Varedo

L’Avvocatura e le inchieste sulla «vecchia» Snia (il nodo bonifiche)

di Alessandro Galimberti da il Sole24ore

Per capire l’iniziativa di ieri dell’avvocatura dello Stato nell’ambito della fusione Sorin/Cyberonics - avvocatura che in forza della vetusta legge istitutiva del 1933 cura «la rappresentanza, il patrocinio e l’assistenza in giudizio» di tutte le amministrazioni dello Stato - è necessario fare alcuni passi indietro in quel coacervo di indagini, processi e atti di citazione che ruota attorno alla gestione della vecchia Snia. Iniziando dalla fine, quando nel febbraio di tre anni fa Sorin dava notizia di essere stata trascinata - evidentemente suo malgrado - nella causa per risarcimento da danno ambientale avviata dall’amministrazione straordinaria di Snia. Una citazione a giudizio avanti il Tribunale Civile di Milano che, spiegava Sorin in un comunicato , era stata promossa «da Snia Spa in amministrazione straordinaria ed è intesa ad accertare un’asserita pretesa corresponsabilità di Sorin spa con Snia spa per eventuali debiti connessi e/o conseguenti a oneri di bonifica ambientale derivanti dalle attività chimiche gestite da Snia spa, e da alcune società del gruppo Snia antecedentemente alla scissione intervenuta in data 2 gennaio 2004».

Una questione spinosa. considerato che i tre vecchi siti industriali inquinati lasciati in eredità - quello di Brescia, quello di Torviscosa (Udine) e quello di Colleferro, in Lazio - dopo un tortuoso giro di successioni societarie e giuridiche erano finiti in capo al ministero all’Ambiente per una doverosa bonifica. Un’operazione, questa, dai costi ingentissimi, visto che lo stesso ministero li aveva quantificati in 3,42 miliardi di euro, per i quali chiede dal 2012 copertura a chi ritiene responsabile del misfatto ambientale. Da qui origina l’asserita posizione di creditore nei confronti di Sorin - in quanto successore nei rapporti giuridici della vecchia Snia - e il tentativo, in quanto creditore appunto , di bloccare la fusione odierna in forza dell’articolo 2503 del codice civile: il rischio cioè di veder evaporare le garanzie sui 3,42 miliardi per la bonifica ambientale. Se queste sono le premesse per il tentativo di stop alla fusione dei due gruppi biomedicali, non meno decisa è la presa di posizione pubblica di chi si ritiene inspiegabilmente danneggiato dall’iniziativa del governo italiano.

Dopo aver preso atto dei documenti presentati quattro giorni fa dall’Avvocatura dello Stato, Sorin e Cyberonics dichiarano che in quegli atti depositati al tribunale civile del capoluogo lombardo sono state fondamentalmente equivocate e fraintese sia la struttura sia gli scopi dell’operazione di fusione, e che l’iniziativa dell’amministrazione italiana è del tutto priva di motivazioni sostanziali, preannuncio di una vigorosa opposizione in sede processuale. Sede processuale in cui il tribunale diventa arbitro e, a norma del codice civile (articolo 2445), può comunque dar luogo alla fusione ignorando l’opposizione di chi lamenta un possibile danno per sè «quando ritenga infondato il pericolo di pregiudizio per i creditori, oppure quando la società abbia prestato idonea garanzia».


Lo Stato contro Sorin-Cyberonics
di Giovanni Vegezzi da il Sole24ore

A due mesi dalla data prevista del closing il rischio maggiore è quello – per ora solo eventuale – di uno slittamento della firma definitiva. Per il resto l’accordo fra Sorin e l’americana Cyberonics non dovrebbe correre pericoli più grandi, almeno secondo quanto rassicurano i vertici della società italiana, impegnati invece – fanno sapere – nell’integrazione delle due realtà in un nuovo gruppo del biomedicale – chiamato LivaNova – da 2,7 miliardi di dollari di capitalizzazione. L’Avvocatura dello Stato ha appena chiesto al Tribunale di Milano (con notifica avvenuta lo scorso 24 luglio) di «fermare l’integrazione » tra Sorin e Cyberonics perché ritiene che l’operazione «avrebbe lo scopo di allontanare» la società italiana da «potenziali asserite responsabilità relative a una controversia in materia ambientale, tuttora in corso, nei confronti di Snia, precedentemente capogruppo di Sorin».

L’atto dell'Avvocatura - che rappresenta le pubbliche amministrazioni nelle controversie verso le controparti e che in questo caso agiscepercontodeiMinisteridell’Ambiente e dell’Economia, oltre che della Presidenza del Consiglio dei Ministri – è stato presentato nell’ambito della procedura prevista dall’articolo 2503 del Codice Civile, riguardante la facoltà di un creditore di opporsi a una fusione societaria. Eppure, secondo Sorin (che ieri in Borsa ha sofferto chiudendo in ribasso del 4,68% dopo aver toccato il fondo a -12%), si tratta di un’opposizione non solo infondata ma anche illegittima perché queste tre istituzioninonpotrebberofigurarecome creditori: «Nell’atto dell'avvocatura dello Stato sono scritte, a nostro avviso, duecosesbagliate: laprimaè il fatto che lo Stato si ritiene creditore di Snia, l’ex capogruppo di Sorin, quando è già stato negato in precedenza da due Tribunali che lo sia di Snia . E sono solo i creditori, o i potenziali creditori, che, secondo la legge italiana, possono presentare ricorsocontrounafusione– spiegaa Il Sole 24 Ore il presidente del gruppo Rosario Bifulco - La seconda è che l’Avvocatura ritiene la fusione con Cyberonics un’esterovestizione finalizzata a una fuga di responsabilità. Si tratta invece di un’operazione industriale che, anzi, crea un’azienda più robusta e perfettamente in grado di far fronte a crediti che per ora sono molto eventuali».

Certo è che, con il Tribunale che già lavora a ritmi estivi, la vera scommessa per Sorin è trovare un giudice competente in ambito societario che possa prendere in mano la vicenda senza troppi indugi: quasi tutti i passaggi per la fusione, infatti, sono stati completati con l’obiettivo di chiudere l’operazione per fine settembre. Manca solo il via libera degli azionisti di Cyberonics che dovrebbero riunirsi entro fine agosto (anche se non c’é stata ancora la convocazione ufficiale dell'assemblea). «Stiamo scrivendo le nostre controdeduzioni e confidiamo di poterle esporre davanti al giudice in agosto. La fusione sta andando avanti e c'è un team di 25 top manager per ciascuna azienda che lavora all’integrazione » aggiunge Bifulco. In ogni caso Sorin, che ha avuto origine nel gennaio del 2004 da un’operazione di scissione parziale di Snia (finita poi in amministrazione straordinaria con sette ex consiglieri di amministrazione rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta), sembra essersi preparata per affrontare gli strascichi legali relativi alla separazione dell’ex capogruppo. La società, in particolare, cita una decisione del giudice che, nel luglio del 2014, ha rigettato - seppur in via provvisoria - l’istanza di ammissione al passivo di Snia delle Pa, escludendo, di conseguenza, anche la rivalsa su altre società dell’allora gruppo Snia come Sorin. «Conoscendo la vicenda Snia e prevedendo una possibile decisione di questo tipo da parte dell’Avvocatura dello Stato, avevamo inserito questa eventualità fra i rischi dell'operazione – conclude Bifulco - Non si tratta quindi di una sorpresa per i nostri soci americani. Tuttavia decisioni di questo tipo rischiano di fare danni non solo agli azionisti delle aziende coinvolte, ma anche all’attrattività del sistema Italia». 

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Varedo - EXPO ARTE Mostra arte contemporanea Villa Bagatti Valsecchi

di A. Migliaccio

Mangiatori di nuvole. Realismo pittorico, mito e allegoria nell’arte contemporanea

L’idea è semplice, ma così intensa da lasciarci increduli. E qui la realtà assume un significato simbolico, un secondo livello oltre quello dell’apparenza. Tanto che la prima realtà rapidamente si dissolve, e noi siamo costretti a vedere altro. Anche chi sarà invitato alla vernice di questa mostra potrà entrare in scena e farsi l’Angelo senza ali di una nuova Annunciazione, o Maria Maddalena, o Caino. Non dovrà fare altro che continuare a vivere come se stesso. La pittura di Normanno ne asseconderà l’esistenza indirizzandola verso un valore più alto, verso una verità scritta nella storia dell’uomo. Vittorio Sgarbi – Recensione a vernice di Rocco Normanno.

Dove va l’arte contemporanea?
Una ventina d’Anni fa alla più importante manifestazione artistica internazionale (Cassel) non avremmo trovato facilmente un lavoro fatto con tela e pennello, men che meno costruito nello stile accademico. Solo opere multimediali, istallazioni, fotografie.
Chi avesse inteso proseguire il filone di una ricerca figurativa sarebbe stato considerato poco più che un pittore della domenica.
Oggi, la mostra che possiamo visitare a Varedo presso la Villa Bagatti Valsecchi, curata da Vittorio Sgarbi nell’ambito di EXPO Arte, è uno strano miscuglio di stili e mezzi espressivi, ma colpisce la presenza abbondante di un filone neo figurativo in pittura e scultura che il critico va coltivando da tempo.
Ci sono certamente citazioni delle avanguardie. Al visitatore che comincia il suo percorso dal loggiato esterno appaiono per prime le grandi sculture nello stile di Moore e i pesci di terracotta smaltata (come non rivedere le anfore di Kounellis?) ma cosa del tutto differente dalla poetica del recupero dell’arte povera, dall’assemblaggio non bisognoso di ulteriore intervento che quello della composizione. Il ritorno al classico nelle tecniche è il fatto dominante. Non chiamatelo realismo. Piuttosto un ritorno all’allegoria e al simbolismo. Orrori di meduse e teste mozzate. Ritorno dei temi epici e dell’arte sacra.
Nelle sale interne un grande crocefisso ligneo si china sul visitatore, con la forza brutale della verità carnale della crocefissione, come dovette apparire l’opera del Mantegna ai suoi scandalizzati contemporanei. Il tema religioso e le storie bibliche tornano nelle rappresentazioni Così come torna il Mito. E che c’è di reale nella mitologia? Niente, se non l’interpretazione poetica della realtà.
Il catalogo curato da Sgarbi è in preparazione e non sarà pronto prima di settembre. Resta perciò parzialmente oscura la scelta editoriale. Il motivo dell’assenza di percorsi tematici e l’accostamento di opere del tutto differenti nelle forme e nei contenuti. Impossibile pensare che non sia stata una scelta.
Non possiamo che fare a nostra volta una scelta e soffermarci su quelle opere che rappresentano una “scuola” comunemente nota come nuovo realismo pittorico.
Pitture e sculture che anche con fastidioso e sgradevole eccesso accarezzano il deforme, l’anti estetico. La vecchiaia, l’anti erotico. Un filone che attraversa la storia dell’arte dai fiamminghi al romanticismo, come ci ha raccontato Umberto Eco nel bel saggio Storia della bruttezza. Il bello non è che uno e banale, il brutto un’immensa molteplicità. E’ la realtà. Sempre interpretata. L’eccesso di realismo diventa una porta per un’altra realtà.
Ci soffermeremo allora sui più coerenti interpreti di questi filone. Rocco Normanno, col suo “Suicidio”, Roberto Calò col suo mangiatore di nuvole e il Tommasi Ferroni (di cui diamo qui sotto un assaggio con un’opera, Il pittore e la modella del 1976, che non è esposta in questa mostra).
Riccardo Tommasi Ferroni, Il pittore e la modella, 1976

In Spagna questa scuola di pensiero trova espressione nella Scuola di Chinchón. E’ il nome con cui Claudio Malberti battezzò il gruppo di pittori che avevano ottenuto la borsa di studio presso la Fondazione Arte e Autori Contemporanei di Chinchón, quando esposero a Milano nel novembre 2002. L’anno prima Malberti aveva aperto la Galleria Marieschi, un’elegante spazio espositivo nel pieno centro di Milano.
Vittorio Sgarbi ne curò alcune vernici e spiegò la tendenza della nuova galleria, in difesa della Pittura e del Realismo Contemporaneo. Rivolgendosi ai realisti del mondo, Sgarbi terminava il suo appassionato discorso dichiarando: “Oggi tanti giovani artisti possono serenamente prendere in mano il pennello e guardare la tela bianca per riempirla di idee, di passioni e di sentimenti senza sentirsi lontani della storia o travolti da una critica o da un’avanguardia che li aveva tagliati fuori per tanti anni.” In pieno secolo XXI è un fatto comprovato che i pittori, per il solo fatto di essere realisti, incontrino difficoltà ad esporre le loro opere e ad accedere ai grandi apparati della cultura globale come, per esempio, le fiere e i musei di Arte Contemporanea.
Da allora questa tendenza si è andata sviluppando sotto il nome di nuovo realismo pittorico. Qualcosa che almeno nel discorso dei critici rimanda al Manifesto per un nuovo realismo di Maurizio Ferraris. Bella e condivisibile bandiera per il ritorno a un pensiero “Forte” al posto del pensiero debole che aveva distrutto le ideologie e con esse le idee e gli ideali.
Ma ditemi che cosa c’è di realistico nel mangiatore di nuvole di Calò o nel suicidio di Rocco Normanno (sotto). Non più di quanto realismo ci fosse nel Temporale di Giorgione o nella Vergine delle rocce di Leonardo. Possiamo certamente parlare di ritorno del figurativo, dell’uso di tecniche pittoriche classiche che erano andate in disuso. Tecniche ma non contenuti. Anche se in questa mostra i temi attuali li troveremo, di sfuggita.

Rocco Normanno “Il Suicidio”

Tecniche reinterpretate, nello stile dell’iperrealismo (nel caso del pugliese Rocco Normanno le cui opere hanno una cifra ben caratterizzata).
Nature morte realizzate con la tecnica fotografica, ma nello stile dei migliori pittori napoletani del settecento. Opere che effettivamente accarezzano i dettagli di un pesce, di un carciofo o di un melograno, ma lontanissime dall’intento di riprodurre il vero in maniera fedele con uno scopo fine a sé stesso. Perché dunque chiamare realismo pittorico questo ritorno al barocco?
Gli è che gli artisti sono più saggi dei rottamatori. Hanno finalmente fatto buon uso di secolari eredità. Del barocco recuperano tutta l’inquietudine, di più, con lo stesso tremendo presagio che si respirava nell’arte tedesca tra le due guerre. Non un buon presagio.
Ai piedi della scala d’accesso al primo piano ci accoglie una nidiata di topi di ceramica smaltata. Sgaiattolano da un ripostiglio in disuso. Sono veri, nel senso che faranno trasalire per un istante il piede dello spettatore.
L’artista cerca la verità e la verità non è nell’apparenza. L’artista crea una nuova realtà virtuale, che serve per interpretare il mondo, come fa il mito. Realisti furono coloro che portarono nell’arte temi sociali, che misero contadini al posto degli dei e delle ninfe. Certamente il Caravaggio, che molti di questi artisti citano nella tecnica e nella luce. Certamente verismo c’è in un filone della pittura fiamminga, in Van der Meer e nelle sue scene di vita quotidiana. Verismo e naturalismo straordinariamente moderno, ci fu in un artista come Francisco Goya, che aveva posto le basi di tutte le avanguardie e non lo sapeva. Non è questa l’operazione che fanno questi artisti. Permetteteci una definizione altra. A noi i mangiatori di nuvole affascinano, ma li chiameremo neo barocchi.

 

Il progetto è definito ma sulla vasca anti-Seveso ora monta la protesta

di Ilaria Carra da la Repubblica

IL PROGETTO per la vasca di laminazione di Milano è pronto. Gli esperti di Metropolitana milanese hanno messo a punto il piano di lavoro per il bacino che verrà realizzato dentro al Parco Nord, uno dei tasselli del più ampio programma per contenere il Seveso. Quello, più precisamente, che servirà a gestire le piene provocate dalle immissioni del fiume maledetto a valle di Palazzolo. Il progetto complessivo per contenere le piene prevede cinque vasche di laminazione a Senago, Paderno Dugnano, Milano, Varedo e Lentate sul Seveso. Grandi conche per dar sfogo alle piene: a fine emergenza, con una rete di canali e pompe idrovore, l’acqua verrà reimmessa nel fiume. La prima, l’unica oggi finanziata, è quella a Senago. Dopo la valutazione di impatto ambientale, la vasca avrà dimensioni leggermente più contenute. Rispetto alle previsioni iniziali, sarà meno profonda — da 17 a 14 metri — e arriverà a contenere dunque come massima capienza circa 800mila metri cubi d’acqua, anziché 970mila.

Un modo, anche, per andare incontro alle richieste del territorio, da sempre ostile al progetto, anche se difficilmente placherà le proteste. I lavori, previsti in un primo momento in partenza a giugno, in realtà sono annunciati entro la fine dell’estate, e dureranno circa un anno. Il piano complessivo, da 110 milioni dei quali 30 da Comune e Regione e i restanti promessi ma non ancora versati dal governo, prevede poi la vasca di Paderno e quella di Milano. Venerdì è atteso in giunta comunale il via libera al progetto di Mm da parte di Palazzo Marino. Un piano per una vasca da circa 240mila metri cubi d’acqua e profonda dieci metri che normalmente, senza piene, apparirà come un lago di cava. Sempre venerdì sera, all’auditorium in zona Niguarda, gli assessori Granelli (Sicurezza) e Maran (Ambiente) parteciperanno a un’assemblea pubblica per spiegare ai residenti i dettagli del progetto. Ma i contrari sono già pronti a far valere le proprie ragioni, c’è già anche il Comitato “Acque pulite l’alternativa alle vasche”: «La vasca qui è uno scempio inutile che non serve e non deve essere fatta — spiegano sui loro volantini che girano sui social — è un rimedio arcaico, esistono alternative che non deturpino il territorio ». Contrari pronti a elencare altre opzioni, da piccole cisterne ai rain garden, per dire no alla vasca nel Parco Nord.

Alluvioni del Seveso. La Regione: mancano i fondi del governo

da il Corriere della sera

Mancano i soldi per le opere anti-esondazioni del Seveso. Meglio: mancano i soldi del governo per avviare le vasche di laminazione lungo il corso del fiume. Lo dice l’assessore regionale al Territorio, Viviana Beccalossi: «La pioggia che in queste ore continua a scendere su Milano richiama ancora una volta l’attenzione sul silenzio assordante del governo Renzi che, dopo aver promesso da mesi i fondi necessari alle opere per la messa in sicurezza del fiume Seveso, non ha onorato gli impegni, dimenticandosi 80 milioni di euro indispensabili per evitare le ennesime esondazioni».

Per evitare che Milano finisca ancora una volta sott’acqua servono 110 milioni di euro per costruire una serie di vasche di laminazione, lungo il corso del Seveso. La prima in calendario dovrebbe essere quella di Senago, le altre a Paderno Dugnano, Lentate sul Seveso e nel Comune di Milano. «A oggi continuano a essere a disposizione solo i 10 milioni stanziati da Regione Lombardia e i 20 milioni di Palazzo Marino, utili per realizzare solo la prima vasca a Senago. Ormai da mesi — prosegue Viviana Beccalossi — il governo ha annunciato di aver risolto il problema di Milano. L’ennesima politica degli annunci, a cui preferiremmo senza ombra di dubbio un bonifico, dato che fino a oggi le uniche risorse stanziate per il Seveso sono i 30 milioni già impegnati da Regione Lombardia e Comune di Milano, utili solo per iniziare i lavori sulla prima vasca di Senago». «Faccio appello — conclude Beccalossi — anche ai parlamentari e ai consiglieri regionali, soprattutto a quelli di opposizione, sempre attenti e pronti a salire in cattedra per contrastare la giunta Maroni in tema di dissesto idrogeologico, ma che su questo tema, evidentemente, preferiscono non disturbare Renzi per chiedergli conto delle sue promesse mancate».

Via ai cantieri salva-Seveso ma i vasconi antipiena potrebbero non bastare

di Ilaria Carra da Repubblica de il 21/11

L’UNICO dubbio, ma solo perché si sta finendo di analizzare i dati, riguarda l’ultima piena, quella di sabato scorso, che gli addetti ai lavori definiscono «terribile» e dunque probabilmente incontenibile. Tolta quella, però, la certezza degli esperti è matematica: le 18 esondazioni del Seveso degli ultimi quattro anni si sarebbero potute evitare, se tutte le quattro le vasche di laminazione previste dal progetto antipiena fossero già state realizzate. Mentre sarebbe uscito dagli argini solo quattro volte, se sul territorio fosse in funzione la metà dei bacini previsti. Sarebbero bastate tre vasche — quelle di Senago, Paderno Dugnano e Varedo — per contenere l’onda di mercoledì scorso, che ha mandato sott’acqua Niguarda e l’Isola. La rilevazione l’ha fatta l’Aipo, l’Agenzia interregionale per il fiume Po. Un calcolo che mira a convincere gli scettici della bontà del progetto antipiena che, fatto e finito, è previsto attivo solo nella seconda metà del 2016. Se si allarga il raggio temporale, in un secolo e mezzo il Seveso ha oltrepassato gli argini 350 volte, due allagamenti e mezzo all’anno di media, nove volte solo quest’anno. Oltre a causare centinaia di milioni di danni. Il progetto complessivo per contenere le piene del fiume maledetto, a firma Aipo, prevede quattro vasche di laminazione, grandi conche per dar sfogo alle piene a Senago, Varedo, Paderno Dugnano e Lentate sul Seveso. Più una a Milano.

A fine emergenza, con una rete di canali e pompe idrovore, l’acqua viene rimessa nel fiume. La prima vasca, l’unica oggi finanziata, è quella di Senago. Trenta milioni di investimento, paga il Comune (20) e la Regione (10). Il progetto definitivo è stato consegnato dall’Aipo proprio nei giorni scorsi: profonda 14 metri, ci vogliono cinque ore per riempirla e due giorni per svuotarla. In tutto questa conca ha una capacità di 970mila metri cubi d’acqua ed è divisa in tre sezioni che si riempiono “a domino”: quando l’acqua arriva alla terza significa che si è al massimo della capienza. Solo con questa vasca, che è la più osteggiata dal territorio con il Comune che da anni lotta con tro la sua realizzazione, secondo l’Aipo negli ultimi quattro anni si sarebbero evitate senz’altro nove esondazioni, forse 11 (due sono in dubbio), e negli altri casi si sarebbero comunque limiti i danni. Ma Senago non basta: dal 2010 in otto casi il Seveso avrebbe allagato comunque Milano, anche se il bacino di contenimento ci fosse stato.

Non sarebbe straripato per 15 volte se oltre a Senago avesse contribuito la vasca prevista a Paderno, ma in quattro casi non sarebbe bastato neppure questo. Solo con i lavori fatti anche a Lentate sul Seveso si sarebbero evitate certamente 18 esondazioni su 19. E l’unica in dubbio, appunto, è quella record di sabato scorso. Parte dei 30 milioni della prima vasca servono anche a rafforzare la portata del canale scolmatore di Nord Ovest in quell’area, tra i torrenti Pudiga e Garbogera. L’iter per la prima vasca è però piuttosto lungo: è partita la trafila per la valutazione d’impatto ambientale, la Via, prevista per legge, con il territorio che potrà avanzare le proprie osservazioni al progetto, poi toccherà alla conferenza dei servizi. Mesi, di fatto. Aipo spera di poter bandire le gare per le opere a febbraio, per far partire i lavori a giugno. Ci vorrà almeno un anno. Poi, da dicembre 2015, toccherà alle vasche di Paderno, Milano, Varedo e Lentate sul Seveso, in quest’ordine di priorità. Quella di Milano, prevista nel Parco Nord, secondo gli esperti servirà a gestire le piene provocate dalle immissioni del Seveso a valle di Palazzolo, il progetto lo sta realizzando Mm. Già da novembre partirà invece l’allargamento del canale scolmatore e, novità, la bonifica del fiume con nuovi depuratori — 90 milioni, entro la fine del 2015 — per migliorare la qualità dell’acqua del «fiume più inquinato d’Italia».

Alluvioni Seveso - Vasche, tunnel e canali. Cinquant’anni di progetti nati già vecchi (o inutili)

di Andrea Senesi da il Corriere della sera

I laghetti artificiali per drenare le acque ora si faranno. A Senago i lavori partiranno a giugno prossimo, in pieno Expo, e si concluderanno dodici mesi dopo. L’intervento da trenta milioni di euro basterà a mantenere il Seveso tra i suoi argini? I report dei tecnici non lasciano troppe speranze. Si prendano le ultime 18 alluvioni: le stime raccontano che solo in undici casi le vasche di laminazione avrebbero evitato che mezza Milano finisse a mollo. Dopo cinquant’anni di dibattiti, l’annuncio dei cantieri a Senago è comunque già qualcosa.

Ma appunto cos’è successo in questo mezzo secolo a nord di Milano? Il primo progetto, quello del canale scolmatore di Nord-Ovest, risale proprio al 1954: la sua realizzazione al 1980, 26 anni dopo. Un progetto nato vecchio. Perché di acqua lo scolmatore ne può drenare una certa quantità, 30 metri cubi al secondo, e non di più: vent’anni più tardi s’inaugurerà così il raddoppio dello scolmatore di Palazzolo. Ma non tutto, solo il primo tratto: più o meno, 3 chilometri. Col risultato che se davvero si portasse a regime il superscolmatore (raccogliendo 60 metri cubi al secondo) l’esondazione si sposterebbe solo di qualche chilometro. E qui si torna a Senago, all’idea delle vasche di laminazione che permetterebbero di sfruttare appieno le potenzialità dello scolmatore «raddoppiato». Nel mezzo — tra il 1980 e il mese scorso, quando è stato ufficializzato il via libera del governo ai laghetti di contenimento — ci sono almeno un paio di soluzioni tecniche accantonate dopo studi di fattibilità, soldi messi a bilancio e relative polemiche. Per anni si è per esempio favoleggiato di un secondo canale scolmatore, quello di Nord-Est, che avrebbe dovuto portare le acque del Seveso non nel Ticino ma nel Lambro. Oggi i tecnici ne parlano come di un pericolo scampato, anche perché il Lambro esonda ormai quanto il Seveso.

Ancora più avveniristico sarebbe stato il gigantesco «tubo» sotterraneo — siamo ai tempi di Gabriele Albertini — di undici chilometri e rotti che avrebbe incanalato l’acqua in eccesso del tratto di Niguarda verso Ponte Lambro. Trasformare l’idea in pratica sarebbe però costato un patrimonio: 70 milioni di euro, che la giunta successiva di Letizia Moratti decise di investire altrimenti (comprare obbligazioni di Aem e guadagnare la parità azionaria con Brescia in A2a). Le vasche di Senago si faranno, e chissà se poi arriveranno davvero anche le altre promesse: Paderno, Varedo, Lentate, una persino a Milano, al parco Nord. Ma i progetti, celebrati e poi rimandati, quando non cestinati, raccontano di una storia che non è solo d’ingegneria idraulica.

Nelle piene del Seveso (del Lambro) sono affogate la politica che non decide, la burocrazia che frena, la cultura dell’emergenza che mai pianifica. Da qui bisogna partire, raccontano gli esperti. Gianfranco Becciu, professore di costruzioni idrauliche al Politecnico, dice che sul banco degli imputati andrebbe messa un’intera generazione di amministratori. «La responsabilità è di una gestione del territorio poco attenta ai problemi delle acque e del territorio». E una classe politica, certo, «che va a ruota dell’opinione pubblica, 15 minuti di celebrità e poi via con l’emergenza successiva ».

Altro paradosso. Il Seveso è governato, si fa per dire, da ben due enti pubblici. L’Autorità di Bacino e l’Agenzia Interregionale per il Po (Aipo). Il braccio teorico e quello operativo, in teoria. In pratica una confusione di ruoli e di competenze che ha portato a continui rimpalli di responsabilità e a scarsissima trasparenza. Il problema vero, dice ancora Becciu, è l’urbanizzazione selvaggia. Il Seveso e il Lambro nascono e crescono in una della zone più congestionate d’Europa. Quando piove l’acqua cola nei tombini e da lì sgorga nel fiume. Gli argini stretti dal cemento dei capannoni e gli alvei che inghiottono rifiuti industriali fanno il resto. «Le opere idrauliche vanno fatte», ammette lo stessi Damiano Di Simine, presidente lombardo di Legambiente. «È che non basteranno se non si abbandona la cultura del cemento». Oggi al Pirellone proseguirà la discussione sulla legge sul consumo di suolo (lo stesso Consiglio delle Autonomie Locali ieri ha espresso una serie di riserve). «Quel testo significa altro cemento. E allora altro che vasche di laminazione, i fiumi continueranno a straripare e noi a ritrovarci a mollo»

«I soldi delle Vie d’Acqua per il Seveso»

di Elisabetta Soglio da il Corriere della sera

I soldi delle Vie d’Acqua per finanziare (in parte) il piano antiallagamenti. Il commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, ci sta pensando: «L’Expo, non so ancora in che forma, dovrà comunque portare un suo contributo anche al problema delle esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro che sta colpendo Milano». Il tema si intreccia appunto a quello delle Vie d’Acqua, che sicuramente non si concluderanno in tempo per l’apertura di Expo. È il sindaco Giuliano Pisapia, al termine dell’incontro con il sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio, a spingersi oltre: «Per quanto riguarda le Vie d’Acqua penso che si debba valutare l’opportunità, eventualmente anche con interventi normativi, che parte dei fondi oggi destinati a questa opera possano essere utilizzati per interventi strutturali necessari a risolvere in via definitiva le criticità idrogeologiche». Il sindaco prosegue: «Si potrebbe quindi pensare a realizzare esclusivamente la parte delle Vie d’Acqua indispensabile per garantire la messa in sicurezza del sito di Expo 2015. Ho già sottoposto la questione al sottosegretario Delrio e spero ci possa essere una decisione in tempi rapidi».

Sala, in realtà, era stato più cauto: «Il tema è che bisogna obiettivamente arrivare all’Olona per mettere in sicurezza il deflusso dell’acqua e bisogna portare poi l’acqua alla Darsena, perché altrimenti cade molto del progetto di recupero dell’antico porto di Milano». Ma, anche su questo, tutto è relativo: proprio nei giorni scorsi, la Conferenza dei servizi aveva approvato lo spezzettamento in tre parti del progetto che deve far defluire l’acqua dal sito portandola appunto alla Darsena ed è proprio su questo che si potrebbe lavorare. L’idea, fino a ieri mattina, era che si arrivasse all’Olona per far uscire l’acqua che circonderà il sito arrivando dal Villoresi attraverso un comparto di canali già realizzato a nord dell’area destinata a Expo. Da settembre si continua per congiungersi al deviatore e infine, ma non prima del 2016, si porta l’acqua alla Darsena. Oltre 50 i milioni di spesa prevista (considerando anche gli extra costi), moltissime le polemiche dei comitati di quartiere e degli ambientalisti contrari ad un progetto giudicato «inutile, invasivo e costoso».

E proprio fra i comitati ieri è partito il tam tam sui social per cantare alla, parziale e momentanea, vittoria e per insistere sulla necessità di «cambiare rotta». «Per noi questo ripensamento è un primo passo, non ci vogliamo illudere e confermiamo il corteo che faremo il 22 novembre partendo dal parco Pertini alle 15», annuncia Agostino Giroletti del comitato No Canal. In realtà, già in mattinata Sala aveva anticipato l’uscita del sindaco aggiungendo però una serie di dubbi procedurali: «Non so se potremo spostare gli investimenti previsti per questo progetto su un altro, visto che sono legati ad un decreto del governo che fissa la destinazione ». Certo, «di fronte a una emergenza del genere non si può restare indifferenti. Voglio provare a ragionarci e capire cosa si può fare: io ovviamente sono un manager e devo essere certo, dal punto di vista tecnico, della fattibilità delle cose». Nel frattempo, il sottosegretario Graziano Delrio durante un vertice in prefettura ha ribadito: «Il patto di Stabilità non sarà un problema per chi ha subito eventi catastrofici come il terremoto, o eventi drammatici come le alluvioni» e ha confermato l’inserimento di una clausola ad hoc nella legge di Stabilità. Il governatore lombardo Roberto Maroni, presente all’incontro a Palazzo Diotti, ha incalzato il governo: «Ho chiesto poteri in deroga per gestire le emergenze maltempo, perché oggi non ho poteri necessari. Su questo — ha concluso — è stato preso un preciso impegno ».

Alluvione Seveso. Il canale anti piene? Solo nel 2016

di Paolo D'Amico da il Corriere della sera

Il cantiere per il potenziamento dello scolmatore Nord Ovest, che porta le acque del Seveso al Ticino, ha già aperto i battenti. I lavori si concluderanno nel settembre del 2016. Costo dell’opera: 23 milioni di euro. Ma l’ampliamento (non il raddoppio) dello scolmatore «non è la panacea a tutti i mali, perché non si può scaricare nel Ticino che attraversa aree protette più di un tot di acqua del torrente più sporco d’Europa, il Seveso». È stato chiaro l’ingegnere Luigi Mille, di Aipo, l’agenzia interregionale per il fiume Po che lavora al progetto per la messa in sicurezza idraulica del Seveso, presentando alla commissione Ambiente in Comune, alla presenza dell’assessore Pierfrancesco Maran, lo stato dell’arte dei lavori. Avanza, intanto, il progetto per la prima vasca di laminazione di Senago: entro il 15 novembre parte la procedura di Via (valutazione impatto ambientale) del progetto definitivo.

L’avvio del cantiere è previsto per il giugno 2015 e la chiusura lavori entro un anno. I costi, 30 milioni di euro, sono coperti per due terzi dal Comune di Milano e per un terzo dalla Regione. A giorni parte anche la rimozione dei sedimenti del tratto tombinato del Seveso in città (che creano l’effetto tappo, tale da far saltare le vasche di via Valfurva, a Niguarda), per la quale il Comune ha stanziato un milione e 100 mila euro: i lavori si devono concludere entro febbraio 2015. Il presidente della commissione, Carlo Monguzzi, ha anticipato che le riunioni sul tema Seveso «saranno ripetute nel tempo, per dare la possibilità di ascoltare i sindaci dei comuni dell’hinterland interessati dalle vasche di laminazione». Si tratta di Paderno Dugnano (nell’ex Snia in parte bonificata), Varedo, Lentate sul Seveso - che, complessivamente, dovranno essere realizzate entro il dicembre 2015 e avranno una portata d’acqua pari a 4 milioni e 200 mila metri cubi. Nella riunione è stato simulato il funzionamento degli impianti. Le 3 vasche di Senago avranno un tempo di riempimento di 7 ore e 30 minuti e si svuoterà in 51 ore (due giorni e 6 ore).

In un anno ad alta piovosità come il 2014 le vasche si sarebbero riempite per 20 giorni complessivi. Il progetto prevede anche la creazione di aree golenali di esondazione nei comuni di Carimate, Vertemate con Minoprio e Cantù. Il consigliere di opposizione Luca Lepore ha chiesto la tempistica anche per quanto riguarda l’ultima vasca, quella da 150 mila metri cubi di portata che sarà collocata nel Parco Nord. Mentre Fabrizio de Pasquale ha denunciato l’assenza di interventi sulle decine di tombini rotti che Amsa non può pulire. Altri fondi sono stati stanziati con i «contratti fiume »

La colata di cemento sul bacino del Seveso

di Ilaria Carra da la Repubblica

IL COMUNE di VAREDO è uno dei casi più emblematici. Negli ultimi dieci anni la superficie urbanizzata, in questa cittadina della bassa Brianza, è cresciuta del 10 per cento, salendo così al 67. Capannoni, edifici pubblici, abitazioni private, parcheggi: in una parola, cemento. Ma nello stesso periodo, i nuovi abitanti sono aumentati “solo” del 2,5 per cento.

OGNI nuovo cittadino, cioè, ha occupato idealmente mille metri quadri di terreno, spesso per farci una villetta con giardino, che prima era libero. Una sproporzione netta, per gli esperti, tra il consumo di suolo e le esigenze demografiche. Non è un caso isolato, questo, tra i vari comuni lungo il bacino del Seveso, il fiume maledetto che in 140 anni ha causato 350 allagamenti, l’ultimo l’8 luglio portando in dono oltre venti milioni di danni anche a Milano città. E quanto si è costruito in questi comuni è tutt’altro che secondario in questa partita. Il ragionamento è questo: un terreno vuoto fa da spugna. Un dato per capire: un ettaro di prato è in grado di assorbire 3,8 milioni di litri di acqua, una quantità pari a una pioggia di 400 millimetri. Lo stesso ettaro, se urbanizzato, non solo non trattiene nulla ma produce anche un costo sociale di 6.500 euro ogni anno. Perché se l’acqua, quando piove, non s’infiltra nel terreno perché incontra ostacoli di qualsiasi natura — da un capannone a un edificio fino a un parcheggio asfaltato — il flusso scorrerà e riempirà più velocemente il fiume, nella fattispecie il Seveso, che strariperà prima. Tocca dunque alle amministrazioni governarne il flusso, ovvero farsi carico del drenaggio che non avviene in modo naturale causa cemento.

La fotografia dei livelli di urbanizzazione la scatta il Politecnico, che da anni assieme a Legambiente ha una squadra di esperti incaricata proprio di studiare gli effetti sull’ambiente del consumo di suolo. E lungo l’asse del Seveso sono visibili a ogni esondazione. È qui che si arriva a picchi di 80 per cento di territori costruiti, specialmente a valle, nei comuni verso Milano. Bresso su tutti, ma anche Bovisio Masciago, Cinisello Balsamo. Ma ci sono anche comuni del Comasco di pochi abitanti, come Montano Lucino, dove si continua a costruire ben oltre la necessità demografica. «Se i terreni attorno al bacino del Seveso vengono progressivamente impermeabilizzati, una quantità maggiore di acqua arriva nel fiume in un tempo inferiore — spiega Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale ambientale al Politecnico —. L’acqua va dove vuole e contribuisce alla formazione delle piene: il fiume è come un registratore, ci sono stati comportamenti urbanistici fuori controllo sia a monte sia a valle dell’asse del Seveso». Tradotto, si è costruito troppo.

Lo pensa anche il ministro all’Ambiente, Gian Luca Galletti, che tre giorni fa, dopo la presentazione del maxi progetto per contenere il Seveso per il quale il governo promette di sborsare 140 milioni, diceva che «le cause dell’attuale condizione di dissesto idrogeologico, e si pensi, per stare sull’attualità, ai fiumi Seveso, a Milano, e Bisagno, a Genova, vanno ricercate anche nell’eccessivo consumo di suolo dovuto alla speculazione edilizia e all’urbanizzazione senza regole che hanno trasformato radicalmente la morfologia dei suoli».

Il progetto delle cinque vasche di laminazione per contenere le piene lo pagano anche Comune di Milano e Regione ma soprattutto il governo. Gli esperti non sono molto d’accordo: «Oggi è lo Stato che deve mettere soldi pubblici per compensare una edificazione scellerata quando spetterebbe intervenire ai Comuni che hanno generosamente autorizzato concessioni per costruire », dice Pileri. Che aggiunge e avverte: «Oggi non c’è uno strumento urbanistico funzionante in grado di coordinare l’attività urbanistica lungo l’asse fluviale, bisogna prendere la decisione di far risalire nell’agenda la variabile ambientale, altrimenti rimarremo sempre a leccarci le ferite ».

Gli ambientalisti da tempo insistono sul legame cemento-alluvioni. «Una media del 70 per cento del territorio urbanizzato lungo il Seveso è più che sufficiente a spiegare perché il fiume sia così pericoloso — critica il presidente lombardo di Legambiente, Damiano di Simine —. Il consumo di suolo è molto maggiore nei Comuni che si trovano a valle del punto in cui parte il canale scolmatore: questo vuol dire che basta un violento temporale tra Paderno e Bresso, dove non ci sono opere che permettano di deviare le portate, a provocare un disastro a Milano ». Non solo, il futuro è nero: «Milano si prepari al peggio — avverte di Simine — le piogge di quest’estate neanche nel momento peggiore, l’8 luglio, sono state lontanamente vicine ai volumi di pioggia che si sono verificati a Genova o nell’Alessandrino ».

Partono i lavori per fermare il Seveso ma in cassa ci sono 30 milioni su 140

di Ilaria Carra da la Repubblica del 21/10

IN UN secolo e mezzo 350esondazioni, due allagamenti e mezzo all’anno di media, sei solo da gennaio. E centinaia di milioni di danni. Di mettere un argine al Seveso che sbotta e straripa si parla da decenni. Tutta la politica, sostenuta dai tecnici, giura che questa sia davvero la volta buona. C’è un progetto, ci sono scadenze e alcuni fondi certi: 30 milioni, li hanno messi il Comune (20) e la Regione (10) per far partire la prima opera idraulica nella contrarissima Senago. Ce ne vogliono almeno 110, il governo assicura che arriveranno e tutti lo sperano davvero.

E nel piano anti-Seveso spunta anche una vasca di laminazione a Milano, nel parco Nord. La studierà Mm. Il progetto complessivo per contenere le piene del fiume maledetto prevede cinque vasche di laminazione, grandi conche per dar sfogo alle piene: a fine emergenza, con una rete di canali e pompe idrovore, l’acqua verrà reimmessa nel fiume. La prima, l’unica oggi finanziata, è quella a Senago: progetto definitivo entro dieci giorni, poi la valutazione d’impatto ambientale, cantieri a giugno, un anno di lavori. Profonda 14 metri, ci vogliono cinque ore per riempirla e due giorni per svuotarla. Poi, da dicembre 2015, toccherà a quelle di Paderno Dugnano, Milano, Varedo e Lentate sul Seveso, in quest’ordine di priorità. Già da novembre partirà invece l’allargamento del bacino del canale scolmatore di Nord ovest e, novità, la bonifica del fiume con nuovi depuratori — 90 milioni, entro la fine del 2015 — per migliorare la qualità dell’acqua del «fiume più inquinato d’Italia».

Dal governo c’è convinzione: «Un nuovo inizio, si volta pagina — dice il capo Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico Erasmo D’Angelis, ieri presso la sede della Corte dei conti — . Il governo dà la garanzia della totale copertura finanziaria dei 110 milioni necessari, 50 con lo Sblocca Italia e 30 con un accordo di programma tra la Regione e il ministero dell’Ambiente». In realtà, però, servono 140 milioni, perché in corsa è stata aggiunta anche la vasca di Milano, che ne costa 30: «I fondi per Milano — dice D’Angelis — verranno inseriti nel progetto tra un mese, quando si saprà di preciso quanto costa, e se ne farà carico il governo». Tanti, difatti, temono che l’incertezza sui fondi possa pregiudicare il progetto. Se si facesse solo la vasca di Senago, avvertono i tecnici, si abbasserebbe l’onda di piena del 25 per cento, un tampone. Il sistema di difesa funziona solo a regime. Quanto alle perplessità da parte del territorio, «l’atteggiamento deve essere collaborativo, perché noi partiamo con i cantieri e non si fermano più — afferma D’Angelis — . Lo prevede lo Sblocca Italia: una volta assegnati i cantieri non si possano bloccare». Neanche se il ricorso è accettato. Un fatto non secondario.

L’Agenzia interregionale per il fiume Po, responsabile del progetto, ricorda che le vasche somiglieranno a laghetti, con verde e piste ciclabili. Ma i mugugni sul territorio restano: «La nostra vasca andrebbe allontanata dalle case — dice il sindaco di Paderno, Marco Alparone, centrodestra — e va garantita la pulizia delle acque, se no sarà difficile accettare una fogna a cielo aperto. Discutiamone, per vent’anni non s’è fatto niente, ora non è correndo che si trovano le soluzioni migliori».

La politica esulta. Per l’assessore regionale al Territorio, Viviana Beccalossi, «senza prevaricare i territori, si passa dalle proteste e gli annunci ai fatti». Palazzo Marino, con l’assessore all’Ambiente Pierfrancesco Maran, è sicuro di «aver fissato gli impegni che faranno partire le opere per evitare le esondazioni e depurare il fiume». Sel chiede però «di tener aperto il confronto con i Comuni», e in particolare Pietro Mezzi, neoconsigliere della città metropolitana, critica: «Mancano divieti specifici per stoppare il consumo del suolo in quelle zone». Legambiente chiede che le vasche non siano l’unica opera: «Serve un piano più strutturato, come la delocalizzazione di edifici », dice il presidente lombardo, Damiano di Simine. Ed è critica Federconsumatori, per l’utilizzo di soldi pubblici: «Come sempre è Pantalone a rimediare alle carenze del nostro sistema pubblico». Cioè, i cittadini.

Vasche anti alluvione del Seveso. Il no bipartisan dei Comuni

di Andrea Senesi da il Corriere della sera del 21/10

Un paese di ventimila abitanti dove tutti sono d’accordo. Il sindaco del Pd, i leghisti, quelli di Forza Italia e persino i grillini. A Senago quella vasca di laminazione, «grande quanto venti campi da calcio», non la vuole nessuno. Quattro ordini del giorno approvati all’unanimità negli ultimi anni per dire sempre la stessa cosa, e cioè che gli interventi di drenaggio del fiume «più inquinato d’Italia » li facessero altrove. Più a valle, dove davvero ce ne sarebbe bisogno. Sindrome Nimby? «È che Senago non è nemmeno attraversata dal Seveso. L’opera idraulica andrebbe ad allacciarsi al canale scolmatore. E allora non capiamo perché debba toccare a noi ospitare la vasca. Ci hanno spiegato che il nostro è uno dei paesi meno urbanizzati dell’area e il cantiere si può aprire subito senza perdere troppo tempo con gli espropri. Perché dobbiamo pagare per altri?», chiede sconsolato Lucio Fois, il sindaco ribelle, che anche ieri ha ripetuto all’emissario del governo il no di tutto un paese.

Appena sarà possibile da Senago scatteranno i ricorsi, e pazienza se come dice Erasmo D’Angelis, l’uomo della task force governativa, i cantieri partiranno lo stesso. La resistenza di Senago è senza colori. A battersi contro la «super vasca» ci sono i partiti che raccolgono firme nei gazebo, ci sono i consiglieri regionali eletti in zona e ci sono ben due comitati di cittadini. Nel corso degli anni è stato tutto un fiorire di interventi alternativi, di piani B, di soluzioni «meno impattanti». Persino Pino Babbini, ex autista di Bossi ai tempi ruspanti della Lega delle origini, ha messo nero su bianco il suo controprogetto d’ingegneria idraulica per arginare il Seveso e per scongiurare insieme lo scempio delle gigantesche pozze di drenaggio.

Negli altri Comuni, dove più avanti dovrebbero arrivare le altre vasche, la situazione è più fluida. Il sindaco di Lentate sul Seveso, Rosella Rivolta, ieri s’è mostrata decisamente più conciliante del collega di Senago. Lungo il corso del Seveso è in corso una partita tutta politica. Sono in gioco i territori, i campanili, i voti, le preferenze. Il Pd punta il dito contro l’«inerzia» di Maroni. «Ora è lui il commissario, è lui che deve prendere in mano la situazione». Replica dal fronte opposto: «Quelli del Pd fanno il doppio gioco. I loro parlamentari spalleggiano i sindaci e preparano interrogazioni in Parlamento contro gli interventi nel Nord Milano»

Seveso, vasca anti piena a Milano «I ricorsi non fermeranno i lavori». Cantieri dal giugno 2015

di Andrea Senesi da il Corriere della sera dle 21/10

I primi lavori partiranno tra nove mesi e la novità è che non li fermeranno nemmeno i prevedibili ricorsi. Il capo dell’unità di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico, Erasmo D’Angelis, è sicuro: la svolta è storica: dopo 140 anni e 350 esondazioni, il Seveso smetterà di fare danni. Il progetto è pronto. Cinque vasche di laminazione lungo il corso del fiume «più inquinato d’Italia». La prima in ordine di tempo sarà quella di Senago. Il piano ha ricevuto il via libera ufficiale i soldi sono sul tavolo: 30 milioni di euro, 20 dal Comune di Milano e 10 dalla Regione. Con buona pace delle perplessità del sindaco e del paese intero.

Lo «sblocca Italia » cambierà le regole del gioco: rivolgersi al Tar non basterà a stoppare i lavori. Che partiranno a giugno dell’anno prossimo e termineranno un anno dopo. Poi toccherà a Paderno Dugnano e quindi a Milano città. Perché la novità è che una della cinque vasche (le due rimanenti sono previste a Varedo e a Lentate) si realizzerà al Parco Nord, a due passi da Niguarda e dalle vie ciclicamente sommerse dalle piene. Si faranno confluire le acque in eccesso nelle nuove vasche, ma insieme si ripulirà l’alveo del fiume «maledetto».

Tutti soddisfatti o quasi, dopo il vertice con i sindaci dei Comuni interessati agli interventi. Dall’assessore milanese Pierfrancesco Maran («Questa è davvero la volta buona, grazie anche all’impegno concreto del governo Renzi») a quello regionale Viviana Beccalossi («Un progetto al quale hanno lavorato i migliori professionisti del settore a livello nazionale »). Anche le forze politiche esultano. Dal Pd a Fratelli d’Italia, tutti ufficialmente contenti. Rimane solo una piccola incognita legata ai finanziamenti. Sulla carta è tutto chiaro. Cinquanta milioni di euro dovrebbero arrivare da Roma dal decreto «salva Italia», gli altri sono vincolati a un accordo di programma ancora da sottoscrivere tra Regione e ministero dell’Ambiente. E rimangono ovviamente da convincere amministratori e cittadini.

Erasmo D’Angelis ne è convinto: «Sulle opere ci sarà spazio alla partecipazione degli abitanti dei Comuni interessati: verranno fornite informazioni puntuali sui progetti, sui tempi di realizzazione delle opere, sull’impatto che avranno sul territorio, su quali benefici apporteranno e quali manutenzioni saranno garantite».

Seveso, allarme piene. Piano da 110 milioni per risanare il territorio

di Andrea Senesi da il Corriere della sera del 20/10

Quattro nuove vasche di laminazione in altrettanti comuni del Nord Milano. Il piano Seveso è pronto: lo annuncerà stamani Erasmo D’Angelis, l’uomo a capo della task force di Palazzo Chigi creata per fronteggiare l’emergenza piene. Si troverà davanti una platea composta da sindaci dell’hinterland, ostili in massima parte all’ipotesi di nuove vasche di smaltimento delle acque all’interno delle loro amministrazioni. Il primo cantiere sarà, come annunciato da mesi (in realtà se ne parla da anni), quello di Senago.

Tempi strettissimi. Potrebbe essere inaugurato entro la fine dell’anno e concludersi entro il 2015. A seguire: Varedo, Lentate e Paderno Dugnano. In totale, 110 milioni di euro. Solo per Senago se ne metteranno sul tavolo trenta (20 dal Comune di Milano, 10 dalla Regione), mentre il resto dovrebbe arrivare da Roma. Nello sblocca Italia si prevede un investimento complessivo «contro il dissesto idrogeologico nazionale» di un centinaio di milioni, metà dei quali dovrebbe prendere la via del Nord Milano. I soldi insomma ci sarebbero, mancano ora da convincere gli amministratori. «È chiaro a tutti che gli interventi non possono più aspettare. Le opere che riguarderanno il Seveso e anche la depurazione delle sue acque vanno in un’unica direzione: la sicurezza dei cittadini», commenta l’assessore regionale Viviana Beccalossi.

L’opposizione del Pirellone punta però il dito contro l’«inerzia» di Maroni. «Col Salva Italia i presidenti delle Regioni hanno assunto il ruolo di commissari del governo per gli interventi sull’emergenza idrogeologica», osservano i consiglieri pd Laura Barzaghi e Fabio Pizzul: «Un commissario deve porre in atto decisioni concrete e anche il confronto con i territori non può fare a meno di tempi certi e azioni precise. È tempo che Maroni si muova e prenda sul serio il suo ruolo di commissario, la sua inerzia rischia di vanificare gli impegni fin qui presi e il lavoro di chi ha costruito un progetto che va realizzato ».

Fiume Seveso, finanziate le vasche anti piena «Adesso i Comuni trovino un’intesa»

di Andrea Senesi da il Corriere della sera

Lunedì arriverà a Milano l’uomo del governo. Obiettivo: convincere i sindaci dell’Alto Milanese a non bloccare le opere, a non mandare all’aria i progetti. Dalle parti del Seveso qualcosa si muove. I soldi ci sono, la politica romana pure, mancano i sì degli amministratori. Erasmo D’Angelis, coordinatore per Palazzo Chigi della missione contro il dissesto idrogeologico, sarà a Milano tra una settimana. Intorno al tavolo troverà i rappresentanti del Comune e della Regione, oltre ai sindaci dei Comuni «ribelli». Primo della lista quello di Senago, il paese dove dovrebbe nascere la grande vasca di laminazione pensata per arginare le piene del fiume e le conseguenti alluvioni a valle.

A Senago, ha annuncio lo stesso D’Angelis con una buona dose d’ottimismo, i lavori partiranno entro il mese di novembre e si concluderanno alla fine del 2015. Gli interventi antialluvione saranno di due tipi: «Il primo è quello della messa in sicurezza idrica con un finanziamento complessivo da 110 milioni di euro, di cui i primi 50 già in cassa. Negli ultimi due mesi Milano si è allagata 7 volte, abbiamo l’Expo ed un’immagine da difendere, ma soprattutto i cittadini da tutelare». Il secondo binario è invece quello della bonifica delle acque inquinate. «Il fiume sarà ripulito attraverso l’installazione di depuratori, un intervento che vale 80 milioni di euro». Polemica di giornata, con un occhio rivolto alle notizie in arrivo da Genova, firmata dall’assessore regionale al Territorio Viviana Beccalossi. Destinatario il premier Matteo Renzi: «Sette mesi fa — attacca la Beccalossi — in occasione di un finanziamento da 16 milioni di euro della Regione per aree a rischio frane e alluvioni, scrissi al presidente del Consiglio chiedendogli di escludere dal patto di stabilità la materia del rischio idrogeologico e soprattutto di rivedere il metodo relativo allo stanziamento delle risorse statali che attualmente vanno per l’ottanta per cento al Sud e solo per il 20 al Centro- Nord. Sto ancora aspettando risposte».

Il piano salva-Seveso apre i cantieri. Via ai lavori per le prime due vasche di contenimento e per i depuratori

di Alessia Gallione da la Repubblica

DOPO trent’anni di attesa e un’estate di piogge e esondazioni, il “piano Seveso” sembra destinato a passare dalla carta dei progetti ai cantieri. Con i lavori delle prime due vasche di laminazione assicurati dal governo, che dovrebbero riuscire ad attenuare la rabbia del fiume pronti a partire entro la fine dell’anno. Ma anche con gli interventi che serviranno a ripulire le sue acque. Ad annunciare la duplice svolta è stato il coordinatore della struttura di Palazzo Chigi di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, Erasmo D’Angelis. «Il 20 ottobre — ha spiegato — ci sarà una conferenza tecnica a Milano e, insieme alla Regione e ai Comuni coinvolti, presenteremo il progetto. Negli ultimi due mesi Milano si è allagata sette volte, abbiamo l’Expo e un’immagine da difendere, ma soprattutto i cittadini da tutelare». È stata una stagione di emergenze.

A Milano, dove il Seveso è uscito più volte dai suoi argini e dove lo scorso 8 luglio è arrivato a invadere non solo le strade e gli scantinati di Niguarda, ma anche dell’Isola. Solo per quell’esondazione, Palazzo Marino ha calcolato un conto che, tra danni e costi, è arrivato a 27 milioni. E l’allarme non è partito solo da piazza Scala. È toccato alla Regione raccogliere le richieste economiche arrivate da tutta la Lombardia e trasmettere al governo la richiesta di stato di emergenza: dal 7 luglio al 31 agosto, si è arrivati a 88 milioni di danni; di questi, 40 riguardano i territori toccati dal Seveso. «Abbiamo presentato al governo una richiesta complessiva, che comprende tutti gli eventi. Stiamo attendendo risposte, e domani (oggi, ndr) vedrò il capo della Protezione civile che più volte, però, mi ha rassicurata», spiega l’assessore regionale con delega alla Protezione civile, Simona Bordonali. Per riuscire a disegnare nel modo più esatto possibile la mappa della rovina dell’8 luglio, il Comune ha aperto uno speciale sportello dove famiglie e imprese hanno presentato le loro segnalazioni sperando di ricevere un contributo: in tutto, sono arrivate 534 pratiche e sono stati 1.674 i contatti. Adesso, spiega l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, «i nostri tecnici stanno verificando le domande». Molto, però, dipenderà dalla risposta che arriverà da Roma.

Ma Milano vuole guardare al futuro. «Entro l’anno — conferma D’Angelis — partiranno i lavori per il sistema di messa in sicurezza», che comprende quattro vasche di laminazione e lo scolmatore. E «il fiume sarà bonificato con l’installazione di depuratori: 80 milioni di euro pagati dalla tariffa idrica. È fondamentale perché la Lombardia, per tutte le infrazioni europee per la mancata depurazione delle acque di scarico civile, rischia di pagare dal 2016 74 milioni all’anno», aggiunge D’Angelis. L’operazione per ripulire l’acqua del Seveso potrebbe contribuire a ridurre le proteste dei territori, a cominciare da Senago, contrari alla vasche. «In parte abbiamo condiviso le contestazioni — spiega il rappresentante del governo — ma abbiamo chiesto ai progettisti di lavorare molto sulla parte ambientale dell’opera». Le quattro vasche costano 110 milioni. Di questi, «50 ci sono già». E il resto? «È interesse del governo completare tutto il sistema». L’assessore all’Ambiente, Pierfrancesco Maran, parla di «un’ottima notizia per Milano», che «conferma l’impegno preso dall’esecutivo».

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