Iamonte

Monza - L'ingombrante presenza della moglie del boss nel bar della Provincia

14 febbraio 2017

di Pier Attilio Trivulzio

Anna Saladino, moglie di Pio Candeloro boss della 'ndrangheta, arrestato a Seregno nel giugno 2010 (Ordinanza Infinito) e condannato in via definitiva ad una pena di 20 anni, dal marzo 2015 lavora a Monza in via Grigna, sede della Provincia di Monza e Brianza.
Sta dietro al banco del bar, si occupa della ristorazione, batte scontrini ed incassa. E' stata assunta dalla Cooperativa sociale MAR Multiservizi che ha sede operativa a Gallarate ed è amministrata da Paola Oliva Lonelli.


Direttore operativo e responsabile degli inserimenti del personale della MAR Multiservizi, il napoletano Quintino Magarò, consigliere comunale a Gallarate della DC a metà anni 80, nel 2001 torna in consiglio comunale con il CDC-CDU, nel 2006 con l’Udc e nel 2011 con la lista di destra “Mucci Orgoglio Gallaratese”, quando ottiene il record di preferenze (385).

Nella veste di direttore generale della Cooperativa Primavera, Quintino Magarò riesce a far aggiudicare la gara d'appalto del comune di Gallarate da 1,3 milioni “per attività integrative scolastiche per gli anni 2010-2012” alla sua cooperativa che non ha né i necessari requisiti tecnici né quelli finanziari. L'esposto della esclusa Cooperativa Eurotrend accende i fari su Magarò che viene condannato con rito abbreviato per associazione a delinquere e truffa allo Stato a 3 anni di carcere. La pena viene confermata in secondo grado.
Dal 2009 al 2012 truccando con un software i cedolini di 1750 soci e lavoratori occasionali la Cooperativa Primavera ha sottratto ai lavoratori 500 mila euro di contributi INPS, evaso 1,4 milioni di Irpef ed altri 1,5 milioni di evasione contributiva. La Guardia di finanza ha posto sotto sequestro 18 immobili e quote societarie per il valore di 3 milioni.
Le vicende giudiziarie convincono, nel dicembre 2015, Quintino Magarò a rassegnare le dimissioni dal consiglio comunale di Gallarate, dopo tre anni di sospensione.

A marzo 2015, MAR Multiservizi firma il contratto quinquennale con la Provincia di Monza e Brianza, lo scorso settembre Magarò era a Mantova a brindare per l'appalto triennale del bar-bouvette del Tribunale.
La Cooperativa si è anche aggiudicata la gestione del bar della Sogemi all'Ortomercato di Milano (in passato pesantemente infiltrato dalla ‘ndrangheta), e ancora il bar del Comando Carabinieri di Brescia, dell'IRIS Versari di Cesano Maderno, un bar a Monza ed un altro a Milano.
Qualcuno comincia, giustamente, a preoccuparsi. La presenza di Anna Saladino che trova lavoro in Provincia, assunta da un condannato per associazione a delinquere e truffa allo Stato, desta preoccupazione e origina l’esposto che finisce in Procura.

Il curriculum della donna vanta quattro anni in società con la zia, Sebastiana Saladino, nella gestione del Tricky Bar di Seregno di proprietà del comune di Seregno, gestione ceduta in fretta e furia quando il marito Pio Candeloro, Tony per gli amici, venne arrestato.

Nel luglio del 2010, mentre a Seregno in giunta ci sono pareri discordanti sulla proposta per la “concessione del patrocinio con l'utilizzo del logo e altri interventi alla società Tricky Bar per l'iniziativa Calabresella mia”, nonostante il bar abbia maturato sei mesi di affitto non pagato al comune - che verranno poi rateizzati e saldati dalle tre gestioni che si succederanno -, arriva la notizia dell’arresto di Pio Candeloro a chiudere la questione e ad evitare un maggiore imbarazzo dopo che il comune aveva già concesso al bar il patrocinio per una serata di preselezione di Miss Italia.

Forse per questo la lettera del dicembre 2010 inviata al comune, proprietario dei muri, da Sebastiana Saladino per comunicare l’avvenuta cessione della gestione a terzi del bar di piazza Liberazione, si chiude con la frase emblematica: “Sicuri d'avervi fatto cosa gradita”.

L’esposto sulla presenza della Saladino nel bar della Provincia e la successiva indagine che è stata aperta, arrivano in un momento in cui le istituzioni manifestano una maggior attenzione in Brianza sulle licenze commerciali e sul pericolo che queste finiscano in mano e personaggi legati alla criminalità organizzata.
In particolare c’è da ricordare le misure prese dalla Prefettura di Monza nei confronti di alcuni bar di Seregno ( Seregno - 'Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti) e della Dylangroup di Cesano Maderno (vedi Cesano Maderno - 'Ndrangheta. Tra i soci di Marziano della Dilancar c'è anche il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli).

La presidente della cooperativa Mar Multiservizi, Paola Leonelli, ha dichiarato alla stampa che “nulla sapeva che la signora Saladino, in possesso dell’invalidità, fosse coniugata con il Sig. Candeloro, condannato per reati di criminalità organizzata di stampo mafioso” e ha aggiunto che la Saladino è stata assunta all’interno delle quota riservata alle persone svantaggiate che la legge prescrive per le cooperative sociali: un terzo dei dipendenti.

La famiglia di Pio Candeloro e Anna Saldino è ben integrata nella realtà sociale brianzola, con amicizie un tempo importanti che non sono venute a mancare anche in tempi recenti, come quella con Massimo Ponzoni, l’ex assessore regionale per anni uomo di punta di Forza Italia in Brianza, condannato per bancarotta.
Mai rinviato a giudizio, ma più che sfiorato dal sospetto di una vicinanza agli ambienti ‘ndranghetisti, Ponzoni venne definito dal Gip Gennari “capitale sociale della ‘ndrangheta”, in un capitolo dell’ordinanza che il magistrato dedicò ad alcuni politici e che inizia così: “È chiaro che, se l’obiettivo dei nostri (gli ‘ndranghetisti - ndr) è quello di mettere le mani su appalti pubblici, avere ottimi rapporti con esponenti politici rappresenta un capitale aggiunto di notevole valore e considerevole interesse”. La sorella di Massimo, Laura Ponzoni, è stata arrestata nel febbraio del 2016, insieme al marito, il costruttore Argentino Cocozza, nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di droga che ha visto coinvolto anche Carmelo Pio, nipote di Candeloro.

Naturalmente ci sono anche le amicizie delle coppia Candeloro Pio- Anna Saladino con personaggi del mondo della ‘ndrangheta, come Arturo Sgrò medico chirurgo al Niguarda di Milano, arrestato nel gennaio dell’anno scorso e vicino alla ‘ndrina degli Iamonte di Melito Porto Salvo, clan di appartenza dello stesso Pio Candeloro, e Paolo De Luca, il “boss invisibile”, arrestato a novembre dell’anno scorso e vicino agli Stagno, collegati ai clan Galati e Mancuso di Vibo Valentia così coma la famiglia Cristello, un tempo potenti e ricchi esponenti della ‘ndrangheta a Seregno, grazie alla gestione privilegiata del canale di traffico della droga, adesso fortemente in declino dopo i tanti arresti e l’uccisione nel 2008, in una faida interna al clan Cristello-Stagno, di Rocco Cristello.

La famiglia Pio-Saladino si intreccia poi con altre famiglie, quella di Tripodi che gestisce l’omonimo bar-panetteria chiuso per ordine della Prefettura nel gennaio dell’anno scorso (Antonino Tripodi ha sposato la nipote di Pio Candeloro), e la famiglia Conti, di origine siciliana, proprietaria di vari locali pubblici, le pizzerie Aldo e Aldo2 e il bar Mosquito a Barlassina, la birreria The Stone a Seveso, le pizzerie Aldo3 e Aldo4, rispettivamente a Meda e a Seregno, tutti locali che vennero posti sotto sequestro cautelativo quando nell’ottobre 2015, nell’ambito dell’Operazione July, venne sgominata un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti al cui vertice c'era Aldo Conti, personaggio dal noto passato criminale. In quella indagine sono emersi collegamenti, oltre che con un’organizzazione criminale albanese, anche con esponenti della ‘ndrangheta.

ps: nella foto Pio Candeloro e Anna Saladino al Tricky Bar di Seregno poco prima degli arresti del luglio 2010.

Desio - Ignazio Marrone, lo sfasciacarrozze siciliano al servizio della 'ndragheta

di Pier Attilio Trivulzio

“La perquisizione a Ignazio Marrone? Credo che nemmeno per Totò Riina ci sia stato un così importante spiegamento di forze!”, racconta Franco Gandolfi (nella foto), legale dell'imputato. “E' durata quattro giorni. Da Roma è arrivata a Desio una squadra speciale, vi hanno preso parte carabinieri, artificieri, pompieri e un'unità cinofila. Hanno rivoltato il capannone della ditta come un calzino e con un buldozer scavato fino in profondità un campo vicino dove Marrone tiene i cavalli. Forse pensavano di trovare un bazooka o un carro armato. Cos'hanno trovato? Soltanto una scacciacani che hanno lasciato nella disponibilità del mio cliente e alcuni proiettili marca Fiocchi”.

L'avvocato definisce “esagerato” sia lo spiegamento di forze sia le 480 pagine dell'ordinanza firmata dal Gip Carlo Ottone De Marchi “che per motivare l'arresto ripercorre – dice - dieci anni di vita del mio assistito (e di Arturo Sgrò, chirurgo plastico impiegato presso l'Ospedale di Niguarda a Milano, cugino di Giuseppe ed Edoardo Salvatore in carcere dal 2010 a cui faceva arrivare aiuti economici – ndr) partendo dall'indagine Infinito già andata a sentenza con una condanna per lui di due anni per il possesso di un'arma. Ha fatto 19 mesi nel carcere di Opera in cella assieme a personaggi di spicco della 'ndrangheta – aggiunge -. Per dieci anni, dal momento che anche quando era in carcere ogni parola veniva registrata, Marrone ha avuto nelle orecchie le microspie della DDA...”.

“Il Gip definisce fortino della n'drangheta la ditta di Ignazio Marrone – argomenta il legale -. Ben lo sanno i carabinieri di Desio che ha subito furti e attentati, gli hanno bruciato i cavalli e fatto scoppiare una bomba che ha causato ingenti danni ed è allora che l'assicurazione gli ha imposto allarmi e videocamere ai suoi 20mila metri quadrati. Per il Gip la ditta si è trasformata in un fortino che custodiva chissà quali segreti. Non siamo andati al riesame e però al processo queste cose le dirò chiaramente. Prima del 2010 a Ignazio Marrone la n'drangheta ha scucito soldi e questo lui, al processo l'ha detto. Che abbia qualcosa da farsi perdonare può anche essere vero, certo, la sua ditta era anche frequentata da balordi, che sia partecipe di un'associazione che lo taglieggia, francamente mi sembra stravagante”.

E però l'ordinanza parla chiaro. “Il 16 aprile 2014 – scrive il Gip - Marrone Ignazio aveva ricevuto una visita di Rugolino Francesco Gaetano figlio non riconosciuto di Iamonte Natale con il quale aveva discusso proprio di vicende legate alla detenzione di Iamonte Remigio detto “u' picciriii” figlio del boss Iamonte Natale classe 1927 detenuto presso la Casa Circondariale di Milano Opera con il quale Marrone Ignazio aveva condiviso un periodo di carcerazione ed al quale è talmente legato da commentare, nel corso di una conversazione con Rugolino Gaetano “...io...io...io non sono nessuno, loro non sono nessuno! Però non ammetto il nome di “Remigio” davanti... e con il nome di “Remigio” davanti ci vogliono persone”.

“Dalla conversazione ambientale si è potuto comprendere in modo chiaro che Rugolino Francesco Gaetano detto “Ciccio” - fratello di Iamonte Carmelo per via della madre Rugolino Maria Adelina che ha avuto una relazione con Iamonte Natale il quale ha riconosciuto come legittimo soltanto il figlio Carmelo – si è recato da Marrone per discutere di importanti “questioni di n'drangheta”, fatto che dev'essere necessariamente letto come un chiaro indice di appartenenza di Marrone Ignazio alla consorteria criminale in esame e nello specifico alla Locale di Desio, legata indissolubilmente alla famiglia Iamonte. Ma l'elemento maggiormente significativo è rappresentato dal fatto che Marrone, per sua stessa ammissione, aveva discusso della questione, prima ancora che con Rugolino direttamente con “Remigio”, ovvero con Iamonte Remigio importante esponente della famiglia Iamonte con il quale aveva espiato un periodo di detenzione a Opera e che aveva fornito in detto periodo a Marrone preziose informazioni relative agli assetti e agli equilibri della n'drangheta in Brianza”.

“Marrone Ignazio è talmente legato a Iamonte Remigio che non ammette che il suo nome venga invocato a sproposito e da persone che non sono all'altezza di spenderlo. E con riferimento all'importanza della famiglia Iamonte, Marrone aveva commentato con Rugolino Francesco Gaetano “il cognome Iamonte è, è reggente!...ha fatto smuovere il cognome vostro troppo!”. Rugolino: “Assai”.

Da quanto affermato in questa conversazione secondo il Gip “appare evidente che Marrone Ignazio era già all'epoca a completa disposizione degli esponenti mafiosi della Locale di Desio al cui vertice erano all'epoca Moscato Annunziato Giuseppe (capo della Locale), Minniti Nicola (contabile della Locale) e Pio Candeloro (vicario del capo della Locale). Per questi ultimi, Minniti e Candeloro, sia era in passato ampiamente impegnato facendo “prendere” a Pio Candeloro la somma di 200mila euro.. “Quando esce l'amico...anche fra cent'anni, quando esce Candeloro pure...poi ci sediamo...la tua famiglia e Candeloro...e poi lui ti...prende duecentomila euro... dalle persone qui, che glieli ho fatti prende io! E li po...e li deve dare tutti sopra il tavolino. Li deve mettere tutti qua, così”.

Insomma, il siciliano di Canicattì Ignazio Marrone aveva partecipato alla raccolta tra i compaesani siciliani di quei 200mila euro che servivano per pagare gli avvocati degli ‘ndranghetisti in galera.

Aveva quindi rivelato a Francesco Gaetano Rugolino della “riunione abusiva” della quale non era stato dato a conto “a quelli di sotto” ove era stato condiviso un “patto” al quale avrebbero dovuto “mangiare” solo quella della Lombardia.
Marrone: “Ti spiego, ti spiego. Quando c'è stata la riunione...inc...hanno fatto una riunione abusiva...fidati di me, compà! Loro hanno fatto tutto in Lombardia, senza dare conto a quelli di là sotto...volevano mangiare solo qua, loro!” Rugolino: “E allora?”. Marrone: “Ah, non lo capisci come...come è stato il patto?”: Commento di Rugolino: “so cazzi suoi quando escono!”
Secondo l'ordinanza Ignazio Marrone aveva frequenti rapporti con il costruttore Natale Moscato al quale dice: “Io a voi vi rispetto...fino alla morte”. Moscato era passato alla “Recupero e Demolizioni srl” di Desio per discutere di due appartamenti acquistati a Moggio in Valsassina dalla “Impresa Moscato sas” poi fallita. Per gli appartamenti Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone, aveva dato un anticipo di 10mila euro e però il rogito non era stato possibile farlo perché nel frattempo essendoci stato il fallimento era intervenuta la banca che aveva pignorato la casa.

A Natale Moscato, Marrone, appena uscito dal carcere aveva dato altri 10mila euro “Ne ha comprate due, una per mia moglie Samantha ...giustamente un po' di soldi li abbiamo dati io e lei. Ha scritto tutto lui (Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone – ndr) – dice a Milena Moscato, figlia di Natale – sai che...che l'anno scorso ho dato diecimila euro a tuo papà...lui non m'ha fatto nessun fogli, eh? ...io non abbiamo fatto né fogli né niente! Papà è vivo lo possiamo chiamare”. Al che Milena Moscato dopo aver ribadito la stima nutrita dal padre nei confronti di Ignazio Marrone, il quale s'era detto comunque disposto ad accollarsi il mutuo al fine di bloccare la vendita all'asta “però...io mi incollo il mutuo... sai che ci sono questi soldi. Bloccalo perché... se lo incolla mia moglie... giusto? Glielo paghiamo ogni mese...inc...l'ho già pagato...non è scritto”.

In realtà gli appartamenti di Moggio erano già stati interamente pagati (“Io glieli ho già tutti pagati così”) eppure, per rispetto nei confronti di Natale Moscato, Marrone
era disposto ad accollarsi il pagamento in 18 mesi versando subito un quinto del valore e trascrivere a favore della moglie Samantha gli immobili.

Era interessato agli affari immobiliari Ignazio Marrone.
Dagli appartamenti di Moggio in Valsassina ai villini di Moneglia nelle Cinque Terre. La conversazione intercettata fa emerge un'altra operazione con un gruppo di palermitani riferibili a Giampiero Pitarresi che, con i soldi del polacco Knopp Krzysztof detto “Cristian”, dopo aver utilizzato con il socio Vincenzo Alfano il denaro di Antonino Mandalà, esponente malavitoso di Villabate per cementificare buoa parte del modenese e della Romagna, aveva messo gli occhi sul paradiso delle Cinque Terre. Pitarresi è certamente personaggio di spessore: gestiva gli affari immobiliari al nord dei corleonesi ed aveva avuto un ruolo primario durante la latitanza di Bernardo Provenzano.

Maggio 2014: Pitarresi incontra all'aeroporto di Berlino Knopp ed assieme, in auto, proseguono per la Polonia, mentre Natale Moscato è in partenza per la Romania. Moscato: “Dopo Pasqua io vado in Romania...”. Marrone: “Parliamone chiaro signor Natale ci sono delle belle operazioni?”. “Moscato: “Sì!!”. Marrone: “Queste si fanno! Loro non si devono inguaiare...”. Moscato: “No..no..no..lo sai”. Marrone: “...questi no, no no sono persone che...l'unico pulito che è rimasto!” Moscato: “Loro si devono fidare di te. ..”. “Marrone: “no, loro di me si fidano...e io mi fido di voi...”. Moscato: “Tu sai com'è la situazione...”. Marrone: “Persone come a voi sono eh!! Con i capelli bianchi...Gente seria... gente come voi c'è... Poi sono gente che ne capiscono come voi...”.

Un mese dopo quella conversazione parlando con tale “Alfonso” Ignazio Marrone s'era detto disposto ad entrare in un affare da 4milioni di euro al 50 per cento. A Moneglia, località delle Cinque Terre dove un vecchio albergo stava per essere trasformato in villini e spazi commerciali. “Un affare, – dice lo sfasciacarrozze di Desio – prima lì costavano 15mila ero al metro quadro, ora ne bastano 8000. In base all'operazione che c'è da fare...questa a me mi viene a costare 2500 euro al metro quadro.... nell'affare ci sono sia i palermitani che i calabresi”.

L'affare di cui Ignazio Marrone parla è la ristrutturazione del “Mondial Hotel” i cui soci sono Lina Meloni e Lauro Lanterna, classe 1970. Numerose cessioni di fabbricato dell'ex hotel erano state registrate da Lauro Lanterna a persone residenti in Lombardia, Liguria e Veneto. E però su ordine del sostituto procuratore Gabriela Dotto, l'autorità giudiziaria aveva posto sotto sequestro l'immobile con vista mare e collina per abusi edilizi. Sette persone residenti nelle province di Milano e Bergamo erano state denunciate.

Ignazio Marrone che come abbiamo detto è interessato a investimenti immobiliari, è però al tempo stesso forzatamente costretto ad assecondare Natale Moscato che gli chiede di accollarsi i mutui se vuole rogitare. E che solo in un secondo momento gli avrebbe restituito le rate corrisposte a titolo di mutuo.
“Ho un'altra casa che ho dentro tutti i suoi compari (di Natale Moscato – ndr) in affitto che domani... ah, mio marito gli ha dato 300mila euro di questa casa che ha su l'affitto, e si ma ho dentro un nostro amico...”, si lamenta la moglie di Ignazio Marrone, Samantha Cattaneo, con il costruttore Natale Doardo che lavora per l'Impresa Moscato sas.
“Nonostante l'evidente ingiustizia della proposta di Natale Moscato – sottolinea il Gip – Ignazio Marrone non si era in alcun modo posto in contrasto con il medesimo, ma aveva tenuto un atteggiamento di deferenza e ossequio nei suoi confronti, così dimostrando di rispettare i meccanismi e le cariche della n'drangheta, anche a discapito dei suoi interessi personali”.

Era in possesso, Ignazio Marrone, di diversi assegni in bianco di Saverio Moscato che non aveva mai presentato all'incasso. “...ho un assegno in bianco, io poi ve lo do un giorno...si, firmato da Saverio (fratello di Annunziato Giuseppe, deceduto – ndr)...ma poi ne ho più di trenta assegno...di Saverio. Questi soldi li avevamo presi...lascia stare...non mi devi dare soldi..lo avevamo cambiato a uno con quello storto di Polimeni”.

A Ignazio Marrone piacciono gli immobili e le armi. Considera la Beretta 7,65 un must. Assolutamente da possedere.
Di armi ne parla col cugino Gioacchino detto “Lillo” che gliene mostra una e dice di possederne “Ventidue sono, vero?”. “Sai che Natale (il fratello titolare di una rivendita auto – ndr) ne ha una?”, domanda Ignazio Marrone. Il cugino: “Lo so che Natale ha una pistola”. Natale: “Tre
ne avevamo! Non ce n'erano più. Una io, una lui, una se l'è...se l'è fatta fottere dai calabresi! La mia? sta minchia..E una non l'ha portata più...son riuscito a...a...a..entrarla in carcere capito!. Ci dissi quasndo la smonti..la puoi mettere in bocca. Tu la mia la mettevo in bocca! Sei colpi, cinque colpi. Ma quella è ventidue eh..TAM, TAM, TAM! Te la ricordi tu?”. Fanno riferimento ad una penna-pistola. Goiacchino: “Quella è bellina...la metti ovunque. I tuoi figli san sparare con quella?..” Ignazio: “Mia figlia sì, è brava...Mattia l'aveva...La vendevano a 350 euro, vero? Trecento?”.

Dice al cugino di averne 40 di pistole. “Io ne ho quaranta...Allora non m'hai capito...io ne ho quaranta! Col silenziatore solo una, la sette e sessantacinque, bella! Non la vendo io quella...neanche se uno mi dice ti do 15mila euro...non gliela do. E' la più bella di tutto il mondo...i veri killer hanno la sette e sessantacinque...quindici colpi bi-filare. Le vere...le vere persone giuste, i veri cristiani giusti. Perchè diventa tanto, diventa.. E ogni 15 colpi gli devi cambiare l'anima di vetro...fatta da inc...da professionisti. Io ce l'ho la Beretta ma non la uso mai. Questa quando proprio deve andare a fare danno! Ne avevo due, una l'ho data a Lorenzo...Me la tiene Lorenzo...una la tengo ai cavalli”.
Per gli investigatori si tratta di Lorenzo Spinella.

Gioacchino: “Ci sono anche i candelotti di dinamite...”. Ignazio: “Sii...Gente fidata, non parla? Sicuro?”. Gioacchino: “Non parlano. Gente fidata. Si fanno ammazzare ma non parlano!”. Ignazio: “Non sono di qua?”. Gioacchino: “Sono di qua”. Ignazio: “Eh, noo! Non va bene, lì. Calabresi ci sono di mezzo?”. Gioacchino: “Ti dico... chi è Gio...Giovanni. Uno serio...quello che è venuto qui. Vogliono 300 euro al pezzo. A noi ce ne bastano...ne bastano...anche quattro secondo me. Sai come li fanno (i candelotti – ndr). Col tubo
Innocenti”.

Una pistola era stata sequestra a Giovanni Middioni, collaboratore di Ignazio Marrone appena uscito dall'officina di via Ferravilla a Desio. Invece la pistola Mauser-Werke modello 90DA con matricola della canna e cestello abrase è stata sequestrata dai carabinieri, otto giorni dopo l'irruzione alla “Car Parts srl” di Muggiò. La società era intestata a Salvatore Tambè e ai fratelli Fulvio e Samantha Cattaneo - quest'ultima però secondo l'avvocato Gandolfi aveva da poco ritirato la sua quota -, rispettivamente cognato e moglie di Ignazio Marrone. Nel capannone venivano cannibalizzate auto e moto rubate.

I carabinieri avevano fatto irruzione il 1. aprile; appena venuto a conoscenza dell'operazione Marrone aveva chiamato Tambè dandogli indicazioni per recuperare l'arma che era dentro un borsello. Le numerose chiamate di Marrone a També, alla moglie e ad uno straniero, presumibilmente socio occulto della “Car Parts srl” avevano allertato i carabinieri che alla fine avevano nuovamente passato al setaccio il capannone trovando e sequestrando il borsello contenente la Mauser. Ignazio Marrone aveva suggerito a Salvatore També di giustificare il possesso dell'arma “acquistata a 250 euro dai marocchini per difesa personale essendo stato vittima in Sicilia di una guerra di faida” nella quale erano deceduti il padre e i fratelli.

Il 28 ottobre 1983 i familiari avevano denunciato la scomparsa di Calogero Tambè di Riesi, classe 1942 . Scomparsa catalogata come “lupara bianca”; ed in quanto ai fratelli Luigi e Giuseppe furono assassinati il 1.agosto 1990 a Mazzarino a seguito di alcuni contrasti intercorsi con le famiglie mafiose di Riesi e Mazzarino.

Nella foto l'avvocato Franco Gandolfi

La 'Ndrangheta bussò alla porta del partito di Berlusconi

di Lucio Musolino da il Fatto quotidiano

Nell’aprile del 2008 la cosca Iamonte ha bussato in via dell'Umiltà 36, nella sede che oggi è del Popolo della libertà ma che allora era di Forza Italia. E lo ha fatto per incontrare Giuseppe Bono, l’assistente dell’ex ministro Sandro Bondi. Per entrare nel giro che conta, per ritagliarsi un posto in prima fila nella “zona grigia”, il boss Remingo Iamonte sapeva che era necessario entrare in contatto con i politici “romani”. Le telefonate, i rapporti “istituzionali” e le aspirazioni del clan reggino sono riassunti nell'ordinanza dell'operazione “Ada” che, lunedì, ha portato all'arresto di 65 persone per associazione mafiosa tra cui il sindaco di Melito Porto Salvo Gesualdo Costantino, del Pd. Per la 'ndrangheta, però, il partito non conta. Quindi il 10 aprile di 5 anni fa in via dell'Umiltà compare Natale Iamonte, figlio del boss Remingo e nipote del mammasantissima Natale. Con lui Giovanni Tripodi (anch’egli arrestato), anima imprenditoriale della cosca e titolare della Fra.ve.sa. Srl ritenuta “al vertice del cartello d’imprese che si spartiscono gli appalti pubblici” nell’area di Melito Porto Salvo.

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