex Camisasca, altri pesci politicamente più grossi di Gavazzi la volevano e l’hanno ottenuta.

La Costellazione ha costruito negli ultimi anni 710 unità abitative e ha 9 cantieri aperti per altri 233 appartamenti in un mercato dell’edilizia in crollo e con il 28% delle aziende del settore che, tra le province di Milano e Monza Brianza, hanno chiuso (vedi articolo).

La Costellazione, Reda Group, Piergiuseppe Avanzato e Giuseppe Malaspina, visti i progetti realizzati o in via di realizzazione, possiedono risorse finanziarie e linee di credito che li fanno andare controcorrente rispetto agli altri operatori del mercato. Si può dire che la crisi sta semplificando il mondo dell’edilizia e lo sta mettendo nelle mani di pochi.

I capitali all’estero e lo strano socio di Giacinto Mariani

Mentre grossi capitali sono arrivati e stanno investendo su Seregno e sulla Brianza, qualche passato protagonista dell’urbanistica di Seregno ha deciso di scivolare nell’ombra e portare all’estero il capitale guadagnato negli scorsi anni.
E’ il caso dell’architetto Roberto Corbetta che, protagonista della prima stesura del PGT, quella cestinata, ha in seguito abbandonato la scena politica.
Anche se al dire il vero in molti sostengono che Corbetta nelle elezioni del 2010 abbia fatto confluire il suo pacchetto di voti su Edoardo Mazza.
Grazie a quelle preferenze, Mazza avrebbe avuto la strada spianata per chiedere ed ottenere l’assessorato all’urbanistica al posto di Attilio Gavazzi.

Corbetta, insieme al costruttore Addamiano con cui ha realizzato il palazzo della stazione denominato CRU17, (Addamiano è anche il responsabile del grattacielo del Polo tecnologico di Desio, mai terminato n.d.r.) avrebbe deciso di investire in Brasile, in particolare in una catena di negozi di cioccolato pronta a sbarcare in Europa.

Anche il cugino, il sindaco di Seregno Giacinto Mariani, sta rivolgendo le sue attenzione alle economie emergenti. Il viaggio in Cina (risale all’anno scorso, scortato da un amico, un ufficiale delle forze dell’ordine), avvenuto ufficiosamente per promuovere il concorso pianistico Pozzoli, in realtà sarebbe servito per allacciare contatti e aprirsi a possibilità di investimento nel paese dell’Impero di mezzo.
Relazioni nate e affinate nell’ambito dell’Associazione Nazionale Carabinieri? E’ molto probabile.

Più datato è, invece, l’investimento di Giacinto Mariani a Formentera: negozi di abbigliamento e, in particolare, ristorazione.

Anche se non compare nelle visure camerali, sarebbe riconducibile a lui il ristorante Can Vent a Es Pujol, Formentera.
La Can Vent Beach inizia la sua attività nel gennaio del 2010, uno dei due amministratori nominati nell’atto costituitivo è Ferruccio Dionisotti, socio di Giacinto Mariani nel locale di lap dance milanese Lilly la Tigresse.
Ma i camerieri del ristorante sono sicuri che il sindaco di Seregno sia proprietario del Can Vent.
A maggior conferma ci sarebbe il viaggio lampo fatto l’anno scorso a Formentera da Giacinto Mariani in concomitanza con la nomina del nuovo gestore avvenuta il 05/06/2012.
L’assenza di Giacinto Mariani da Seregno fu notata perché nello stesso giorno si celebra la Festa dei Carabinieri di cui il sindaco è immancabile ospite. L’anno scorso a presenziare alla cerimonia fu invece mandato il vicesindaco Gianfranco Ciafrone.

L’altro amministratore nell’atto di costituzione della Can Vent Beach è invece una persona legata a Fabio Avogadri.
Tanto è vero che un articolo di viaggi del Corriere della sera del luglio 2010 attribuisce la proprietà del locale a Fabio Avogadri. Lo stesso amministratore della Can Vent compare in alcune società immobiliari con Avogadri.
Ma chi è Fabio Avogadri? Ex tennista e allenatore di Fabio Cané, Avogadri viene arrestato nel 1994 per traffico internazionale di droga tra l’Italia e la Germania e un’altra volta nel 2001 per possesso di due chili di cocaina.
Per farla breve, Giacinto Mariani potrebbe aver aperto un ristorante a Formentera con un personaggio con pesanti precedenti penali per traffico di stupefacienti.
Non un bel biglietto da visita per un sindaco che sostiene di avere fatto una strenua lotta antimafia.

‘Ndrangheta e politica, una grande retata dopo le elezioni?

Mentre l’opinione pubblica di Seregno si interroga sulla recente inchiesta giudiziaria che vede coinvolto l’ex assessore Attilio Gavazzi un’ondata di provvedimenti giudiziari starebbe per abbattersi sulla Brianza e la Lombardia. Li avrebbe richiesti, già a ottobre e per 250-300 persone, Ilda Boccassini. 
La modalità dell’operazione ricalcherebbe quello che è avvenuto nell’aprile 2010 dopo le elezioni regionali lombarde, quando Massimo Ponzoni fu iscritto al registro  degli indagati e a  luglio dello stesso anno scatto l’operazione Infinito. Questa volta al centro dell’inchiesta  i legami tra ‘ndrangheta, politica, le istituzioni e le attività di riciclaggio del denaro sporco.
 

Vimercate - Tentato sequestro di persona e tentata estorsione. I Miriadi giudicati dal Tribunale

di Stefania Totaro da il Giorno

NON SARÀ LA CORTE DI ASSISE di Monza ma il Tribunale monzese a processare per tentato sequestro di persona e tentata estorsione i due fratelli Vincenzo e Giovanni Miriadi, discendenti dell’Antonio Miriadi giustiziato proprio a Vimercate negli anni ‘90 in una sanguinosa faida di ‘ndrangheta.
Insieme a Mario Girasole e Isidoro Crea, sono stati arrestati nel dicembre scorso dalla Dia di Milano con il supporto dei carabinieri della compagnia di Vimercate, perchè ritenuti responsabili di 4 episodi accaduti alla fine del 2011, tutti finalizzati a estorcere denaro all’imprenditore edile Giuseppe Malaspina della Gimal di Vimercate. Il caso più grave, del novembre 2011, ha colpito il fratello di Malaspina: una sera, mentre rientrava a casa, 4 uomini incappucciati hanno cercato di rapirlo e di caricarlo in auto.

LA RESISTENZA di lui li ha fatti infine desistere, ma l’uomo ha riportato fratture a un braccio e a una gamba. E poi una bottiglia di benzina lasciata sul tavolo dell’immobiliare Progeam di Vimercate, legata ai Malaspina. Ragione della tentata estorsione, un terreno di via Pellizzari a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 per realizzare un insediamento residenziale. Appartenuto a una società della famiglia Miriadi, negli anni ‘90 era stato messo all’asta in seguito al fallimento dell’impresa.

MA I DUE FRATELLI Miriadi avrebbero preteso prima la restituzione e poi 12 milioni di euro che i Malaspina non hanno mai corrisposto. E ora si sono costituiti parti civili al processo. Per l’accusa di tentato sequestro di persona a scopo di estorsione (un reato punito con una pena fino a 30 anni di reclusione) il quartetto doveva essere processato dalla Corte di Assise di Monza, ma i giudici hanno ritenuto che si tratti di un’ipotesi di reato minore giudicabile dal Tribunale, che si occuperà del dibattimento.

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