Tripodi

Seregno - 'Ndrangheta e consenso sociale. Dopo lo striscione è la volta del cittadino "perbene"

di Marco Tagliabue, regista

Egregio direttore, ho letto la lettera non firmata pubblicata martedì su il Giornale di Seregno in difesa della famiglia Tripodi e sono molto preoccupato.

Preoccupato che vengano usate le stesse parole: “perché le colpe dei padri non ricadano sui figli”, si legge nella lettera, utilizzate a luglio in consiglio comunale dal vicesindaco Giacinto Mariani per difendere la famiglia Tripodi e la scelta di organizzare in quel bar il suo spot elettorale.

Preoccupato che nella lettera si parli di una mela marcia, “né tantomeno si può sostenere che se in una famiglia c’è una mela marcia, non si può pensare che le altre mele siano sane”. Giacinto Mariani aveva detto: “per me le famiglie di Seregno sono tutte uguali anche se a casa loro hanno una mela bacata”.

Preoccupato che questo scrittore non sembri uno sprovveduto e sappia benissimo la differenza tra gli strumenti di prevenzione contro le infiltrazione della mafia e una condanna penale, ma ometta (a questo punto non posso pensare altro che lo faccia deliberatamente) altre informazioni, facendo, ad esempio, l’inversione tra padri e figli. Qui al limite le colpe dei figli, le colpe di Antonino, ricadono sul figlio, cioè su di lui e sul suo esercizio commerciale.

Preoccupato che un cittadino di Seregno che si autodefinisce persona perbene, normale, come tanti, abbia come primo e unico pensiero un moto di affetto per Antonino Tripodi.

Preoccupato che il cittadino “perbene” difenda l’indifendibile, come lo striscione “Noi vi vogliamo bene”, appeso nella notte sulla saracinesca di un locale chiuso dalla Prefettura “per pericolo di infiltrazioni mafiose” e che ha suscitato l'indignazione dei quotidiani nazionali.

Preoccupato, perché la parentela del consigliere Sabia (parentela di quinto grado) con Gerardo Gambardella, condannato a dodici anni di reclusione nel processo Infinito, venga messa in piazza da Antonino Tripodi e ripresa dal vicesindaco in consiglio comunale.
A luglio Giacinto Mariani aveva detto a Sabia: “Non so se questo a casa sua non vale e se qualcuno a casa sua ha combinato qualche marachella e allora siete tutti colpevoli”. Lo scrittore omette le condanne passate in giudicato dei familiari dei Tripodi.
Omette che mai in nessuna occasione la famiglia Tripodi abbia condannato l'Ndrangheta.
Omette lui stesso, un cittadino perbene, una condanna ferma della criminalità mafiosa.

E sono molto preoccupato per quel passaggio della lettera quando, raccontando delle frequentazioni del bar Tripodi, la persona “perbene” scrive: “tantissime figure istituzionali, anche alcuni dei politici che oggi si indignano e prendono le distanze sui giornali”. Questo a pochi giorni dall’intervista del sindaco a il Cittadino, in cui per la prima volta e doverosamente Edoardo Mazza ha preso le distanze dalle sue scelte passate e ha dichiarato: “ Ho capito che quell’aperitivo elettorale al Tripodi Caffè è stato inopportuno politicamente”.

Ho sinceramente apprezzato questa dichiarazione anche se tardiva e molto prudente, mi preoccupa che dopo pochi giorni arrivi una lettera del genere ai giornali e che venga pubblicata. Mi preoccupa se, all’interno della Giunta, quella di Mazza è l’unica voce fuori dal coro. Niente ho sentito dagli altri amministratori, niente dal vicesindaco Giacinto Mariani che per primo ha creato con le sue dichiarazioni e le sue frequentazioni consenso sociale e politico attorno a quel bar panetteria ora chiuso: consenso sociale di cui questa lettera, non fosse bastato lo striscione, mi sembra l’immagine più eloquente.

Di seguito la lettera pubblicata su il Giornale di Seregno martedì 22 marzo

"Inevitabile affezionarsi al bar non è una colpa".
Ci scrive un cliente del "Tripodi" a Seregno: "Perché le colpe dei padri non ricadano sui figli..." 

Seregno e 'ndrangheta: Noi per Seregno e M5Stelle presentano OdG urgente

Noi Per Seregno e M5Stelle presentano un ordine del giorno urgente in Consiglio Comuale di Seregno che esprime  preoccupazione riguardo alle infiltrazioni ndranghetiste in città, per condannare ogni forma di sostegno, legame e copertura del fenomeno mafioso.
"In considerazione del pesante e grave momento vissuto con sgomento dalla città, l'auspicio è che il documento trovi la più ampia e convinta condivisione da parte di tutte le forze presenti in Consiglio Comunale, in modo da dare un segnale chiaro contro la malavita organizzata e a favore dei cittadini seregnesi onesti, oggi oltraggiati e umiliati dall'accostamento di Seregno con la 'ndrangheta, delle Forze dell'Ordine, della Magistratura e della Prefettura."


 

Seregno - 'Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti


Il centrodestra si chiude nel silenzio stampa, qualcuno sostiene che si tratti di omertà

di k.ts.
 

Il comune di Seregno, su invito della Prefettura di Monza, ha emesso  le ordinanze di revoca delle licenze commerciali di due locali di Seregno, "per pericolo di infiltrazione mafiosa".

Si tratta del bar La Torrefazione di Corso del Popolo, rilevato poco più di un anno fa da Maria Marano, moglie di Giuseppe Pensabene, condannato a 15 anni di reclusione, considerato capo reggente della locale di ‘ndrangheta di Desio (dopo l’arresto di Candeloro Pio) e a capo del sodalizio mafioso smantellato dagli inquirenti con l’operazione Tibet in cui si scoprì l’esistenza di una vera e propria banca della ‘ndrangheta a Seveso.

Il secondo locale è il bar panetteria Tripodi Pane & Caffè di piazza Vittorio Veneto, gestito dalla famiglia Tripodi, tra i cui membri c'é anche Antonino Tripodi, arrestato nell’operazione Infinito e condannato per possesso e detenzione di armi.

L’intervento della Prefettura é ascrivibile alle normali procedure di autorizzazione antimafia a cui le nuove attività commerciali sono sottoposte.
Nel caso de La Torrefazione, si tratta appunto della nuova attività della sig.ra Marano che ha acquistato il bar La Torrefazione dal predente proprietario nel dicembre del 2014: per quanto riguarda Tripodi Pane & Caffè, invece, si tratta di un subentro delle licenze commerciali della ditta individuale di Tripodi Giovanni (padre di Antonino), da parte della Tripodi srl che vede come soci lo stesso Giovanni Tripodi, la moglie Teresa Crea, i figli Antonino e Isabella Tripodi, e il nipote Andrea. Il subentro é stato registrato nel gennaio del 2015.

Ad un anno di distanza la Prefettura ha dato il responso e ha chiuso entrambe le attività commerciali ai sensi del Codice delle leggi antimafia approvato nel 2011.

Nulla è stato invece fatto in questi anni da parte degli amministratori del comune di Seregno che non solo hanno continuato a considerare valide le autorizzazioni rilasciate alla panetteria Tripodi - anche dopo l’arresto di Antonino Tripodi e la sua condanna - ma, anzi, hanno frequentato la panetteria, dal settembre 2013 diventata bar panetteria, organizzandovi all’interno anche appuntamenti elettorali.

Nel maggio 2014, l’allora sindaco Giacinto Mariani, impegnato nella campagna elettorale per il parlamento europeo dove era candidato, ha girato parte del suo spot elettorale proprio nella panetteria Tripodi, cosa di cui avevamo scritto in un precedente articolo.
Ai tempi, la questione non é stata, però, ritenuta interessante né dalla stampa locale né dalle forze politiche.

Nel dicembre del 2014, dopo molto ostruzionismo da parte dell’allora sindaco, un redattore di infonodo é riuscito a chiedere a Giacinto Mariani perché avesse deciso di legare la propria immagine elettorale a un locale gestito da un famiglia in odore di mafia.

La risposta dell’amministratore e pubblico ufficiale Giacinto Mariani é stata: “ E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre che ha una regolare attività sul territorio”. Vedi video.

Il tutto mentre pezzi dello Stato, Magistratura e forze dell’ordine, scrivevano e scrivono sentenze e ordinanze di tenore completamente diverso.

Basta leggersi la recente ordinanza sugli arresti di Ignazio Marrone e Arturo Sgrò che cita una sentenza della Corte di Cassazione su un troncone del processo Infinito.

La cosca desiana inoltre ha nelle sue disponibilità armi da fuoco pronte all’uso. Le armi costituiscono un aspetto non secondario della potenzialità criminale, in quanto consentono al sodalizio di contare in ogni momento in uno strumento tra i più incisivi per consolidare il proprio prestigio criminale, sia sotto il profilo generale che in concreto per convincere qualche recalcitrante a sottostare ai voleri e agli interessi della cosca stessa. L’attività di indagine ha infatti portato al sequestro di armi esplosivi all’interno del box di TRIPODI Antonino, nipote di PIO Candeloro (ha sposato PIO Francesca, figlia di PIO Alfonso fratello di PIO Candeloro). Intanto il TRIPODI, oltre che legato da vincoli di parentela con appartenenti alla cosca, mantiene contatti con numerosi associati quali lo stesso PIO Candeloro, SGRO’ Giuseppe, uomo di fiducia del PIO, SGRO’ Eduardo Salvatore, fratello di Giuseppe ed i fratelli POLIMENI Giuseppe e Candeloro, quest’ultimo referente e portavoce ufficiale di MOSCATO. Il box in questione si è immediatamente presentato come luogo a disposizione della cosca per occultare armi o droga; le procedure di avvicinamento al box che prevedono un primo contatto telefonico e poi l’apertura “in sicurezza” del cancello, una volta verificata l’assenza di pericolo di intrusione di “estranei” (rectius Forze dell’Ordine); a questa procedura sottostà anche PIO Candeloro il quale si deve recare nel box per visionare qualche cosa ivi ricoverata. La persona del TRIPODI é in possesso di tutte le caratteristiche per svolgere la funzione di custode delle armi della cosca: è soggetto incensurato e fino a quel momento sconosciuto alle forze dell’ordine - é titolare, inoltre, di un panificio quindi con attività del tutto regolare. L’ipotesi investigativa diventa realtà evidente attraverso il sequestro delle armi avvenuto il 23 febbraio del 2009 ad opera dei CC N.O. di Desio”.

Quando i carabinieri intervengono nel box di Antonino Tripodi sequestrano: “Un revolver marca Astra mod."Cadix", calibro 38 Special, avente matricola abrasa; una pistola semi-automatica "Glock" mod."19" calibro 9 X 21 (rubata); una pistola semi-automatica "Colt" modo "Govemment" cal.45 "ACP" (rubata); un fucile sovrapposto da caccia calibro 12 marca "Pietro Beretta" avente canne mozze e calcio tagliato con matricola abrasa; tre saponette di esplosivo TNT, sei micce per accensione a lenta combustione, otto inneschi detonanti a fuoco, un innesco detonante elettrico completo di cavo elettrico, un innesco temporizzato completo di timer”, oltre a munizioni di vario calibro.

Oppure leggere la sentenza di primo grado del Processo Infinito che condanna Antonino Tripodi a 5 anni di carcere: Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa. [...]
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr)”.

Sono passaggi dell’attività giudiziaria e investigativa che l’ex sindaco di Seregno e attuale vicesindaco, Giacinto Mariani, ha deliberatamente e colpevolmente ignorato, pur conoscendoli.

L’attuale sindaco ed ex assessore Edoardo Mazza non ha voluto essere da meno e nel maggio del 2015 durante la sua campagna partecipa un aperitivo elettorale di Forza Italia nella panetteria Tripodi in compagnia di Stefano Gatti (consigliere comunale di Forza Italia in carica) e del vicepresidente di Regione Lombardia, Mario Mantovani, poi arrestato per tangenti.

Quando Alessandro Bartolini, giornalista de il Fatto quotidiano, chiede lumi a Mazza, la risposta dell’attuale sindaco è in linea con il suo predecessore: “Vengo spesso qui a prendere il caffè, è proprio dietro il mio studio legale. So che Tripodi è stato coinvolto nell’indagine Infinito ma non mi crea nessun problema politico sapere che nel suo locale è stato organizzato un rinfresco” (vedi Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss).

Sempre in campagna elettorale, il 26 maggio 2015 arriva Maroni e Seregno: mezza sezione della Lega Nord lo aspetta prendendo un aperitivo da Tripodi e mettendosi in posa.

Nella foto Alberto Cantù (consigliere comunale), Alberto Peruffo (consigliere comunale), Cristian Missaglia (consigliere di amministrazione di AEB, municipalizzata del comune di Seregno), Maria Cadorin (assessore alle attività produttive e commerciali), Marco Tognini commissario per due anni della sezione, da quando cioè sette consigliere della Lega Nord di Seregno si dimettono a seguito della vicenda +Energy che vedeva coinvolto Giacinto Mariani come socio occulto. +Energy che é bene ricordarlo aveva stretto un rapporto commerciale esclusivo con la Simec, poi sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché in mano alla criminalità organizzata campana.

Il 15 giugno 2015, alla fine del ballottaggio che ha visto prevalere Mazza sul candidato del Pd William Viganò, Giacinto Mariani si é poi coerentemente lasciato andare a minacce di morte in puro stile mafioso all’indirizzo del nostro collaboratore che qualche mese prima aveva osato porre la domanda sull’opportunità di girare il suo spot elettorale nella panetteria Tripodi.
Vedi video.

Quando, poi, il 2 luglio del 2015, in occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale, il giovane consigliere del PD, Leonardo Sabia si era permesso di intervenire in questo modo:
Se da una parte ci sono ragioni che riguardano i sospetti mai fugati, mai allontanati da chi aveva questa responsabilità, dall’altra parte c’è un clima generale, c’è un’atmosfera di omertà diffusa, c’è un’atmosfera da, le famiglie sono tutte uguali, le famiglie non sono tutte uguali, le famiglie come chi fa politica, come chiunque, si prendono delle responsabilità e reagiscono in base a quello che fanno, alle responsabilità che hanno e come se le prendono e come le portano avanti, le famiglie, le persone non sono tutte uguali, e questo è ora di iniziare a ricordarlo e a dirlo a voce alta, a partire da questo Consiglio Comunale”.

La pronta risposta dell’ex assessore ed attuale consigliere comunale della Lega Nord, Flavio Sambruni, era stata di questo tenore:
Mi dispiace vedere ancora, per lo meno, che si ricomincia subito a rivangare questi episodi,
guardi io nel bar delle famiglie come le altre, ci sono andato anche io! E allora che faccio? Sono andato anche io e più di una volta in questa campagna elettorale, senza nessunissimo
problema, senza nessunissimo problema, ho preso anche io i pasticcini, sono buoni, questo fa
di me una persona particolare? Ma voglio sperare che lei non voglia dire questo, così come
voglio sperare che lei non pensi questo di tutti i cittadini che vanno in questo bar a prendere i pasticcini a mangiare la focaccina buona”.

Insomma, con varie gradazioni che vanno dalla connivenza alla pura e semplice imbecillità, tra i tripodisti in consiglio comunale possiamo annoverare: il sindaco, il vice sindaco, un assessore e quattro consiglieri comunali, mentre è incerta la collocazione di Francesco Gioffrè, consigliere comunale di Forza Italia, che i Magistrati hanno indicato con un atteggiamento al limite della connivenza con la ‘ndrangheta.
Perché nel suo caso la vicinanza era con il clan Cristello e quindi non sappiamo se si possa inserire tra i tripodisti o tra i cristelliani, e non vorremmo fargli uno sgarbo collocandolo nella corrente sbagliata.

Al momento le uniche reazioni raccolte all’interno del centrodestra sono quelle del sindaco Mazza che quasi a scusarsi ha dichiarato in merito alle ordinanze di chiusura dei bar di Pensabene e Tripodi: “Come Amministrazione comunale non abbiamo potuto far altro che notificare gli atti. Dovevamo fare di conseguenza, ad un atto interdittivo di un ente superiore”.

Seregno - Tripodi assolto per associazione mafiosa. Resta la condanna per possesso d’armi

di Stefania Totaro da il Giorno

ASSOLTO anche in appello dall’accusa di associazione di stampo mafioso, ora ricorre in Cassazione per vedersi annullare anche la condanna per armi.
Antonino Tripodi era accusato di fare parte del «Locale» di Desio nell’inchiesta «Infinito» sulla n’drangheta in Brianza. Ma al processo ordinario di primo grado è stato subito assolto dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e condannato a 5 anni di reclusione perchè in un garage da lui dato in affitto a presunti componenti dell’organizzazione mafiosa erano state trovate delle armi da fuoco. L’assoluzione è stata confermata ora anche nel processo d’appello che, in generale, a parte qualche assoluzione, e delle lievi riduzioni di pena, ha confermato l’impianto accusatorio, che aveva portato alle circa 40 condanne fino a 20 anni di reclusione inflitte in primo grado, compresa la conferma del risarcimento a beneficio del comune di Desio. Per Antonino Tripodi è rimasta la condanna a 2 anni e 2 mesi per possesso di armi. «Ma il mio cliente ha soltanto offerto la disponibilità del suo box e nulla sapeva della presenza di armi - dichiara il difensore di Tripodi, l’avvocato Maurizio Bono -. Ora ricorreremo in Cassazione per farci annullare anche questa condanna».
La sentenza di appello ha visto l’aumento di un anno alla pena inflitta a Candeloro Pio, presunto boss di Desio, condannato a 20 di reclusione in primo grado. Quindici anni e nove mesi di reclusione per Domenico Pio, e 11 anni per Candeloro Polimeni. Confermata la pena a 6 anni e 6 mesi di reclusione, inoltre, per Angelica Riggio, la compagna di Domenico Pio, arrestata in un blitz delle forze dell’ordine successivo a quello dell’operazione Infinito, nonché unica donna imputata nel processo. La Corte di Cassazione ha invece confermato definitivamente le condanne per gli altri 90 imputati che hanno scelto il rito abbreviato.

'Ndrangheta - Da Vibo Valentia a Milano il clan Tripodi nella galassia Rtl

di Enrico Fierro da il Fatto quotidiano

Il loro biglietto da visita, il loro spot più noto, è sempre stato “Rtl, very normal people”. Eppure, da circa un decennio, sono protagonisti di un fatto eccezionale: hanno alle loro dipendenze il presunto capo di una cosca di ‘ndrangheta, Nicola Tripodi, stipendiato dalla Gest.i.tel, società controllata al 90 per cento da Rtl. Non solo. Le due società risiedono entrambe allo stesso indirizzo: via Scotti 11 a Bergamo. E tra i 16 dipendenti della Gest.i.tel – secondo un’informativa dei Carabinieri di Vibo Valentia – in questi anni c’è stato anche Nicola Tripodi, nato a Briatico nel 1948, arrestato la scorsa settimana in una maxi operazione contro la ‘ndrangheta.

Ed è proprio negli atti depositati con l’arresto che si legge: “Il boss Nicola Tripodi risulta dipendente della GESTI.TEL. S.r.l. società controllata dalla R.T.L”. E la dda di Catanzaro chiede ai Carabinieri di “riferire e riportare” le “emergenze procedimentali” sulla vicenda. In altre parole, la Dda sta indagando su questa assunzione. L’obiettivo è comprendere perché una società di Rtl - la Gest.I.tel, che si occupa di fabbricare apparecchiature per le telecomunicazioni, sistemi antifurto e segnalazioni antincendio – abbia avuto bisogno di assumere il presunto boss della cosca; quali mansioni gli siano state affidate; quali competenze abbia nel settore. Può darsi – anzi: lo diamo per certo fino a prova contraria – che il patron di Rtl, Lorenzo Suraci, non sapesse che Tripodi fosse l’uomo descritto dalle informative antimafia. I due sono entrambi originari di Vibo Valencia. Il Fatto Quotidiano ha provato più volte – inutilmente - a contattare Suraci (che non risulta indagato) sul suo telefono cellulare, inviando anche degli sms, per conoscere la versione del patron di Rtl su questa e altre vicende, descritte negli atti dell’indagine Libra, condotta dai pm Pierpaolo Bruni e Simona Rossi, della Dda di Catanzaro, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli .

Un altro uomo che – secondo l’informativa della polizia giudiziaria – è stato assunto da Rtl si chiama Fausto Congestrì. È il fratello di Nicolino Congestrì che, stando agli atti d’indagine, nel 2011 si stava “organizzando per la costituzione di una Gran Loggia Scozzese Mediterranea del Sud”. Il punto, però, è un altro. Fausto Congestrì – che allo stato non risulta indagato – per gli investigatori è un uomo da tenere sotto osservazione. Se non lui direttamente, quanto meno la sua automobile, una Skoda Fabia, dove i Carabinieri di Vibo Valentia, nel 2010, installano una microspia e intercettano una conversazione tra Tripodi e Fausto Congestrì. I due non parlano di ripetitori, o scalette radiofoniche, ma di affari nel settore edile a Milano.

I Carabinieri annotano anche – nel 2009 - che “Nicola Tripodi ha costituito la F.C. Global Service per entrare verosimilmente nei lavori della ricostruzione dell'Aquila”. E aggiungono: “Anche Fausto Congestrì non risulta estraneo agli interessi di Tripodi e, sempre con maggiore frequenza, si sposta con quest'ultimo, sia a Caserta che in Abruzzo”. Lo stipendio di Rtl e Gest.i.tel, a quanto pare, non è sufficiente. Ma andiamo oltre. Il fratello di Fausto Congestrì, Nicolino, era in contatto con l’attuale governatore calabrese, Giuseppe Scopelliti, all’epoca sindaco di Reggio Calabria. I Carabinieri annotano che, tra Nicolino Congestrì e Scopelliti – anch’egli non indagato - “si era creata un'intesa, nel senso che il primo cittadino di Reggio Calabria era in procinto di affidargli importanti opere pubbliche nella città dello Stretto”. Poi aggiungono un ulteriore dettaglio: “Lo stesso sindaco Scopelliti (che non risulta indagato, ndr) avrebbe elargito la somma di 600 mila euro per l'emittente radio Rtl, che trasmette stagionalmente da Reggio Calabria”. E chiosano: “Alla medesima emittente di Roma, risulta lavorare il fratello di Nicolino Congestrì, ovvero Giuseppe Fausto Congestrì”.

E cioè: l’uomo intercettato con Nicola Tripodi, il presunto boss arrestato pochi giorni fa, assunto dalla Gest.i.tel, controllata da Rtl, e interessato alla ricostruzione de l’Aquila e all’Expo di Milano. Non solo Fausto, in realtà, era in contatto con Nicola Tripodi. Anche “Nicolino Congestrì – scrivono i Carabinieri - ha rapporti di profitti economici con la famiglia Tripodi”.

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