Desio

Monza - L'ingombrante presenza della moglie del boss nel bar della Provincia

14 febbraio 2017

di Pier Attilio Trivulzio

Anna Saladino, moglie di Pio Candeloro boss della 'ndrangheta, arrestato a Seregno nel giugno 2010 (Ordinanza Infinito) e condannato in via definitiva ad una pena di 20 anni, dal marzo 2015 lavora a Monza in via Grigna, sede della Provincia di Monza e Brianza.
Sta dietro al banco del bar, si occupa della ristorazione, batte scontrini ed incassa. E' stata assunta dalla Cooperativa sociale MAR Multiservizi che ha sede operativa a Gallarate ed è amministrata da Paola Oliva Lonelli.


Direttore operativo e responsabile degli inserimenti del personale della MAR Multiservizi, il napoletano Quintino Magarò, consigliere comunale a Gallarate della DC a metà anni 80, nel 2001 torna in consiglio comunale con il CDC-CDU, nel 2006 con l’Udc e nel 2011 con la lista di destra “Mucci Orgoglio Gallaratese”, quando ottiene il record di preferenze (385).

Nella veste di direttore generale della Cooperativa Primavera, Quintino Magarò riesce a far aggiudicare la gara d'appalto del comune di Gallarate da 1,3 milioni “per attività integrative scolastiche per gli anni 2010-2012” alla sua cooperativa che non ha né i necessari requisiti tecnici né quelli finanziari. L'esposto della esclusa Cooperativa Eurotrend accende i fari su Magarò che viene condannato con rito abbreviato per associazione a delinquere e truffa allo Stato a 3 anni di carcere. La pena viene confermata in secondo grado.
Dal 2009 al 2012 truccando con un software i cedolini di 1750 soci e lavoratori occasionali la Cooperativa Primavera ha sottratto ai lavoratori 500 mila euro di contributi INPS, evaso 1,4 milioni di Irpef ed altri 1,5 milioni di evasione contributiva. La Guardia di finanza ha posto sotto sequestro 18 immobili e quote societarie per il valore di 3 milioni.
Le vicende giudiziarie convincono, nel dicembre 2015, Quintino Magarò a rassegnare le dimissioni dal consiglio comunale di Gallarate, dopo tre anni di sospensione.

A marzo 2015, MAR Multiservizi firma il contratto quinquennale con la Provincia di Monza e Brianza, lo scorso settembre Magarò era a Mantova a brindare per l'appalto triennale del bar-bouvette del Tribunale.
La Cooperativa si è anche aggiudicata la gestione del bar della Sogemi all'Ortomercato di Milano (in passato pesantemente infiltrato dalla ‘ndrangheta), e ancora il bar del Comando Carabinieri di Brescia, dell'IRIS Versari di Cesano Maderno, un bar a Monza ed un altro a Milano.
Qualcuno comincia, giustamente, a preoccuparsi. La presenza di Anna Saladino che trova lavoro in Provincia, assunta da un condannato per associazione a delinquere e truffa allo Stato, desta preoccupazione e origina l’esposto che finisce in Procura.

Il curriculum della donna vanta quattro anni in società con la zia, Sebastiana Saladino, nella gestione del Tricky Bar di Seregno di proprietà del comune di Seregno, gestione ceduta in fretta e furia quando il marito Pio Candeloro, Tony per gli amici, venne arrestato.

Nel luglio del 2010, mentre a Seregno in giunta ci sono pareri discordanti sulla proposta per la “concessione del patrocinio con l'utilizzo del logo e altri interventi alla società Tricky Bar per l'iniziativa Calabresella mia”, nonostante il bar abbia maturato sei mesi di affitto non pagato al comune - che verranno poi rateizzati e saldati dalle tre gestioni che si succederanno -, arriva la notizia dell’arresto di Pio Candeloro a chiudere la questione e ad evitare un maggiore imbarazzo dopo che il comune aveva già concesso al bar il patrocinio per una serata di preselezione di Miss Italia.

Forse per questo la lettera del dicembre 2010 inviata al comune, proprietario dei muri, da Sebastiana Saladino per comunicare l’avvenuta cessione della gestione a terzi del bar di piazza Liberazione, si chiude con la frase emblematica: “Sicuri d'avervi fatto cosa gradita”.

L’esposto sulla presenza della Saladino nel bar della Provincia e la successiva indagine che è stata aperta, arrivano in un momento in cui le istituzioni manifestano una maggior attenzione in Brianza sulle licenze commerciali e sul pericolo che queste finiscano in mano e personaggi legati alla criminalità organizzata.
In particolare c’è da ricordare le misure prese dalla Prefettura di Monza nei confronti di alcuni bar di Seregno ( Seregno - 'Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti) e della Dylangroup di Cesano Maderno (vedi Cesano Maderno - 'Ndrangheta. Tra i soci di Marziano della Dilancar c'è anche il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli).

La presidente della cooperativa Mar Multiservizi, Paola Leonelli, ha dichiarato alla stampa che “nulla sapeva che la signora Saladino, in possesso dell’invalidità, fosse coniugata con il Sig. Candeloro, condannato per reati di criminalità organizzata di stampo mafioso” e ha aggiunto che la Saladino è stata assunta all’interno delle quota riservata alle persone svantaggiate che la legge prescrive per le cooperative sociali: un terzo dei dipendenti.

La famiglia di Pio Candeloro e Anna Saldino è ben integrata nella realtà sociale brianzola, con amicizie un tempo importanti che non sono venute a mancare anche in tempi recenti, come quella con Massimo Ponzoni, l’ex assessore regionale per anni uomo di punta di Forza Italia in Brianza, condannato per bancarotta.
Mai rinviato a giudizio, ma più che sfiorato dal sospetto di una vicinanza agli ambienti ‘ndranghetisti, Ponzoni venne definito dal Gip Gennari “capitale sociale della ‘ndrangheta”, in un capitolo dell’ordinanza che il magistrato dedicò ad alcuni politici e che inizia così: “È chiaro che, se l’obiettivo dei nostri (gli ‘ndranghetisti - ndr) è quello di mettere le mani su appalti pubblici, avere ottimi rapporti con esponenti politici rappresenta un capitale aggiunto di notevole valore e considerevole interesse”. La sorella di Massimo, Laura Ponzoni, è stata arrestata nel febbraio del 2016, insieme al marito, il costruttore Argentino Cocozza, nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di droga che ha visto coinvolto anche Carmelo Pio, nipote di Candeloro.

Naturalmente ci sono anche le amicizie delle coppia Candeloro Pio- Anna Saladino con personaggi del mondo della ‘ndrangheta, come Arturo Sgrò medico chirurgo al Niguarda di Milano, arrestato nel gennaio dell’anno scorso e vicino alla ‘ndrina degli Iamonte di Melito Porto Salvo, clan di appartenza dello stesso Pio Candeloro, e Paolo De Luca, il “boss invisibile”, arrestato a novembre dell’anno scorso e vicino agli Stagno, collegati ai clan Galati e Mancuso di Vibo Valentia così coma la famiglia Cristello, un tempo potenti e ricchi esponenti della ‘ndrangheta a Seregno, grazie alla gestione privilegiata del canale di traffico della droga, adesso fortemente in declino dopo i tanti arresti e l’uccisione nel 2008, in una faida interna al clan Cristello-Stagno, di Rocco Cristello.

La famiglia Pio-Saladino si intreccia poi con altre famiglie, quella di Tripodi che gestisce l’omonimo bar-panetteria chiuso per ordine della Prefettura nel gennaio dell’anno scorso (Antonino Tripodi ha sposato la nipote di Pio Candeloro), e la famiglia Conti, di origine siciliana, proprietaria di vari locali pubblici, le pizzerie Aldo e Aldo2 e il bar Mosquito a Barlassina, la birreria The Stone a Seveso, le pizzerie Aldo3 e Aldo4, rispettivamente a Meda e a Seregno, tutti locali che vennero posti sotto sequestro cautelativo quando nell’ottobre 2015, nell’ambito dell’Operazione July, venne sgominata un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti al cui vertice c'era Aldo Conti, personaggio dal noto passato criminale. In quella indagine sono emersi collegamenti, oltre che con un’organizzazione criminale albanese, anche con esponenti della ‘ndrangheta.

ps: nella foto Pio Candeloro e Anna Saladino al Tricky Bar di Seregno poco prima degli arresti del luglio 2010.

Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

Ventidue udienze per stabilire chi ha ucciso Paolo Vivacqua nel suo ufficio di Desio la mattina del 14 novembre 2011 dal killer che è scritto nella sentenza “era già all'interno dell'ufficio all'arrivo di Paolo, lo ha freddato alle spalle, cogliendolo alla sprovvista sparando dal basso verso l'alto”.

Processo indiziario dal momento che “l''omicidio non ha avuto testimoni diretti, non è stata trovata l'arma del delitto, non sono stati trovati reperti biologici significativi, non è stato possibile accertare il volto o la fisionomia degli autori del fatto attraverso le telecamere collocate nelle vicinanze del luogo del delitto, non vi sono state dichiarazioni confessorie né etero accusatori” - scrivono i giudici, aggiungendo che “la circostanza che la pubblica accusa e le parti civili abbiano fornito moventi differenti non scalfisce il granitico quadro indiziario emerso a seguito dell'istruttoria dibattimentale”.

Quadro indiziario che “ravvisa nell'interesse economico un plausibile movente dell'azione omicidiaria: un interesse profondo, scaturente dal desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua, e ciò sarebbe stato possibile soltanto dopo la sua eliminazione fisica”.

L'istruttoria dibattimentale ha consentito di individuare un forte legame tra Diego Barba e Licata Calogero Caruso: siffatto elemento è denso di significato e rappresenta la chiave di lettura di diverse questioni. Licata Caruso è risultato essere il faccendiere, l'uomo “ombra” di Paolo Vivacqua, che ben avrebbe potuto gestire liberamente le ricchezze ed i danari di Paolo dopo la morte di questi. E' pacifico che Licata Caruso fosse l'uomo più fidato di Vivacqua, tanto che questi non esitò a difenderlo quando Salvatore Grasta lo avvertì di “guardarsi da Lillo”, perché cognato di Diego Barba. E' altresì pacifico che egli fosse il formale gestore dei conti correnti di Vivacqua e che, in tale veste, conoscesse nel dettaglio tutte le movimentazioni della vittima. Occorre inoltre considerare che la mattina dell'omicidio Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e, nella circostanza, aveva appreso che questi si stava recando all'ufficio di Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata Caruso potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima in ufficio”.

Stranamente quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo tutt'altro che secondario, come del resto si evince dalle intercettazioni delle conversazioni intercorse tra i familiari della vittima che, sin dall'inizio, si sono diffusamente interrogati sul motivo di tale isolamento”.

“In particolare Lavinia Mihalache si lamenta col fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua del fatto che la mattina dell'omicidio gli amici più fidati di Paolo (Lillo, Enzo, Mario) lo avessero lasciato solo, senza preoccuparsi di dove fosse.
E' indubbio – scrivono i giudici – che se dopo la morte di Paolo Vivacqua non fosse intervenuto il sequestro, gli imputati – con l'aiuto di Licata Caruso – avrebbero potuto attingere dai conti correnti della vittima. Una simile prospettiva avrebbe aperto scenari di indubbio interesse ed orizzonti ancor più floridi per gli odierni imputati”.

Invero, l'eliminazione fisica di Vivacqua ed il conseguente “subentro” di Licata Caruso nella gestione economica dell'imponente patrimonio, avrebbe infatti rappresentato la fonte di apprezzabili vantaggi, di cui - in primis, Diego Barba, in ragione del vincolo di affinità con Licata Caruso – avrebbe potuto godere”.

Sette mesi dopo l'omicidio di Paolo Vivacqua viene uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli la consuocera del rotamat di Ravanusa, Franca Lojacono. “Un'accurata comparazione della scena dei due crimini e dei rispettivi modus operandi consentono a questa Corte di ravvisare forti collegamenti, oggettivi e soggettivi, tra l'omicidio Vivacqua e l'omicidio Lojacono, avvenuti all'interno del medesimo contesto, in un ristretto arco temporale. Le modalità di esecuzione dell'omicidio Vivacqua sono fortemente indicative della circostanza che il fine avuto di mira degli imputati fosse non già quello di perpetrare una rapina ai suoi danni bensì di ucciderlo; ciò rende ragione del fatto che nessuna traccia sia stata rinvenuta sulla scena del crimine e che nulla sia stato sottratto dall'ufficio della vittima. Diversamente nel caso Lojacono, i killer hanno agito per compiere una rapina, al fine di impossessarsi di un'ingente somma di denaro custodita all'interno di una valigetta che avrebbe dovuta essere rinvenuta nel box. Occorre poi interrogarsi quale sarebbe stata la scena del crimine ove Vivacqua si fosse avveduto della presenza dei suoi assassini ed avrebbe reagito. Il quesito che si pone all'attenzione è funzionale ad evidenziare come un'eventuale reazione di Vivacqua avrebbe potuto imprimere alla scena del crimine contorni ben diversi, atteso che ben può fondatamente sostenersi che una reazione da parte della vittima avrebbe potuto innescare, a sua volta, una reazione da parte degli aggressori, con esiti non dissimili da quelli cristallizzatisi nel caso dell'omicidio Lojacono.
Invero, nel caso del secondo omicidio, la reazione della donna e le difficoltà nel rinvenimento del denaro avevano provocato in Giarrana e Radaelli uno stato di panico misto ad ira; in sostanza una reazione incontrollata sfociata in un'efferata aggressione che aveva condotto a morte l'anziana vittima.
Siffatta analisi – frutto non già di un'astratta comparazione delle due scene del crimine, bensì di un'indagine condotta alla luce delle singole circostanze del caso concreto – offre una chiave di lettura diversa da quella sostenuta dalle difese e consente di cogliere appieno come, dietro apparenti incommensurabili diversità che connotano le scene dei due crimini, si celino in realtà i medesimi autori”.

Le implicazioni che ne discendono sono di estrema rilevanza: la circostanza che gli autori del secondo omicidio siano le stesse persone accusate dal palermitano Gino Guttuso rafforza ulteriormente la credibilità e l'attendibilità dello stesso, così dissolvendo definitivamente eventuali dubbi aleggianti attorno alla sua figura. Non solo: il collegamento tra i due omicidi, riconducibili ai medesimi soggetti, rappresenta ex se un riscontro ulteriore ed autonomo alle dichiarazioni di Guttuso. E così, se da un lato si appalesa l'endemica debolezza delle asserzioni difensive, dall'altro, il cerchio indiziario si chiude. Se ne deve pertanto dedurre che i due omicidi sono strettamente collegati e che sicuramente l'anello che li unisce è costituito proprio dal fatto che Giarrana e Radaelli sono stati incaricati in entrambi gli episodi dal La Rocca e da Barba come riferito da Guttuso e come è riscontrato da convergenti molteplici elementi esterni”.
I complessivi dati processuali portano poi a ritenere che il La Rocca abbia agito su impulso del Barba e non di altri, tipo la criminalità organizzata.
E', infatti, più aderente ai dati processuali la prima ipotesi proprio perché l'omicidio Lojano appare estraneo a interventi della Stidda e appare essere maturato dal fatto che l'omicidio Vivacqua non aveva consentito l'apprensione dei soldi da lui pochi mesi prima acquisiti con l'operazione Bricoman, ipotizzando successivamente che la consuocera potesse essere la custode del denaro.
Dette conclusioni – dicono i giudici - sono coerenti e suffragate da univoci e coerenti indizi: Gino Guttuso accusa tutti, le intercettazione e i comportamenti degli imputati riscontrano la pista del medesimo, Luigi Mignemi conferma il racconto di Guttuso riferendo quanto effettivamente appreso da Giarrana, il silenzio degli imputati sia nel corso delle indagini che in dibattimento stupisce e resta inspiegabile, diversi depistaggi, tramite informatori, sono in gran parte attribuibili proprio al Barba. Inoltre i tabulati telefonici, l'assenza di alibi, la certa loro presenza sui luoghi dei fatti, i rapporti diretti e indiretti che lega tutti i protagonisti, la negazione di circostanze pacifiche, come la relazione Barba/Biondo, le modalità delle condotte osservate nel corso delle indagini, costituiscono elementi aggiuntivi di conferma della fondatezza dell'accusa. I riferimenti di Giarrana al forte credito che vantava e che avrebbe riscosso in caso di scarcerazione, trova conferma anche nel racconto di Mignemi ed anzi avvalora quello che questi dice “quella cosa avrebbe fatto guadagnare loro un sacco di soldi”.

Ecco il quadro di sintesi degli indiziati.
Antonino Giarrana – “Di rilievo sono anzitutto le dichiarazioni di Guttuso che in sede di incidente probatorio ha confermato l'incontro avvenuto a casa sua presenti Radaelli e La Rocca così come ha confermato il prestito e la restituzione del motorino con la targa occultata. Dai tabulati telefonici si evince un significativo flusso di contatti tra lui e gli imputati. In sede di interrogatorio Giarrana confermò d'aver rivelato a Mignemi molti particolari relativi alla riunione a casa sua un mese prima dell'omicidio Vivacqua. Ed in quanto alla pistola, parlando con altri detenuti, dice che la pistola usata per l'omicidio Lojacono era pulita ma dello stesso calibro di quella utilizzata per l'uccisione di Paolo Vivacqua.
Giarrana si dichiara estraneo anche ai fatti relativi all'omicidio Lojacono benchè sia pacifica la sua penale responsabilità; mentre le dichiarazioni di estraneità all'omicidio Vivacqua vengono reiterate innumerevoli volte, quasi
mnemonicamente. Rilevanti sono anche i rapporti di contiguità con tutti gli altri personaggi coinvolti, come traspare limpidamente anche dalle insistenti richieste da lui avanzate nei confronti del cugino La Rocca affinché pagasse gli onorari dell'avvocato, sia del Barba nei confronti del quale manifesta profondo risentimento perché non gli offriva alcun aiuto, anzi “fa l'indiano, fa finta di non salutarmi”. Nel corso dell'interrogatorio dell'8 maggio 2014 Giarrana conferma di aver parlato con Mignemi delle caratteristiche dell'arma silenziata usata nell'omicidio Vivacqua; del fatto che Barba ha una bella casa le cui luci si accendono battendo le mani e che Guttuso era conosciuto come il Palermitano”.

Antonio Radaelli – “Sono 5 i contatti telefonici tra Radaelli e Giarrana il giorno dell'omicidio Vivacqua. “E' però di particolare rilievo – argomentano i giudici – la mancata risposta alla chiamata delle 10.56, ora in cui si colloca la morte di Vivcqua, agganciando la cella di Seregno, la medesima agganciata dal cellulare della vittima. Il numero verrà chiamato dall'imputato soltanto alle 11.14, quando l'azione criminosa era ormai terminata da oltre dieci minuti. In quanto alle intercettazioni in carcere significative sono quelle in cui nel commentare con i compagni l'invito in Procura per rendere interrogatorio con informazione di garanzia relativa all'iscrizione nel registro degli indagati per l'omicidio Vivacqua esterna la propria preoccupazione circa il fatto che qualcuno possa aver dato agli inquirenti “la dritta che siamo stati io e lui...E' quello che mi preoccupa!.
Anche per lui sono di rilievo le dichiarazioni di Guttuso e Mignemi”.

Diego Barba – “Nell'agosto 2010 aveva subìto il pestaggio, sicuramente per lui umiliante e che aveva deteriorato i rapporti con Vivacqua: era terrorizzato e si era rivolto al maresciallo Longo dei Carabinieri di Campobello di Licata, suo amico e a soggetti appartenenti alla malavita siciliana per avere protezione e impedire altre reazioni di Paolo Vivacqua. Nel maggio 2012 è stranamente presente nello studio dell'avvocato Daria Pesce ove aveva accompagnato Germania Biondo e questo aveva fatto arrabbiare i figli di Vivacqua che commentano l'episodio in termini negativi anche verso la madre: era lì per seguire le vicende della famiglia e verificare come si stavano indirizzando le indagini per l'omicidio evidentemente perché temeva di essere coinvolto, comportamento questo che va così interpretato alla luce dei complessivi depistaggi di cui è stato protagonista.

Il giorno dell'omicidio Vivacqua ha 3 contatti telefonici con La Rocca tra le 11.38 quando è lui a chiamare La Rocca e le 14.12 quando La Rocca lo chiama. Quindi 5 sms dalla sua utenza ad un'altra sua utenza tra le 16.48 e le 17.19. Quindi alle 18.03 viene chiamato da La Rocca.

Guttuso e Mignemi convergono nell'indicarlo quale soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli l'arma. Che si fosse attivato personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli è circostanza confermata dalle dichiarazioni del teste Battistelli. I numerosi depistaggi da lui posti in essere rappresentano ulteriori indirzi a suo carico. Il suo primo tentativo di depistaggio risale al 4 aprile 2014 quando ai carabinieri di Desio perviene un'annotazione di servizio relativa ad una fonte informativa presentatosi presso la caserma dei Carabinieri di Campobella di Licata che indicava “il noto e pregiudicato mafioso” Smiraglia Giuseppe che acquisterebbe terreni in Sicilia con denaro contante proveniente dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni. Il secondo è rappresentato dalla indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache. In sede d'interrogatorio Barba ammette d'aver suggerito ai Carabinieri alcune piste che potevano essere percorse. Mentre fallisce l'ultimo tentativo di “vincere” le dichiarazioni di Guttuso e screditare la figura di Mignemi attraverso le dichiarazioni di Giuseppe Nappa il quale indica gli autori dell'omicidio di Paolo Vivacqua in Diego Barba e Germania Biondo in accordo con Livinia Mihalache e i fratelli.
Barba – ricordano i giudici – ha capacità di muoversi abilmente sia all'interno delle forze dell'ordine sia tra i mafiosi”.

Salvino La Rocca – “Il 14 novembre 2011 tra le 11.41 e le 14.12 chiama prima Guttuso quindi Giarrana e poi due volte Barba. Alle 16.22 è Guttuso a chiamare La Rocca; alle 18.03 Rocca chiama Barba e quindi alle 19.41 e alle 19.45 è Giarrana a chiamare il cugino La Rocca. Guttuso ha spiegato in modo plausibile le ragioni dei contatti a lui riferibili: voleva sapere se avessero usato la sua moto per l'omicidio e non soltanto per la rapina in danno del Vivacqua di cui si era parlato nel primo incontro a casa di Giarrana.
Guttuso e Mignemi coinvolgono direttamente la figura di La Rocca quale soggetto che funge da anello di collegamento tra Giarrana, Radaelli e Barba.
Il giorno dell'audizione di Gino Guttuso in sede di incidente probatorio, si è accertata la presenza della madre di Salvino La Rocca accompagnata da Giovanni Gammino, soggetto noto alle forze dell'ordine in quanto coinvolto in fatti di mafia. Al riguardo si è escluso che la presenza di costoro potesse dirsi casuale, essendosi, al contrario, dimostrato il collegamento all'esame del predetto Guttuso. Si consideri inoltre come La Rocca sia risultato essere destinatario delle pressanti richieste di aiuto avanzate da Giarrana, aiuto motivato dal fatto che lo riteneva come la persona che lo aveva coinvolto nei fatti di causa unitamente al Barba”.

Germania Biondo – “A diversa conclusione si deve pervenire con riguardo alla sua posizione. A suo carico c'è un forte movente, c'è il rapporto con Barba che secondo Giarrana è coinvolto nell'omicidio con il La Rocca, ma ad avviso della Corte, per tale imputata, sono carenti univoci riscontri in ordine al presunto suo ruolo di ideatrice e mandante dell'omicidio dell'ex marito. Il primo dato che emerge con evidenza è che il giorno del delitto, il 14 novembre 2011, nessun contatto interviene tra lei e gli altri coimputati. A meno di ipotizzare una particolare scaltrezza della Biondo, non è credibile che nessuno, e in particolare il Barba abbia sentito la necessità di informare la donna del fatto compiuto. Ma se si ipotizza che la Biondo sia particolarmente scaltra, non ci si potrebbe sottrarre alla considerazione che - da protagonista della vicenda addirittura quale ispiratrice – avrebbe messo in guardia e severamente vietato ai complici di parlare tra di loro, almeno il giorno del delitto. Le successive intercettazioni non consentono di cogliere, neppure larvatamente, un elemento che dimostri la consapevolezza della donna di chi abbia compiuto l'omicidio e di tradirsi riguardo alla conoscenza dei complici e al suo rullo. Le conversazioni con il Barba sono riconducibili a ragioni affettive-sentimentali e all'aiuto che il Barba stava dando in alcuni adempimenti come l'apertura di una cartoleria.
Giarrana e Radaelli in carcere non fanno mai accenni diretti o indiretti ad una sua compartecipazione. Quando la Biondo viene citata è per lamentarsi che ha rivelato agli investigatori la conoscenza tra Giarrana e Paolo Vivacqua. Dato il contesto e l'asprezza dell'appellativo usato nei suoi confronti è ipotizzabile che se vi fosse stato un coinvolgimento della donna se ne sarebbe fatta menzione.
Le forti rivendicazioni di cui alle conversazioni intercettate e la complessiva condotta dell'imputata costituiscono indizi gravi per la sussistenza di un movente, ma che, all'esito del processo, non raggiungono il carattere della precisione in rapporto all'omicidio e, comunque, difettano completamente dal carattere della concordanza con altri elementi altrettanto certi e univoci.
Ulteriore dato indiziario di una certa rilevanza è costituito dalle parole di Guttuso nel ricordare l'incontro del mese precedente l'omicidio. “La Rocca disse, in qualità di portavoce di Diego Barba che la moglie di Vivacqua stava cercando qualcuno
che si prestasse a commettere una rapina per suo conto, in quanto voleva prendergli dei soldi, dato che Paolo e anche i figli, che facevano una vita da nababbi, l'avevano lasciata in una condizione di indigenza, la trattavano male dato che non poteva avere una nuova vita. Peraltro Guttuso che non conosce la Biondo e sa solo che è la ex moglie di Vivacqua, la menziona con un richiamo indiretto di terzo livello: La Rocca riferisce quello che ha detto Barba, ma non che Barba riferisce di una richiesta esplicita della Biondo né La Rocca si presenta quale portavoce della Biondo”.

LE CONDANNE
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio alla pena dell'ergastolo; La Rocca Salvino e Barba Diego alla pena della reclusione per anni ventitre (23)
DICHIARA
Tutti i predetti imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici
DICHIARA
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio in stati di interdizione legale e decaduti dalla responsabilità genitoriale
DICHIARA
La Rocca Salvino e Barba Diego in stato di interdizione legale durante la pena e sospesi dalla potestà genitoriale durante la pena
Visto l'art 230 c.p.
Applica a La Rocca Salvino e Barba Diego la misura di sicurezza della libertà vigilata per una durata non inferiore a tre anni.
Dichiara tenuti e condanna Giarrana Antonino, Radaelli Antonio, La Rocca Salvino e Barba Diego, in via tra di loro solidale, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite: Vivacqua Antonio, Vivacqua Gaetano, Vivacqua Davide, Commaudo Valentina, Mihalache Lavinia, in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale sul minore Vivacqua Nicolas, da liquidare nella separata sede civile. Assegna a ciascuna delle predette parti civili una provvisionale esecutiva di euro 50.000 per ciascuna delle parti civili costituite, ponendo il relativo onere a carico degli imputati in via solidale.
ASSOLVE
Biondo Germania dai reati ascritti per non aver commesso i fatti e dispone la revoca della misura cautelare in corso di esecuzione nei suoi confronti, disponendone la piena rimessione in libertà se non sottoposta a misura cautelativa per altra causa.
Così deciso in Monza nella camera di consiglio del 9 dicembre 2015

Desio - “Illegalità quanto ci costi”. Sabato, esperti e associazioni a convegno

Comunicato stampa

L’appuntamento, previsto per sabato 16 aprile 2016, rappresenta l’opportunità di un vero scambio di vedute ed esperienze sui costi economici dell’illegalità nelle sue varie forme (presenze mafiose sul territorio, corruzione,  traffici illeciti) e su come essa sia un freno alle potenzialità di sviluppo del nostro splendido Paese.
Saranno presenti persone che hanno studiato il fenomeno o subito la pressione mafiosa e corruttiva o lottato contro di essa o le tre cose insieme. Esse offriranno testimonianze autentiche e dimostreranno che il territorio di Monza e Brianza - come l’Italia intera - porta i segni profondi e costosi delle ferite delle mafie e degli scandali tangentizi ma che ha i mezzi e le conoscenze per sconfiggere questo cancro.

Le associazioni del territorio, insieme alle amministrazioni, sono spessissimo la prima trincea contro l’illegalità.
Sono certa che non farà mancare il suo sostegno partecipando, diffondendo la notizia dell’iniziativa, e il mio invito all'intero gruppo di Infonodo.org.
Le allego il programma dettagliato e l'aspetto sabato 16 aprile 2016 a partire dalle ore 9 presso la Sala Pertini di via Gramsci a Desio (MB).
Per saperne di più può leggere l'articolo di approfondimento e condividere l'evento dal sito de LaMeglioItalia.

Sen. Lucrezia Ricchiuti

Senato della Repubblica Italiana
Commissione 6° Finanze e Tesoro
Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere 

Circolo Legambiente Giussani: Il futuro può cambiare

IL FUTURO PUO CAMBIARE: W I PARCHI LOCALI DI INTERESSE SOVRACOMUNALE GRUGNOTORTO-VILLORESI E BRIANZA CENTRALE!!!
 

Questo comunicato, oltre ad esprimere una viva e vibrante soddisfazione per l’adesione di Desio al PLIS del Grugnotorto-Villoresi, vuole essere un promemoria ed un monito per tutti i desiani amanti dell’ambiente e della loro città.
Si scrive per non dimenticare ciò che poteva essere e – per fortuna, per tenacia e per coraggio – non è stato.
Come si è arrivati a questo importante traguardo?
Dopo una battaglia, durata 12 anni ed iniziata nel 2004, che ha visto tutti gli amanti dell’ambiente di Desio uniti.
In quell’anno, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Salvatore Pugliese decide di varare una miope, disorganica e dannosa variante urbanistica di natura industriale (leggere: costruzione di nuovi capannoni), che autorizza, a macchia di leopardo, su tutte le aree libere della città, la costruzione di diverse decine di nuovi immobili industriali (d’altra parte è noto che a Desio non esistono capannoni sfitti…). Il circolo di Desio, appoggia quindi il ricorso legale dinanzi al TAR mosso da Legambiente Lombardia nella persona di Andrea Poggio, l’allora presidente regionale.
Risultato? La regione nomina un commissario ad acta per ridimere la questione che ci dà in parte ragione, stralciando alcune aree che avrebbero di fatto compromesso il corridoio ecologico regionale previsto dalla stessa regione Lombardia, inserendo per la prima volta, all’interno delle norme urbanistiche locali il concetto di “corridoio ecologico”. Purtroppo però, anche se tale intervento risulta inibitorio per molti, non è così per tutti e alcuni capannoni industriali vengono comunque costruiti (vedere la zona dello svincolo di Desio Sud sulla Milano-Lecco).
L’anno dopo, il 30 aprile 2005, a Desio si organizzò perciò un convegno provinciale, "Il sistema del verde Nord Milano", organizzato da Legambiente, il Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano e la Provincia di Milano a cui parteciparono soggetti accomunati da una visione per la tutela delle aree verdi in un territorio altamente urbanizzato.
La richiesta avanzata all’allora amministrazione comunale di Giampiero Mariani,che si era appena insediata, era semplice: seguire l’esempio di Seregno e dare vita ad un PLIS che avrebbe unito in un unico corridoio ecologico (utile anche alla fauna umana ormai stretta dal cemento), il PLIS Brianza Centrale, ed il PLIS Grugnotorto-Villoresi. Questa proposta, non veniva solo dal circolo Legambiente di Desio, ma anche da regione Lombardia che aveva individuato a Desio proprio un importante corridoio della rete ecologica regionale.
Sono poi proseguite, negli anni successivi, le richieste di istituzione di un PLIS per Desio, anche perché, nel 2008, coerentemente con le indicazioni regionali, la Provincia di Milano definì un progetto, detto "Dorsale Verde Nord Milano", per la tutela ed il riequilibrio del territorio che, tuttavia, contrastava con quello autostradale di Pedemontana Lombarda, opera disegnata in gran parte proprio sul residuale sistema verde brianzolo, e contro cui il nostro circolo continua a battagliare ancora oggi, assieme ad altri volenterosi, all’interno del coordinamento “No Pedemontana”.
Tutto però continuò a cadere nel vuoto e si arrivò al PGT del 2009 della Giunta Mariani, che continuò a perseguire la logica di uno sviluppo ingiustificato e insostenibile della città. Ed ecco che viene decisa la costruzione del centro commerciale PAM e della torre del Polo tecnologico (ex-Autobianchi), oltre all’incremento edilizio delle cascine S. Giuseppe e Americana. Del PLIS, nonostante le richieste avanzate, nessuna ombra all’interno del PGT. Si replicò, sempre nello stesso anno, grazie al contributo di molte associazioni, con l’organizzazione di un convegno provinciale ad Albiate "Un nuovo parco per la Brianza Centrale, polmone verde per la nuova Provincia di Monza e Brianza", per rimettere al centro del dibattito culturale e politico questo importantissimo tema, proprio all’interno della neo provincia di Monza e della Brianza, che si scopre essere la provincia più urbanizzata d’Italia.
Altro grande passo: il 10/10/10 siamo in 1000, grazie all’impegno del bellissimo comitato NO-PAM, a scendere in piazza contro la PAM. La torre del Polo tecnologico invece sale, ed è ancora lì in “bella mostra” per tutti. Oggi è chiamata semplicemente “l’ecomostro”. Grazie a queste iniziative, e alla scoperta di una strada vicinale comunale che la PAM non aveva ancora acquistato, i propositi edificatori si rallentano. Siamo però nel 2010 è l’anno dell’inchiesta Star Wars e della cava Molinara. Si scopre che a Desio ci sono molti abusi edilizi. E’ l’epoca degli scandali, dei processi, dei politici corrotti e delle infiltrazioni malavitose che travolgono l’amministrazione comunale di allora, la quale è costretta ad andarsene.
Ed arriviamo agli ultimi anni. .Nel 2012, l’amministrazione comunale del sindaco Roberto Corti, approva una coraggiosa variante al PGT del 2009, che cancella la PAM e molte altre nuove costruzioni che avrebbero dovuto sorgere all’interno della cintura verde periferica di Desio, salvando anche le cascine S. Giuseppe e Americana: è l’inizio di un nuovo corso finalmente. Vengono riportate a destinazione agricola 1.500.000 mq di aree che nel 2009 erano state destinate all’urbanizzazione.
3 aprile 2016, siamo in bicicletta a festeggiare l’adesione di Desio al PLIS del Grugnotorto-Villoresi. Desio porta in dote tutta la cintura periferica verde della città che, con il PGT entrato in vigore nel 2015, è stata destinata, finalmente, a PLIS. Moltissime le persone che vanno ringraziate e che, gratuitamente, hanno contribuito a tenere alta l’attenzione su questo tema, dagli amici che formano il circolo Legambiente “R. Giussani”, a tutte le altre associazioni e alle persone generose che in questi anni ci hanno affiancato ed aiutato, non ultimo l’assessore Giovanni Borgonovo che ha seguito personalmente l’ultimo e forse più complicato miglio prima di questo grande traguardo. Su tutto questo delicato e lungo processo, come circolo siamo stati silenti, forse per scaramanzia, sino ad oggi. Ora però è tempo davvero di festeggiare.
Lunedì 4 alle 17:30 l’ultima firma ufficiale in sala consigliare e poi?
Sarà l’inizio di una nuova fatica, immaginare un futuro diverso, per il nostro nuovo PLIS, per la nostra città e per il nostro territorio, più compatibile e vicino alle nostre vite, con una speranza: che presto, prestissimo, i Parchi Locali di Iinteresse Sovracomunale Brianza Centrale e Grugnotorto-Villoresi, possano diventare un parco regionale.
Avanti tutta!
 
Circolo Legambiente
 “Roberto Giussani”

Al di là del genere

08/03/2016 - 21:00 to 31/03/2016 - 23:45

Al di là del genere
Programma Marzo 2016
Città di Desio

Comune di Desio: Pagare tutti per pagare meno

A partire dal 2013, la ristrutturazione dell’Ufficio Tributi del Comune di Desio ha portato ad una riorganizzazione tale da consentire di effettuare controlli efficaci, incrociando dati che hanno permesso di individuare e mettere in regola metrature di varie utenze. Tale operazione ha consentito di passare dai 2.316.594 mq tassati nel 2014, ai 2.394.627 mq tassati nel 2016, generando un aumento del 3,4% dei mq tassati e, conseguentemente, una diminuzione della tassa rifiuti. Nel 2016 l’aumento dei mq tassati, dovuto agli avvisi di accertamento emessi dall’Amministrazione comunale, porterà ad una riduzione delle tariffe TARI, mediamente del 6%. Il range delle riduzioni va in sostanza dai 4 euro ai 19 euro circa, ciò significa ad esempio che: -per un appartamento di circa 80 mq, in cui risiede un nucleo familiare composto da tre persone, nel 2015 si pagava 157 euro, mentre nel 2016 si pagheranno 148 euro. -per una abitazione di 130 mq in cui vivono sei persone, nel 2015 si pagavano 308,3 euro, contro i 289,7 euro previsti nel 2016. Piccoli passi che vanno, però, in direzione di un crescente contrasto all’evasione e di una maggiore efficienza dell’Ente. L’impegno costante e il lavoro svolto da questa Amministrazione per la lotta all’evasione tributaria si è rivelato una scelta vincente, in quanto si stanno conseguendo risultati incoraggianti, sia in relazione agli importi incassati, sia in relazione agli accertamenti, che alle attività di contrasto all’evasione. In tempi di minori trasferimenti agli enti locali da parte del Governo centrale, la lotta all’evasione diventa un fattore strategico per le casse comunali e l’obiettivo del Sindaco Roberto Corti e della sua Giunta è quello di far comprendere anche ai cittadini l’importanza di essere in linea con i pagamenti, così da evitare sia contenziosi, sia interessi di mora. Inoltre ciò va a vantaggio di tutta la cittadinanza poiché consente di restituirle quanto versato, in termini di servizi e benefici per la comunità intera. L’Amministrazione Corti insiste in questa direzione per rendere ancora più efficiente il sistema nell’interesse, soprattutto, dei tanti cittadini virtuosi che da sempre pagano regolarmente i tributi, facendo propria la filosofia: “Pagare tutti per pagare meno”. “Questa Amministrazione continuerà ad impegnarsi su tale strada anche nel futuro – affermano il sindaco Roberto Corti e l’Assessore al Bilancio e Tributi Jennifer Moro - anche e soprattutto perché la lotta all’evasione tributaria è l’elemento che ha contribuito maggiormente a tenere in ordine il bilancio comunale nonostante i tagli dei trasferimenti imposti ai comuni in questi anni e la decisione di non utilizzare gli oneri di urbanizzazione per le spese vive del Comune (ovvero la spesa corrente ndr) sprecati in abbondanza dalle amministrazioni precedenti”

'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

Desio - Ignazio Marrone, lo sfasciacarrozze siciliano al servizio della 'ndragheta

di Pier Attilio Trivulzio

“La perquisizione a Ignazio Marrone? Credo che nemmeno per Totò Riina ci sia stato un così importante spiegamento di forze!”, racconta Franco Gandolfi (nella foto), legale dell'imputato. “E' durata quattro giorni. Da Roma è arrivata a Desio una squadra speciale, vi hanno preso parte carabinieri, artificieri, pompieri e un'unità cinofila. Hanno rivoltato il capannone della ditta come un calzino e con un buldozer scavato fino in profondità un campo vicino dove Marrone tiene i cavalli. Forse pensavano di trovare un bazooka o un carro armato. Cos'hanno trovato? Soltanto una scacciacani che hanno lasciato nella disponibilità del mio cliente e alcuni proiettili marca Fiocchi”.

L'avvocato definisce “esagerato” sia lo spiegamento di forze sia le 480 pagine dell'ordinanza firmata dal Gip Carlo Ottone De Marchi “che per motivare l'arresto ripercorre – dice - dieci anni di vita del mio assistito (e di Arturo Sgrò, chirurgo plastico impiegato presso l'Ospedale di Niguarda a Milano, cugino di Giuseppe ed Edoardo Salvatore in carcere dal 2010 a cui faceva arrivare aiuti economici – ndr) partendo dall'indagine Infinito già andata a sentenza con una condanna per lui di due anni per il possesso di un'arma. Ha fatto 19 mesi nel carcere di Opera in cella assieme a personaggi di spicco della 'ndrangheta – aggiunge -. Per dieci anni, dal momento che anche quando era in carcere ogni parola veniva registrata, Marrone ha avuto nelle orecchie le microspie della DDA...”.

“Il Gip definisce fortino della n'drangheta la ditta di Ignazio Marrone – argomenta il legale -. Ben lo sanno i carabinieri di Desio che ha subito furti e attentati, gli hanno bruciato i cavalli e fatto scoppiare una bomba che ha causato ingenti danni ed è allora che l'assicurazione gli ha imposto allarmi e videocamere ai suoi 20mila metri quadrati. Per il Gip la ditta si è trasformata in un fortino che custodiva chissà quali segreti. Non siamo andati al riesame e però al processo queste cose le dirò chiaramente. Prima del 2010 a Ignazio Marrone la n'drangheta ha scucito soldi e questo lui, al processo l'ha detto. Che abbia qualcosa da farsi perdonare può anche essere vero, certo, la sua ditta era anche frequentata da balordi, che sia partecipe di un'associazione che lo taglieggia, francamente mi sembra stravagante”.

E però l'ordinanza parla chiaro. “Il 16 aprile 2014 – scrive il Gip - Marrone Ignazio aveva ricevuto una visita di Rugolino Francesco Gaetano figlio non riconosciuto di Iamonte Natale con il quale aveva discusso proprio di vicende legate alla detenzione di Iamonte Remigio detto “u' picciriii” figlio del boss Iamonte Natale classe 1927 detenuto presso la Casa Circondariale di Milano Opera con il quale Marrone Ignazio aveva condiviso un periodo di carcerazione ed al quale è talmente legato da commentare, nel corso di una conversazione con Rugolino Gaetano “...io...io...io non sono nessuno, loro non sono nessuno! Però non ammetto il nome di “Remigio” davanti... e con il nome di “Remigio” davanti ci vogliono persone”.

“Dalla conversazione ambientale si è potuto comprendere in modo chiaro che Rugolino Francesco Gaetano detto “Ciccio” - fratello di Iamonte Carmelo per via della madre Rugolino Maria Adelina che ha avuto una relazione con Iamonte Natale il quale ha riconosciuto come legittimo soltanto il figlio Carmelo – si è recato da Marrone per discutere di importanti “questioni di n'drangheta”, fatto che dev'essere necessariamente letto come un chiaro indice di appartenenza di Marrone Ignazio alla consorteria criminale in esame e nello specifico alla Locale di Desio, legata indissolubilmente alla famiglia Iamonte. Ma l'elemento maggiormente significativo è rappresentato dal fatto che Marrone, per sua stessa ammissione, aveva discusso della questione, prima ancora che con Rugolino direttamente con “Remigio”, ovvero con Iamonte Remigio importante esponente della famiglia Iamonte con il quale aveva espiato un periodo di detenzione a Opera e che aveva fornito in detto periodo a Marrone preziose informazioni relative agli assetti e agli equilibri della n'drangheta in Brianza”.

“Marrone Ignazio è talmente legato a Iamonte Remigio che non ammette che il suo nome venga invocato a sproposito e da persone che non sono all'altezza di spenderlo. E con riferimento all'importanza della famiglia Iamonte, Marrone aveva commentato con Rugolino Francesco Gaetano “il cognome Iamonte è, è reggente!...ha fatto smuovere il cognome vostro troppo!”. Rugolino: “Assai”.

Da quanto affermato in questa conversazione secondo il Gip “appare evidente che Marrone Ignazio era già all'epoca a completa disposizione degli esponenti mafiosi della Locale di Desio al cui vertice erano all'epoca Moscato Annunziato Giuseppe (capo della Locale), Minniti Nicola (contabile della Locale) e Pio Candeloro (vicario del capo della Locale). Per questi ultimi, Minniti e Candeloro, sia era in passato ampiamente impegnato facendo “prendere” a Pio Candeloro la somma di 200mila euro.. “Quando esce l'amico...anche fra cent'anni, quando esce Candeloro pure...poi ci sediamo...la tua famiglia e Candeloro...e poi lui ti...prende duecentomila euro... dalle persone qui, che glieli ho fatti prende io! E li po...e li deve dare tutti sopra il tavolino. Li deve mettere tutti qua, così”.

Insomma, il siciliano di Canicattì Ignazio Marrone aveva partecipato alla raccolta tra i compaesani siciliani di quei 200mila euro che servivano per pagare gli avvocati degli ‘ndranghetisti in galera.

Aveva quindi rivelato a Francesco Gaetano Rugolino della “riunione abusiva” della quale non era stato dato a conto “a quelli di sotto” ove era stato condiviso un “patto” al quale avrebbero dovuto “mangiare” solo quella della Lombardia.
Marrone: “Ti spiego, ti spiego. Quando c'è stata la riunione...inc...hanno fatto una riunione abusiva...fidati di me, compà! Loro hanno fatto tutto in Lombardia, senza dare conto a quelli di là sotto...volevano mangiare solo qua, loro!” Rugolino: “E allora?”. Marrone: “Ah, non lo capisci come...come è stato il patto?”: Commento di Rugolino: “so cazzi suoi quando escono!”
Secondo l'ordinanza Ignazio Marrone aveva frequenti rapporti con il costruttore Natale Moscato al quale dice: “Io a voi vi rispetto...fino alla morte”. Moscato era passato alla “Recupero e Demolizioni srl” di Desio per discutere di due appartamenti acquistati a Moggio in Valsassina dalla “Impresa Moscato sas” poi fallita. Per gli appartamenti Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone, aveva dato un anticipo di 10mila euro e però il rogito non era stato possibile farlo perché nel frattempo essendoci stato il fallimento era intervenuta la banca che aveva pignorato la casa.

A Natale Moscato, Marrone, appena uscito dal carcere aveva dato altri 10mila euro “Ne ha comprate due, una per mia moglie Samantha ...giustamente un po' di soldi li abbiamo dati io e lei. Ha scritto tutto lui (Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone – ndr) – dice a Milena Moscato, figlia di Natale – sai che...che l'anno scorso ho dato diecimila euro a tuo papà...lui non m'ha fatto nessun fogli, eh? ...io non abbiamo fatto né fogli né niente! Papà è vivo lo possiamo chiamare”. Al che Milena Moscato dopo aver ribadito la stima nutrita dal padre nei confronti di Ignazio Marrone, il quale s'era detto comunque disposto ad accollarsi il mutuo al fine di bloccare la vendita all'asta “però...io mi incollo il mutuo... sai che ci sono questi soldi. Bloccalo perché... se lo incolla mia moglie... giusto? Glielo paghiamo ogni mese...inc...l'ho già pagato...non è scritto”.

In realtà gli appartamenti di Moggio erano già stati interamente pagati (“Io glieli ho già tutti pagati così”) eppure, per rispetto nei confronti di Natale Moscato, Marrone
era disposto ad accollarsi il pagamento in 18 mesi versando subito un quinto del valore e trascrivere a favore della moglie Samantha gli immobili.

Era interessato agli affari immobiliari Ignazio Marrone.
Dagli appartamenti di Moggio in Valsassina ai villini di Moneglia nelle Cinque Terre. La conversazione intercettata fa emerge un'altra operazione con un gruppo di palermitani riferibili a Giampiero Pitarresi che, con i soldi del polacco Knopp Krzysztof detto “Cristian”, dopo aver utilizzato con il socio Vincenzo Alfano il denaro di Antonino Mandalà, esponente malavitoso di Villabate per cementificare buoa parte del modenese e della Romagna, aveva messo gli occhi sul paradiso delle Cinque Terre. Pitarresi è certamente personaggio di spessore: gestiva gli affari immobiliari al nord dei corleonesi ed aveva avuto un ruolo primario durante la latitanza di Bernardo Provenzano.

Maggio 2014: Pitarresi incontra all'aeroporto di Berlino Knopp ed assieme, in auto, proseguono per la Polonia, mentre Natale Moscato è in partenza per la Romania. Moscato: “Dopo Pasqua io vado in Romania...”. Marrone: “Parliamone chiaro signor Natale ci sono delle belle operazioni?”. “Moscato: “Sì!!”. Marrone: “Queste si fanno! Loro non si devono inguaiare...”. Moscato: “No..no..no..lo sai”. Marrone: “...questi no, no no sono persone che...l'unico pulito che è rimasto!” Moscato: “Loro si devono fidare di te. ..”. “Marrone: “no, loro di me si fidano...e io mi fido di voi...”. Moscato: “Tu sai com'è la situazione...”. Marrone: “Persone come a voi sono eh!! Con i capelli bianchi...Gente seria... gente come voi c'è... Poi sono gente che ne capiscono come voi...”.

Un mese dopo quella conversazione parlando con tale “Alfonso” Ignazio Marrone s'era detto disposto ad entrare in un affare da 4milioni di euro al 50 per cento. A Moneglia, località delle Cinque Terre dove un vecchio albergo stava per essere trasformato in villini e spazi commerciali. “Un affare, – dice lo sfasciacarrozze di Desio – prima lì costavano 15mila ero al metro quadro, ora ne bastano 8000. In base all'operazione che c'è da fare...questa a me mi viene a costare 2500 euro al metro quadro.... nell'affare ci sono sia i palermitani che i calabresi”.

L'affare di cui Ignazio Marrone parla è la ristrutturazione del “Mondial Hotel” i cui soci sono Lina Meloni e Lauro Lanterna, classe 1970. Numerose cessioni di fabbricato dell'ex hotel erano state registrate da Lauro Lanterna a persone residenti in Lombardia, Liguria e Veneto. E però su ordine del sostituto procuratore Gabriela Dotto, l'autorità giudiziaria aveva posto sotto sequestro l'immobile con vista mare e collina per abusi edilizi. Sette persone residenti nelle province di Milano e Bergamo erano state denunciate.

Ignazio Marrone che come abbiamo detto è interessato a investimenti immobiliari, è però al tempo stesso forzatamente costretto ad assecondare Natale Moscato che gli chiede di accollarsi i mutui se vuole rogitare. E che solo in un secondo momento gli avrebbe restituito le rate corrisposte a titolo di mutuo.
“Ho un'altra casa che ho dentro tutti i suoi compari (di Natale Moscato – ndr) in affitto che domani... ah, mio marito gli ha dato 300mila euro di questa casa che ha su l'affitto, e si ma ho dentro un nostro amico...”, si lamenta la moglie di Ignazio Marrone, Samantha Cattaneo, con il costruttore Natale Doardo che lavora per l'Impresa Moscato sas.
“Nonostante l'evidente ingiustizia della proposta di Natale Moscato – sottolinea il Gip – Ignazio Marrone non si era in alcun modo posto in contrasto con il medesimo, ma aveva tenuto un atteggiamento di deferenza e ossequio nei suoi confronti, così dimostrando di rispettare i meccanismi e le cariche della n'drangheta, anche a discapito dei suoi interessi personali”.

Era in possesso, Ignazio Marrone, di diversi assegni in bianco di Saverio Moscato che non aveva mai presentato all'incasso. “...ho un assegno in bianco, io poi ve lo do un giorno...si, firmato da Saverio (fratello di Annunziato Giuseppe, deceduto – ndr)...ma poi ne ho più di trenta assegno...di Saverio. Questi soldi li avevamo presi...lascia stare...non mi devi dare soldi..lo avevamo cambiato a uno con quello storto di Polimeni”.

A Ignazio Marrone piacciono gli immobili e le armi. Considera la Beretta 7,65 un must. Assolutamente da possedere.
Di armi ne parla col cugino Gioacchino detto “Lillo” che gliene mostra una e dice di possederne “Ventidue sono, vero?”. “Sai che Natale (il fratello titolare di una rivendita auto – ndr) ne ha una?”, domanda Ignazio Marrone. Il cugino: “Lo so che Natale ha una pistola”. Natale: “Tre
ne avevamo! Non ce n'erano più. Una io, una lui, una se l'è...se l'è fatta fottere dai calabresi! La mia? sta minchia..E una non l'ha portata più...son riuscito a...a...a..entrarla in carcere capito!. Ci dissi quasndo la smonti..la puoi mettere in bocca. Tu la mia la mettevo in bocca! Sei colpi, cinque colpi. Ma quella è ventidue eh..TAM, TAM, TAM! Te la ricordi tu?”. Fanno riferimento ad una penna-pistola. Goiacchino: “Quella è bellina...la metti ovunque. I tuoi figli san sparare con quella?..” Ignazio: “Mia figlia sì, è brava...Mattia l'aveva...La vendevano a 350 euro, vero? Trecento?”.

Dice al cugino di averne 40 di pistole. “Io ne ho quaranta...Allora non m'hai capito...io ne ho quaranta! Col silenziatore solo una, la sette e sessantacinque, bella! Non la vendo io quella...neanche se uno mi dice ti do 15mila euro...non gliela do. E' la più bella di tutto il mondo...i veri killer hanno la sette e sessantacinque...quindici colpi bi-filare. Le vere...le vere persone giuste, i veri cristiani giusti. Perchè diventa tanto, diventa.. E ogni 15 colpi gli devi cambiare l'anima di vetro...fatta da inc...da professionisti. Io ce l'ho la Beretta ma non la uso mai. Questa quando proprio deve andare a fare danno! Ne avevo due, una l'ho data a Lorenzo...Me la tiene Lorenzo...una la tengo ai cavalli”.
Per gli investigatori si tratta di Lorenzo Spinella.

Gioacchino: “Ci sono anche i candelotti di dinamite...”. Ignazio: “Sii...Gente fidata, non parla? Sicuro?”. Gioacchino: “Non parlano. Gente fidata. Si fanno ammazzare ma non parlano!”. Ignazio: “Non sono di qua?”. Gioacchino: “Sono di qua”. Ignazio: “Eh, noo! Non va bene, lì. Calabresi ci sono di mezzo?”. Gioacchino: “Ti dico... chi è Gio...Giovanni. Uno serio...quello che è venuto qui. Vogliono 300 euro al pezzo. A noi ce ne bastano...ne bastano...anche quattro secondo me. Sai come li fanno (i candelotti – ndr). Col tubo
Innocenti”.

Una pistola era stata sequestra a Giovanni Middioni, collaboratore di Ignazio Marrone appena uscito dall'officina di via Ferravilla a Desio. Invece la pistola Mauser-Werke modello 90DA con matricola della canna e cestello abrase è stata sequestrata dai carabinieri, otto giorni dopo l'irruzione alla “Car Parts srl” di Muggiò. La società era intestata a Salvatore Tambè e ai fratelli Fulvio e Samantha Cattaneo - quest'ultima però secondo l'avvocato Gandolfi aveva da poco ritirato la sua quota -, rispettivamente cognato e moglie di Ignazio Marrone. Nel capannone venivano cannibalizzate auto e moto rubate.

I carabinieri avevano fatto irruzione il 1. aprile; appena venuto a conoscenza dell'operazione Marrone aveva chiamato Tambè dandogli indicazioni per recuperare l'arma che era dentro un borsello. Le numerose chiamate di Marrone a També, alla moglie e ad uno straniero, presumibilmente socio occulto della “Car Parts srl” avevano allertato i carabinieri che alla fine avevano nuovamente passato al setaccio il capannone trovando e sequestrando il borsello contenente la Mauser. Ignazio Marrone aveva suggerito a Salvatore També di giustificare il possesso dell'arma “acquistata a 250 euro dai marocchini per difesa personale essendo stato vittima in Sicilia di una guerra di faida” nella quale erano deceduti il padre e i fratelli.

Il 28 ottobre 1983 i familiari avevano denunciato la scomparsa di Calogero Tambè di Riesi, classe 1942 . Scomparsa catalogata come “lupara bianca”; ed in quanto ai fratelli Luigi e Giuseppe furono assassinati il 1.agosto 1990 a Mazzarino a seguito di alcuni contrasti intercorsi con le famiglie mafiose di Riesi e Mazzarino.

Nella foto l'avvocato Franco Gandolfi

Il declino dell'industria motoristica in Brianza. Un saper fare ora scomparso

di Pier Attilio Trivulzio

Gilera ad Arcore, Autobianchi a Desio, Carrozzeria Touring a Nova Milanese, Birel a Lissone, Agrati Garelli a Corticella di Monticello Brianza, Fantic Moto a Barzago, Dell'Orto Carburatori a Seregno.
Aziende che dagli Anni Venti ai primi Anni Novanta componevano la Motor Valley della Brianza, con l'Autodromo Nazionale di Monza a fare da catalizzatore.

Già perché proprio l'inaugurazione nel 1922 dell'Autodromo convinse Giuseppe Gellera a trasferire l'officina di corso XXII Marzo da Milano ad Arcore. La F.I.V. Edoardo Bianchi che produceva biciclette, moto e auto a Milano si spostò a Desio dopo i bombardamenti del 1943 proprio per essere vicina alla pista sulla quale il collaudatore Tazio Nuvolari, assunto per sviluppare il modello “Ala Azzurra” 350 per due anni, dal 1923 al 1925, tre volte la settimana si faceva il viaggio da Milano a Monza e ritorno in sella alla bicilindrica per constatare i progressi del modello.

Idem la Garelli di Sesto San Giovanni acquistata nel 1961 dal Gruppo Agrati - che all'Autodromo conquistò record mondiali della classe 125, e sei titoli mondiali tra il 1962 e il 1967. Lo stabilimento degli Agrati forniva i telai alla Garelli anche per le biciclette a cui veniva applicato il celebre motore a rulli Mosquito.

Le moto col marchio Agrati Garelli furono costruire fino al 1968 quando ci fu la fusione con Fantic Motor che dette vita al Gruppo FM. La produzione cessò nel 1993 e 360 lavoratori restarono a spasso. A distanza di anni si è scoperto che la scelta degli Agrati più che la crisi del settore delle due ruote che in effetti era reale, il disimpegno fu motivata dalla decisione di trasferire il denaro guadagnato alla Hsbc di Ginevra. Nella lista di Hervé Falciani compare un conto di 6,8milioni di dollari intestato a Cesare Annibale Agrati; i conti della Agrati International, l'azienda che ora produce bulloni, sono invece finiti nel paradiso offshore di Madeira.

Anno horribilis il 1993. E sì perché da poco erano stati chiusi i cancelli dell'Autobianchi. La Fiat aveva trasferito le linee di montaggio del modelloY10 (che ancora viene prodotto – ndr) all'Alfa Romeo di Arese ricevuta in regalo nel 1987- dopo una lunga battaglia contro la Ford intenzionata ad acquistarla – dall'IRI presieduto da Romano Prodi.
Al passaggio i dipendenti erano 16.000, un anno dopo erano ridotti a 6.000.

E subito dopo la decisione di chiudere Autobianchi la famiglia Agnelli - che dalla Piaggio aveva rilevato nel 1965 lo stabilimento Gilera di Arcore - annunciò la fine alla produzione di moto in Brianza portando tutto a Pontedera con la messa in cassa integrazione di 1.369 dipendenti.

Qualche anno dopo anche la struttura di Velate, dove venivano preparate le Gilera per i grandi raid internazionali come la Dakar e le gare di velocità (classe 250) e un gruppo di qualificati tecnici progettavano nuovi motori, serrò i battenti.

E' vero, come già ricordato, il settore moto era in crisi e il business dell'auto non consentiva di fare grandi utili. La verità è che di fatto la famiglia Agnelli all'epoca aveva in pugno l'intera produzione di auto avendo nel 1969 rilevato da Enzo Ferrari il 90 per cento delle azioni della casa di Maranello; al prezzo simbolico di una lira, la Lancia dal Gruppo Pesenti; due anni più tardi l'Abarth e nel 1993 Innocenti e Maserati, aziende che hanno ricevuto dallo Stato, grazie alla Gepi, finanziamenti per 185miliardi di lire.

La Gepi fu costituita “per il salvataggio, la ristrutturazione e la vendita delle aziende private in difficoltà”. In realtà con la legge 184 si prese in carico dipendenti di grande aziende e tra queste la Fiat i cui lavoratori venivano messi in cassa integrazione. Tra l'80 e l'88 Gepi ne assorbe 25.000 e tra il 1971 (anno in cui la legge diventa operativa) e il 1992 eroga qualcosa come 4mila miliardi di lire per sostenere 108.000 lavoratori.

Sono gli anni delle dure lotte per i licenziamenti in Fiat. Anni in cui l'azienda degli Agnelli è riuscita ad ottenere dallo Stato munifici finanziamenti pubblici e dare vita agli stabilimenti di Termine Imerese, Cassino, Termoli, Bari, Sulmona, Vasto, Lecce, Nardò e Brindisi. Per la prima volta nel 1973 il bilancio del Gruppo Fiat perde 150miliardi, ha debiti per 1.800miliardi, mette i lavoratori in cassa integrazione ed a guidare il Gruppo viene chiamato Cesare Romiti.

Obbiettivo dimezzare entro il 1985 il settore auto. Ifi e Ifil, finanziarie degli Agnelli non vogliono ricapitalizzare. E' allora che il 10 per cento delle azioni passano ai libici della Lafico. Lo shock petrolifero provoca la crisi del settore auto, Fiat si ritrova con 4.800miliadi di lire di indebitamento, cifra pari al fatturato e più del doppio del patrimonio netto. Umberto Agnelli chiede aiuto allo Stato invocando la svalutazione della lira che però non viene concessa. E, soprattutto, libertà di licenziare. Concessa.

Infatti, dimessosi nel luglio 1980 Umberto Agnelli gli subentra Cesare Romiti che a settembre licenzia 14.000 lavoratori e altri 23.000 li mette in cassa integrazione per due anni. In quel periodo sono 33.000 i lavoratori lasciati a casa per sette anni dal Gruppo Fiat. Una parte di loro rientrerà assegnati al “reparto confino”: 150 non ce la fanno e si tolgono la vita.

Gli anni bui della casa torinese sono dovuti si, alla crisi petrolifera, ma soprattutto al fatto che tra il 1988 e il 1993 nessun nuovo modello è stato lanciato o che vengono proposte auto improponibili come la Duna.

A risollevare le vendita arriva la “Uno” voluta dall'ingegner Vittorio Ghidella, lanciata nel 1984 con la presentazione a Cap Canaveral. Quattro anni più tardi è scontro durissimo tra Ghidella e Romiti che preme per trasformare la Fiat in una holding finanziaria. Ghidella se ne va, passa alla Ford ed è artefice del modello Fiesta che tutt'ora, contribuisce ottimamente a generare profitti per la divisione inglese della casa americana.

Lo smantellamento delle barriere doganali dell'Unione Europea nel 1993 rivitalizza il Gruppo Fiat che grazie a Mediobanca, Deutsche Bank, Generali, Alcatel e le finanziarie di casa Agnelli Ifi e Ifil ricapitalizza per 4.285miliardi di lire. Vengono inaugurati gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. Con la svalutazione della lira nel 1992 Fiat riprende quota.

In dieci anni tra l'80 e il '90 la casa torinese ha fatto investimenti per 4miliardi di dollari contro i 20 di Volkswagen e gli 8 di Bmw, all'epoca più piccola di Fiat. Ed ha ricevuto 11miliardi di lire di sovvenzioni statali.

Per tornare alle vicende della Brianza e alla poco lungimiranza degli Agnelli di decidere la chiusura a Desio dell'Autobianchi ci sembra esemplare ricordare quel che accadde nel febbraio del 1963.
Dante Giacosa, papà della Topolino, della 600 e della Nuova 500 a capo del reparto di ingegneria avanzata di Fiat, da due anni stava lavorando alla progettazione di una piccola vettura a trazione anteriore con motore 1200 derivato dal Fiat 1100 la cui particolarità era quella che motore e cambio avrebbero dovuto essere montati trasversalmente.

Giacosa era rimasto colpito dalla Mini di Alec Issigonis, alcuni esemplari erano stati acquistati e vivisezionati. Giacosa ne aveva riscontrato alcune negatività: motore e cambio contenuti entrambi nel basamento non permettevano di essere smontati e provati separatamente. Il cambio a lato del motore oltre ad un peso maggiore creava rumorosità e difficoltà di montaggio.

Poco dopo il lancio della Mini da parte della British Motor Company nel 1961 Giacosa iniziò il “progetto 109” e nel febbraio 1963 il suo collaboratore Ettore Cordiano annunciò che una soluzione per risolvere il problema del motore-frizione- cambio trasversale era stata trovata: una trasmissione idraulica e un'asticella infilata nell'albero motore avrebbe comandato la frizione.

Al “progetto 109” lavorava anche il Centro Stile dei fratelli Boano che stavano dando vita ad un coupé. La soluzione di Cordiano fu l'uovo di Colombo. L'ingegner Dante Giacosa decretò che il nuovo modello a trazione anteriore si poteva fare, chiese a Boano una versione berlina e quindi ne parlò a Nello Vallecchi, direttore di Autobianchi, che fu subito entusiasta. Al contrario della Fiat che invitò invece Giacosa ad essere prudente e continuare sulla strada del motore posteriore con la “850” derivata dalla 600 e Nuova 500.

L'Autobianchi “progetto 109” superò il test della strada il 1. novembre 1963 ed a metà del 1964 a Desio iniziò la produzione del modello battezzato “Primula”. In sette anni Autobianchi produsse le versioni berlina, la coupé con motore 1.221 di cilindrata fino al 1968 e il 1.438 derivato dalla Fiat 124 dal 1968 al 1970. La positiva esperienza dell' Autobianchi convinse finalmente Fiat ad adottare la soluzione del motore anteriore e cambio trasversale per la “128” uscita nel 1969.
Il “progetto 109” aveva di fatto assegnato all'Autobianchi il titolo di “azienda dell'innovazione”.
Alla Primula seguirono la “111” e la “112” nelle diverse versioni. Un totale di oltre 3milioni di auto sono uscite dagli stabilimenti di Desio e tra queste 320mila “Bianchina” prodotta in 17 diverse versioni tra cui la trasformabile e la cabriolet. E lo spider “Stellina” con carrozzeria in fibra di vetro, prodotto in 502 esemplari. Ma proprio questo modello commercializzato tra il 1963 e il 1965, ispirò Giorgietto Giugiaro per la innovativa “Lucciola” presentata nel 1993 al Salone di Ginevra. E però mai prodotta.
Pianale della Nuova 500 (1957), la “Lucciola” anticipava di vent'anni le attuali auto ibride. Era mossa da due motori elettrici e da un motore diesel bicilindrico, 500 di cilindrata. Così come per il “progetto 109” anche la “Lucciola” avrebbe dovuto uscire dalle catene di montaggio dell'Autobianchi. Mancava soltanto il beneplacito di Fiat che non arrivò per il semplice motivo che venne ritenuta troppo innovativa e costosa. E poi era stata già decisa la chiusura di Desio.

La casa torinese pagò fino all'ultima lira il costoso progetto alla Italdesign di Giorgetto Giugiaro. E non pose veti quando Giugiaro chiese la liberatoria. La “Lucciola” piacque alla Daewoo che con General Motors iniziò a produrla dal 1998 con un motore tradizionale. In cinque anni – battezzata Matiz - furono venduti 500mila esemplari, 150mila di questi in Italia. Ancora una volta il Gruppo Fiat aveva perso un'altra grande occasione e nel frattempo aveva ceduto a Volkswagen la spagnola Seat che per anni aveva assemblato le Panda, ed è uno dei marchi più quotati sul mercato.

La chiusura dello stabilimento di Desio e la riconversione dei 144mila metri quadrati dell'area, rilevata dagli Addamiano, su cui avrebbe dovuto sorgere il Polo Tecnologico della Brianza (Ptb) sono una storia che Infonodo ha già raccontato.

L'11 marzo 2014 Cinzia Fallo, giudice del Tribunale di Monza ha dichiarato il fallimento del Gruppo Addamiano esposto con 16 banche per oltre 100milioni di euro. Il solo Polo Tecnologico della Brianza che si è occupato della riconversione di parte dell'area Autobianchi ha debiti per 4.544.824 euro. L'iniziale progetto non è stato attuato. La torre piezoelettrica con alla sommità il logo Autobianchi, abbattuta nel luglio 2003, è stata sostituita da uno scheletro di grattacielo che ben rappresenta lo stato di salute del Gruppo Addamiano. Undici anni fa Giosuè Addamiano, presidente del Ptb “Polo Tecnologico della Brianza” si sbilanciò assicurando che il Polo avrebbe occupato 2.500 lavoratori: obbiettivo fallito.
Con il Comune di Desio che ancora non sa se basteranno quei 2,5milioni fidejussone della Atradius Insurance per fare valere l'ipoteca che ancora insiste sul Polo Universitario.

Sulle macerie dell'Autobianchi ci ha guadagnato soltanto il Gruppo Fiat che ha monetizzato e parecchio anche sull'area di Arese-Lainate-Garbagnate Milanese ex Alfa ceduta all'americana AIG-Lincoln. Al posto dello stabilimento è in costruzione il supermercato più grande d'Europa. Così come sull'area milanese di Lambrate della Innocenti. A Torino al posto dello stabilimento di Borgo San Paolo dela Lancia è sorto un intero quartiere residenziale mentre l'area del polo produttivo di Chivasso è stata venduta alla Carrozzeria Maggiora.

Per quanto riguarda Maserati, inizialmente ceduta alla Ferrari, è tornata al Gruppo Fiat nel 2005 dopo la ristrutturazione dello storico stabilimento di via Ciro Menotti a Modena.

Per tornare alla Silicon Valley brianzola il complesso della storica Carrozzeria Touring a Nova Milanese, specializzata nella costruzione di scocche in alluminio, costruito nel 1962 grazie ad un accordo col gruppo inglese Rootes per l'assemblaggio di 10.000 esemplari delle Sumbean Alpine e Venezia funzionò a pieno regine soltanto per alcuni anni.

Alla morte di Lord Williams Rootes il Gruppo Rootes venne rilevato nel 1967 dalla Chrysler. A Nova Milanese è stata prodotta l'Aston Martin utilizzata da James Bond nel film “007 Operazione Goldfinger”. E non solo quell'esemplare.

La crisi dell'auto aveva ridotto le commesse, si servirono dello stabilimento di Nova Milanese, Lancia, Maserati e Lamborghini. In amministrazione controllata dal 1964 la Touring sfornò 2.000 esemplari della versione coupè dell'Autobianchi Primula e un migliaio di Alfa Giulia GTC.

Il 31 dicembre di quarant'anni fa, dopo aver terminato lo studio del prototipo C4, versione cabriolet della Fiat 124 (che proprio nei giorni scorsi è stata riproposta al Salone di Detroit dalla FcA – ndr) la Touring chiuse i battenti. Nel 2006 il marchio passò alla olandese Zeta Europe BV. Smantellato lo stabilimento l'area è stata trasformata in residenziale.

Così come residenziale finirà a Seregno lo spazio occupato dal 1933 a 2006 dalla Dell'Orto carburatori acquistato per 4,5 milioni di euro + bonus volumetria PGT (circa un milione) dalla Due G srl di Piergiuseppe Avanzato, socio di Giuseppe Malaspina i varie operazioni immmobiliari .

E' nel 1933 che Gaetano Dell'Orto con i figli Luigi Piero e Giuseppe apre l'azienda di carburatori per motociclette in via Cavour. Il business tira e dopo il 1945 gli affari aumentano e nasce la necessità di allargarsi. I carburatori della Dell'Orto equipaggiano quasi tutte le motociclette e le motoleggere prodotte in Italia. Il modello con corpo in alluminio è invece su tutte le moto che partecipano alle competizini. Lo stabilimento si espande sempre a Seregno lungo le vie San Rocco, D'Azeglio, Matteotti e piazzetta monsignor Ratti. Alla fine degli Anni 60 i Dell'Orto sono montati come primo equipaggiamento sulle Fiat e anche su modelli esteri. La svolta nella costruzione avviene negli Anni 90 quando l'azienda diventata Dell'Orto SpA converte la produzione dai carburatori per moto all' iniezione. A fine 2006 Dell'Orto delocalizza in India e chiude lo stabilimento di Seregno, 500 dipendenti vengono in parte liquidati e in parte messi in cassa integrazione. Le nuove sedi della società, a Mariano Comense e Cabiate.
La società ha infilato una serie di anni negativi con bilanci in rosso per decine di milioni di euro, emoraggia che dopo la ristrutturazione del pesante indebitamento sembra essersi arrestata nel 2014.
La Dell'Orto è stata scelta dalla Federazione Motociclistica Internazionale (Fim) per equipaggiare le Moto3 che prendono parte alle gare del Motomondiale.

Tre anni dopo a Gerno di Lesmo Yamaha Motor Italia, insediatasi da solo un anno dopo aver rilevato dalla Belgarda che dal 1980 importava in Italia le moto dei tre diapason ed aveva dato vita alla Byrd, Belgarda Yamaha Racing Division impegnata nelle gare del Mondiale Superbike e nei grandi raid internazionali, decide di dismettere le catene di montaggio e trasferirle in Spagna. Per diversi mesi i lavoratori licenziati protestano allestendo un sit in sul tetto dell'azienda. Oggi Gerno resta la base europea della squadra corse impegnata con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo nel Motomondiale e da quest'anno torna nel Mondiale Superbike dopo una parentesi di sei anni. E' operativo anche il reparto d'eccellenza che studia i modelli di moto da sottoporre all'approvazione della casa madre in Giappone che poi entrano in produzione.

Mondial, marchio storico, che aveva aperto ad Arcore lo stabilimento per l'assemblaggio del modello “Piega” è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 24 settembre del 2004. Lo svizzero Daniel Alismeno e Roberto Ziletti, ultimo presidente del consiglio della Mondial Moto SpA dal 2003 al 2004 vengono condannati e interdetti per dieci anni da ogni attività. E' un fallimento di 1,7milioni di euro. Moto e ricambi vanno all'asta per 300mila euro. Se li aggiudica la società “Vdue” del medese Piero Caronni che già s'era aggiudicato ad una precedente asta lo stock di Bimota 500. All'ultimo salone del Motociclo a Milano, Caronni ha presentato i nuovi modelli “Vdue” che saranno commercializzati in edizione limitata.

Fortunatamente la Brianza Motor Valley può ora contare su due solide società impegnate nella costruzione di kart, la Birel di Lissone, e di monoposto e biposto da competizione, la Tatuus di Concorezzo. Anche in questo caso aziende cresciute per importanza grazie alla vicinanza dell'Autodromo Nazionale.

La Birel di Lissone costruisce kart dagli anni 50.
Umberto Sala, titolare dell'azienda, è stato primo pilota di Birel. Arrivarono poi i fratelli Tino e Vittorio Brambilla. Tino, chiamato da Enzo Ferrari per correre con la monoposto Dino che portava il nome del figlio morto per distrofia muscolare, fu anche il primo a portare al successo la vettura che proprio nell'officina dei Brambilla, con l'autorizzazione del “Drake”, venne modificata e resa competitiva.

Vittorio invece passò in Formula Uno e con la March-Ford sponsorizzata dalla Beta Utensili di Sovico (nei giorni scorsi la società il cui capitale era diviso tra Roberto Ciceri, tre fratelli e quattro cugini si è associata alla Tip di Giovanni Tamburi. Roberto Ciceri e la società di Tamburi hanno ora il 100 per cento del capitale di Beta Utensili – ndr) nel 1975, vinse sotto il diluvio il Gran premio d'Austria.
Dal 2000 Birel commercializza il modello Easy Kart destinato ai giovanissimi aspiranti campioni che sognano di arrivare in Formula Uno. Kart che ha avuto subito un grande successo.

Dall'officina della Tatuus di Concorezzo escono dal 1980 monoposto da competizione. Gianfranco De Bellis e Artico Sandonà iniziarono progettando la “Tatuus” di Formula Junior.
De Bellis e l'amico Alberto Moioli correndo le gare delle “pettarelle” con motore della Fiat 500 all'Autodromo, non vinsero eppure di questo modello Tatuus ne ha costruite 15.
Ben 930 sono state invece le monoposto motorizzate Renault costruite a partire dal 2000 su precisa richiesta della casa francese.

In tutto da Concorezzo sono partite per il mondo 1.700 Tatuus che hanno raccolto successi su tutti i circuiti. Felice Massa e Kimi Raikkon, tanto per citare due campioni si misero in luce proprio vincendo con la Tatuus-Renault le gare della Formula 2000.

M5Stelle: depositata interrogazione regionale sul forno inceneritore di Desio

Il M5stelle ha chiesto che venga immediatamente avviata un’analisi epidemiologica per valutare l’impatto dell’inceneritore di Desio sulla salute dei cittadini.
Lo scrive in un comunicato stampa diramato dalla sezione M5Stelle di Cesano Maderno,  comunicato in cui  vengono sollevati forti dubbi sulla gestione dell’inceneritore durante gli ultimi dieci anni. Ne uscirebbe un quadro “a dir poco sconfortante, con decine di contestazioni, ben 6 segnalazioni in Procura Penale della Repubblica per ipotesi di reato, una richiesta di diffida non recepita da parte della Regione, il tutto nel silenzio assordante dei soci (Comuni e Provincia).”
Nel comunicato il Movimento 5 stelle accusa inoltre il Partito Democratico di aver scelto di puntare tutto sulla fusione BEA/CEM e sul mantenimento in attività del forno per altri quindici anni.
Ulteriori informazioni vengono riportate sul blog del consigliere regionale Gianmarco Corbetta, dove, in maniera dettagliata, si elencano le segnalazioni da parte dell'ARPA che non sarebbero state affrontate nella maniera opportuna.

Eccone l’elenco.

  • inosservanza dei limiti,
  • mancato rispetto delle prescrizioni autorizzative,
  • scarsa attenzione alle procedure di controllo delle emissioni,
  • mancate verifiche periodiche del sistema di monitoraggio,
  • omessa vigilanza sulla gestione dei parametri della combustione con conseguenti picchi di emissioni,
  • insufficiente attenzione agli andamenti emissivi,
  • mancato blocco del carico dei rifiuti,
  • mancate verifiche delle cause del persistente superamento dei limiti,
  • violazione del numero massimo di sforamenti ammessi,
  • monitoraggio non ottimale per alcuni inquinanti,
  • manchevolezze legate al sistema di gestione,
  • errata interpretazione del valore limite per un inquinante con conseguente sforamento,
  • dati invalidati senza spiegazioni,
  • superamenti non comunicati,
  • mancate comunicazioni alle autorità competenti,
  • spegnimento indebito di un sistema di monitoraggio.

La situazione - prosegue il consigliere Corbetta -  ha indotto ARPA ad inviare all’Autorità Giudiziaria non una, ma ben SEI SEGNALAZIONI DI IPOTESI DI REATO legate al mancato rispetto di norme ambientali! Sei segnalazioni alla Procura per ipotesi di reato in dieci anni, di cui l’ultima nel 2014. 

Le scuole dell'infanzia si presentano ai genitori

16/01/2016 - 09:30 to 30/01/2016 - 18:00

Città di Desio
Scuola aperta 2016
Al via le giornate aperte della Scuola dell'infanzia

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L'accordo CEM-BEA è l'ennesimo tentativo di salvare l'inceneritore di Desio?

Il 18 dicembre c.m. è stata annunciata (http://www.infonodo.org/content/verso-la-fusione-tra-cem-ambiente-e-bea%...) la nascita di DIFFERENTIA SpA, la società che, nei piani di Brianza Energia Ambiente (BEA) e CEM Ambiente dovrebbe realizzare il tanto desiderato ciclo integrato dei rifiuti della Brianza. La Rete Rifiuti Zero Lombardia si oppone fermamente a tale progetto e rispedice una lettera alle due società e ai sindaci dei comuni di Monza e Brianza, così come aveva fatto esattamente un anno fa.

Nella lettera spedita ai vertici di CEM Ambiente e BEA, la Rete Rifiuti Zero Lombardia ribadisce la propria contrarietà al progetto di fusione delle due società. La lettera riprende un comunicato analogo dello scorso fine anno, quando sembrava cosa fatta la fusione delle due società, poi naufragata per gravi errori di carattere giuridico. Il giudizio sull'operazione rimane sostanzialmente identico, ma è abbastanza severo il giudizio anche sul mancato coinvolgimento di soggetti (comitati e associazioni ambientaliste) da sempre impegnati nel settore della gestione dei rifiuti. La lettera si sofferma sulle contraddizioni insite proprio nella mission delle due società, di fatto alquanto antitetiche, ma sottolinea come sia irresponsabile continuare a porre la questione sotto un piano esclusivamente economico e non ambientale e sanitario.

FRANCESCO MAGNANO, CONDANNATO PER FALSO IN ATTO PUBBLICO, È STATO ELETTO NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI BRIANZACQUE. COME È POSSIBILE?

Il reato di falso in atto pubblico può incidere sulla valutazione della moralità professionale di chi lo ha commesso. Per questo l’art. 38 del Codice dei Contratti Pubblici, in alcuni casi, preclude alle imprese che abbiano nella compagine sociale rappresentanti a carico dei quali risulti tale reato, la possibilità di partecipare a gare di appalto. Il Consiglio di Amministrazione di Brianzacque, invece, con un membro condannato per falso in atto pubblico, potrà assumere decisioni che determineranno la sorte di procedure di appalto alle quali, per molte imprese che hanno rappresentanti risultanti aver commesso lo stesso identico reato, viene impedita la partecipazione dal Codice dei Contratti. Come è possibile? Tutto ciò può avvenire perché, in Italia, il livello minimo di moralità che viene imposto dalla normativa per sottoscrivere contratti pubblici è più elevato di quello richiesto agli esponenti politici. Certo, in un paese civile non dovrebbe essere necessaria una norma che impone alla politica di estromettere personaggi condannati per reati di questo tipo. Ma in Italia questa semplice regola di civile convivenza non vale e qualsiasi vuoto normativo viene sfruttato dai partiti per piazzare sempre e comunque i propri rappresentanti in posti chiave. La vicenda avvenuta per le nomine in Brianzacque appare in questo senso emblematica e sconcertante. Nel silenzio assordante del Partito Democratico, di altre formazioni politiche che si definiscono di sinistra e delle organizzazioni sindacali che Francesco Magnano è stato eletto. Eppure i Comuni amministrati da Sindaci del PD, o di liste collegate, possiedono la stragrande maggioranza del capitale sociale di Brianzacque e avrebbero potuto sicuramente opporsi. Gli strilli della Lega, poi, non traggano in inganno. Questi piagnistei sono un insulto all’intelligenza dei Cittadini perché la Lega aveva i numeri sufficienti per avanzare una propria candidatura in contrapposizione a quella di Forza Italia. Visto che non lo ha fatto vi è da chiedersi se non sia intervenuto un accordo tra le parti. Cos’altro potrebbe essere rientrato in questo accordo? Forse la scelta del Direttore Generale? La verità è che siamo di fronte a una classe politica che governa in modo compatto al solo fine di salvaguardare le proprie posizioni di vantaggio. Se, come ci auguriamo, queste valutazioni sono errate dobbiamo aspettarci che PD e Lega intervengano per evitare che si dia corso all’elezione di Francesco Magnano. Come Comitato Beni Comuni, intanto, non possiamo che esprimere la più grande preoccupazione per questa vicenda che indica come un’attenta gestione dell’Acqua non sia certo la priorità di chi ci governa. In relazione a quanto su espresso, auspichiamo quindi che tale decisione venga azzerata e sia dia luogo a una operazione di grande trasparenza, etica ed amministrativa, ponendo in essere una selezione pubblica, con l’obbiettivo di scegliere persone che abbiano curricula limpidi e grande esperienza nella gestione del Bene Comune Acqua. Invitiamo quindi le associazioni politiche estranee a queste logiche di potere, le associazioni sindacali, tutte le associazioni della società civile a prendere posizione per esprimere forte indignazione nei confronti di questo ennesimo fatto accaduto nella martoriata Brianza.

Comitato Beni Comuni di MB “Placido Rizzotto”
Monza 10 dicembre 2015

Monza - Processo Vivacqua. Condanna per il 50% della "coppia diabolica", assolta l'ex moglie

di Pier Attilio Trivulzio

Quattro anni di indagini, quattordici mesi di dibattimento, sei ore di Camera di Consiglio e quattro soli minuti bastano al presidente Giuseppe Airò per leggere il dispositivo: “Ergastolo per Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca oltre a tre anni di libertà vigilata, sospensione della paternità genitoriale. Assoluzione per Germania Biondo per non aver commesso il fatto, si dispone la sua rimessa in libertà se non detenuta per altri reati”.

Le motivazioni si conosceranno a marzo del prossimo anno quando verranno depositate, e si capirà perché un processo indiziario in cui almeno il movente appariva ben chiaro nella testa della pubblica accusa - cioè di una coppia di amanti che per vendetta, per interesse e per liberarsi di un ostacolo alla loro unione fa eliminare l’ex marito di lei da due killer assoldati tramite un intermediario - approdi a una sentenza dove i destini della “coppia diabolica” (così come era stata definita dagli stessi investigatori) sono opposti: lui condannato come mandante, lei assolta per non aver commesso il fatto.

Alla lettura della sentenza, Germania Biondo si stringe ancor più nel poncho marrone, quasi sentisse freddo e si lascia andare ad un pianto a dirotto, un singhiozzo continuo.
L'abbraccia Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella cresciuta professionalmente nello studio di due principi del Foro come Corso Bovio e Ivano Chiesa, che l'ha assistita studiando migliaia di documenti di : “Un processo – commenta - difficile e complicato, con molte piste alternative. Ho sempre creduto nella innocenza della mia assistita. La lettura del dispositivo fatta dal presidente Airò mi ha sorpresa per la scelta complessiva fatta. Attendiamo le motivazione che saranno depositate tra novanta giorni e allora capiremo il perché delle decisioni prese in Camera di Consiglio dai giudici Giuseppe Airò, Alessandro Rossato e dai giudici popolari”.

Decisione incomprensibile – per Paolo Sevesi che con il collega Gianluca Orlando difende Diego Barba -. Non si capisce quale sia il percorso logico seguito dai giudici per assolvere la Biondo e condannare gli altri”.

Se il teorema della Procura sul movente dell’omicidio è che due sono i mandanti dov'è l'elemento differenziale per condannare Barba e assolvere la Biondo? - s'interroga Salvatore Manganello legale assieme ad Alessandro Frigerio di Salvino La Rocca – Non riesco a capire questo dispositivo perché in generale indebolisce tutte le posizioni. Credo che neppure la Corte sia contenta. La Costa non ha fatto chiarezza. Se viene meno il mandante viene meno anche il reato. E' illogica”.

E allora andiamo a rileggere i passaggi della requisitoria del pm Donata Costa che riguardano Germania Biondo.
Esordisce rivolgendosi ai sei giudici popolari, tra questi una donna, con questa premessa. “Per me le persone indagate meritano rispetto. Non cerco i colpevoli ad ogni costo e il rispetto diventa esponenziale quando li mando in carcere. E' possibile vi siano venuti dubbi durante il dibattimento, avete sentito dire che non ci sono prove, strade rimaste inesplorate. Nulla di più falso. Non ci sono state strade inesplorate. Abbiamo iniziato ad indagare il 14 novembre 2011 alle 21.50 ed abbiamo terminato ad agosto 2014. Se avessi archiviato il 15 novembre sarei stata più serena e non avrei fatto orari impossibili. Ho sentito Germania Biondo 4 o 5 volte, ho verificato le versioni confrontandole con gli atti probatori. Il Gip ha ritenuto ci fossero le basi per il rinvio e il 25 marzo 2014 emette l'ordinanza di custodia cautelare. Il successivo 28 aprile il Tribunale della libertà conferma integrando con tre ordini di custodia per la Biondo, Barba e La Rocca. Ben sette giudici prima di voi hanno firmato il giudicato cautelare”.

Io, come persona prima che come magistrato, ho certezze. Il dibattimento è servito a verificare che occhi diversi dai miei hanno visto cose diverse da quelle viste da me: erano tutti dubbi che avevo avuto ed avevo già risolto. Io che ho avuto dubbi vi dico: ogni dubbio è ragionevole e allora condannate solo se ritenete gli imputati colpevoli al di la di ogni ragionevole dubbio”.

Per quanto riguarda Germania Biondoprosegue - oggi sappiamo per certo grazie alle intercettazioni telefoniche che viveva in una specie di “libertà condizionata”. Paolo Vivacqua poteva mettersi con la rumena e avere da lei un figlio, la Biondo doveva soltanto fare la nonna”.

Diego Barba nel 2000 è ospite nella casa di Paolo Vivacqua... la relazione avuta con la Biondo a partire dal 2006, sempre negata, é andata avanti fino al momento del loro arresto. Questo fatto può ben essere motivo di omicidio. Della relazione tra i due veniamo a conoscenza grazie ad una nota del brigadiere Mosca che informa che sono amanti e che Barba ha contattato l'amico d'infanzia La Rocca soggetto a cui commissiona il delitto”.

In quanto ai rapporti tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie veniamo a sapere che, estromessa dal patrimonio, la Biondo é costretta a chiedere soldi ai figli. La relazione, sempre negata, tra lei e Barba è accertata da un paio di intercettazioni telefoniche. Non ha senso negare, come fanno gli imputati, questa loro relazione ancora nel 2013 a due anni dalla morte di Paolo Vivacqua. Avevano qualcosa da nascondere della loro relazione per via dell’omicidio dell'ex marito su cui noi stavamo ancora indagando”.

Se qualcuno è meritevole delle attenuanti generiche– conclude Donata Costa – questa è Germania Biondo, donna che vive limitazioni alla sua libertà personale e sofferenze morali. Il suo spessore criminale è più sfumato [..] Non avrebbe potuto fare nulla senza Barba e La Rocca ed è per questo che attraverso l'amante Diego Barba contatta Attilio Cascardo (socio di Barba nell'agenzia investigativa - ndr) e gli consegna i documenti che provano gli affari illeciti di Paolo Vivacqua e dei figli. Non è lei che ha le capacità per uccidere...”.

E infatti elencando le pene la Costa, per lei, chiede 23 anni e 6 mesi contro l’ ergastolo per Barba e La Rocca e per i due esecutori.

In Tribunale il 9 novembre, dopo la lettura del dispositivo, frenate a stento le lacrime, Germania Biondo accetta di rispondere ad alcune nostre domande. “In aula c'era Davide, avrei voluto che venisse ad abbracciami. I miei figli mi sono mancati e mi mancano tantissimo. Non mi meritavo i tredici mesi di carcere, ora finalmente sono libera”.

Lascerà Desio e andrà in Sicilia?
Resto a Desio, mi troverò un lavoro.

Quando in vista della cessione dei terreni di Carate alla Bricoman per 5milioni di euro Mario Infantino ha avuto l'intestazione di quel 1% della società Loviro che le apparteneva, si è sentita senza mezzi? É in quel momento che ha provato rabbia e risentimento per Paolo?
“No, era Paolo ad occuparsi di tutti gli affari. Le decisioni le prendeva lui senza neppure consultarmi. Io l'ho amato e lo amo. Come primo atto andrò a portargli due fiori sulla tomba nel cimitero di Desio”.

Già perché occorre ricordare che pur avendo Paolo Vivacqua contribuito a pagare i restauri del cimitero di Ravanusa e fatta realizzare una grande statua del Cristo Redentore, lo hanno sepolto a Desio.

“Decisione presa dai miei figli senza chiedermi un parere”, precisa Germania prima di lasciare il Tribunale mentre ancora una delle figlie di Diego Barba piange in modo straziante e nessuno riesce a calmarla.

Nemmeno i due carabinieri in divisa che invitano il pubblico a lasciare il Palazzo data l'ora tarda. Sono invece già tornati in caserma a Desio e a Monza i militari dell'Arma che negli anni hanno lavorato sul caso Vivacqua e per tutta la giornata sono stati presenti in Tribunale in attesa della decisione dei giudici. Così come ha lasciato il Tribunale Lavinia Mihalache, pantaloni neri, camicia di seta, golfone-giacca pesante anch'esso nero come pure gli stivaletti che ha accennato un sorriso quando il presidente Airò ha letto la sentenza.
 

Monza - Processo Vivacqua. Radaelli: “Odio Giarrana ma non fino al punto di dire che ha ucciso Vivacqua”

di Pier Attilio Trivulzio

“In questa inchiesta ci sono zone d'ombra com'era piena di ombre la vita di Paolo Vivacqua che frequentava persone che lo volevano vivo quante altre che lo volevano morto”.

Nel processo al rotamat di Ravanusa, Monica Sala assiste Antonino Radaelli, l'ex camionista 54enne che, senza giri di parole, nel corso di dichiarazioni spontanee dice: “Odio Antonio Giarrana che ho conosciuto frequentando il bar di Desio dove tutti gli avventori sono di Ravanusa. Lo odio ma sono certo che con l'uccisione di Vivacqua non c'entra. Che è innocente come me”.

Odia Giarrana per averlo convinto ad andare a compiere una rapina nel box di Franca Lo Jacono. Avrebbero dovuto trovare una valigia piena di soldi, però quella sera del giugno di tre anni fa, le urla della vittima scatenarono la furia omicida e la consuocera di Paolo Vivacqua venne sgozzata con un cutter.

Radaelli e Giarrana sono stati condannati in primo grado a 30 anni.
Il 24 marzo 2014 nel carcere di Monza il maresciallo Antonio Fornaro e il brigadiere Pasquale Arciglione notificano a Giarrana e Radaelli l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alfredo De Lillo che li accusa “d'essere esecutori materiali dell'omicidio di Paolo Vivacqua in concorso con Salvino La Rocca, Diego Barba e Germania Biondo” nella quale è detto che “il 14 novembre 2011 i loro telefoni hanno agganciato celle di Desio e loro non ricordano né l'oggetto della conversazione né le azioni compiute quel giorno”.

“Nell'ordinanza è scritto che Giarrana e Radaelli (che non conosceva Paolo Vivacqua e non sa che la Lo Jacono è la consuocera - ndr), hanno pedinato la vittima e accertato i suoi spostamenti”.

“Ebbene, i tabulati telefonici non riscontrano agganci di celle identiche. In particolare nei dieci giorni prima dell'omicidio – argomenta con piglio deciso Monica Sala -. Ma c'è di più. L'ora dell'omicidio, stabilita inizialmente sulla telefonata di Lavinia Mihalache, era stata fissata alle 11.30. Ma quella chiamata non risulta proprio essere stata fatta. In base ai tabulati, il decesso dev'essere anticipato alle 10.55 perché Paolo risponde all'ultima chiamata alle 10.54. Si sente il rimbombo fisico della telefonata ricevuta quando è dentro l'ufficio. A quell'ora, il mio assistito Antonio Radaelli, dov'é? Il suo cellulare aggancia una cella che nulla ha a che fare con quella compatibile con l'ufficio di via Bramante d'Urbino. E' nella zona opposta, a Desio sud, quando alle 7 del mattino lo chiama Giarrana; alle 10.56 riceve una chiamata e non risponde.

L'aggancio è con una cella di Lissone; alle 11.13 Radaelli richiama il numero e aggancia la cella di via dei Mariani a Desio, vicina a casa sua. Idem alle 11.42.

E Gino Guttuso, fonte confidenziale che ha goduto di un trattamento di favore in questa inchiesta, e non capisco perché, dove si trova quel giorno? In tre mesi ha avuto 88 contatti con La Rocca, 18 con Giarrana e 3 con Barba. Il 14 novembre, alle 8.42 il suo cellulare aggancia la cella di via Bramante d'Urbino così come alle 16.21 e alle 16.22.

Attenzione – tiene a precisare il legale - sia chiaro, non vi sto dicendo che è stato Guttuso ad uccidere Paolo Vivacqua. Sto soltanto riferendo quello che risulta dai tabulati ed allora mi chiedo: perché a Guttuso nessuno chiede conto delle telefonate fatte la mattina dell'omicidio?

Guttuso conosceva Giarrana, ma non Radaelli.
Guttuso che ha un'enciclopedia di processo a Milano e a Monza anche per estorsione, è detenuto in carcere a Monza dal 10 ottobre 2012 fino al 18 ottobre 2013 parla è però esige che non venga fatto il suo nome. Sa perfettamente che se parla dal carcere esce soltanto orizzontale. Risultano 611 telefonate tra Radaelli e Giarrana, a loro viene chiesto di dire dov'erano e cos'hanno fatto il 14 novembre. Rispondono che non lo ricordano. E per questa risposta sono colpevoli? A Guttuso invece nessuno dice che c'è qualcuno che fa il suo nome, che lo coinvolge. Ha più indizi di Radaelli. Credetemi, io sono basita”.

Quaranta giorni dopo l'uccisione di Vivacqua viene arrestato dai carabinieri di Lissone il muggiorese Antonio Robertone, pregiudicato legato al clan Mancuso, che ha tentato un'estorsione a Giuseppe Vinciguerra, compaesano di Vivacqua che dal rotamat aveva rilevato la società Giada che in quattro anni aveva emesso false fatture per 184.858.488 euro. “Se volete sapere dell'omicidio Vivacqua – dice - seguite Quartararo di Muggiò”.

L'11 febbraio Quartararo viene chiamato. Gli dicono che una fonte lo coinvolge e lui risponde: “Io con l'omicidio Vivacqua non c'entro”. Ed esce di scena. Secondo il maresciallo Scalisi “Era una pista che non meritava d'essere seguita”. Vivacqua nel portafogli teneva un biglietto con appuntati i prestiti che faceva.

C'è il nome di Domenico “Mimmo” Zema, imparentato con Annunziato Moscato capo della Locale n'drangheta di Desio, i carabinieri di Monza che hanno la competenza per le indagini neppure lo intercettano.

Dispongono delle informazioni del colonnello della Gdf Marco Selmi che riferiscono della presenza di Carmi Mihalache a Carate nei giorni precedenti l'omicidio, hanno un'intercettazione dell'11 novembre tra Paolo e persona che deve installargli una telecamera nell'ufficietto e con la quale prende appuntamento proprio per il 14. Che indagini fanno i carabinieri?”

“L'informativa confidenziale del 24 luglio 2012 firmata dal maresciallo Cosentino dice che per l'omicidio Vivacqua è stata usata una pistola calibro 7,65 col silenziatore, segnala il box dov'è tenuto lo scooter, dice che i killer sono stati pagati...Eppure l'attività investigativa è limitata all'accertamento dei proprietari del box di via Forlanini a Desio: i genitori di Gino Guttuso. Che però non vengono sentiti, non vengono fatte intercettazioni. Niente per quanto riguarda le frequentazioni del soggetto. Sul fascicolo s'accumula la polvere... Fino al marzo 2013 quando il luogotenente Azzaro e il brigadiere Mosca redigono una loro informativa confidenziale dopo che Guttuso è stato chiamato in caserma a Desio per riferire quale persona informata sui fatti. In quell'occasione Guttuso dice tutto precisando però: “Io in quel periodo (novembre 2011 – ndr) Vivacqua non lo frequentavo”.

“La nota Azzaro-Mosca riporta il particolare della relazione tra Diego Barba e Germania Biondo che peraltro gli uomini dell'Arma di Desio ben conoscevano avendone parlato Gaetano Vivacqua nel corso dell'interrogatorio subito dopo l'uccisione del padre. L'arma non si trova? è stata buttata. E allora – chiede l'avvocato Sala - che motivo avevano i carabinieri di dire che c'era un'altra fonte? Quando poi lo stesso Azzaro ci dice che le fonti si sovrappongono. O meglio: che la fonte confidenziale è la stessa! Semplice: far emigrare a Desio l'inchiesta dei colleghi monzesi! Soltanto due mesi dopo iniziano le intercettazioni a Guttuso, viene fatto un sopralluogo al box ma nessuno si accerta se dentro c'è ancora lo scooter prestato la sera del 13 novembre 2011 e che gli è stato ritornato all'indomani con il nastro isolante sulla targa. Precisa che glielo ha restituito da Giarrana e con lui c'era Radaelli “se ne sono andati con una Panda di cui avevano le chiavi”.

“Di chi era la Panda? Guttuso é credibile quando dice queste cose? Aggiunge d'aver venduto lo scooter; in realtà il Kymco risulta ancora intestato a lui. Nessuno si è preso la briga di verbalizzare la moglie e i genitori del Guttuso”.

“Tra marzo-aprile 2013 mentre il processo Lo Jacono era in corso la parte civile chiede la sospensione – ricorda il legale -. Il pm Massen però non aveva alcun collegamento che legasse Giarrana e Radaelli all'omicidio Vivacqua e quindi si va dritti a sentenza”.

“Giarrana e Radaelli sono stati intercettati in cella per due mesi. Intercettati anche sul cellulare che li ha portati dal carcere in Procura per essere sentiti dalla pubblica accusa Donata Costa. Perché non portare anche Gino Guttuso che li accusa? Guttuso é il grullo che ha trasformato una tela del Botticelli appena abbozzata in un'accozzaglia di colori..”.
”Lo ha fatta diventare un Picasso”, interviene con una battuta il presidente Giuseppe Airò.

“E veniamo a Luigi Miniemi, teste della carta stampata. Quello che riferisce lo ha letto sui giornali. Unico particolare che non era di pubblico dominio è il colore dello scooter. Dice: è nero. Peccato fosse blu... E' soggetto con otto procedimenti ma lui ci parla soltanto dell'ultimo, quello per stalking. Dopo aver mandato la lettera alla Procura viene sentito dalla Costa per due ore e mezza il 10 aprile, ammette d'aver fatto l'informatore e chiede un aiuto. Due giorni dopo è trasferito, come da sua richiesta, a Pavia. Il 14 manda alla Costa una lettera che, particolare singolare, contiene copia datata 18 aprile “della lettera che – scrive - ho inviato al Santo Padre”.

Al termine dell'arringa di Monica Sala la pubblica accusa ha deciso di replicare.

“La fonte Azzaro non è la fonte Cosentino – precisa il Pm Donata Costa – Chiamai stazione e nucleo operativo di Desio e mi fu detto in modo inequivocabile: é una seconda fonte. Il 22 giugno nel mio fascicolo ho il report del colonnello Selmi. La fonte Selmi dice cose inverosimili sul movente. Preparo delega ai carabinieri chiedendo di approfondire, ho risposta tranchant: nessun riscontro. Primavera 2013, pista Lavinia Mihalache in stallo. Non ho niente se non la fonte dei carabinieri di Monza. A questo punto chiamo a Desio il capitano Pantaleo e dico: voglio approfondire la fonte Guttuso che è in carcere e tra l'altro ha precedenti per traffico di motorini rubati. Chiedo d'essere accompagnata. I confidenti mi piacciono ancor meno di quanto piacciano alle difese. Preparo la richiesta di intercettazioni per Desio chiedendo di mettere sotto controllo anche Gino Guttuso e Attilio Cascardo che era stato ingaggiato dalla Biondo per sorvegliare l'ex marito. Scrivo un secondo decreto affinché mi riferiscano sulla compatibilità del sistema Sfera rispetto alle persone già intercettate, alle ambientali, alle intercettazioni in carcere. Faccio anche riferimento allo scooter avendo già avuto precedente informazioni sul box di via Forlanini. Mi arrivano telefoniche che portavano a Quartararo di cui io non sapevo. Avevo due persone, Giarrana e Radaelli per l'omicidio Lo Jacono e i colloqui in carcere tra Giarrana e il fratello. Il 27 giugno acquisisco dalla collega Massenz (pm del processo Lo Jacono – ndr) una perizia più completa sulle intercettazioni. Metto assieme sospetti e mancate giustificazioni e risento come indagati gli intercettati senza dare elementi. Ecco perché prima li ho intercettati e poi li ho sentiti.
Quando a dicembre 2013 deposito la mia informativa conclusiva mi rendo conto che devo sentire Gino Guttuso. Ciò avviene il 27 gennaio, è tutto verbalizzato. Gli contesto la telefonata del mattino e altre chiamate e lui mi da una sua altra versione che ho ritenuto credibile. E' l'unico che mi ha dato una versione credibile anche per una visione di lettura delle intercettazioni con riferimento alla riunione preparatoria dell'ottobre 2011 a casa di Giarrana. Lo ha fatto rendere credibile sul fatto che i partecipanti alla riunione non avrebbero compiuto una rapina”.

“Non ho parlato di incuria nell'indagine – tiene a precisare l'avvocato Sala - non l'ho detto, così come non ho detto che Guttuso è la fonte Cosentino. E' fonte che non conosco”.

Presidente Airò la rassicura: “In Camera di consiglio la fonte Cosentino proprio non la tratteremo. Anche perché non l'abbiamo”.

“Quello che ho detto nella mia arringa – conclude la Sala, difensore di Radaelli – è perché è stata fatta indagine sui cinque imputati e non su altri”.

Pubblica accusa Donata Costa: “Dovremo fare un rinvio formale per le repliche”.

L’avvocato Alessandro Frigerio difensore di La Rocca: “La telefonata delle 11.30 fatta da Lavinia Mihalache che ci è stata venduta come certezza, è invece una probabilità”.

Salvo imprevisti legati allo sciopero degli avvocati il 3 dicembre altre repliche e quindi Camera di consiglio per la sentenza.
 

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