Fabrizio Iezzi

Carabiniere si spara davanti alla chiesa. È giallo nell’Arma. Tre morti e nessun perché: due anni di misteri

di Gabriele Moroni e Umberto Zanichelli da il Giorno

HA SCELTO di morire poco lontano da casa. Un suicidio inspiegabile. Di un uomo tranquillo, carabiniere modello, che fino all’ultimo ha mantenuto un comportamento di assoluta normalità. Così al dramma umano si mescola il giallo. Romeo Braj, 37 anni, maresciallo, dal marzo del 2011 comandante del Nucleo radiomobile della Compagnia di Vigevano, si è ucciso ieri mattina sparandosi alla tempia con la sua pistola d’ordinanza. Il sottufficiale non avrebbe lasciato messaggi o quanto meno non ne sono stati ancora trovati. Sulle cause del suo gesto sono in corso accertamenti.

BRAJ che viveva a Cassolnovo, piccolo centro alle porte di Vigevano, era sposato e padre di due bambine di 4 e 7 anni. Nulla faceva presagire un gesto del genere: il maresciallo avrebbe dovuto rientrare in servizio ieri pomeriggio dopo alcuni giorni di licenza. In mattinata era uscito di casa e si era messo alla guida della sua Renault Clio. La moglie, non vedendolo rientrare, lo ha ripetutamente chiamato sul telefonino senza ottenere risposta. A questo punto la donna si è rivolta ai carabinieri di Vigevano per avere notizie del marito: i colleghi le hanno riferito di una telefonata ricevuta poco prima con la quale Braj si informava se ci fossero novità in ufficio. Un atteggiamento inspiegabile per chi sta meditando di porre fine alla sua vita. Erano iniziati i controlli per verificare se il sottufficiale fosse rimasto vittima di un incidente. Contemporaneamente i colleghi hanno iniziato a perlustrare la zona attorno a Cassolnovo: ed è stato proprio uno di loro che attorno alle 11.30 ha fatto la drammatica scoperta. Insospettito dalla presenza dell’auto di Braj, che ha subito riconosciuto, si è avvicinato pensando a un’avaria del mezzo.

L’AUTO era chiusa e il corpo di Romeo Braj giaceva a terra a poche decine di metri sul retro della chiesa di San Cristoforo, in fase di ristrutturazione. Per attuare il suo proposito, il maresciallo ha percorso via del Porto, una strada ancora asfaltata, che prosegue poi con un strada in terra battuta che si addentra nelle campagne verso il fiume. La chiesetta, un canaletto, un allevamento di storioni. Poi si entra nel Parco del Ticino.

ROMEO Braj era nato nel 1975, si era arruolato nei carabinieri nei 2000. Dopo avere prestato servizio a Milano era approdato a Vigevano nel 2003. Nel marzo di due anni fa aveva assunto il comando del Radiomobile. Un uomo mite, schivo, riservato. «A volte – dice un collega – per prenderlo in giro lo invitavo a usare qualche termine un po’ ruvido, un po’ militaresco. Niente. Romeo era quello di sempre: tranquillo, pacato, correttissimo anche nel linguaggio. Era il comandante che tutti vorrebbero avere». Il corpo del maresciallo Braj si trova ora all’obitorio dell’ospedale di Vigevano a disposizione della Procura della Repubblica in attesa dell’autopsia.
La moglie, una volta informata dell’accaduto, raggiunta la caserma ha accusato un malore.
gabriele.moroni@ilgiorno.net
umberto.zanichelli@ilgiorno.net


Tre morti e nessun perché: due anni di misteri
di Tiziano Troianiello da il Giorno

IL PRIMO giallo è datato 3 luglio 2010. Un pomeriggio afoso, nel quale viene trovato morto, nella sua Alfa 147, il carabiniere Fabrizio Iezzi, 29 anni. Era sotto un cavalcavia dell’autostrada del Sole a poche centinaia di metri dal casello Piacenza Nord, nel Lodigiano, tra Guardamiglio e San Rocco al Porto. Gli agenti della Polstrada, i primi a intervenire, vedono il corpo di Fabrizio riverso sul sedile, la camicia imbrattata di sangue e un buco vicino al cuore. L’uomo impugna la pistola. Ma qualcosa non quadra: un altro colpo è partito dalla pistola d’ordinanza, ma è fuoriuscito dal lunotto posteriore dell’auto. Suicidio o omicidio? Il giallo, da allora, è rimasto tale. L’inchiesta è in mano alla Procura di Lodi. Secondo indiscrezioni, Fabrizio stava indagando su un giro grosso, su gente piena di soldi che voleva acquistare terreni in Brianza pagando contanti migliaia di euro. Pochi mesi prima, gli era stata rubata una ricetrasmittente. Negli ultimi tempi, aveva i nervi a fior di pelle.
Il secondo giallo – a differenza del primo – è salito alla ribalta delle cronache per giorni. Un carabiniere di quartiere ucciso, in un vicolo nella città bassa di Lodi, nel piovoso pomeriggio del 3 novembre 2012. Due automobilisti di passaggio sentono tre spari e si fermano. Imboccano via del Tempio e si trovano di fronte a una scena agghiacciante: Giovanni Sali, 48 anni, carabiniere di quartiere con due figlie, è a terra. Sta spirando. I soccorsi arrivano, ma non c’è nulla da fare. Scattano le indagini. Lodi diventa una città blindata, per una settimana: posti di blocco dappertutto; carabinieri, guardia di finanza e polizia passano al setaccio locali e alberghi. Nulla. Anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza sembrano essere inutili, per un caso che sembra un rompicapo perfetto. Tre colpi sparati: due a segno, un terzo proiettile conficcato nel muro. Da allora, ogni tanto la Procura di Lodi rassicura: «Stiamo seguendo piste precise», «i familiari possono star tranquilli, stiamo indagando». Ma finora non sono scattati né arresti né denunce e il giallo sembra fitto. Un mese dopo quel delitto, un’altra tragedia investe l’Arma: nel suo ufficio, a notte fonda, si ammazza con la pistola d’ordinanza Pasquale Lomuscio, 43 anni, comandante della stazione di Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Era amico di Giovanni Sali, e collega - anni prima - nella stazione dei carabinieri di Cavenago d’Adda. Lascia due lettere nelle quali spiega i motivi del suo gesto. «Ragioni strettamente personali», fanno filtrare gli investigatori.

Il carabiniere suicida seguiva Belnome

tratto da l'esagono

LISSONE - Per mesi aveva tenuto sotto controllo la Kawasaki Ninja con targa taroccata utilizzata per gli spostamenti

Impossibile non notarla quella “Ninja”. La prima volta la vede al distributore in fondo a viale Monza, a Milano, poco distante dalla caserma dov’è in servizio. Dove d’abitudine si ferma a fare benzina e a far lavare l’Alfa 147 metallizzata. Quattro chiacchere col gestore che, fra l’altro, è legato al suo superiore. E di cui diventa quasi amico. Poi però, improvvisamente, l’amicizia si guasta e tra i due è gelo. Forseperchè Fabrizio Iezzi, 29 anni, carabiniere originario di Manoppello (provincia di Pescara), “suicidatosi” il 3 luglio dello scorso anno sull’A1 nei pressi del casello di Piacenza Nord, ha il sospetto - ma nessuna prova - che proprio in quel distributore gli è stata sottratta la sofisticata radio ricetrasmittente avuta in dotazione quand’era di scorta al ministro Ignazio La Russa.

“Assumiti la colpa d’averla persa e pensiamo noi a far sì che dall’inchiesta interna ne esci pulito”, gli suggerisce qualche voce. Lui non ci sta ad assumersi una colpa che sa di non avere. L’inchiesta si chiude senza sanzioni per Iezzi ma lasciando una scia di diffidenza col suo superiore. Ma al centro del discorso rimane quella “Ninja” che Fabrizio rivede davanti al “Black Drop”, il bar dov’è solito fermarsi per caffè e brioche. Ad attirare la sua attenzione è sì il verde smagliante delle tartarughe Ninja, ma anche il fatto che nelle diverse occasioni in cui l’ha notata gli sembra di ricordare numeri di targa diversi.

Insomma, come se la targa originale venisse sostituita con un’altra. Un tarocco, insomma. Di quella Kawasaki “Ninja” sembra ricordarsi bene quando nel febbraio 2009 un’amica che gestisce un’agenzia immobiliare di Lissone lo chiama per confidargli che sono passati da lei alcuni “tipi loschi” intenzionati ad acquistare immobili e terreni. “Stanne alla larga, sono tipi poco raccomandabili”, le consiglia dopo aver effettuato un controllo al terminale della caserma. Un accesso quasi certamente non autorizzato dal suo superiore che però, forse, ne è venuto a conoscenza. E che se da una parte non gliene fa esplicito accenno, dall’altra probabilmente inizia a tenerlo sotto stretto controllo.

Quando Iezzi scopre attraverso il cervellone dell’Arma che le persone che hanno contattato l’amica sono poco raccomandabili, e perdipiù in contatto con politici lombardi, inizia una sua indagine personale dentro la quale fa entrare, forse senza neppure lui sapere perchè, quella “Ninja”. Fino a quando scopre che in sella a quel bolide verde c’è un tizio legato alla ‘Ndrangheta: Antonino Belnome, capo della locale di Seregno (arrestato nell’ambito dell’operazione “Infinito”, ora collaboratore di giustizia) frequentatore del “Giardino degli Ulivi” di Carate, luogo d’incontro di personaggi come Rocco Cristello (ucciso a Verano Brianza nel marzo 2008), Saverio Lo Mastro, Antonio Stagno, Salvatore Strangio, Andrea Pavone.

Di questa sua sconvolgente scoperta Fabrizio Iezzi ne parla col suo superiore, un maresciallo che in passato ha messo in scacco un gruppo di pedofili facendosi passare per un ragazzino tredicenne? Non lo sappiamo. Più plausibile pensare che abbia diligentemente annotato i risultati delle sue ricerche conservando gli appunti nell’armadietto di cui disponeva nella caserma di Milano in via Prospero Finzi. Che, inspiegabilmente, senza autorizzazione alcuna, venne scardinato pochi minuti dopo che la Polstrada aveva ritrovato sull’A1 il cadavere del “suicida” Fabrizio. Una denuncia contro gli autori di quello scasso è stata presentata dal fratello di Iezzi. Potrebbe invece avere fatto allusioni sul proprietario della “Ninja”, Antonino Belnome, al gestore del distributore di benzina di viale Monza. E questi, a sua volta, potrebbe aver riferito la cosa al maresciallo di cui era confidente: il superiore di Fabrizio Iezzi.

Che voleva disporre un confronto tra i due, rifiutato però da Iezzi. Di sicuro, da quel mancato confronto i già delicati rapporti tra il maresciallo e Fabrizio Iezzi diventano difficili. Iezzi è a disagio, pensa di lasciare la caserma di via Prospero Finzi e di riuscire a farsi trasferire al Gruppo Carabinieri di Monza che tra l’altro, assieme alla Compagnia di Seregno, di Desio, alla Dia e al Ros dei carabinieri di Milano, sta portando avanti l’operazione “Infinito”. Che il 13 luglio, una decina di giorni dopo il suicidio di Iezzi, porta in carcere 185 appartenenti all’Ndrangheta. E tra questi Antonino Belnome, proprietario della “Ninja” notata da Iezzi anche davanti ad un palazzone di via Pianella 54, a Milano.

Base del gruppo di Antonio Stagno che nel 2008, dopo l’uccisione di Rocco Cristello, aveva preso il potere su Giussano, Seregno e Verano Brianza. Il 13 ottobre dello scorso anno Belnome ricostruisce l’uccisione di Carmelo Novella a San Vittore Olona, località che ha raggiunto proprio in sella alla Kawasaki Ninja “con targa contraffatta”, precisa agli inquirenti. Da circa un mese il fascicolo sul “suicidio” di Fabrizio Iezzi è stato assegnato dalla Procura di Lodi al pubblico ministero Gianpaolo Melchionna che lo ha ereditato dal collega Paolo Nicola Filippini, trasferito a Milano. Oltre al suicidio, il pm Filippini aveva ipotizzato l’istigazione al suicidio.
Pier Attilio Trivulzio

Lissone - Iezzi, suicidio e mistero: spuntano nomi di politici. Le indagini riguardano anche un immobiliarista desiano

L'Esagono il giornale della Brianza

Iezzi, suicidio e mistero: spuntano nomi di politici
Lissone – Interrogativi dietro il gesto del carabiniere che seguiva l'edilizia
Le indagini riguardano anche un immobiliarista desiano

Un buco di due ore. Centoventi minuti di buio totale nella vita di Fabrizio Iezzi,

il carabiniere di 29 anni nativo di Manoppello (Chieti), da quattro anni in servizio a Milano e misteriosamente suicida dopo aver iniziato a fare domande sull'edilizia cittadina.

Per rendere un favore ad un'amica, titolare di un'agenzia immobiliare a Lissone, nel febbraio 2009 era entrato nel cervellone della caserma scoprendo come quei tipi loschi che all'amica si erano rivolti dicendo di voler acquistare per contanti terreni e immobili era “gente di malaffare in contatto con alcuni politici”.
“Stanne fuori”, le aveva raccomandata. La donna fu subito ascoltata e verbalizzata dall'ispettore Davoli della Questura di Lodi e nuovamente sentita pochi giorni or sono.
Avrebbe fornito indicazioni su un paio di di politici brianzoli e alcuni immobiliaristi, tra cui un desiano risultato poi coinvolto in un'indagine della Polizia Provinciale.
Fabrizio Iezzi viene trovato morto, con un proiettile conficcato nel cuore, dentro la sua Alfa 147 metallizzata alle 14 di un afoso sabato del luglio 2010 sull'Autosole.
Sul cadavere, inspiegabilmente, non è stata eseguita l'autopsia. La “147” del carabiniere parcheggiata nei pressi dell'uscita di Piacenza Nord. L'Alfa chiusa, l'uomo giace immobile con una vistosa macchia di sangue sulla camicia.
C'è un proiettile sul pianale. Il cellulare sul sedile. Il corpo senza vita, il viso quasi appoggiato al vetro. Alle 13.18 dal cellulare era partito un identico sms alla mamma, alla fidanzata Valentina, ad uno dei quattro amici con i quali aveva già passato la serata, fino alle 4 del mattino, in una discoteca di Annone, in Brianza. “Ho imboccato l'A1 alle 13”, scrive Fabrizio. Sette minuti dopo fa partire un altro messaggio. Tutt'altro che rassicurante: “Sono stanco. Ho una famiglia meravigliosa, Valentina è l'unica donna che ho amato...Non ce la faccio più. Saluto tutti”.
Quel messaggio allarma gli amici, qualcuno chiama la caserma di Milano dove Fabrizio prestava servizio per sincerarsi che davvero sia in viaggio, e si sente rispondere: “Fabrizio non c'è riprenderà questa sera, dalle 19”.
Quella chiamata alla caserma arriva quando la Polizia Stradale di Guardamiglio non è ancora stata allertata dalla telefonata di una coppia che ha visto l'auto ferma e il corpo dell'uomo sul sedile in una pozza di sangue. Gli uomini della Polizia Scientifica della Questura di Lodi hanno da poco iniziato gli accertamenti sull'Alfa parcheggiata in autostrada quando da Milano arriva l a”gazzella” dei carabinieri con il maggiore Michele Piras, comandante della Compagnia Monforte.
Ma il vero interrogativo dell'inchiesta è che, inspiegabilmente l'autopsia non è stata eseguita.
E che non sono state ancora ricostruite quelle due ore di buco che vanno dalle 11 alle 13. Le ultime prima della sua morte.
Di certo Fabrizio, rientrato in caserma a Milano alle 4,23 del mattino, s ene esce qualche minuto prima delle 11 e va a fare colazione al solito bar, il Black Drop al 185 di viale Monza.
Lo ricorda il barista cche gli ha parlato. “Mi è sembrato normale. Forse solo un po' assonato”, racconta.
Nel tardo pomeriggio di quel sabato 3 luglio, senza alcuna autorizzazione, (tanto che il fratello ha presentato denuncia) l'armadietto di Iezzi in caserma viene scardinato e i computer personali ispezionati.
Nessuna perizia è stata disposta per capire se qualche dato era stato cancellato.
Il sostituto procuratore di Lodi, Paolo Nicola Filippini, titolare dell'inchiesta, oltre al siucidio ipotizza l'istigazione al suicidio.

di Pier Attilio Trivulzio 

Lissone - Iezzi sapeva chi erano i «tipi loschi» Da giorni curava una Kawasaki Ninja

Si infittisce di altro mistero la morte del giovane carabiniere uccisosi sull’Autosole lo scorso 3 luglio. Nelle indagini compare una clamorosa svolta: si indaga sull’istigazione al suicidio. 

Il faldone con atti e testimonianze sulla morte del giovane carabiniere Fabrizio Iezzi è sul tavolo del sostituto procuratore di Lodi, Paolo Nicola Filippini.

Il corpo di Iezzi viene ritrovato dagli agenti della Polstrada alle 14 di sabato 3 luglio dell’anno scorso. Giorno in cui il gip Andrea Ghinetti della Procura di Milano sta ultimando l’ordinanza di rinvio a giudizio (operazione “Infinito”) per 160 appartenenti all’Ndrangheta. Che operavano sul territorio brianzolo. Forse qualcuno di quei nomi a Fabrizio era familiare.

Da quando un’amica, titolare di un’agenzia immobiliare a Lissone, gli aveva chiesto la cortesia di occuparsi di alcuni “tipi loschi” passati da lei e interessati all’acquisto di terreni e immobili. Non solo a Lissone ma anche a Seregno e a Desio. Iezzi era allora entrato nel computer della caserma scoprendo che davvero si trattava di nomi importanti della malavita. E, sembra, qualcuno era davvero riuscito ad agganciarlo. Per via una Kawasaki Ninja (che sarebbe poi risultata rubata) che aveva cominciato a seguire avendola vista talvolta parcheggiata davanti ad agenzie immobiliari della Brianza e, soprattutto, notata fare benzina ad un distributore di Milano di proprietà di un suo amico. Con il quale, ultimamente aveva troncato ogni rapporto.

Quel sabato 3 luglio, una coppia, pensando a un malore del guidatore, s’era fermata sull’A1 per dare aiuto a quell’uomo dentro l’Alfa 147, ma avendo visto il corpo col volto reclinato si era precipitata a dare l’allarme utilizzando la colonnina di Sos posta a poche decine di metri dall’uscita di Piacenza Nord dell’Autosole.

Nell’auto, la scientifica trova il cellulare con una decina di chiamate senza risposta. Telefonate di amici preoccupati per quel messaggio lasciato la sera prima su Facebook. “E’ stato un bel viaggio, saluto tutti... tra poco passerà il treno che mi porterà a casa...”. Lui stava sull’A1, l’autostrada che davvero l’avrebbe potuto portare a casa, a Manoppello, Pescara. Postato il messaggio poco dopo le 20 del 2 luglio, gli amici lo avevano chiamato e, dopo molte insistenze, lo avevano convinto ad uscire per una serata in discoteca ad Annone. Non è del solito umore, finge di divertirsi. Saluta tutti e torna nel suo piccolo appartamento sopra la caserma di Milano. All’indomani è sveglio fin dalle prime luci. Fa colazione al solito bar, fa un cenno di saluto al suo comandante e infila l’Autosole.

Quanti e quali pensieri gli passano per la testa mentre macina 60 chilometri prima d’accostare l’auto e spararsi il colpo mortale? E poi perchè quel gesto?

Sì sa che aveva avuto un diverbio col suo comandante e, forse questa volta, non era (ancora) per quella radio ricetrasmittente sparita mentre era in servizio di scorta al Ministro La Russa. Forse le entrate nel cervellone e il controllo di nomi e targhe gli erano state pesantemente rinfacciate?

Iezzi possedeva due computer. Li hanno aperti e controllati. Non è stato trovato nulla. Come se qualcuno avesse ripulito l’hard disc appena avvisato della sua morte. L’agenda personale, ritrovata sull’auto, non ha fornito utili elementi d’indagine. Solo un appunto ha attirato l’attenzione degli inquirenti, riguardava l’assicurazione. La sua assicurazione sulla vita. Che, di sicuro, non era però il contratto con una società. Che comunque non avrebbe pagato in caso di suicidio.

Quale tipo d’assicurazione personale aveva stipulato Fabrizio?

Dopo la sua morte l’armadietto della caserma era stato aperto senza autorizzazione della magistratura. C’erano documenti, fotografie, appunti, relativi ai “loschi figuri”? Non lo sappiamo. Non lo sa il sostituto procuratore Paolo Nicola Filippini. Che continua a scavare nella vita parallela del giovane carabiniereintenzionato a lasciare la caserma di Milano e trasferirsi a Monza dove il gruppo lavorava per sgominare l’Ndrangheta. Oltre al suicidio il giudice di Lodi ipotizza l’istigazione al suicidio.

Pier Attilio Trivulzio

da l'esagono del 31/01/2011

Lissone - «Attenta a quella gente» Cosa aveva saputo Iezzi (il carabiniere suicida)?

da L'Esagono del 24 gennaio 2011 di Pier Attilio Trivulzio

Un colpo con la pistola d’ordinanza che va a vuoto e si conficca dentro al lunotto; l’altro che arriva giusto al cuore. Muore così, dentro la sua Alfa 147 metallizzata, in un assolato sabato di luglio, il 3 luglio dello scorso anno, Fabrizio Iezzi. Giovane carabiniere di 29 anni in servizio in una caserma di Milano. Caserma che gli stava stretta. Voleva andarsene, trasferirsi a Lissone e lavorare con i carabinieri del gruppo di Monza.

Che in quei giorni, assieme ai colleghi di Desio, Seregno e di altre caserme brianzole, avevano concluso e consegnato ai giudici della DDL di Milano nomi e fatti degli uomini che facevano parte delle ‘ndrine lombarde. Nomi che figurano nell’operazione “Infinito” firmata dal gip Andrea Ghinetti il 5 luglio, due giorni dopo la morte di Fabrizio Iezzi. Operazione che ha messo ko la criminalità in Brianza. Chissà se Fabrizio Iezzi era a conoscenza di questa operazione.

Di certo anche lui, forse, senza un incarico ufficiale, degli uomini di malaffare che giravano la Brianza se ne stava occupando da quando un’amica, titolare di un’agenzia immobiliare di Lissone, gli aveva chiesto aiuto. Era accaduto nel febbraio 2009. Alcune persone erano state da lei chiedendo se sapeva di terreni in vendita e complessi immobiliari. In particolare, sembra, fossero interessati ad un complesso in costruzione a Seregno. Del quale sapevano tutto ed avevano assunto informazioni anche presso l’ufficio tecnico comunale.

A lei quei personaggi non erano piaciuti ed allora aveva chiamato l’amico Fabrizio. Che era entrato dentro il computer della caserma digitando i nomi e scoprendo che davvero era gente da cui era meglio stare alla larga. “Stanne fuori, è gente di malaffare che è in contatto con alcuni politici”, la mette in guardia.

Poi però continua la sua indagine. Quando il giovane carabiniere viene trovato riverso nell’auto in una pozza di sangue, gli uomini della questura di Lodi intervenuti assieme agli agenti della Polstrada competente sul territorio dell’A1, dal controllo del cellulare risalgono alle persone più vicine a Fabrizio e quindi alla titolare dell’agenzia immobiliare di Lissone. Che viene sentita dall’ispettore della Questura di Lodi che va personalmente ad incontrarla e torna a Lodi con un verbale che fissa ogni particolare di quella visita dei “loschi figuri” . Verbale finito assieme all’agenda di Fabrizio e ad altre testimonianze nel fascicolo al vaglio del sostituto procuratore di Lodi, Paolo Nicola Filippini, che tra le ipotesi d’indagine oltre al suicidio contempla anche l’istigazione al suicidio.

Nelle deposizione di amici e colleghi di lavoro sarebbero ricostruiti dissapori tra Fabrizio Iezzi e il comandante della caserma in cui prestava servizio. Dissapori che avevano avuto origine dalla sparizione di una sofisticata radio ricetrasmittente che aveva in consegna quando era stato destinato alla scorta del Ministro Ignazio La Russa.

Un’inchiesta interna l’aveva scagionato ma della ruggine era rimasta. Forse quella radio le era stata rubata dall’auto mentre portava avanti la sua indagine su personaggi, sembra, poi finiti nell’ordinanza di custodia firmata contro 160 appartenenti all’Ndrangheta. La sera prima di suicidarsi messaggia con gli amici. “E’ stato un bel viaggio, saluto tutti... tra poco passerà il treno che mi porterà a casa...”.

Sei ore dopo l’Alfa è parcheggiata vicino al casello di Piacenza Nord, tra Guardamiglio e San Rocco al Porto. Fabrizio è riverso sul sedile, la camicia sporca di sangue. Si è sparato un colpo al cuore.

Pier Attilio Trivulzio

Un carabiniere si uccide sull'Autosole. Stava indagando sull'edilizia lissonese

Resta avvolto nel mistero la morte di Fabrizio Iezzi, un 29enne che forse stava scoprendo qualcosa di “grosso”
La titolare di un'agenzia immobiliare con sede in città gli aveva chiesto aiuto

Tutto ruota attorno ad una ricetrasmittente sparita, ad un'inchiesta iniziata controllando alcuni nomi dal database della caserma in cui prestava servizio dopo aver saputo di strani personaggi che a Lissone e in Brianza cercavano terreni d'acquistare, a prestiti di un'ottantina di mila euro chiesti ad alcune finanziarie.
Una morte misteriosa quella di Fabrizio Iezzi, carabiniere di 29 anni nativo di Manopello, trovato morto dentro la sua Alfa 147 metallizzata sull'autostrada del Sole sotto un cavalcavia prossimo al casello Piacenza Nord, tra Guardamiglio e San Rocco al Porto.

L'auto parcheggiata davanti ad una colonnina di soccorso. E' il caldo pomeriggio del 3 luglio dell'anno scorso. Quando scatta l'allarme sul posto arriva per prima la pattuglia della Polstrada la cui caserma è a Guardamiglio. Gli agenti vedono il corpo di Fabrizio riverso sul sedile, il sangue ha imbrattato la camicia fuoriuscendo da un buco vicino al cuore. L'uomo impugna la pistola. Suicidio?

Apparentemente sì; o forse, no. Qualcosa sembra non quadrare perché un colpo è partito e fuoriuscendo dal lunotto posteriore. Possibile che abbia commesso un errore così grosso? Chissà. Forse, d'istinto, in un attimo di ripensamento al folle gesto. Fabrizio ha alzato il braccio. E poi ha tirato una seconda volta il grilletto. Questa volta mirando giusto. La perizia balistica spiegherà quella pallottola che lo manca.
L'inchiesta è nelle mani del sostituto procuratore di Lodi Paolo Nicola Filippini che tra le ipotesi d'indagine contempla l'istigazione al suicidio.
Non escludendo, ovviamente, il suicidio.

Già, perché Fabrizio Iezzi, carabiniere a Milano dal 2006 di stanza in una piccola caserma di Milano ha preso parte ad un corso di guida veloce ed è poi stato chiamato a far parte della scorta del Ministro Ignazio La Russa.
A febbraio 2009, proprio quando è di scorta, accade un fatto inquietante: scompare una sofisticata ricetrasmittente. E' stata prelevata dall'auto di Fabrizio mentre questi si trovava in Brianza per portare avanti una sua inchiesta personale? Sarà anche una combinazione ma la ricetrasmittente scompare pochi giorni dopo che Fabrizio Iezzi ha iniziato a fare domande in giro su alcune persone che si sono recate in un'agenzia immobiliare di Lissone dove volevano acquistare dei terreni.
E' un'amica a chiedergli il favore dicendogli che quelle persone arrivate nel suo ufficio “proprio non mi piacevano”.
Il giovane carabiniere entra nel database della caserma, digita i nomi e scopre che davvero quei personaggi che hanno soldi, tanti soldi da investire e cercano terreni d'acquistare, risultano schedati con una lunga lista di pesanti reati.

“Stanne fuori, è gente di malaffare che è in contatto con alcuni politici”, dice all'amica. Che da allora vive nel terrore. I personaggi passati dalla sua agenzia li ha descritti, sia pure sommariamente
, all'ispettore della Questura di Lodi che è andato apposta a Lissone per verbalizzare le sue dichiarazioni all'indomani della misteriosa morte di Fabrizio Iezzi. Che a quanto sembra ha continuato da indagare su quei loschi figuri i cui nomi sono nel computer del Ministero dell'Interno.
E forse riuscendo da agganciarli. Quel che è certo è che pur continuando a frequentare i soliti amici e ad uscire con loro a cena o a ballare, aveva deciso di lasciare la cameretta in caserma a Milano e di trasferirsi ad abitare a Lissone. E che aveva paura.

Due mesi prima di morire, mentre era a casa di amici, sente un'esplosione, si precipita giù dalle scale dicendo: “Mi hanno fatto saltare l'auto”. Pericolo scampato l'auto non è la sua e però quel Fabrizio con i nervi a fior di pelle lascia stupiti gli amici. Ai quali Fabrizio non ha raccontato un altro inquietante episodio: pochi giorni prima la fidanzata Valentina, che abita a Pescara, è stata seguita e controllata per diversi giorni. Dopo la sua morte si è scoperto che ha chiesto una serie di finanziamenti: 16 mila euro estinguendo un precedente prestito di 5.000.
Circa 80mila euro che non ha certo speso in bella vita, donne, vestiti di lusso ed auto costose.
Cosa gli servissero quei soldi ancora oggi rimane un mistero fitto. Quello che certo è una cosa: aveva affrontato sicuro le indagini interne dei suoi colleghi carabinieri. Inchiesta che si era chiusa con la piena assoluzione. Ma della trasmittente sottratta nessuna traccia.

Pier Attilio Trivulzio 

tratto dall'Esagono

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