controllo

Carcere di Monza: due suicidi tra i detenuti e l'impotenza dei lavoratori

comunicato stampa fp cgil lombardia-fp cgil monza e brianza
 
 Oggi per il mondo carcerario lombardo, e brianzolo in particolare, è una giornata decisamente drammatica.
 
Ben due detenuti, a poche ore di distanza, si sono tolti la vita nel carcere di Monza. Il primo impiccandosi in infermeria, presumibilmente attorno alle ore 5,00. Il secondo è stato trovato dagli agenti penitenziari a terra attorno alle ore 11,00, per aver sniffato gas dal fornelletto in dotazione. Nonostante gli sforzi del personale penitenziario per salvarlo, non ce l’ha fatta.


Innanzi tutto, come Fp CGIL Lombardia e Fp CGIL Monza e Brianza esprimiamo le nostre condoglianze a cari e  parenti dei due uomini. E solidarietà ai lavoratori che devono far fronte anche a questi casi estremi.
 
“Siamo enormemente dispiaciuti per questi drammi umani che noi agenti penitenziari non riusciamo a intercettare per tempo e che ci mettono di fronte alla nostra impotenza – commenta Calogero Lo Presti, coordinatore Fp Cgil Lombardia -. Lavoriamo in condizioni difficili, pesanti e al contempo con soggetti delicati. Lavoriamo con senso del dovere e responsabilità e tanto più è per noi mortificante registrare la perdita di vite umane. Purtroppo queste situazioni pesanti portano molti agenti a serie depressioni, e anche noi avremmo bisogno di supporto per gestire disagio e stress. L’Amministrazione dovrebbe riflettere ad ampio raggio sulle modalità organizzative del sistema carcerario”.
 
“Da molto tempo abbiamo sollevato la cronica mancanza di personale del carcere di Monza (cui mancano circa 70 agenti penitenziari e ha un sovraffollamento di oltre 200 detenuti), come del resto è per gli altri istituti lombardi e del paese – aggiunge Michele Giandinoto, segretario Fp Cgil Monza e Brianza –. Molti agenti sono assorbiti a svolgere le attività amministrative. Magari per questi due casi specifici non molto sarebbe cambiato. O forse sì. Quello che è certo è che i lavoratori sono sempre più in difficoltà. E così non si può andare avanti”.
 
 
23 marzo 2017

Benvenuti a Seregno

23 / 07 / 2016
di Davide Ripamonti
membro del coordinamento PD Seregno

Martedì 12 luglio 2016 è stata scritta un’altra brutta pagina politica della città di Seregno. Il filo conduttore della narrazione durante il Consiglio Comunale è stato il dare forma e legittimità al concetto di DISCRIMINAZIONE.
È stato approvato il REGOLAMENTO SULLA CITTADINANZA ATTIVA che prevede la possibilità per i cittadini di iscriversi ad un albo comunale per dedicare volontariamente parte del proprio tempo a fini di utilità sociale come previsto dall’art. 118 della Costituzione:

Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.


Ma l’Amministrazione Comunale ha vincolato questa possibilità alla residenza nel nostro Comune da almeno 5 anni, pertanto una persona che viene a vivere a Seregno non può contribuire, donando del tempo, ad attività a beneficio della collettività. In sostanza viene discriminato come cittadino di serie B.
Interessanti sono le motivazioni:
Consigliere Mauro Antonio Edoardo di Mauro (Fratelli d’Italia)
“…è necessaria una verifica morale e sanitaria per valutare il rischio…maggiore è la conoscenza che abbiamo del candidato minore è il rischio.”
Attendo 5 anni durante i quali sarò sottoposto a un vigile controllo da parte di un ente non meglio specificato che allo scadere del periodo di quarantena certificherà che la mia condotta morale sia più o meno rispondente alle aspettative del cittadino modello di Seregno, sperando inoltre che la mia storia sanitaria sia libera da qualsiasi ombra.
Consigliere Edoardo Trezzi (Lega Nord):
“…bisogna essere seregnesi comprovati….prima mi dici chi sei poi ne parliamo”
Ecco una nuova categoria dello spirito: la Seregnesità, condizione senza la quale non è possibile partecipare attivamente alla vita della comunità nella quale risiedo. Probabilmente verrà istituita una pubblica cerimonia, dopo i cinque anni di residenza, nella quale verrà distribuito l’attestato di Seregnesità e allora si potrà essere dei Cittadini di Seregno con la C maiuscola.
Una domanda sorge spontanea: l’ultimo periodo dell’Amministrazione Mariani si è retto attraverso la presenza di consiglieri leghisti non residenti a Seregno e tuttora Assessori e consiglieri non risiedono a Seregno. Quindi come volontario non posso contribuire al bene comune se non dopo 5 anni ma se occupo una carica politica si? Ulteriore discriminazione.
Ciò che è un’ottima iniziativa, il cui regolamento in origine non prevedeva la residenza da almeno 5 anni, si è trasformata, per chi ha costruito il proprio progetto politico sulla paura dell’ALTRO, in una battaglia che perde di vista lo spirito originario che risiede nella PARTECIPAZIONE ATTIVA ALLA VITA DELLA COMUNITA’, e abbiamo visto con quali motivazioni.

Quali sono i criteri che dopo 5 anni stabiliscono la moralità di una persona e che le permettono o meno di iscriversi all’Albo dei Volontari, quale la verifica sanitaria? Caso vuole che durante la stessa seduta è stato approvato dalla maggioranza un Ordine del Giorno dal titolo:
NO ALLA TEORIA “GENDER”, SI ALLE DIFFERENZE TRA I GENERI ED AL CONTRASTO DELLA DISCRIMINAZIONE VERSO LE DONNE.
Negli ultimi anni è stata teorizzata l’”ideologia gender” che propone l’attuazione di progetti di educazione sessuale nei quali l’educazione all’ affettività ha la tendenza a diventare educazione alla genitalità e masturbazione precoce (?????????), priva di riferimenti etici e morali, fin dall’ età infantile. Il paradigma della “teoria gender” vorrebbe che il sesso biologico fosse slegato completamente dal genere……secondo tale teoria, infatti non si nasce maschio o femmina per questioni genetiche, ma si diventa uomo o donna (o nessuno dei due) in base a fattori esclusivamente culturali.

Se i messaggi allarmistici riguardanti la "teoria del gender" (o "ideologia gender") sono massicciamente presenti sui mass media, al contrario non compaiono nelle riviste scientifiche accreditate, quelle cioè riconosciute dalla comunità scientifica quali punti di riferimento imprescindibili per l'avanzamento delle scienze psicologiche e sociali. (Psicologia contemporanea marzo-aprile 2016 N.254)
Esistono degli studi di genere (gender in Inglese) che costituiscono un campo di indagine interdisciplinare che si interroga sul genere e sul modo in cui la società, nel tempo e a latitudini diverse, ha interpretato e alimentato le differenze tra il maschile e il femminile, legittimando non solo disparità tra uomini e donne, ma anche negando il diritto di cittadinanza ai non eterosessuali. Gli studi di genere non negano l’esistenza di un sesso biologico assegnato alla nascita, né che in quanto tale influenzi gran parte della nostra vita. Sottolineano però che il sesso da solo non basta a definire quello che siamo. La nostra identità, infatti, è una realtà complessa e dinamica, una sorta di mosaico composto dalle categorie di sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere.
Educare al genere significa dunque interrogarsi sul modo in cui le varie culture hanno costruito il ruolo sociale della donna e dell’uomo a partire dalle caratteristiche biologiche (genitali). Contrastare quegli stereotipi e quei luoghi comuni, socialmente condivisi, che finiscono col determinare opportunità e destini diversi a seconda del colore del fiocco (rosa o azzurro) che annuncia al mondo la nostra nascita.
Il neologismo “femminicidio”, tanto utilizzato negli ultimi anni di cronaca, non significa omicidio di una donna. È l’omicidio di una donna che viene uccisa perché non risponde alle aspettative di genere che gli uomini hanno su di lei; viene uccisa in quanto donna che si sottrae al suo stereotipo di genere che la colloca in un ruolo di dipendenza sociale ed affettiva.
Interessante un progetto portato avanti dall’Amministrazione Comunale nelle scuole cittadine:
http://www.impariascuola.it/sites/default/files/media/allegati/pariloimp...
da “PARI lo imPARI a scuola”. Un progetto sulla parità di genere realizzato nelle scuole di Seregno. Novembre 2014
Il progetto imPARIaSCUOLA è stato realizzato dall’Assessorato alle Pari Opportunità nelle due edizioni PARI e DI(S)PARI lo imPARIaSCUOLA (a.s.2012-2013) e PARI lo imPARIaSCUOLA (a.s.2013-2014) come percorso di sensibilizzazione sul tema delle differenze di genere in chiave preventiva, culturale ed educativa nelle scuole di Seregno. È stata ed è una iniziativa educativa importante per le ragazze e i ragazzi della nostra città nella quale l’Amministrazione e io abbiamo creduto fortemente e per la quale i fatti hanno dato ragione: questo quaderno ne è un piccolo segno. Infatti, con la collaborazione attiva dei genitori e degli insegnanti, le ragazze e i ragazzi sono stati accompagnati a riconoscere e valorizzare le differenze di genere, ad avvicinarsi ai propri desideri autentici, a capitalizzare le opportunità che questo progetto contiene nella costruzione della propria identità personale e sociale, un’ulteriore occasione di crescita per ciascuna/o di loro. Vorrei che questo quaderno rappresentasse oltre che una testimonianza dell’esperienza vissuta, un’occasione di conoscenza di possibili percorsi educativi e di prevenzione su queste tematiche di forte e spesso drammatica attualità e, per chi vuole avvicinarsi professionalmente a questi argomenti, un utile strumento didattico da utilizzare anche nel futuro. Un ringraziamento ai partners di questo progetto: alla Consigliera di Parità, Serenella Corbetta, per la generosità con la quale ci ha consentito di attingere dalla sua esperienza progettuale sul tema, consolidata negli anni nella provincia di Milano e Monza; ad AFOL Milano per la disponibilità e per gli spunti tecnici e metodologici offerti nel realizzare un progetto specifico per Seregno, ai tre Istituti Comprensivi della città “A. Stoppani”, “A. Moro”, “G. Rodari”, ad AFOL Monza Brianza con i “CFP S. Pertini” e “G. Terragni”, nella figura dei loro dirigenti, docenti e genitori, che hanno deciso di aggiungere al proprio straordinario lavoro, un ulteriore investimento di energie; a Regione Lombardia, che ha scelto il nostro progetto, per due annualità tra i tanti, e ha così contribuito, anche economicamente, alla realizzazione della sperimentazione.
Ilaria Anna Cerqua Assessore alle Politiche sociali e servizi alla famiglia, alle Politiche educative, scolastiche e dell’infanzia e alle Pari opportunità.

Dalle parole dell’Assessore il progetto è stato un ottimo progetto, dove il lavoro sulle differenze di genere crea le condizioni per avvicinarsi ai propri desideri più autentici, a costruire la propria identità personale e sociale...aggiungo io al di là degli stereotipi di genere.
Ma……
Il 10 dicembre 2015 la sezione cittadina della Lega Nord organizza una serata con l’Avvocato Gianfranco Amato dal titolo “La teoria gender e le sue implicazioni”, l’Avvocato Gianfranco Amato è il presidente dell’ Associazione “Giuristi per la vita” ed è uno dei maggior oppositori in Italia della Teoria Gender. In uno dei suoi libri dal titolo Gender (d)istruzione. Le nuove forme di indottrinamento nelle scuole Italiane (Fede e Cultura febbraio 2015), a pagina 59 riprende un suo articolo pubblicato sull' Avvenire del 19 aprile 2014 decretando che il progetto proposto IMPARI a Scuola è un tentativo di indottrinamento scolastico della "teoria gender"      http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Libretti%20gender%20altro%20choc%2...

Proseguendo nella lettura dell’ordine del giorno che ha come obiettivo l’avere un controllo sui progetti che le scuole del nostro territorio adottano per parlare di pari opportunità e affettività, possiamo leggere:
Convinzioni fallaci vorrebbero equiparare qualsiasi forma di unione e di famiglia, giustificando e normalizzando qualsiasi comportamento sessuale.

Ecco, è chiaro il problema: oltre alla condanna delle UNIONI CIVILI il nocciolo della questione risiede nell’OMOSESSUALITA’, comportamento ingiustificabile e assolutamente da stigmatizzare del quale non si può e non si deve parlare, orientamento deviato e malato della sessualità…. e tale deve rimanere.
Ecco un ulteriore DISCRIMINAZIONE e un possibile criterio di valutazione della moralità per la nostra Amministrazione: essere gay.

L’ Ordine del giorno presentato dalla maggioranza è nella premessa, un concentrato di cattiva informazione e mistificazione, ed il richiamo al progetto IMPARI a Scuola credo lo evidenzi a sufficienza. I “GIURISTI PER LA VITA” e la Onlus “PRO VITA” (richiamata dal consigliere Di Mauro su Seregno tv il 7 giugno scorso) nascono in concomitanza con la discussione del ddl sulle UNIONI CIVILI e il ddl Scalfarotto sull’OMOFOBIA, entrambe sono le maggiori organizzatrici di eventi per sensibilizzare sui pericoli della “teoria Gender”. Pertanto mi sembra chiara la loro mission.

Doveroso è il richiamo all’ art 3 della Costituzione:
Tutti i cittadini hanno pari dignita' sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni  personali e sociali.

E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Il pregio degli studi di genere e dei progetti portati avanti nelle scuole in nome della parità di genere è quanto citato nell’ art 3 della nostra Costituzione. La scuola è una palestra dove si apprendono e si sperimentano i rapporti sociali e tanto più saranno improntati al rispetto e non alla discriminazione, tanto più la paura e l’angoscia generata dall’ incontro con “l’ALTRO” potrà trasformarsi in ricchezza.

Chiara è la nota del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che chiarisce la polemica nata intorno all’art. 1 comma 16 legge 107/2015 legge “Buona Scuola” accusata di introdurre nel Piano delle offerte formative delle Scuole la cosiddetta “Teoria Gender”:
http://www.istruzione.it/allegati/2015/prot1972.pdf

La "teoria del gender" o "ideologia gender" é stata creata dai suoi stessi oppositori, per dare forma e contenuto a un "nemico" e dare sostanza a una paura. La paura per una società che è destinata a cambiare, a causa di diritti provenienti da una minoranza. Un fenomeno simile si è verificato negli Stati Uniti negli anni '50 quando i "neri d'America" hanno progressivamente richiesto e faticosamente ottenuto la parificazione giuridica. anche in quegli anni gruppi di intellettuali e religiosi evocarono lo sfaldamento della societá, la diffusione di malattie, e soprattutto la confusione che avrebbe causato nei bambini -bianchi e neri- l ' abolizione della segregazione scolastica. Anche in quegli anni si contrastò il processo di integrazione razziale invocando l'attentato ad un modello antropologico fondato sulla diversità biologica, nelle sacre scritture nelle prassi sociali, un modello che però si concretizzava nella segregazione fra le persone e nell'iniquità del diritto. Oggi una posizione del genere sarebbe considerata anacronistica e razzista, perlomeno dai più. Probabilmente, l'estensione dei diritti civili alle persone omosessuali avrà la stessa sorte: non creerà confusione nei bambini, non scardinerà modelli antropologici, non sfalderà il tessuto sociale. Anzi, dileguerà la paura del cambiamento e del progresso, la vera sostanza che da forma alla "teoria del gender". (Psicologia contemporanea marzo aprile 2016 n 254).

Pertanto……
Benvenuti a Seregno !!

Davide Ripamonti
membro del coordinamento PD Seregno

 

Legge antiterrorismo. Umberto Rapetto (Guardia di Finanza): “Hanno istituito la legge marziale”

di Paolo Zanca da il Fatto quotidiano

Io sono sbigottito. Non ce l’hanno detto e hanno istituito il regime marziale?”. Umberto Rapetto - già generale della Guardia di Finanza, “colpevole” di aver indagato troppo sulle slot machine, soprannominato “lo sceriffo del web” - scorre il testo del dl antiterrorismo con gli occhi fuori dalle orbite.

Cosa la sconvolge di più?
Intanto, solo il fatto che si ponga l’attenzione su semplici sospettati di qualunque reato, non indagati, fa già venire meno le basi del diritto. E poi si autorizzano le perquisizioni senza alcun controllo.

Parla dell’accesso remoto ai computer?
Vorrebbero guardare nei computer attraverso dei grimaldelli come trojan : fa rabbrividire. Cioè, quello stesso Stato che manda a morire i processi, tira fuori le unghie con chi non potrà nemmeno dire “quella roba non era sul mio computer”.

Sta dicendo che non si potrà avere nessuna certezza sulla paternità dei dati estrapolati?
Dico che durante una perquisizione tradizionale io, o il mio legale, ho la possibilità di assistere e dunque non potrò mai negare l’evidenza delle prove raccolte. Qui invece, se l’accesso avviene da remoto senza alcun controllo, viene meno addirittura la certezza che quei documenti fossero realmente lì. Salta il diritto alla difesa. E poi chi l’ha detto che un dato, fuori da un determinato contesto, possa avere una rilevanza diversa? Facciamo un esempio. Io l’altro giorno ho visto on line i video di propaganda dell’Isis. Ho consultato quel materiale perché dovevo fare un’intervista, ma non sono né un loro fan né un istigatore. I comportamenti possono essere dettati da curiosità, diritto di cronaca e mille altre ragioni.

Che il decreto non contempla.
Ce lo dicano: o riconosciamo lo stato di guerra e allora le leggi marziali prevalgono sul diritto vigente, oppure non si può istituire una opportunità investigativa senza garanzie contro gli abusi. Il momento è delicato, ma servono regole che vadano al di là delle suggestioni emotive. Ci vogliono modalità di attuazione stringenti, oltre alla garanzia che il materiale sequestrato sia usato solo per quelle finalità. Non vorrei che finissero per vedere anche se sono vegetariano, quale collega odio e che squadra tifo.

Affollamento carceri - Meno pallone e più celle: addio al campo di Opera

di Luca Fazzo da il Giornale

Pallone addio, servono celle. D’altronde cosa era FreeOpera, la squadra di calcio dei detenuti di Opera, se non - a partire dal nome- il paradosso di un impossibile progetto di evasione, per via sportiva, dalla routine carceraria? Così si prende atto dell’ineluttabile. La squadra è sparita da un pezzo, adesso sparisce anche il suo campo. D’altronde il carcere in fondo a via Ripamonti scoppia, ancor più di San Vittore. Bisogna allargarlo, e stavolta ci sono i soldi per farlo. Oltre i soldi però serve lo spazio. E l’unico spazio disponibile è quello del campo da pallone. Per cui ecco la decisione; dove finora i detenuti si sfogavano inseguendo un pallone, stanno arrivando ruspe, impalcature, calcestruzzo. Dove si incrociavano dribbling e cross, sorgerà una nuova ala del grande penitenziario, destinata a ospitare 400 detenuti in più. Per giocare a pallone, si ritaglierà forse da qualche parte uno spazio per un campo da calcetto. Roba da poco.

Nelle ultime statistiche sull’affollamento carcerario, diffuse dalla presidenza della Corte d’appello il mese scorso, la situazione di Opera è fotografata connettezza: 911 posti disponibili, ma1.285 detenuti effettivi, pari al 41,1 percentoin più della capienza. Una situazione ancora peggiore di quella di San Vittore, chesi ferma a un 29 per cento di sovraffollamento.

Certo, Opera è un carcere più moderno, e alla ressa non si aggiunge il peso delle strutture fatiscenti. Ma intervenire era inevitabile, anche perché l’Italia si trova a fronteggiare il rischio di sanzioni da parte dell’Unione Europea se continuerà a non garantire lo spazio minimo vitale a ogni detenuto. Così sta prendendo il via il progetto di ampliamento già contenuto nel «piano carceri» all’epoca del commissario straordinario Angelo Sinesio.

Del piano fa parte anche la ristrutturazione dei due bracci di San Vittore chiusi ormai da quasi dieci anni, il secondo e il quarto, a lungo dati per irrecuperabili e invece destinati a tornare a nuova vita: il cantiere è destinato ad aprire tra non molto, aumentando il numero dei posti letto, e - effetto collaterale - chiudendo forse definitivamente l’interminabile dibattito sulla chiusura di SanVittore.

La casa circondariale di piazza Filangieri resterà al suo posto per sempre, fino a quando la giustizia non inventerà un rimedio più umano della galera per mantenere l’ordine pubblico. I 400 posti che sorgeranno a Opera sull’area del campo da calcio non saranno destinati a detenuti di massima sicurezza. Del resto nel piano carceri i detenuti ad alto rischio verranno destinati soprattutto nelle strutture apposite in corso di realizzazione in Sardegna, a Sassari e Cagliari.

A Opera il reparto del cosiddetto 41bis resterà aperto, anche per appoggiarsi al centro clinico, ma con i numeri attuali. Addio, invece, agli ultimi emuli del Free Opera, utopia di libertà scontratasi con la dura realtà: anche perché in alcune inchieste è emerso che qualcuno dei reclusi approfittava di quei minuti in braghette corte per scambiarsi messaggi e accordi con i vecchi compari .

Brianza - In quattro Comuni i «volontari del vicinato»: non siamo ronde

di Diego Colombo e Rossella Redaelli da il Corriere della sera

MONZA Non fanno appostamenti nelle zone più a rischio della città. Non organizzano ronde. Non girano a gruppi con il cellulare o il walkie talkie (o armi improprie) in mano come fossero guardie notturne. E non portano addosso, sciarpe, foulard, fasce e distintivi di riconoscimento. Loro osservano: dalla casa del vicino che abita a fianco a quella subito al di là della strada, dall’appartamento del coinquilino di pianerottolo a quello della famiglia del primo o del secondo piano. E se notano qualcosa che non va, auto o persone sospette, danno l’allarme a carabinieri e polizia locale. Sono i volontari del «Controllo del vicinato», un’esperienza di tutela della sicurezza nata negli Stati Uniti negli anni Settanta e approdata ora anche in Brianza. Dove, sulla scorta dell’attività dell’associazione fondata nel 2009 da Gianfranco Caccia a Caronno Pertusella (Varese), sono già quattro i Comuni in provincia di Monza in cui un gruppo di cittadini ha deciso di stringere un patto di collaborazione per meglio garantire la sicurezza del proprio quartiere. Dopo Concorezzo, che ha fatto un po’ da battistrada, i cartelli gialli con la scritta «Zona di controllo del vicinato» sono comparsi anche a Seveso e a Desio.

L’esperienza di collaborazione tra residenti è stata raccolta anche da un gruppo di cittadini di Albiate. «Noi abbiamo attivato l’iniziativa lo scorso settembre con 35 famiglie — spiega l’assessore alla Polizia locale di Seveso, Andrea Formenti —. Per ora è limitata al quartiere Altopiano, dove operano tre gruppi di sorveglianti. Ma, a breve, dovrebbe nascerne un quarto nel centro di Seveso». E i risultati si vedono. Dal 2013 al 2014 si è registrato un calo di furti proprio al quartiere Altopiano, una zona residenziale di villette singole e palazzine spesso nel mirino dei ladri. «Non so — continua Formenti — se la contrazione sia fisiologica o dovuta alla presenza del Controllo di vicinato. Di certo, i residenti del quartiere mi hanno assicurato che da quando sono attivi i gruppi di volontari si sentono più sicuri». L’esperienza di Seveso sta facendo scuola anche in altri Comuni brianzoli. Nelle ultime settimane si sono rivolti all’amministrazione di centrosinistra i sindaci di Brugherio, Lentate sul Seveso, Caponago e Mariano Comense, interessati a stimolare la nascita di osservatori del territorio anche nelle loro città.

Monza - La sporca dozzina finisce in manette. Rapine dalla Svizzera alla Liguria

di Federico Berni e Riccardo Rosa da il Corriere della sera del 12/02

MONZA Sapevano quando e dove avrebbero colpito, ma intervenire durante la rapina sarebbe stato troppo pericoloso. Quella banda di criminali la tenevano d’occhio da troppe settimane per non avere capito che un arresto in flagranza avrebbe potuto trasformarsi in una sanguinosa sparatoria. Così, i carabinieri di Monza, coordinati dal pm Donata Costa, hanno deciso aggiungere ai tradizionali sistemi d’indagine alcuni diversivi da «gangster movie» per mandare a monte gli assalti. Esempio: lo scorso 3 novembre a Mariano Comense, col comandante del nucleo investigativo di Monza, il colonnello Giuliano Gerbo travestito da capo della protezione civile, i carabinieri hanno addirittura evacuato il palazzo dove si trovava l’ufficio postale finito nel mirino dei rapinatori simulando una fuga di gas.

Fantasia al posto delle pistole. Grazie alla quale i carabinieri sono comunque riusciti a mettere le mani su di un gruppo di criminali composto da 12 persone, accusate a vario titolo di associazione a delinquere, favoreggiamento personale, porto di armi clandestine, rapina pluriaggravata, ricettazione, sequestro di persona, tentato omicidio, detenzione e spaccio sostanze stupefacenti, nonché detenzione di segni distintivi, in uso alle forze di polizia. Fra il novembre del 2013 e il novembre 2014 avrebbero messo a segno 14 rapine fra le province di Monza, Como, Milano, ma anche nel Canton Ticino e in Liguria. I loro bersagli erano tutte quelle attività che dispongono di danaro contante: centri Snai, centri commerciali, aziende private, stazioni di servizio e furgoni portavalori, come quello assaltato lo scorso agosto a Cesano Maderno che, se da una parte ha rappresentato per la banda uno dei colpi più redditizi (120 mila euro), dall’altra ha anche segnato l’inizio della loro fine.

Partendo da una targa rubata usata durante il colpo, i carabinieri sono riusciti a ricostruire l’organigramma della banda e il loro modus operandi. Che si trattasse di gente con pochi scrupoli, lo aveva capito anche uno dei componenti della gang, il quale, arrestato dopo un colpo a Paderno, ha reso agli inquirenti dichiarazioni «illuminanti», come vengono definite negli atti dell’inchiesta. «Avevo deciso che non volevo avere più niente a che fare con Gianni e Davide», ammette l’indagato, riferendosi a Gianni Misso e al suo braccio destro, Davide Galullo. Il primo, genovese, classe 1954, ha già scontato 25 anni per l’omicidio di un carabiniere avvenuto nel 1979.

Non appena ha potuto godere dei benefici di legge, nei primi anni 2000, si è rimesso in attività. Il secondo, è la «nuova leva ». Ventuno anni, appena compiuti, ha seguito dall’Abruzzo Misso, che era ricercato dall’autorità giudiziaria di Pescara, e si è stabilito con lui a Senago per fare rapine nel Nord Italia. «Mi sembravano persone troppo pericolose, l’ho capito dai loro racconti», racconta l’anello debole della banda. Nel gruppo non c’erano solo banditi di lungo corso, ma anche un tecnico informatico di Limbiate che, perso il lavoro, si è dato al crimine.

Robledo trasferito a Torino come giudice Il Csm: condotta grave e inequivocabile

di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera

Via da Milano il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, e mai più pm: in attesa del processo disciplinare, lo decide ieri l’apposita sezione del Csm che, accogliendo la proposta dal procuratore generale di Cassazione (in pensione tra 24 ore) Gianfranco Ciani, ritiene Robledo meritevole di trasferimento cautelare (21 casi in 4 anni) per i suoi rapporti con l’intercettato (a Reggio Calabria) avvocato della Lega, Domenico Aiello. Ma sia chi riterrà fondato e giusto il trasferimento disciplinare come giudice a Torino, sia chi lo giudicherà sproporzionato e impropriamente usato per risolvere il contrasto con il procuratore Bruti Liberati da lui denunciato un anno fa, non troverà conforto nei motivi dell’ordinanza. Dalle intercettazioni del 18 dicembre 2012 tra Aiello e i vertici leghisti, e dal sms del 29 gennaio 2013 di reciproci ringraziamenti tra l’avvocato («Uomo di parola! Poi grande magistrato») e il pm («Caro avvocato, promissio boni viri est obligatio»), il Csm afferma «provato un rapporto di contiguità » tra Robledo e l’avvocato che difendeva molti leghisti nella truffa dei rimborsi tra i consiglieri della Regione Lombardia: «Un rapporto privilegiato improntato allo scambio di favori», nel quale la «disponibilità informativa» di Robledo a «indebitamente veicolare informazioni coperte da segreto » era «rapportabile all’interesse personale del pm ad acquisire tramite l’avvocato copia di atti, di natura riservata e non ostensibili a terzi», riguardanti l’immunità chiesta al Parlamento europeo dall’onorevole Gabriele Albertini contro cause fatte da Robledo. La sentenza sposa l’accusa che Robledo abbia svelato che prima delle elezioni avrebbe indagato consiglieri anche di Pd e altri partiti; che contro il Pdl c’erano intercettazioni gravi; che contro la Lega c’era una gola profonda. Ma, nel farlo, amputa alcuni dati. Non mette una riga dei due legali del capogruppo regionale pd, che testimoniano come a metà dicembre 2012 ebbero dal pm le stesse notizie date ad Aiello per la Lega, e cioè «Robledo ci riferì » che le indagini avrebbero definito «contemporaneamente tutti gli indagati e senza distinzione di partiti, anche per evitare qualsiasi strumentalizzazione politica in vista delle elezioni». Ignora i numerosi giornali che avevano già riferito delle intenzioni dei pm (fino a Il Giornale a cose fatte: «La Procura l’aveva promesso, stesso trattamento prima delle elezioni »).

Non spende una parola sull’attestazione che nell’indagine milanese non esistessero intercettazioni, e tantomeno una gola profonda, di cui invece erano i giornali a parlare ma in tutt’altra inchiesta della Procura di Roma. E, più di tutto, glissa sull’incongruenza di sostenere che il 18 dicembre 2012 Robledo rivelasse segreti in cambio di documenti utili a contrastare l’immunità chiesta da Albertini in Europa, posto che di essa fu informato da Albertini solo il 29 gennaio 2013 in un atto della causa civile. Per la sentenza (che Robledo impugnerà in Cassazione con il difensore Antonio Patrono), «una volta veicolate le notizie, il contro favore richiesto ad Aiello è il suo interessamento per far conseguire al pm copia degli atti» della richiesta di Albertini a Bruxelles, trasmessi mail da Aiello al pm il 6 febbraio 2013. La sentenza è logica nel valorizzare l’intercettazione del 6 febbraio nella quale Robledo dice ad Aiello: «Chillu vulissi io, da tenere per me, naturalmente! », e «se lunedì riusciamo a leggerla riservatamente siamo a cavallo! Grazie tantissime mio caro… Lei è un aiuto prezioso».

Ma quando una perizia informatica documenta che Aiello ha trasmesso a Robledo solo un pubblico ordine del giorno della commissione giuridica, e il medesimo atto civile già notificato da Albertini a Robledo nella causa civile, i giudici Csm derubricano il dato a «non di particolare pregio »: il vantaggio per Robledo «è dimostrato dal fatto che, al fine di poterli reperire e ricevere aliunde, ha avvertito la necessità di rivolgersi all’avvocato di alcuni suoi indagati, peraltro appartenenti ad un partito rappresentato nella giunta del Parlamento europeo deputata a decidere sull’immunità». Altra incolpazione disciplinare riguardava la consulenza contabile che il 21 febbraio Aiello legge in parte sull’espresso e chiede di poter avere intera a Robledo, il quale prima dice sì e poi invece no per le perplessità dei pm Pellicano- Filippini dopo una riunione col procuratore Bruti. Qui la sentenza tace la deposizione proprio dei due pm: «Robledo era favorevole al rilascio, ma non mostrò alcun disappunto quando la decisione fu in senso contrario. Se avesse voluto, essendo coassegnatario, avrebbe potuto comunque autorizzare il rilascio di copia anche senza chiedere il nostro parere. Il fatto che invece ce l’abbia chiesto e si sia rimesso alla decisione della maggioranza dimostra disponibilità nei nostri confronti». E alla fine un certo imbarazzo motivazionale si coglie anche nello slittamento lessicale della sentenza, per la quale la «propalazione di segreti» esordisce come «uno scambio di favori» sinallagmatico, e finisce invece come qualcosa «in vista di uno scambio di favori»: «riconducibile alla logica del do ut des, che» sulla vicenda Albertini «ha il suo antefatto nella vicenda» rimborsi.

I guai di Robledo. Il silenzio su Bruti

di Bruno Tinti da il Fatto quotidiano

Alfredo Robledo, Procuratore aggiunto a Milano, è nei guai. Il Pg della Cassazione ha promosso l’azione disciplinare e ha richiesto, in via cautelare, il suo immediato trasferimento, per di più a una sede che non sia di Procura. Le ragioni non stanno nel conflitto che lo vede opposto, da circa un anno, al Procuratore capo Bruti Liberati; ma nei suoi rapporti con l’avvocato della Lega Nord, Domenico Aiello, che è amico suo. La Dia di Reggio Calabria ha trasmesso alla Procura di Brescia e al Csm il testo di alcune telefonate tra i due, avvenute del 2012. La Procura le ha ritenute inutilizzabili e ha chiesto l’archiviazione. Ciani, Pg della Cassazione, è stato di parere opposto.

Il contenuto delle telefonate non è bello. Aiello si lamenta che Robledo abbia iniziato indagini per i rimborsi illeciti nei confronti della Lega; e Robledo gli risponde di stare tranquillo, che verrà anche il turno degli altri. Fin qui… Però gli rivela anche gli indizi a carico dei leghisti indagati e gli preannuncia che ne incriminerà altri il giorno dopo; e gli fornisce le date, sia pure approssimative, in cui inizieranno i procedimenti a carico degli altri partiti. Aiello giubila e gli manda un profluvio di sms: “Grande uomo, grande magistrato”. Al che Robledo risponde con altro sms: “promissio boni viri est obbligatio” che, obiettivamente, dà l’idea di un accordo pregresso. Da qui l’accusa di rivelazione di segreto d’u fficio. Che pare inquadrarsi in un rapporto di amicizia, di per sé lecito, ma inquinato da scambi professionali che leciti non sono. Robledo prepara un’istanza per Aiello che vuole ottenere dalla Procura di Milano copia di atti ancora non noti; e Aiello procura a Robledo copia di atti riservati prodotti da Albertini, incriminato per calunnia nei confronti dello stesso Robledo, all’E u r o p a rlamento per avere l’e u r o i mmunità; a Robledo invece servono per preparare una memoria contraria. Insomma il procedimento disciplinare ci sta.

PERÒ, a guardare le cose con la lente della malizia, ci sta anche qualche perplessità. Robledo è uno dei due protagonisti della guerra della Procura di Milano. L’altro è il Procuratore Capo Bruti Liberati. Il precedente Csm ha fatto di tutto per non risolverla e le cose sono peggiorate: il dipartimento dei reati contro la Pubblica amministrazione della Procura di Milano è senza capo, i sostituti protestano, i due si sbranano con reciproci esposti. Anche il nuovo Csm, almeno all’inizio, non ha dimostrato una gran voglia di affrontare il problema. Legnini, vicepresidente eletto in Parlamento e volenterosamente ratificato, in spregio della Costituzione, dai componenti del nuovo Csm, ha tentato una soluzione tipica dell’ambiente da cui proviene: l’aum aum. Riunioni riservate con Bruti e con Robledo e un accordo personale (al Csm!): tu Bruti resti a Milano, tu Robledo vai in applicazione a Venezia. Fra un anno, quando tu Bruti vai in pensione, tu Robledo torni a Milano a capo del dipartimento PA. Il consueto – per lui – giro di poltrone. Solo che non si può: Robledo non può essere applicato a Venezia per via di un paio di circolari del Csm; e poi non si può nominare un nuovo Aggiunto a capo del dipartimento della Pa e mandarlo via quando Robledo torna. I ricorsi al Tar si sprecherebbero. Così Legnini abbandona e la patata bollente torna in circolo. Dove viene nuovamente ibernata perché, dopo l’annunzio del disciplinare a carico di Robledo, il Csm decide di attendere gli eventi.

Domanda: e del disciplinare a carico di Bruti Liberati che ne è? Nel corso della guerra, di fatti disciplinarmente rilevanti a suo carico ne sono saltati fuori due: l’inguattamen - to del fascicolo Gamberale, arrivato per competenza da Firenze (accordi aum aum per l’acquisto di ESA) e rimasto per 3 mesi nel cassetto di Bruti; e le pressioni su Robledo per non fargli chiedere al Gip la carcerazione preventiva nei confronti di Podestà, presidente della Provincia e indagato per le firme false nella lista Formigoni alle elezioni regionali. E proprio da un articolo apparso su questo giornale ne è saltato fuori un altro: l’inguattamento per due mesi e mezzo di una missiva del Senato diretta al Gip Forleo con cui le si comunicava che non era di competenza del Senato pronunciarsi sull’immunità parlamentare di La Torre (quello delle scalate bancarie); sarebbe stato possibile quindi rinviarlo a giudizio. A Forleo assente dall’ufficio perché malata, la missiva vede la luce e plana sulla scrivania di altro Gip che decide di non decidere, restituendo gli atti al Senato per nuove riflessioni. La Torre non viene rinviato a giudizio...

PER ALMENO due di questi tre episodi non ci sono indagini da fare: sul fascicolo Gamberale Bruti è confesso: “Me ne sono dimenticato …” Vero o no che sia, decine di comuni magistrati sono stati fucilati per molto meno. Perché a lui ancora non è successo niente? E la storia di La Torre è anche pacifica: la missiva gli è arrivata, lui se l’è tenuta nel cassetto, l’ha tirata fuori quando Forleo non c’era... Si tratta di decidere se fu un caso o una manovra; e comunque, anche qui, un grave ritardo, colposo se non doloso, è indubitabile. Perché il Csm non manda gli atti al Pg della Cassazione? Insomma forse nemmeno serve la lente della malizia, anche un miope senza occhiali qualche idea se la può fare. In fondo, a dicembre 2015, Bruti andrà in pensione; basta tener duro qualche mese…

Monza - I detenuti costretti a scendere dai blindati in mezzo alla gente

di Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA Costretti a «scaricare» i detenuti in mezzo alla strada. Protesta degli agenti di polizia penitenziaria del carcere di via Sanquirico, dove prestano servizio circa 300 uomini. A dare fuoco alla miccia è stata la decisione del Tribunale di non permettere più ai blindati di completare nel cortile interno le operazioni di traduzione dei detenuti. Sembra infatti che per problemi di sovraffollamento, il servizio dovrà essere svolto fuori: ieri pomeriggio proprio davanti all’ingresso principale, dove il via vai di gente, fra avvocati e utenti, è costante.

«Stiamo vivendo una situazione paradossale — spiega il sindacalista Calogero Giunta, delegato di Uil Penitenziaria —. Siamo costretti a far passare i detenuti in manette fra gente comune, creando una situazione di forte pericolo per noi, per i passanti e anche per gli stessi detenuti». Le ragioni di questa decisione sarebbero da ricondurre alla condizione di costante sovraffollamento del posteggio interno, peggiorate recentemente anche a causa di un cantiere per la riqualificazione del tetto. Dallo scorso febbraio il presidente del Tribunale aveva disposto che la sosta dei blindati fosse limitata al tempo necessario per la discesa dei detenuti.

Diffamazione, un clic per cancellare (tutto). Via libera al Senato, salta il carcere per i giornalisti

di Paolo Zanca da il Fatto quotidiano

Il carcere per i giornalisti non c’è più e, con una rettifica ben pubblicata, ci si “salva” dal processo. Ma in compenso sono tempi duri per il lavoro di precari e freelance e il diritto all’oblio rischia di far sparire dal web qualche informazione di troppo. Così, se chiamarla bavaglio è troppo, la legge sulla diffamazione a mezzo stampa approvata ieri dal Senato (ora passa alla Camera) non soddisfa quasi nessuno. Nemmeno quelli che l’hanno votata. Dice Rosaria Capacchione, cronista minacciata dalla camorra, oggi senatrice Pd: “È la migliore delle riforme possibili? Niente affatto. Perché molti pregiudizi resistono nei confronti dei giornalisti e della libera stampa e perché la tentazione della censura per via giudiziaria è dura a morire”. Ma, sostiene la Capacchione, taglierà le gambe ai “mestatori”. Ovvero, “giornalisti, in numero statisticamente irrilevante, diciamo alcune decine, che utilizzano scientificamente notizie di dubbia provenienza, di scarsa attendibilità ma di chiarissima funzione allo scopo preordinato di diffamare l’avversario politico o concorrente imprenditoriale proprio o di chi ha fornito quelle false informazioni”. Per loro, dice il disegno di legge, la multa può arrivare a 50 mila euro, se venisse dimostrato che hanno diffamato “consapevolmente”. Per chi invece cade in errore o è vittima di una disattenzione non voluta, la sanzione può arrivare al massimo a 10 mila euro. Non certo una cifra irrisoria per chi non ha alle spalle una testata giornalistica solida.

È IL CASO di collaboratori, precari e freelance: “Le sanzioni pecuniarie costituiscono un’arma di ricatto forse ancor più temibile del carcere”, sostiene Peppe De Cristofaro che, con gli altri senatori di Sel, ha votato contro il ddl. Tradotto, in carcere per il reato di diffamazione non ci andava nessuno, la multa invece va pagata eccome. Ora non solo per chi lavora per giornali e televisioni: il testo approvato dal Senato per la prima volta mette sullo stesso piano anche le testate Internet. E qui a tremare sono i direttori responsabili: quanto sarà più facile prendersi una condanna per omesso controllo in un “luogo” come il web, aggiornato di continuo rispetto alla carta stampata? Ma è chiaro che il rischio più grosso, quando si parla di diffamazione, è che la stretta punitiva finisca per limitare la libertà di stampa e il diritto all’informazione dei cittadini. Sostiene Vincenzo D’Anna, senatore di Gal che si è astenuto: “Immagino tutta una serie di capziose interpretazioni per mettere la mordacchia a chi più è impulsivo, sfrontato e non soggiace all’altro condizionamento cui soggiace la stampa italiana: i grandi potentati economici. Ditemi, tranne Il Fatto Quotidiano e qualche altro giornale, se secondo voi le linee politiche ed editoriali della stampa italiana non siano caratterizzate e condizionate dai potentati economici che finanziano i giornali. Avremo allora due mordacchie: quella di aver scomodato il padrone del giornale e il timore che ogni giornalista di piccolo o medio calibro avrebbe nel pagare multe così salate”.

Dicevamo all’inizio che una strada per evitarsi processi e sanzioni c’è: la rettifica, pubblicata con un titolo e soprattutto senza replica. È una delle novità positive. Ma il rischio abusi rimane. Sulle querele temerarie, ovvero le cause intentate solo per intimidire e minacciare il giornalista, non si è fatto abbastanza: vengono punite – come previsto da due emendamenti del Pd Felice Casson – ma rispetto a oggi “non cambierà nulla”, sostiene Caterina Malavenda, avvocato esperto di diritto dell’informazione. E la Malavenda invita a drizzare le orecchie anche su un altro tema, quello del diritto all’oblio. Secondo il disegno di legge, ferma restando la rettifica, chi si sente diffamato potrà chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca di eliminare i contenuti sgraditi. Se il rischio è finire a processo, immagina la Malavenda, “sarà più probabile che si decida per cancellare tutto: questo inevitabilmente creerà dei buchi nell’informazione”. Lo diceva ancora De Cristofaro in Aula: “Mi sembra abbastanza evidente, tanto da non avere bisogno nemmeno di troppe parole, la contraddizione di una norma che affida al diretto interessato il giudizio su cosa possa diffamarlo e cosa no”.

Monza - Le guardie penitenziarie: «Costretti a pagare per l’alloggio nel carcere»

di Riccardo Rosa da la Repubblica

MONZA Quaranta euro la singola, ottanta la tripla. Sembrano tariffe di un hotel, ma in realtà è l’affitto mensile che gli agenti della polizia penitenziaria potrebbero essere costretti a pagare per dormire negli alloggi di servizio della caserma. La nuova disposizione diramata a livello regionale ha fatto perdere la pazienza agli agenti del carcere di Monza in via Sanquirico, che hanno preso carta e penna per scrivere ai capi Dipartimento della direzione amministrativa penitenziaria di Roma e al Provveditore regionale. Una lettera di fuoco in cui hanno messo nero su bianco tutta la loro frustrazione per una situazione definita «assurda ». «Siccome lo Stato non sa più dove trovare soldi — dichiara Domenico Benemia, segretario regionale Uil di polizia penitenziaria —, ha deciso che era arrivato il momento di farci pagare l’affitto della stanza».

Il carcere di Monza impiega 350 agenti: di questi, quelli interessati dal provvedimento sono un centinaio. Oggi in parte dormono in una caserma di tre piani all’interno del perimetro carcerario e in parte nella vecchia caserma Pastrengo di via Lecco. Tariffe ufficiali non ne sono state ancora comunicate, ma le prime informazioni in merito dicono appunto un affitto di 40 euro per la singola e di 80 per la tripla. Tuttavia, ciò che ha fatto veramente infuriare gli agenti monzesi non è stata tanto la richiesta economica, ma le condizioni degli alloggi. «Versano in condizioni disastrose — aggiunge il segretario —, soprattutto quelli interni al carcere, dove il riscaldamento non funziona e piove acqua e che senza interventi di ristrutturazione sono praticamente inutilizzabili ». All’orizzonte, però, non sembrano esserci stanziamenti in questo senso. Così come non sembrano essercene per tutte le altre richieste avanzate in questi mesi. Una su tutte una manutenzione puntuale dei mezzi, alcuni dei quali molto vecchi e in condizioni precarie. «Rischiamo di rimanere per strada, sarebbe imbarazzante. E poi ci sono gli straordinari non pagati e le scarpe dobbiamo comprarcele da soli».

La tenuta stradale dei furgoni è fra l’altro messa a dura prova dalle condizioni dell’asfalto del viale che conduce al carcere, ridotto a un percorso di guerra lungo il quale gelo e pioggia hanno scavato veri e propri crateri. Lo scorso gennaio il problema era stato segnalato all’amministrazione comunale, ma per ora non è successo nulla. «Abbiamo rischiato di spaccare le gomme di un blindato — aggiungono gli agenti —. Una sola costa ben 2 mila euro, non ci sembra il caso di sprecare soldi così». E il pericolo non vale solo per gli agenti, ma anche per avvocati e assistenti sociali che quotidianamente frequentano il carcere per motivi di lavoro. Agli alloggi fatiscenti e ai mezzi di trasporto mezzi rotti, si somma poi il cronico problema di sovraffollamento della casa circondariale. I livelli di qualche anno fa, quando una struttura progettata per accogliere circa 400 detenuti ne ospitava più di 700, sono passati, ma la situazione resta comunque critica. «Il problema si è parzialmente attenuato — conclude Benemia —, ma comunque contiamo sempre 600 detenuti».

Monza - La musica del carcere, un album con otto brani registrato da cinque giovani detenuti

di Giacomo Valtolina da il Corriere della sera del 21/10

MONZA Oltre alle sbarre sulle finestre e alle porte blindate, quando Manolo entra nella piccola stanza ecco computer, scheda audio, microfono e asta: una sala di registrazione atipica. In prigione. Tutto è pronto, lui non si scompone, one-two-three-four, buona la prima: «Schiaccio il tasto play per andare avanti», «Vado a un party, senza robe illegali ché non ne posso più», «Voglio stare sempre fuori», «Se ti ritrovi darai il meglio del meglio». Sembrano parole scritte da assistenti sociali ed educatori, invece sono farina del suo talentuoso sacco. Manolo, poco più di vent’anni, sudamericano, dentro per reati minori con ancora lunghi mesi da scontare. La sua traccia funziona subito, la intitola Carpe diem, verrà scelta per aprire un album hip hop composto da giovani detenuti del carcere di Monza: Potere alle parole lab è il nome del «disco», otto pezzi ascoltabili in streaming su Soundcloud. «E pensare che l’idea di registrare è nata dal nulla, vista la quantità di materiale che i ragazzi tiravano fuori».

Chi parla è il rapper cosentino Kiave, 33 anni, protagonista di una serie di dieci workshop nella prigione brianzola con l’associazione «Il razzismo è una brutta storia » su storytelling ed espressione creativa, sostenuta da Feltrinelli e fondazione Cariplo. Kiave, all’anagrafe Mirko Filice, non poteva sapere che gli sarebbe servito tutto il suo bagaglio di esperienze, dalla Pedagogia imparata all’università ai tecnicismi da fonico, suo mestiere originario. «Alla prima riunione c’erano 40 detenuti di tutte le età, poi le lezioni sono state seguite da uno zoccolo duro di una dozzina di ragazzi. Ma l’album l’abbiamo realizzato solo con i migliori cinque — spiega —. Lavorare con loro mi ha dato soddisfazione, ma uscire dal carcere mi lasciava amarezza e groppo in gola. Dentro alle prigioni, l’ambiente è teso. Perciò vogliamo farli uscire per un concerto». Quella tensione andava sciolta in rime. «Ho iniziato con lezioni di storia del genere, ascolto del rap italiano Anni 90 (dai milanesi Sangue misto ai romani Colle der fomento) e proiezioni di film: ma che fatica portare dentro anche solo un dvd».

L’occasione è Notorious, pellicola sul noto rapper americano B.I.G. che ha cadenzato le prime note proprio in prigione. «Da allora hanno iniziato a portarmi strofe e ritornelli, alcuni con storie personali durissime». Come quella dell’ecuadoriano Eddy Dannato che ha messo in fila il suo dramma: «Mio padre davanti a me è stato ammazzato»; «Ora la coscienza sussurra il dolore, dopo aver vissuto dei film dell’orrore ». O come Afrosen, francese, che parla della sua «rinascita» fuori dal carcere. «Chiusa la porta, nessuno pensava più alle pene — racconta Kiave —. Forte empatia, tutti rappavano liberi, trovando sfogo». C’è chi ha scritto il pezzo per la fidanzata che lo aspetta fuori e chi chiede scusa ai genitori: «Alla fine è venuto che il bene si sconfigge il male — conclude l’artista —. Troppi rapper per inseguire il successo puntano sulla violenza che fa vendere copie. Ma chi è nato sulla strada sa che è un luogo buio che bisogna illuminare. Non oscurarlo ancor di più».

Monza - La disperazione regna dietro le sbarre. Ogni 5 giorni una ‘protesta estrema’

di Marco Galvani da il Giorno

OGNI cinque giorni un detenuto del carcere di Monza protesta ingoiando chiodi, lamette, pile o procurandosi tagli sul corpo. Nei primi sei mesi dell’anno in via Sanquirico di gesti di autolesionismo se ne sono contati 75. Uno dei dati più alti in Lombardia.

SOLTANTO a Bergamo (82) e Pavia (77) la situazione è peggiore. Un triste primato denunciato dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che ha fotografato il clima oltre le sbarre.
«L’emergenza non è affatto superata - attacca Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Dall’1 gennaio al 30 giugno nelle carceri della Lombardia si sono contati il suicidio di un detenuto, 441 atti di autolesionismo, 54 tentati suicidi, 192 colluttazioni e 56 ferimenti. Bergamo, Pavia e Monza sono le tre prigioni con il numero più alto di atti di autolesionismo, mentre è a San Vittore che ci sono stati più tentati suicidi (9) sventati dai poliziotti. La situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato di oltre 1.300 unità: dai 9.033 del 31 agosto 2013 si è infatti passati agli attuali 7.718».
Anche la casa circondariale di Monza si è svuotata: mediamente sempre fissa fra 700 e 800 ospiti, l’ultimo censimento della popolazione carceraria conta poco meno di 600 detenuti. Ma «il contesto è assai complicato per il ripetersi di eventi critici - rimarca Capece -. Se il numero dei detenuti è calato, questo è la conseguenza del varo, da parte del Parlamento, di quattro leggi svuota-carcere in poco tempo. Tuttavia l’Amministrazione penitenziaria non ha migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché ad esempio il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti. Occorre dunque rivedere il sistema dell’esecuzione penale il prima possibile, altro che vigilanza dinamica nelle galere. Serve una nuova guida capace di introdurre vere riforme all’interno del sistema a cominciare dal rendere obbligatorio il lavoro in carcere. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri lombarde e di tutta Italia».
marco.galvani@ilgiorno.net

Concorezzo - Mappa per «schedare» le slot machine. Guerra del Comune al gioco d’azzardo

di Marco Dozio da il Giorno

«D’ORA IN AVANTI le slot machine in città potranno soltanto diminuire». La crociata della Giunta contro le macchinette mangiasoldi parte da questa frase del vicesindaco Micaela Zaninelli, che appare come uno spartiacque tra il «prima» e il «dopo», tra la proliferazione del gioco d’azzardo e l’ultima delibera approvata che solleva argini e dissemina paletti. Vietando nella sostanza la possibilità di acquisire nuove licenze sul territorio comunale. E sottoponendo a stringenti controlli i locali che ospitano le videolottery. Nei prossimi giorni gli esercenti riceveranno una lettera dall’Amministrazione, con la richiesta di dichiarare il numero di slot possedute e allegare i codici di immatricolazione. Sarà una sorta di «schedatura» agli esercizi, per poi procedere con le verifiche sul campo affidate agli uffici e alla polizia locale. «Con la missiva chiederemo un’autodichiarazione ai titolari di licenze, necessaria per capire quante macchinette sono effettivamente presenti a Concorezzo. Quindi attiveremo i controlli per stanare eventuali irregolarità. Abbiamo a disposizione una legge regionale che conferisce in materia maggiori poteri ai Comuni, vogliamo applicarla fino in fondo», aggiunge Zaninelli, ricordando che la delibera di Giunta introduce anche in città il criterio della «distanza minima» dai cosiddetti luoghi sensibili, secondo cui viene proibita l’installazione di nuove slot in un raggio di 500 metri da scuole, oratorio, biblioteca, centri d’aggregazione per giovani e anziani, asili e strutture sportive.

«ATTRAVERSO questo meccanismo, mappa alla mano, abbiamo salvaguardato tutta Concorezzo - spiega ancora Zaninelli -. Resta esclusa una piccola zona al confine con Agrate, che però ha una vocazione agricola, quindi è altamente improbabile che lì possano sorgere nuove sale da gioco». Il sindaco Riccardo Borgonovo a breve convocherà gestori e baristi per proporre incentivi anti-slot: «Parlerò con ognuno di loro. Pensiamo a uno sconto sulla tassa dei rifiuti per chi rinuncia al gioco d’azzardo. Mi rendo conto che è una battaglia difficile perché le macchinette costituiscono una forma di guadagno importante soprattutto in tempi di crisi economica. Ma ormai la situazione si è talmente aggravata che la dipendenza dalle macchinette è diventata appunto una malattia, la ludopatia, autentica piaga sociale». Tra le opere di sensibilizzazione in programma, anche una mostra alla scuola media in collaborazione con l’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani. «Vogliamo fare la nostra parte con una forte azione di contrasto alla ludopatia, purtroppo diffusa anche nella nostra realtà. Ogni paziente preso in cura dall’Asl per curare questa patologia costa annualmente dai 35mila ai 40mila euro. Per non parlare di un fenomeno collaterale molto insidioso, quello dell’usura, dello strozzinaggio che circonda gli ambienti del gioco contribuendo a gettare nella disperazione chi non riesce a sconfiggere la dipendenza», conclude il sindaco.

Macherio e Sovico - Vigili uniti anche per scioperare

di Gigi Baj da il Giorno del 21/08

SITUAZIONE molto delicata a Macherio e Sovico con vigili urbani che, dopo aver proclamato nei giorni scorsi lo stato di agitazione, hanno deciso di passare alle vie di fatto incrociando le braccia mettendo in atto uno sciopero contro le due amministrazioni comunali sorde alle richieste economiche da tempo avanzate. I «ghisa» hanno decretato il blocco degli straordinari da ieri sino al 7 settembre. Una decisione che di fatto condizionerà pesantemente i servizi di pattugliamento serali e festivi. Anche il Siulp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori di Polizia) ha indetto per il 1° settembre uno sciopero generale che di fatto azzererà il servizio nell’arco dell’intera giornata. E questo in concomitanza con la festa di san Cassiano, patrono di Macherio. I vigili del comando unico di Macherio e Sovico da tempo denunciano un contenzioso sindacale riguardante in modo particolare i turni serali e festivi di pattugliamento per i quali le due amministrazioni comunali non avrebbero i soldi. I sindaci avevano proposto la rimodulazione su tre turni dei servizi settimanali per garantire il pattugliamento serale del territorio. Proposta che però è stata giudicata inattuabile perché in alcune ore della giornata il turno sarebbe stato coperto da un solo agente. Della situazione di Macherio e Sovico era stata interessata anche la Prefettura.

IERI le parti si sono incontrate nuovamente per trovare una soluzione. Presente il sindaco di Macherio Maria Rosa Redaelli e il vicesindaco di Sovico Franco Galli. «Una protesta legittima - ha affermato Mariarosa Redaelli - che però avrebbe dovuto passare attraverso l’Rsu. I vigili sono dei dipendenti comunali come tutti gli altri lavoratori. In questi anni le amministrazioni comunali stanno vivendo momenti di grandi ristrettezze finanziarie. Abbiamo chiesto sacrifici a tutti. Per quanto riguarda il pagamento degli straordinari se ne potrà riparlare il prossimo anno». Secondo indiscrezioni le proposte avanzate dalle due amministrazioni comunali non hanno minimamente soddisfatto i vigili che con tutta probabilità continueranno a oltranza la serrata.
gigi.baj@ilgiorno.net

facebooktwitterScribd

Abbonamento a Scambia informazioni

Semi Kattivi

Costruiamo il network

Hai un blog personale,
gestisci un sito di informazione territoriale?
Contatta la redazione e costruisci con noi
un Network indipendente di informazioni.

Leggi tutto »

Pubblica anche tu su infonodo.org!

Pubblica su Infonodo il tuo articolo.

Scopri come partecipare »