Vigevano

Le maestre di Vigevano e la battaglia della mensa. Catena di solidarietà: «Nessun bimbo resti escluso»

di Claudio Del Frate da il Corriere della sera

VIGEVANO—Nella città del romanzo di Lucio Mastronardi, le maestre di Vigevano guadagnano il centro dell’attenzione: da settimane un comitato promosso da insegnanti ed ex insegnanti è sceso in campo per cancellare quella che a loro vedere è una palese ingiustizia, l’esclusione dalla mensa scolastica degli alunni le cui famiglie non pagano la retta. Secondo dati forniti dall’amministrazione comunale, il «buco» dei mancati pagamenti a mensa ha raggiunto i 350 mila euro, 228 sono gli scolari attualmente tagliati fuori dal servizio (circa il 9% degli iscritti alle elementari), mentre altre 178 famiglie devono saldare conti degli anni passati.

Quello dei genitori che non riescono a garantire un pasto a scuola ai loro figli è uno dei volti più angosciosi della crisi: diversi sindaci italiani, di ogni colore politico, hanno adottato provvedimenti drastici e talvolta (come avvenne ad Adro, nel Bresciano, dove lo scontro raggiunse il calor bianco) fonte di polemica; a Vigevano però qualcosa di nuovo si sta muovendo. «Non ci interessano scontri ideologici, vogliamo arrivare a una soluzione pratica del problema discutendone con il comune »: Amalia Trifogli è insegnante e mamma, è lei a guidare la neonata associazione «L’articolo 3 vale anche per me» (con allusione alla Costituzione Italiana), formata principalmente da sue colleghe. Le «maestre di Vigevano », oltre a non far passare sotto silenzio il problema, stanno innescando attorno a loro una catena di solidarietà, fatta di piccoli gesti concreti che qua e là qualche situazione individuale l’hanno risolta. «Ma senza un intervento del Comune che consenta almeno di rateizzare il debito—sottolinea Trifogli — non ce la faremo ». Punto di partenza è il 2011, quando le elezioni insediano nella città lomellina una giunta monocolore leghista.

Il governo locale affronta di petto la questione delle mense scolastiche e oltre a sollecitare il pagamento degli arretrati alle famiglie, introduce un nuovo e severo criterio: chi accumula un debito di 120 euro non è ammesso a tavola. A quel punto i bambini o si portano il panino da casa (e mangiano in una stanza a parte rispetto ai compagni) oppure devono tornare a casa a metà giornata. «Ma le famiglie assistite dai servizi sociali — precisa Brunella Avalle, assessore ai servizi educativi —, sono esentate dal ticket. Noi abbiamo voluto dare un segnale forte e cioè che il servizio non è un obbligo ma va pagato; e se in passato si poteva chiudere un occhio, oggi la nostra situazione finanziaria non lo consente più.

La linea ha dato i suoi frutti: nelle prime settimane in cui è stata applicata ci ha fatto recuperare 50 mila euro». Il dilemma da qualunque parte lo si guardi, c’è tutto. «Ma la crisi non può ricadere sui bambini — ribattono le maestre di Articolo 3 —e anche uno solo di loro escluso dalla mensa, costretto a mangiare il panino in solitudine ci deve far riflettere. La nostra denuncia ha già smosso le acque: privati, parrocchie, associazioni ci stanno dando piccoli contributi per tamponare le emergenze; una nostra associata, per il suo compleanno ha chiesto a tutti gli amici, anziché regali, di fare una colletta per noi. L’indifferenza si sta sciogliendo, la solidarietà torna a fare capolino. Ma adesso chiediamo al Comune di tornare a discutere: si lasci da parte il muro contro muro. Non siano i più deboli a pagare. in tutti i sensi». E Vigevano, in fatto di maestri e maestre, torna a dare un segnale a tutta l’Italia.

Carabiniere si spara davanti alla chiesa. È giallo nell’Arma. Tre morti e nessun perché: due anni di misteri

di Gabriele Moroni e Umberto Zanichelli da il Giorno

HA SCELTO di morire poco lontano da casa. Un suicidio inspiegabile. Di un uomo tranquillo, carabiniere modello, che fino all’ultimo ha mantenuto un comportamento di assoluta normalità. Così al dramma umano si mescola il giallo. Romeo Braj, 37 anni, maresciallo, dal marzo del 2011 comandante del Nucleo radiomobile della Compagnia di Vigevano, si è ucciso ieri mattina sparandosi alla tempia con la sua pistola d’ordinanza. Il sottufficiale non avrebbe lasciato messaggi o quanto meno non ne sono stati ancora trovati. Sulle cause del suo gesto sono in corso accertamenti.

BRAJ che viveva a Cassolnovo, piccolo centro alle porte di Vigevano, era sposato e padre di due bambine di 4 e 7 anni. Nulla faceva presagire un gesto del genere: il maresciallo avrebbe dovuto rientrare in servizio ieri pomeriggio dopo alcuni giorni di licenza. In mattinata era uscito di casa e si era messo alla guida della sua Renault Clio. La moglie, non vedendolo rientrare, lo ha ripetutamente chiamato sul telefonino senza ottenere risposta. A questo punto la donna si è rivolta ai carabinieri di Vigevano per avere notizie del marito: i colleghi le hanno riferito di una telefonata ricevuta poco prima con la quale Braj si informava se ci fossero novità in ufficio. Un atteggiamento inspiegabile per chi sta meditando di porre fine alla sua vita. Erano iniziati i controlli per verificare se il sottufficiale fosse rimasto vittima di un incidente. Contemporaneamente i colleghi hanno iniziato a perlustrare la zona attorno a Cassolnovo: ed è stato proprio uno di loro che attorno alle 11.30 ha fatto la drammatica scoperta. Insospettito dalla presenza dell’auto di Braj, che ha subito riconosciuto, si è avvicinato pensando a un’avaria del mezzo.

L’AUTO era chiusa e il corpo di Romeo Braj giaceva a terra a poche decine di metri sul retro della chiesa di San Cristoforo, in fase di ristrutturazione. Per attuare il suo proposito, il maresciallo ha percorso via del Porto, una strada ancora asfaltata, che prosegue poi con un strada in terra battuta che si addentra nelle campagne verso il fiume. La chiesetta, un canaletto, un allevamento di storioni. Poi si entra nel Parco del Ticino.

ROMEO Braj era nato nel 1975, si era arruolato nei carabinieri nei 2000. Dopo avere prestato servizio a Milano era approdato a Vigevano nel 2003. Nel marzo di due anni fa aveva assunto il comando del Radiomobile. Un uomo mite, schivo, riservato. «A volte – dice un collega – per prenderlo in giro lo invitavo a usare qualche termine un po’ ruvido, un po’ militaresco. Niente. Romeo era quello di sempre: tranquillo, pacato, correttissimo anche nel linguaggio. Era il comandante che tutti vorrebbero avere». Il corpo del maresciallo Braj si trova ora all’obitorio dell’ospedale di Vigevano a disposizione della Procura della Repubblica in attesa dell’autopsia.
La moglie, una volta informata dell’accaduto, raggiunta la caserma ha accusato un malore.
gabriele.moroni@ilgiorno.net
umberto.zanichelli@ilgiorno.net


Tre morti e nessun perché: due anni di misteri
di Tiziano Troianiello da il Giorno

IL PRIMO giallo è datato 3 luglio 2010. Un pomeriggio afoso, nel quale viene trovato morto, nella sua Alfa 147, il carabiniere Fabrizio Iezzi, 29 anni. Era sotto un cavalcavia dell’autostrada del Sole a poche centinaia di metri dal casello Piacenza Nord, nel Lodigiano, tra Guardamiglio e San Rocco al Porto. Gli agenti della Polstrada, i primi a intervenire, vedono il corpo di Fabrizio riverso sul sedile, la camicia imbrattata di sangue e un buco vicino al cuore. L’uomo impugna la pistola. Ma qualcosa non quadra: un altro colpo è partito dalla pistola d’ordinanza, ma è fuoriuscito dal lunotto posteriore dell’auto. Suicidio o omicidio? Il giallo, da allora, è rimasto tale. L’inchiesta è in mano alla Procura di Lodi. Secondo indiscrezioni, Fabrizio stava indagando su un giro grosso, su gente piena di soldi che voleva acquistare terreni in Brianza pagando contanti migliaia di euro. Pochi mesi prima, gli era stata rubata una ricetrasmittente. Negli ultimi tempi, aveva i nervi a fior di pelle.
Il secondo giallo – a differenza del primo – è salito alla ribalta delle cronache per giorni. Un carabiniere di quartiere ucciso, in un vicolo nella città bassa di Lodi, nel piovoso pomeriggio del 3 novembre 2012. Due automobilisti di passaggio sentono tre spari e si fermano. Imboccano via del Tempio e si trovano di fronte a una scena agghiacciante: Giovanni Sali, 48 anni, carabiniere di quartiere con due figlie, è a terra. Sta spirando. I soccorsi arrivano, ma non c’è nulla da fare. Scattano le indagini. Lodi diventa una città blindata, per una settimana: posti di blocco dappertutto; carabinieri, guardia di finanza e polizia passano al setaccio locali e alberghi. Nulla. Anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza sembrano essere inutili, per un caso che sembra un rompicapo perfetto. Tre colpi sparati: due a segno, un terzo proiettile conficcato nel muro. Da allora, ogni tanto la Procura di Lodi rassicura: «Stiamo seguendo piste precise», «i familiari possono star tranquilli, stiamo indagando». Ma finora non sono scattati né arresti né denunce e il giallo sembra fitto. Un mese dopo quel delitto, un’altra tragedia investe l’Arma: nel suo ufficio, a notte fonda, si ammazza con la pistola d’ordinanza Pasquale Lomuscio, 43 anni, comandante della stazione di Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Era amico di Giovanni Sali, e collega - anni prima - nella stazione dei carabinieri di Cavenago d’Adda. Lascia due lettere nelle quali spiega i motivi del suo gesto. «Ragioni strettamente personali», fanno filtrare gli investigatori.

facebooktwitterScribd

Abbonamento a Scambia informazioni

Semi Kattivi

Costruiamo il network

Hai un blog personale,
gestisci un sito di informazione territoriale?
Contatta la redazione e costruisci con noi
un Network indipendente di informazioni.

Leggi tutto »

Pubblica anche tu su infonodo.org!

Pubblica su Infonodo il tuo articolo.

Scopri come partecipare »