Lega Nord

Cesano Maderno - 'Ndrangheta. Tra i soci di Marziano della Dilancar c'è anche il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli

di k.ts.

Giovedì scorso su richiesta della Prefettura il comune di Cesano Maderno ha emesso un’ordinanza in cui impone la cessazione di ogni attività alla Dilangroup , società specializzata nella vendita di auto nuove e usate via internet.

L’interdittiva della Prefettura, notificata lunedì al rappresentante legale, Giandomenico Marziano, è stata presa “perché sono stati acquisiti sufficienti elementi per ritenere la sussistenza di possibili tentativi di infiltrazione mafiosa”.
Soci della Dilangroup sono con un 50% ciascuno: lo stesso Giandomenico Marziano, nato a Melito Porto Salvo (RC) nel 1978 e Giuseppe Laganà, anche lui nato a Melito Porto Salvo e residente a Seregno.

Giuseppe Laganà é considerato dalle forze dell’ordine come uomo molto vicino a Pio Candeloro, il capo della locale di Desio condannato a 23 anni di reclusione.
Nell’ordinanza dell’inchiesta Infinito compare in vari passaggi significati, ad esempio in questo:
Pio Candeloro organizza incontri conviviali, come uso negli ambienti della ‘ndrangheta, in cui chiama a raccolta tutti i suoi affiliati e le persone a lui contigue.
Un esempio in tal senso giunge dalsummit” del 07.03.2009, indetto ed organizzato dal Capo Società PIO Candeloro, tenutosi presso il ristorante “Garibaldi 24” di Desio, al quale partecipano, oltre al PIO, PENSABENE Giuseppe, SGRO’ Giuseppe, MANNA Domenico, LAGANA’ Giuseppe, il già citato imprenditore edile ANTONICI Giovanni Paolo unitamente ad altri soggetti”.

L’interdittiva della Prefettura sarebbe stata motivata proprio dagli elementi raccolti nei confronti di Giuseppe Laganà.

Ma se Giandomenico Marziano da un parte nella Dilangroup vanta un socio considerato vicino agli ambienti mafiosi, tanto da meritarsi la chiusura dell’attività per ordine della Prefettura, dall’altra può vantare soci che ricoprono le più alte cariche istituzionali del paese.

E’ il caso della Dilancar Low Cost, capitale sociale 900 euro, costituita il 06/11/2014, cioè tre mesi dopo la costituzione della Dilangroup di Mariziano e Laganà, stessa sede sociale in via Don Vignoli 47 a Cesano Maderno, stessa attività: il commercio all’ingrosso di autoveicoli via internet.

Nella Dilancar Low Cost compaiono come soci con ciascuno il 50% delle quote, lo stesso Giandomenico Marziano e il vicepresidente del Senato l’onorevole Roberto Calderoli della Lega Nord.

La terza società di cui è socio Marziano e la concessionaria Dilancar, stessa sede sociale delle altre due, in cui compaiono come soci sempre con un 50% ciascuno, Giandomenci Marziano e Fallara Luciana, già titolare della Dilancar di Motta San Giovanni, provincia di Reggio Calabria.

A diretta richiesta di spiegare questa strana situazione di trovarsi socio da una parte con un personaggio legato ad ambiente mafiosi e dall’altra con Roberto Calderoli da vent'anni uomo di spicco della Lega Nord, Giandomenico Marziano ha preferito non rispondere alle nostre domande.

Resta il fatto che ci troviamo difronte a una strana triangolazione tra mafia, imprenditoria, politica e istituzioni.

Una triangolazione che ricorda, ma qui il rapporto è ancora più diretto, quella che era venuta alla luce dalla nostra inchiesta giornalistica in collaborazione con Fabrizio Gatti dell’Espresso e che riguardava +Energy.

In quel caso avevamo Mario Barzaghi, vicepresidente di Confindustria Brianza, Giacinto Mariani, sindaco della Lega Nord e Luigi Spenga, capitano dei carabinieri, tutti soci di +Energy che stringevano una collaborazione commerciale con la Simec, sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché considerata controllata da Pasquale Pirolo legato al clan dei casalesi (vedi Una fiduciaria Aperta per Giacinto Mariani, il sindaco fotovoltaico).

 

Calderoli Roberto

Comunicato Stampa Andrea Monti: La Ricchiuti chiederà lo scioglimento anche del Consiglio di Cesano?

La Ricchiuti chiederà lo scioglimento anche del Consiglio di Cesano?

Nel giorno in cui la Ricchiuti chiede lo scioglimento del Consiglio di Seregno, anche a Cesano viene chiusa un'attività per sospetta infiltrazione mafiosa. Oserà chiedere lo scioglimento del Consiglio di un sindaco PD?

Tratto da http://www.ilmonti.com/la-ricchiuti-chiedera-lo-scioglimento-anche-del-c...

Senza scomodare Leonardo Sciascia, che aveva già intuito il pericolo anni fa
In nome dell’antimafia si esercita una specie di terrorismo, perché chi dissente da certi metodi o da certe cose è subito accusato di essere un mafioso o un simpatizzante (Intervista al Tg2)
l’errore di approccio di quelli come la Senatrice Lucrezia Ricchiuti, lo si intuisce fin dal nome del movimento/gruppo (o qualcosa di simile) che ha fondato:«LaMeglioItalia». Come dire che l’Italia migliore è quella che sta dalla parte della Ricchiuti, Partito Democratico. La «MeglioItalia» è solo quella che la segue, che la pensa come lei. Gli altri, evidentemente, sono i peggiori, la PeggioItalia: sono magari mafiosi, o comunque loro amici. Sono conniventi con i criminali, lestofanti, ladri e farabutti. Ovvio, non è così. Anche perché, dato lo scarso successo dell’iniziativa (la pagina Facebook conta la miseria di 289 «Mi Piace»), dovrebbe significare che siamo tutti indistintamente «LaPeggioItalia». Confondere i piani tra lotta alle mafie e appartenenza politica è assurdo e soprattutto pericoloso. Credere che le mafie abbiano una specifica appartenenza partitica è semplicemente idiota, perché le mafie si alimentano dell’aderenza con il potere, anche a livello locale. E da qualche anno la stragrande maggioranza dei comuni in Italia è retta da maggioranze di centro sinistra. Ma naturalmente, una volta costruita la propria carriera politica su questa tesi, la senatrice non può che seguire l’onda. Ed ecco che l’occasione del provvedimento di chiusura di due attività commerciali a Seregno è l’occasione propizia: la maggioranza a Seregno è di Centro Destra e risulta facile alzare i toni, spararla grossa e tirare in ballo direttamente la politica: ecco partire la richiesta ad Alfano di scioglimento del Consiglio Comunale di Seregno per infiltrazione mafiose. Booom! Scoppia la bomba, ci si frega le mani, si finisce sui giornali e si conquista qualche comparsata. Il giochino è sempre lo stesso. Ed è inutile abbozzare qualsiasi difesa, perché come ammoniva Sciascia: «chi dissente da certi metodi o da certe cose è subito accusato di essere un mafioso o un simpatizzante».
Oggi ci pensa però la perfida cronaca a rompere le uova nel paniere alla Ricchiuti. La notizia è che a Cesano Maderno è stata chiusa una rivendita di automezzi per infiltrazioni mafiose. La cosa carina è che i giornali locali titolano la notizia proprio sotto la richiesta di scioglimento del Consiglio di Seregno avanzata dalla Ricchiuti.
Perché non dare il bis di richieste allora? Il problema è che a Cesano non governano i brutti e cattivi del centro destra, quelli della «PeggioItalia», al contrario Cesano Maderno è proprio il comune dove il primo cittadino è l’uomo simbolo del PD brianzolo, quel Gigi Ponti che è pure Presidente della Provincia. «A Seregno ci sono stati dei precedenti preoccupanti», qualcuno potrà abbozzare una difesa. Vero. Ma anche a Cesano, giusto nel marzo 2014, veniva arrestato il marito di un consigliere di maggioranza, proprio con l’accusa di essere vicino alla criminalità organizzata nell’operazione in cui si scovava la banca della ’ndrangheta. Fu lo stesso Gigi Ponti a liquidare la questione come un fatto grave ma privato e poi tutta la maggioranza aveva fatto quadrato:
non esiste nessun atto amministrativo o politico che possa adombrare o mettere in discussione l’operato di Consiglieri o Assessori di questa Amministrazione, la reciproca stima e l’unità dell’azione politica
Naturalmente nessuno qui sta sostenendo il contrario, ma quello che è giusto sottolineare è il plateale doppiopesismo. In questo caso non si trattava del parente di un titolare di un bar in cui il Sindaco forse andava a bere un caffè. La questione coinvolgeva direttamente il marito di un consigliere di maggioranza. All’epoca però Ponti e la sua maggioranza si poterono giustamente difendere (e ci mancherebbe, visto che un minimo di garantismo dovrebbe ancora esistere). Perché invece la maggioranza di Seregno sarebbe automaticamente collusa con le mafie e addirittura il Consiglio Comunale andrebbe sciolto?
A questo punto mi pare scontato che la senatrice, presa in mezzo a questo curioso scherzo del destino, si affretti ad avanzare una simile richiesta di scioglimento anche per il Consiglio di Cesano. Se non lo farà, e credo che non lo farà, sarà l’ennesima conferma che questi sono solo dei professionisti dell’antimafia. Sono dei finti paladini della giustizia e del bene comune a corrente alternata, solo se fa comodo alla parte politica che gli ha garantito uno scranno d’oro e un lauto stipendio, una bella carriera politica insomma. Gente la cui credibilità diventa sempre più vicina allo zero.

Seregno - Lega Nord e Forza Italia i partiti delle tasse comunali, lo dicono i numeri

di k.ts.

Ultimi giorni di campagna elettorale a Seregno, domani si vota.
I due candidati hanno affrontato, da ultimo, il tema della riduzione delle tasse e della pressione tributaria.
Edoardo Mazza, candidato sindaco per Forza Italia-Lega Nord, ha promesso la riduzione di Imu e Tari grazie ai dividendi del gruppo AEB-Gelsia, controllato al 70% dal comune di Seregno (vedi struttura societaria di AEB/Gelsia).

Visto che in campagna elettorale si parla finalmente di numeri e di entrate tributarie del comune siamo andati a vedere i dati ufficiali dei bilanci consuntivi che i vari comuni sono tenuti a depositare al Ministero dell’Interno e che poi sono pubblicati in forma chiara (non i pdf illeggibili che pubblica il comune di Seregno) sul sito dello stesso Ministero e visionabili da tutti: politici, giornalisti, semplici cittadini.

Gli ultimi dati presenti sono quelli del 2013 visto che l’amministrazione di Giacinto Mariani ha deciso di posticipare a dopo le elezioni l’approvazione del bilancio consuntivo del 2014.

Il quadro complessivo del bilancio 2013 si può trovare a questo indirizzo (Bilancio consuntivo comune di Seregno).

Le Entrate generali del comune di Seregno sono state nel 2013 di € 45.568.373,57 (vedi Quadro entrate) , in particolare, le Entrate Tributarie sono state di € 20.922.579,58.

Un indicatore utile per capire quanto un comune è affamato di tasse è la Pressione Tributaria che evidenzia il prelievo tributario medio pro capite ed é così indicata: (Entrate tributarie) / (Popolazione). Secondo la sua definizione, più elevato è il valore del rapporto, tanto maggiore è il prelievo fiscale a livello comunale (vedi Guida alla lettura dei bilanci comunali).
Visto che Seregno ha una popolazione residente di 44.272 abitanti (vedi dati) la pressione tributaria a livello comunale per i cittadini di Seregno è stata di € 472,6 per abitante.

Questo in termini assoluti, vediamo adesso in termini relativi, cioé confrontando i dati di Seregno con un comune gemello, Lissone che nel 2013 aveva 44.333 abitanti (vedi dati), cioè 51 abitanti in più di Seregno.

Nel 2013 le Entrate generali del comune di Lissone sono state di € 31.782.558,80 (vedi Quadro Entrate) cioè 13,8 milioni in meno di Seregno.
In particolare le Entrate Tributarie del comune di Lissone sono state di € 17.369.491,38, cioè 3 milioni e 553mila euro inferiori a quelle del comune di Seregno.
In pratica, non solo Seregno ha entrate totali superiori a Lissone, ma nello specifico anche le Entrate Tributarie del comune di Seregno sono superiori rispetto a quelle di Lissone.

Calcoliamo adesso la Pressione Tributaria che grava su ogni cittadino di Lissone secondo la formula (Entrate tributarie) / (Popolazione) e otteniamo: € 391,8 per abitante.

In media un cittadino di Seregno ha pagato 80 euro in più al proprio comune, in tasse e tributi, rispetto a un cittadino di Lissone.

Prima sorpresa. A Seregno l’amministrazione guidata da un sindaco della Lega Nord sui giornali si lamenta della pressione fiscale ma poi bastona i propri cittadini con le tasse.

E’ sempre stato così, i cittadini seregnesi hanno avuto una pressione tributaria sempre superiore agli abitanti di Lissone?
Guardando i dati dei bilanci di Seregno e di Lissone (scaricati attraverso il motore di ricerca del Ministero dell’Interno), e in particolare calcolando la pressione tributaria corretta dall’inflazione, si ha per i due comuni il seguente andamento della Pressione Tributaria per il periodo 2004-2013.

Un grafico analogo lo si può vedere sul sito Open Bilanci al seguente indirizzo dove vengono pubblicati i bilanci di tutti i comuni italiani in forma grafica, ma si possono scaricare anche i file in formato csv, ed è possibile anche fare confronti tra i bilanci di vari comuni.

Come si può vedere a partire dal 2010 la pressione tributaria è aumentata per compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato, ma a Seregno è aumentata in modo considerevole nonostante il comune abbia un bilancio nettamente più ricco di quello dei comuni vicini.

Se si prendono i dati delle Entrate complessive del comune di Seregno (44.272 abitanti, Lissone (44.333 abitanti), Desio (41.602 abitanti) e Cesano Maderno (38.126 abitanti) degli ultimi 10 anni, si vede di quanto il comune di Seregno è più ricco.

In dieci anni il comune di Seregno ha avuto entrate maggiori rispetto a Cesano Maderno per 112.7 milioni di euro, 53 milioni di euro in più di Desio, 116,3 milioni di euro in più di Lissone.

Come mai, allora - dopo dieci anni di amministrazione di Giacinto Mariani - a Seregno è diventato un problema anche il taglio dell’erba nei parchi pubblici?

 

Tosi è per la secessione. Ma dalla Lega di Salvini

di Davide Vecchi da il Fatto quotidiano

Strano destino quello di Tosi. Il suo peggior nemico è la Lega. Da sempre. E ora è pronto a mollarla: “Non ne posso più”, ha confidato a un fedelissimo. E ieri è volato a Roma a incontrare Angelino Alfano, giusto per capire se un centrodestra vero, non l’ac - cozzaglia fascioteronpopulista salviniana, sia possibile. Si vedrà poi se sarà solo per le regionali. Il sindaco di Verona ha incassato il commissariamento di lunedì con un’alzata di spalle: dalla Lega, di torti, ne ha ricevuti di peggiori. Come nel 2012, quando ottenne la conferma alla guida del Comune col 57%. L’allora grande capo Umberto Bossi, su consiglio di Roberto Calderoli e insistenze di Giancarlo Gobbo, intimò a Tosi di non presentare la sua lista o sarebbe stato escluso dalla Liga. Minacce. Che rimasero tali. Perché lui non solo presentò la lista “Per Verona Tosi sindaco” ma con questa conquistò il 37% dei consensi, tre volte più della Lega ferma al 10%. Dopo appena un mese Tosi diventa anche segretario della Liga. E non erano i tempi del vento padano. Ma quelli dei diamanti di Belsito e delle lauree in Albania del Trota Renzo.

IL CARROCCIO era ai minimi storici, suicidato da cerchi magici veri o presunti, naufragato tra scandali che sembrano infiniti. Non ancora dimenticate le canotte del Senatùr spuntano pure le mutande verdi di Roberto Cota e nel 2014 Tar, Consiglio di Stato e infine la Cassazione annullano le elezioni del 2010 che avevano portato Cota a governare il Piemonte. Così nei mesi che precedono il voto di maggio 2014 per Europee e Regionali, della Lega si parla esclusivamente in relazione a qualche guaio o, al massimo, del balletto attorno ad Arcore inscenato da Roberto Maroni, segretario del Carroccio, candidato alla guida della Lombardia. L’ex ministro, dopo aver garantito in ogni modo che non si sarebbe alleato con Silvio Berlusconi, si ritrova costretto a subire una sorta di commissariamento alle sue liste pur di ottenere il sostegno dell’ex Cavaliere: senza non va da nessuna parte. È il periodo più nero per la Lega Nord. I vertici del partito chiedono a Tosi di presentarsi alle Europee per spirito di servizio. Lui lo fa. E, anche sta volta, fa il pieno di preferenze: è il secondo più votato in Veneto con 83 mila voti, superato solamente da Alessandra Moretti con 130 mila preferenze. Ma lady like arriva dal Parlamento, “benedetta” da Matteo Renzi, premier da appena due mesi e all’apice del consenso dopo la distribuzione degli 80 euro e la campagna elettorale condotta in prima persona per le Europee che ancora oggi sono il refrain preferito dei renziani: “Abbiamo preso il 40,8%”.

TOSI è l’uomo d’oro della Lega. Lo sa Maroni e lo sapeva pure Salvini tanto che nell’ottobre 2013 fu con loro, all’epoca segretario federale l’uno e lombardo l’altro, che stilò il piano per scalare il centrodestra con la fondazione Ricostruiamo l’Italia: obiettivo era trasformare Tosi in premier. La fondazione che lunedì proprio Salvini ha messo al bando votandone l’incompatibi - lità con la Lega. In quel 2013 Giorgia Meloni tubava via Twitter: “Caro Flavio, ci vediamo ad Atreju per aprire una nuova stagione politica e del centrodestra”. E insieme proposero le primarie per individuare un leader post Berlusconi. Poi è successo che il Matteo padano ha scoperto la tv. E nel talent show che è diventata la politica è stato “nominato” nei sondaggi, sempre più uguali al televoto; la Meloni ha ricambiato leader di riferimento e lui, Salvini, a un partito ormai privo di fondi ha tolto anche l’identità storica: basta secessione e Padania, i “terroni” diventano amici elettori e la destra di Casa- Pound una preziosa alleata. Pensare che appena due anni fa Bossi accusò Tosi di aver “riempito di fascisti la Lega”. Cose che capitano nel Carroccio. Ora però il sindaco non ne può più. L’ha confidato ai collaboratori più fidati e domani sera lo dirà ai suoi veneti, quelli della Liga, con cui deciderà come reagire alla “sfi - da lanciata da Salvini”.

PERCHÉ il problema è Matteo, non la candidatura di Luca Zaia alle Regionali. Questa non è mai stata in discussione. Lo scontro interno è nato perché Salvini non ha rispettato i patti, ha deciso di voler fare lui il candidato premier e invece di parlarne col partito ha messo in mezzo Zaia. In sintesi, come dicono i suoi nuovi amici romani, l’ha buttata in caciara. “Per questo Tosi è deluso e amareggiato”, confida uno dei suoi uomini più vicini. “Potevano parlarne, confrontarsi e invece hanno provato a fregarlo: due nutrie che si sentono volpi ma solo nutrie sono”. E ora “sta valutando bene cosa fare, andarsene, candidarsi, insomma sta riflettendo” e “gli spiace che le conseguenze le pagherà Zaia ma son problemi di Zaia”. Già, per Tosi il problema è un altro, sempre il solito: la Lega.

d.vecchi@ilfattoquotidiano.it

Il fronte fascioleghista avanza ma è già vecchio

di Fabrizio D'Esposito da il Fatto quotidiano

Non c’è nulla di più stantìo del sabato fascista di piazza del Popolo, quello santificato dal mussalvinismo (Mussolini più Salvini) neroverde. Di stantìo e contraddittorio. Il presunto lepenismo all’italiana, in nome del nuovo collante dell’antirenzismo, fa sposare la secessione o il federalismo con il nazionalismo autarchico del tragico Ventennio. Un ossimoro populista e xenofobo. Premesso che i dodicimila di piazza del Popolo non sono un fenomeno nemmeno dal punto di vista dei numeri, è la stessa Lega dell’altro “Matteo” il primo partito a essere vecchio. La faccia del quarantenne Salvini (peraltro in politica già dal 1993) è il feticcio del Carroccio poltronista sopravvissuto alla stagione del cerchio magico di bossiana memoria. Il governatore lombardo Roberto Maroni e l’ex ministro Roberto Calderoli, bene in vista sul palco dell’ultimo sabato di febbraio, e poi il sempre silenzioso Giancarlo Giorgetti, ex delfino del Senatùr oggi riciclatosi come consigliere filo berlusconiano di “Matteo”.

UNO DEI CASI più emblematici di questo vecchio che avanza è rappresentato da Alberto Arrighi. Ex Fronte della Gioventù, ex missino, poi parlamentare di An, anche con responsabilità importanti di partito, infine nella Destra di Francesco Storace. Ecco, Arrighi è rispuntato sabato accanto a Simone Di Stefano, quando il vicecapo mussoliniano di Casa Pound ha preso la parola sul palco blu, modello Marine Le Pen. Di Stefano comiziava e Arrighi con altri tre camerati reggeva il vessillo blu con tre spighe di grano del movimento “Sovranità”. Un dettaglio rivelatore: Casa Pound nel momento del suo sdoganamento ufficiale ha optato per una bandiera meno fascista e più recente della propria, quella con la tartaruga. In ogni caso resta un mistero l’at - trazione salviniana per i fascisti del Terzo Millennio di Casa Pound guidati da Gianluca Iannone. I loro numeri alle elezioni sono irrisori: 26mila voti alle ultime Regionali del Lazio, poco più di 47mila alle politiche (Camera) del 2013. Sono cifre da “ghetto”, tipiche di quella microdestra estremista che si è sempre contata sui decimali e non ha mai raggiunto, per la sua irrilevanza, palcoscenici di livello. Non a caso, lo stesso Di Stefano si è scusato coi suoi camerati, successivamente, per non aver citato i Marò. Colpa, ha scritto su Twitter , dell’emo - zione. Appunto.

DALLA MICRODESTRA mussoliniana a quella postmissina, disintegrata dall’esplosione e dalla fine di An. Un’altra sigla che ha fatto da “apri-concerto” all’intervento conclusivo di Salvini è quella dei Fratelli d’Italia, partitino che detiene la maggioranza nella fondazione di An (quella che amministra soldi e immobili). Anche qui nulla di nuovo sotto il sole delle Alpi e degli Appennini: Giorgia Meloni, che ha abdicato obtorto collo al ruolo di Marine Le Pen italiana (i numeri sono numeri: meno del 4 per cento alle Europee del 2014), seguita da altri ex missini, ex an, ex pdl. Come Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Massimo Corsaro. Non solo, la Meloni è salita sul palco in compagnia di Isabella Rauti, figlia di Pino, che con il marito Gianni Alemanno ha fondato un cantiere per riunire la diaspora della destra postfascista. In campo anche Barbara Saltamartini, ex Ncd. Mancava solo Storace, comunque attento sia ai movimenti di Salvini, sia a quelli del forzista ribelle Fitto. A proposito dell’ex governatore del Lazio: nel marzo di tre anni fa portò in piazza a Roma ventimila persone reali a manifestare contro Monti. Almeno ottomila in più di sabato scorso. Fra tante facce note e riciclate l’unica effettivamente nuova è stata quella di Armando Siri, che ha fondato il Pin, Partito Italia Nuova, ed è il teorico della flat tax al 15 per cento, cavallo di battaglia salviniano. L’unico liberale, forse, in questa compagnia dell’anello mussalviniano.

Lombardia - Nasce Sovranità, la casa dei «salvinisti» di destra

di Giannino della Frattina da il Giornale

Tre spighe di grano color giallo oro a spuntare dal fascione con il nome del nuovo movimento («Sovranità ») e il motto che riassume il programma («Prima gli italiani»). Lo sfondo è l’azzurro intenso.Niente verde della Lega e nemmeno il nero o il rosso che sono i colori classici della destra radicale, anche se proprio lì affondano le radici dell’ultimo nato nella geografia politica di una destra fatta ribollire dall’avanzata di Matteo Salvini. Prima uscita ufficiale di Sovranità ieri al Cam «Garibaldi» con ospite d’onore Vittorio Feltri, non a caso il candidato votato proprio da Lega e Fratelli d’Italia all’ultima elezione del presidente della Repubblica.

«Riprendiamoci la nostra nazione » è il tema del dibattito già pronto per diventare slogan. Tra le anime dell’operazione Sovranità nata per traghettare nel grande ventre della balena verde leghista il mondo della destra c’è Alberto Arrighi, l’ex deputato di Alleanza nazionale che nel 1985 era stato segretario del Fronte della gioventù a Lecco. Poi l’addio, la fondazione del movimento Patriae - Fronte dei popoli europei presentato dallo stesso segretario federale della Lega Salvini alla Camera dei deputati e ora il nuovo approdo.

Ad avvicinare Arrighi a Salvini «la sua evoluzione sui temi del sovranismo e dell’anti-mondialismo a cui ha influito l’incontro col pensiero ribelle di de Benoist, Buttafuoco, Massimo Fini. E al parlamento europeo il suo dialogo col Front national di Marine Le Pen e i legami con la Russia».

Di questi giorni l’arrivo di Roberta Capotosti dopo l’addio a Fratelli d’Italia di cui era stata consigliere in Provincia e oggi in Zona 2. A seguirla Carlo Sorrentino con cui nel parlamentino ha costituito il gruppo Sovranità («Il primo in Italia, ma presto ce ne saranno molti altri»).

Facendo così sparire il gruppo Fdi nonostante l’arrivo dopo l’addio alla Lega di Maurizio Mucciarelli, il candidato presidente del centrodestra che per ora però si accasa nel Gruppo Misto.
A completare il puzzle, la presenza sul palco dell’onorevole Marco Rondini, il primo dei non eletti alle politiche 2013, ma ripescato proprio da Salvini con la sua scelta del seggio da europarlamentare. Tra i moderatori il saggista e direttore di Destra.it Marco Valle, nome noto nella storia della destra non solo milanese, perché fu il carismatico segretario rautiano che arrivato dalla frontiera di Trieste seppe traghettare il Fronte della gioventù e l’Msi fuori dagli Anni di piombo.

Nessuna voglia di essere schiacciati in schemi tradizionali. «Vogliamo creare qualcosa di nuovo - spiega la Capotosti - Ma non c’è dubbio che Sovranità sarà un grande contenitore in cui si potranno riconoscere più soggetti e associazioni, ma tutti animati dai valori della destra identitaria».

La richiesta è di «sovranità monetaria, energetica, militare, territoriale e politica per l’Italia». Tra chi ha già aderito anche Casa Pound che proprio a Milano, soprattutto grazie a Marco Clemente, comincia ad avere un seguito notevole.

Caustico sullo sfondamento a destra di Salvini il commento di una firma di prestigio nella galassia della destra come Gabriele Adinolfi: «Così come si è posto (insieme con alleanzini vari e destri in uscita) le sue uova del drago dietro la Linea Gotica assomigliano troppo a un cimitero d’elefanti ».
Battesimo di Sovranità sarà la marcia su Roma (con tanto di pulmann a disposizione dei militanti) per partecipare al «No-Renzi day» organizzato da Salvini per sabato 28 febbraio in piazza del Popolo.

Lombardia - Ncd minaccia l’addio alla giunta regionale la maggioranza a pezzi

di Andrea Montanari da la Repubblica

LEGA e Ncd sempre più ai ferri corti in Regione. Il partito di Alfano infatti non ha gradito le parole del segretario federale del Carroccio Matteo Salvini che su Repubblica ha sostenuto, tra l’altro, «che entro quale mese l’Ncd non ci sarà più». Gli assessori alfaniani ora minacciano di uscire dalla giunta guidata da Roberto Maroni se non ci sarà un chiarimento. «C’è forte preoccupazione dentro il nostro gruppo dopo le dichiarazioni di Salvini — commenta il capogruppo Ncd in Regione Luca Del Gobbo — Per questo ho convocato una riunione urgente del gruppo per decidere quale posizione prenderemo. Quello che è certo è che finora ci siamo dimostrati fedeli alleati di Maroni e per questo chiediamo rispetto. Inoltre, ricordiamo a Salvini che in vista anche delle elezioni comunali del 2016 il centrodestra per vincere ha bisogno di un candidato che unisca, non che divida».

Il ciellino Stefano Carugo, presidente della commissione Affari costituzionali, che ieri ha approvato il referendum per chiedere maggiore autonomia per la Lombardia con i soli voti della maggioranza e l’astensione del Movimento Cinque stelle, va oltre. «Siamo stufi di mettere i cerotti, serve una cura radicale. Non siamo attaccati alle poltrone e in questi mesi abbiamo digerito anche le proposte della Lega che non condividevamo. Dalla riapertura delle case chiuse, allo stop alle nuove moschee, dalla regione padana alpina al referendum sull’autonomia. Questi continui attacchi contro l’Ncd devono finire. Per molto meno in passato la Lega dei Davide Boni, dei Renzo Bossi e degli Stefano Galli che tutti ricordiamo avrebbe aperto la crisi all’epoca della giunta Formigoni. Sul referendum abbiamo dato il nostro sì in commissione. Ma quando arriverà in aula martedì 17 vedremo, solo dopo una valutazione politica».

Per il via libera definitivo del referendum, infatti, serve il voto dei due terzi del Consiglio regionale. Impossibile senza il sì dell’Ncd. Inoltre, se da ora in poi dovessero venir meno i voti dei nove consiglieri regionali alfaniani, il centrodestra non avrebbe più la maggioranza dell’aula del Pirellone. L’atmosfera nella maggioranza di centrodestra è quindi molto pesante. Il capogruppo della Lega in Regione Massimiliano Romeo cerca di gettare acqua sul fuoco. Nel corso di una riunione dei consiglieri regionali del Carroccio alla quale erano presenti ieri sia Salvini che Maroni ha auspicato rivolto all’Ncd che «la politica nazionale non influisca sull’azione di governo di Regione Lombardia ». I leghisti presenti giurano che nel corso del vertice non si è parlato dei rapporti con il partito di Alfano, ma era evidente che Maroni non sembrava per nulla contento di ciò che era accaduto. Al termine, sia il governatore che Salvini hanno negato qualsiasi problema. «Chi rispetta i patti è benvenuto — ha tagliato corto il leader del Carroccio — Abbiamo parlato di noi, della Regione, di ospedali, treni, stalle e ticket: non ci siamo occupati degli alleati, né di Ncd e né di Forza Italia ». Se il sindaco Giuliano Pisapia definisce ironicamente «un bel sogno» la candidatura di Salvini a sindaco, l’azzurra Mariastella Gelmini replica: «Spesso chi viene per suonare finisce suonato».

Milano, il pg Ciani: “Robledo dava informazioni alla Lega”

di Gianni Barbacetto da il Fatto quotidiano

Altro che trasferimento temporaneo alla procura generale di Venezia: il procuratore aggiunto Alfredo Robledo rischia una sanzione disciplinare dal Consiglio superiore della magistratura e, subito, il trasferimento in un’altra regione, a svolgere una funzione diversa da quella inquirente fin qui esercitata a Milano. L’ex coordinatore del dipartimento reati contro la pubblica amministrazione della procura di Milano dovrà discolparsi, il 5 febbraio, da accuse pesanti.

IL PROCURATORE generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, gli ha inviato un atto d’incolpazione in cui gli contesta quattro illeciti disciplinari. In più, vista “la gravità dei fatti”, chiede alla sezione disciplinare del Csm una immediata misura cautelare, e cioè “il trasferimento ad altra sede” e “la destinazione a diverse funzioni”. Le accuse a Robledo provengono da un’indagine antimafia di Reggio Calabria in cui è stato intercettato, tra gli altri, l’avvocato della Lega Domenico Aiello. Negli atti di quell’indagine sono rimasti registrati anche i contatti tra Aiello e Robledo. Mandati alla procura di Brescia, hanno dato origine a un’inchiesta penale a carico del magistrato: chiusa con un’archiviazione, perché le intercettazioni non sono utilizzabili in un’indagine “che non contempla l’arresto in flagranza”.

Ora però le riprende il procuratore generale Ciani, contestando illeciti disciplinari. Robledo sarebbe “venuto meno ai propri doveri di imparzialità e riserbo”, rivelando all’avvocato Aiello “il contenuto di atti”d’indagine della procura di Milano: è l’inchiesta per peculato o appropriazione indebita aperta per le spese allegre dei consiglieri regionali lombardi della Lega, ma anche del Pdl, del Pd, di Sel, dell’Italia dei valori e del Partito dei pensionati. Aiello parlava con Robledo e poi riferiva ai capi della Lega, Roberto Maroni e Matteo Salvini.

“Finito ora riunione in procura con capo e agg.”, scrive Aiello in un sms il 18 dicembre 2012. “Domani sera mi daranno altri nominativi ns. consiglieri indagati: hanno intercettazioni gravi contro Pdl mentre su noi pare ci sia una impiegata gola profonda”. “Adesso escono il Pd e l’Italia dei valori al 15 gennaio e purtroppo domani altri sette-otto dei nostri”, aggiunge in una telefonata. “Ce ne sono altri sette in arrivo, e domani sera so i nomi in via riservata”. E ancora, in un’altra telefonata: “Guarda che domani sera, quando io lo incontro per questi altri nominativi, lui mi dirà anche questo e mi ha garantito, poi, che entro il 15, massimo 20 di gennaio, arrivano gli stessi avvisi al Pd, all’Italia dei valori e al Movimento pensionati (...) Siccome è una persona che ha un rapporto con me stretto e di fiducia, mi ha detto: ‘Domenico te lo garantisco, su questo ci puoi spendere la tua credibilità’. Io gli ho detto: ‘Guarda che me la spendo’. Ha detto: ‘No no, garantito, sarà così’”.

ROBLEDO ha sempre ammesso di aver risposto alle proteste di Aiello (“Ce l’avete con la Lega”) spiegando che non aveva in corso un’indagine a senso unico, ma che invece la procura di Milano non avrebbe fatto sconti a nessuno, né a destra né a sinistra. Senza promettere nulla e senza rivelare alcunché. Aiello se la vende diversamente, riferendo ai capi della Lega di avere informazioni riservate. Robledo, poi, è anche incolpato di aver promesso ad Aiello un rapporto in cui i consulenti della procura analizzavano i bilanci della Lega dal 2008 al 2011, mettendo in rilievo le scorrettezze contabili e le illegalità di alcuni indagati, tra cui il cassiere Francesco Belsito e Renzo e Umberto Bossi. Risulta agli atti che Aiello, in quanto rappresentante della parte offesa (la Lega), fece istanza alla procura per avere quella consulenza; che Robledo espresse parere favorevole, perché era già stata raccontata dal Fatto Quotidiano il 23 gennaio 2013 e dall’Espresso poco dopo; ma che poi i sostituti procuratori impegnati nell’indagine su Belsito (Paolo Filippini e Roberto Pellicano) e il procuratore (Edmondo Bruti Liberati) decisero di non accogliere l’istanza, perché l’atto richiesto non era ancora noto agli indagati.

“Ma non ci stava niente di particolare”, assicurò infine Robledo all’avvocato. Ancora: incolpato “per aver usato la propria qualità di magistrato al fine di conseguire vantaggi ingiusti per sé”. Robledo avrebbe chiesto ad Aiello di avere copia di atti del Parlamento europeo, dove sedeva Gabriele Albertini, in causa penale e civile con il magistrato. In realtà Robledo, legittimamente già in possesso degli atti, domandò ad Aiello solo a chi indirizzare un’istanza (poi accolta) in cui chiedeva al Parlamento di Strasbugo di non accordare ad Albertini l’immunità parlamentare. Il fronte favorevole a Robledo commenta: queste incolpazioni sono la vendetta di chi vuole liquidare il magistrato che si è opposto al suo capo.

Milano - La Lega si spacca sulle comunali 2016 Maroni: Lega con Ncd e FI. Salvini: mai

di Marco Cremonesi e Maurizio Giannatasio da il Corriere della sera

Il governatore Roberto Maroni rilancia l’alleanza con Ncd e il modello lombardo anche per le comunali del 2016. Il segretario della Lega, Matteo Salvini lo gela con una battuta al vetriolo: «Non è possibile pianificare nessun futuro con i complici del disastro di Renzi». Se il centrosinistra è alle prese con i dubbi di Giuliano Pisapia sulla ricandidatura alle comunali dell’anno prossimo, il centrodestra si ritrova a dover fare i conti non solo con una difficile alleanza, ma con una lotta interna alla stessa Lega sempre più dirompente che potrebbe avere effetti devastanti sulla coalizione di governo. Ieri, Roberto Maroni aveva indicato una strada possibile. Replicare a Milano l’alleanza che ha portato alla vittoria in Lombardia, Lega più Forza Italia, più Ncd. «Ieri ho avuto la conferma che il cammino con Ncd per le elezioni comunali di Milano può andare avanti — ha detto Maroni dopo l’incontro di lunedì con Angelino Alfano —. Un cammino iniziato almeno due anni fa, quando ci sono state le elezioni per la Regione e questo cammino è stato riconfermato. Un passaggio importante perché non era scontato dopo un po’ di ruggine tra Lega e Ncd negli ultimi mesi. Ieri invece ho avuto la conferma che questo cammino può andare avanti per quanto riguarda Ncd e deve portare a una candidatura unitaria del centrodestra nel 2016 per riprenderci Milano».

Il «cammino » metaforicamente indicato dal governatore della Lombardia è però stato bruscamente interrotto dalla dichiarazione da Salvini, che al di fuori di qualsiasi metafora, ha bocciato l’iniziativa di Maroni: «Nessun futuro con i complici del disastro di Renzi». Dire che la strada è in salita è poco. Il totonomine per la candidatura prosegue inesorabilmente il suo cammino, mettendo in fila i nomi del magistrato Stefano Dambruoso (contattato da più parti, anche da Forza Italia), Maurizio Lupi, Giulio Gallera. Il problema però è molto più alla radice e riguarda la questione delle alleanze. La Lega appare spaccata su due modelli inconciliabili. Chi come Maroni propone di replicare l’alleanza che ha portato alla vittoria del 2013 e chi come Salvini è intenzionato a inseguire la corsa solitaria, anche a scapito della possibilità di vittoria.

La polemica si fa durissima: «Preferisco le parole di Maroni a quelle di Salvini — attacca la coordinatrice regionale di Forza Italia, Maria- Stella Gelmini — perché il governatore si preoccupa dei consensi del suo partito ma non a scapito della coalizione. Maroni è interessato a rafforzare il centrodestra perché possa rappresentare un’alternativa al centrosinistra. Le parole di Salvini vanificano le ragioni della coalizione solo per portare un punto in più alla Lega». Conclusione al vetriolo: «Rischia di essere il più fedele alleato di Renzi. A lui, della coalizione non gliene importa niente». Concetti simili per il presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo, Udc: «Dentro la Lega convivono due anime. Quella di Maroni che permerre al centrodestra di governare insieme la Lombardia. L’altra di Salvini che non perde occasione di attaccare Alfano. La Lega chiarisca la sua posizione su Milano. Se è quella di Maroni c’è tutto lo spazio per trovare un accordo, se è quella di Salvini lo spazio non c’è».

Salvini a Mosca “Ora mi aspetto un finanziamento da parte di Putin”

di Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA. Niente felpa. Per il suo intervento da ospite d’onore a un convegno sull’economia della Duma, il Parlamento della “amica Russia”, Matteo Salvini sceglie un cravattone verde appena più formale. I russi lo guardano con curiosità e ne ascoltano con piacere le dichiarazioni. Ormai è un ospite abituale che, dicono, avrebbe pure conquistato la personale simpatia di Putin dopo un breve incontro di straforo in ottobre a Milano. Salvini ne prevede molti altri: «Mi riceverà presto, forse già in gennaio». Intanto alla Duma raccoglie applausi inevitabili quando ripete la sua avversione alle sanzioni occidentali contro la Russia che «non può essere considerato un nemico ma un alleato con cui riprendere i rapporti commerciali e culturali». Sono applausi dei politici locali, ma anche della delegazione di imprenditori italiani in Russia già pesantemente colpiti dalle sanzioni volute da Usa e Ue e soprattutto dalle «contro sanzioni» decise da Putin soprattutto nel settore agroalimentare. Ed è un piacere per tutti i presenti ascoltare le sue critiche alla Ue che «insiste con sanzioni idiote che andrebbero tolte domani mattina». E che ha ragione solo in un caso: «Quando dice a Renzi che non ha fatto nulla di concreto».

Applausi tutti italiani arrivano proprio nei passaggi su Renzi: «Avrebbe dovuto esserci lui qui al posto mio a difendere l’amicizia con ta finanziamenti per la sua Lega e risponde così: «Non cerco regali, ma un prestito conveniente come quello concesso alla Le Pen, lo accetterei volentieri. Lo accetterei da chiunque mi offrisse condizioni migliori di, per esempio, Banca Intesa». Lapsus freudiano o citazione voluta che sia, Banca Intesa ha un senso preciso. Il massimo dirigente di Banca Intesa a Mosca è da anni quell’Antonio Fallico, compagno di scuola di Marcello Dell’Utri e riferimento abituale di Silvio Berlusconi per tutti i suoi investimenti in Russia. Ed è proprio con Silvio Berlusconi che il “Salvini russo”sta giocando la sua personale partita nelle sue visite a Mosca, ormai a cadenza mensile. La solidità dell’amicizia storica tra Putin e il leader di Forza Italia scricchiola Russia».

Ai russi comunque Salvini comincia a piacere. Lui lo percepisce e forse aspira a qualcosa di più. Gli domandano se si aspetla già da tempo. A cominciare dalla vicenda del famoso “lettone di Putin” che fece imbestialire il riservato capo del Cremlino fino all’inesorabile declino politico dell’“amico Silvio” protagonista del defunto accordo sul South Stream. Che Salvini miri a sostituire Berlusconi nel cuore di Putin sembra un progetto quasi dichiarato. A chi gliene chiedeva conto ieri, il leader della Lega rispondeva: «Entrambi apprezziamo Putin ma abbiamo canali e approcci separati». Intervistato la scorsa settimana dal magazine economicoVlast (Potere) l’ineffabile Antonio Fallico rispondeva così alla domanda “al posto di Putin, come accoglierebbe la richiesta di amicizia di Salvini?”: “Con molta cautela”.

Salvini e l'orso russo. L’amico D’Amico, dalla Russia con furore

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

Quando Matteo Salvini nel dicembre 2013 fu eletto segretario della Lega, la crisi ucraina era appena scoppiata, ma sembrava ancora un fatto locale e controllabile. I rapporti commerciali tra Europa, Italia e Russia andavano a gonfie vele e nessuno avrebbe nemmeno lontanamente potuto immaginare che i nostri produttori sarebbero stati colpiti dal controembargo, conseguenza delle sanzioni economiche tanto vituperate dalla Lega. L’annessione della Crimea, supportata con enfasi da Salvini&C, era ancora fantascienza. I motivi per i quali la Lega aveva inizialmente asserito di essersi schierata al fianco dello “zar”, dunque non erano ancora all’orizzonte. Eppure nel parterre torinese, ad assistere all’incoronazione dell’altro Matteo c’erano già due influenti esponenti del partito di Putin, Russia Unita.

In un’intervista a Conflitti e strategie, Salvini lo ha confermato: “...a quel congresso federale, tra gli ospiti stranieri, c’erano due funzionari di Russia Unita, conosciuti dal mio portavoce Gianluca Savoini che, assieme al nostro ex parlamentare Claudio D’Amico, ha organizzato la nostra missione in Russia”. D’Amico, assieme a Lorenzo Fontana, è il responsabile dei rapporti del Carroccio con i partiti esteri ma la sua funzione sembrerebbe più operativa, per sua stessa ammissione: “Sono stato tante volte in Russia e sono stato anche osservatore del referendum in Crimea”. Pur “non avendo nulla da nascondere”, D’Amico però non ha potuto spiegare in cosa consistesse e in cosa consista la sua attività perché “da oggi di rapporti con la Russia è autorizzato a parlarne solo Salvini”. Resta il fatto che l’ex sindaco di Cassina de’ Pecchi, esperto di ufologia ed extraterrestri, è da tempo un volto noto della tv di Stato russa e della piattaforma mediatica filo Cremlino Russia Today.

LA SUA FREQUENTAZIONE degli studi televisivi moscoviti è stata quasi certamente propiziata dalla sua amicizia con Aleksej Puskov, deputato di Russia Unita, a capo del comitato parlamentare per i rapporti con l’estero e autore dal ‘98 del programma televisivo di informazione e analisi politica Postscriptum . Il percorso del leghista dal municipio lombardo verso il Cremlino, ha fatto tappa nell’Osce - l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa - come capogruppo per l’Italia. Anche Puskov ne aveva fatto parte. Secondo numerose fonti, durante le riunioni dell’organizzazione, si era più volte dichiarato contrario all’idea di un’Europa multi- etnica, trovandosi d’accordo per l’appunto con l’amico russo. Con lui e tutto l’entourage putiniano condivide la battaglia contro l’aborto e contro le coppie omosessuali.

L’unica differenza con l’establishment putiniano è la fede: D’Amico si professa un cattolico militante mentre i suoi amici si considerano ferventi cristiani ortodossi. A ottobre D’Amico ha guidato Salvini in Russia dove hanno incontrato anche il politologo- filosofo Dugin, consigliere del presidente russo, inventore della teoria dell’impero euroasiatico e fondatore del partito nazional-bolscevico in cui propugnava la fusione tra precetti nazisti e comunisti. La fotografia che ha scelto per il suo profilo Facebook, lo ritrae mentre stringe fiero e sorridente la mano a Putin. Nel commento lo ha definito “un momento storico”.

Durante l’inaugurazione a marzo, presso la sede della Lega Nord di Varese, della sezione provinciale dell’associazione culturale (che però fa politica) Lombardia Russia, il cui presidente è Gianluca Savoini, D’Amico ha detto che il deposto presidente ucraino Yanukovich non è scappato ma “ha voluto lasciare per evitare ripercussioni sulla popolazione”. Peccato che poi dalla Russia Yanukovich sostenga la lotta armata dei filorussi del Donbass. Se fosse stato eletto al Parlamento europeo, D’Amico avrebbe chiesto la desecretazione dei dossier sugli extraterrestri, ma non essendo andata così, continuerà a lottare per la realizzazione del dossier eurasiatico.

Il bancomat di Putin per i nazionalisti d'Europa. In fila anche la Lega: "Ogni aiuto ben accetto"

di Ettore Livini e Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA - Difficile che nel faccia a faccia di metà ottobre a Milano, e poi nella sua visita lampo a Mosca della settimana successiva, Matteo Salvini possa avere ottenuto molto di più che una forte comprensione e un potente riconoscimento internazionale. I 9 milioni di euro concessi alla Le Pen, attraverso una banca ceco-russa sono frutto di una ben più lunga intesa politica che risale addirittura al padre Jean-Marie. E anche del fatto che Mosca ritiene la Francia assai più ostile dell'Italia dove, sotto sotto, nemmeno il governo in carica viene ritenuto visceralmente anti russo come "il perfido Hollande".

Ma la speranza che prima o poi aiuti in denaro possano arrivare in qualche modo da Mosca è rimane accesa nel clan di Salvini. Lui stesso conferma: "Noi facciamo un appello politico a tutto il mondo e ogni aiuto è ben accetto, anche perché abbiamo 70 dipendenti in cassa integrazione". Ma precisa: "Finora non è arrivato né un rublo né un euro. E non ci interessa chiederlo. Il nostro appoggio alla Russia è totalmente disinteressato".

Un po' per amore del vecchio metodo sovietico, un po' per ripicca contro gli Usa che starebbero facendo altrettanto, Putin ha deciso di sostenere, accreditare e perfino finanziare una lista di partiti che in qualche modo possano creare problemi ai cosiddetti "governi ostili" e scompiglio nelle politiche dell'Unione europea. Come? Il canale bancario  -  come è successo con la Le Pen  -  resta in teoria la strada più semplice e trasparente. La moral suasion del Cremlino, nel settore, è altissima. Cinque istituti di credito sono finiti nella lista delle sanzioni Ue e Usa.

Tra di loro la Rossiya Bank di Yuri Kovalchuk e Nikolaj Shamalov (membri della Ozara Dacha, la cooperativa degli anni '90 da cui sono usciti i padroni della nuova Russia, Putin compreso) etichettata dalla Ue come "la banca personale dei vertici della repubblica russa". Esistono poi altri canali di finanziamento più tortuosi ma molto più efficaci per occultare i mandanti: il rapporto 2007 messo a punto dalla Cia sul tesoro nascosto di Putin  -  mai reso noto  -  descriveva secondo fonti d'intelligence Usa complesse triangolazioni nel mondo del trading energetico su petrolio e gas che coinvolgevano molti uomini dell'entourage del presidente. Una girandola di intermediari che dai giacimenti siberiani fino ai consumi finali faceva salire i prezzi della materia prima. Lasciando strada facendo piccole fortune nelle mani di chi (anche politici stranieri, dice il tam-tam a Washington) garantiva il suo appoggio alla linea di Mosca.

Oggi, spiega un recentissimo rapporto di Political Capital Research  -  un think-tank ungherese che già nel 2009 raccontava dei rapporti tra Putin e l'estrema destra europea  -  il "soccorso rosso" a Le Pen & C. arriva anche in forme più immateriali: assistenza tecnica nell'organizzazione di manifestazioni, aiuti professionali con personale specializzato, accesso ai network media e internazionali sfruttando le liaison del Cremlino. Partite di giro che si chiudono spesso attraverso Ong e associazioni di amicizia bilaterali sostenute dai rubli di Putin. La lista dei possibili beneficiari, aggiornata quotidianamente dai consiglieri ultra-conservatori che hanno conquistato la leadership nell'ufficio del Presidente, vede la Lega ormai stabilmente ai primi posti dopo l'irraggiungibile Marine Le Pen. E insieme ad altri partiti e movimenti che sembrano formare una vera e propria "Internazionale Nera". Ci sono gli austriaci del Partito Popolare, i tedeschi di Afd e gli olandesi del Partito della Libertà, xenofobi e antieuro; i Tea party statunitensi, più a destra dei repubblicani; l'Ukip del pittoresco alleato di Beppe Grillo, Nigel Farage; gli antisemiti ungheresi di Jobbik; i "fratelli slavi" dei movimenti nazionalistici bulgari e serbi e polacchi; e in coda, per il momento, perfino i neonazisti dichiarati greci di Alba Dorata. "Una miscela letale che mira a far esplodere l'Unione europea dall'interno", dice Mitchell Orenstein, docente alla Boston University e collaboratore della rivista Foreign Affairs lanciando un allarme molto sentito negli Stati Uniti.

In Russia intanto, le fonti ufficiali tacciono. "Avete mai sentito un governo ammettere di finanziare partiti stranieri? Sarebbe assurdo ma lo fanno tutti e gli americani in questo sono maestri", dice una fonte assolutamente anonima degli uffici che contano. Ma come si può giustificare un appoggio anche solo morale a una lista così impresentabile? La chiave è semplice: tutti quanti, difendono quelli che il Cremlino ritiene "sacri valori della tradizione, della famiglia e della cristianità". Applaudono alla omofobia di Stato di Mosca, scimmiottano il nazionalismo di Putin nelle loro richieste punitive contro immigrati e stranieri. L'anonimo del Cremlino spiega meglio: "Gli Stati Uniti finanziano rivoluzioni e colpi di Stato, usando sempre il vecchio slogan della Guerra Fredda dell'esportazione della democrazia. Lo hanno fatto palesemente in Ucraina dal 2004 al disastro di oggi. E nelle rivolte del Nord Africa. Perfino con i nostri oppositori di piazza, quelli che fino a due anni fa riempivano le piazze di Mosca con slogan anti-Putin preconfenzionati". Non è poi così vero. Le proteste di piazza, che sembravano assolutamente spontanee, sono semmai state fatte fuori con leggi che hanno di fatto eliminato ogni forma di dissenso. E comunque non spiega il sostegno alle forze di destra sempre meno moderata.

Ma al Cremlino nessuno si scandalizza: "L'Unione sovietica inviava gioielli e bonifici milionari ai partiti comunisti, ai rivoluzionari del Terzo Mondo, qualche volta anche ai terroristi, con il pretesto di diffondere la Rivoluzione proletaria. Adesso invece aiutiamo tutti coloro che ci aiutano a combattere questa ondata di immoralità dell'Occidente. E nella lista non ci sono terroristi ma partiti democraticamente eletti". Parole che sono miele per Salvini e i suoi, e che invece non suonano molto piacevoli per l'italiano che più di ogni altro in questi vent'anni è stato considerato il vero grande amico di Putin. Gli ultimi anni di Berlusconi hanno però creato più di un imbarazzo al presidente russo. Prima le storie troppo indecenti di olgettine, lap-dance e del famoso lettone di Putin che, qui giurano, non è mai esistito. Poi una debolezza sul piano euroscettico e un fatale declino politico che lo rende sempre meno utile per la causa. La botta finale è arrivata dalla posizione di Forza Italia a favore dei matrimoni gay che, non a caso, Salvini continua a sottolineare ad ogni occasione con studiato stupore. Sorride il leader leghista e ne ha ragione. E spera in un messaggio di complimenti per la sua vittoria elettorale. Privilegio finora concesso solo alla bionda Marine. Nelle sue passeggiate moscovite mostrava con orgoglio una brutta maglietta con un Putin in mimetica e aggressive scritte in cirillico. Robaccia al confronto di quelle più raffinate che si possono trovare a soli dieci euro conoscendo i negozi giusti. Il suo trofeo feticistico sbiancherà alla prima lavata. Ma forse il futuro potrebbe portare qualcosa di più che una t-shirt.

Monza - Sala municipale a Lealtà e azione. Il sindaco: rappresentata in Consiglio

di Rossana Brambilla da il Giorno

SCOPPIA la polemica dopo la conferenza indetta dai Giovani Padani e Lealtà-Azione all’Urban Center lo scorso venerdì sera. A rispondere alle richieste di Rifondazione Comunista, partito che aveva chiesto esplicitamente al sindaco Roberto Scanagatti di prendere una posizione antifascista e non mettere a disposizione uno spazio comunale a «pseudo movimenti culturali che nascondono scopi anticostituzionali e a stampo fascista», è stato direttamente il primo cittadino. Con una nota, arrivata direttamente dal Municipio, il sindaco ha fatto sapere che l’«Urban Center dispone di sale utilizzabili dietro pagamento, da tutti coloro che per motivi di lavoro o di discussione, anche pubblica, vogliano farne uso. Nel caso del dibattito di Lealtà-Azione, la richiesta è stata inoltrata e concessa ad un’organizzazione giovanile che è espressione di un gruppo politico rappresentato in Consiglio comunale che ovviamente, sul piano formale e politico, si assume tutte le responsabilità». Poche dunque le limitazioni all’uso di tali locali. Solo una clausola vieterebbe infatti di occupare quelle aule. Come si evince dalla comunicazione, il sindaco non rilascia «nessuna concessione di spazi comunali a chi, ponendosi in contrasto con la Costituzione, ripropone, ancorché in modo mascherato, idee e pratiche riconducibili direttamente o indirettamente all’ideologia fascista o neofascista».

NON MOLTO CHIARO dunque il perché sia stata concessa l’aula per un’iniziativa organizzata anche da Lealtà-Azione, il cui simbolo era chiaramente stampato sui volantini dell’evento: un dubbio espresso anche da Rossana Valtorta, dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani di Monza. «Sarebbero bastati dei controlli. Navigando nel web si comprendere il forte legame che il gruppo ha con associazioni di estrema destra. A Milano la loro sede di viale Brianza è stata inaugurata nel 2010, con una conferenza in onore dell’ex generale belga delle SS Lèon Degrelle, condannato da un tribunale del proprio Paese come criminale di guerra. Questo smaschera già da solo, la loro matrice neonazista. Approfondendo si percepisce ancor meglio il legame tra Lealtà-Azione e l’anima più violenta, razzista e pericolosa del movimento xenofobo internazionale: gli Hammerskin. Si tratta di un gruppo creatosi da una costola del Ku Klux Klan. A Bollate gestisce la Skinhouse, punto di riferimento dei militanti di Lealtà-Azione prima dell’apertura della loro sede indipendente». Perplessi i vertici di Anpi. «Abbiamo chiesto al sindaco - conclude Valtorta -, di cancellare la conferenza il 20 settembre. Ma nessuno ci ha ascoltato. Spero solo di non assistere a episodi di violenza spinti dalle parole pronunciate lo scorso venerdì». 

Monza - Convegno omofobo? La protesta: «Sindaco, schierati contro i fascisti»

di Rossana Brambilla da il Giorno del 28/09

«IL SINDACO Roberto Scanagatti deve prendere una posizione antifascista e contrastare questi pseudo movimenti culturali, che altro non fanno che nascondere iniziative a stampo omofobo e razzista». Alzano la voce i membri di Rifondazione Comunista di Monza. A scatenare la loro rabbia, l’iniziativa tenutasi venerdì sera all’Urban Center dal titolo «Omofobia o Eterofobia, per opporsi a una legge ingiusta e liberticida», ideata dal Movimento Giovani Padani e Lealtà-Azione Monza e presidiata da carabinieri e polizia in tenuta anti sommossa. Fulcro del dibattito la nuova legge Scalfarotto e il «tentativo di manipolazione dell’infanzia» attuato, secondo i due gruppi organizzatori, attraverso il progetto «Rainbow promosso a Monza dal consigliere Gerosa e approvato dall’Amministrazione Scanagatti».

TALE INIZIATIVA prevede la proiezione di documentari in cui vengono trattati in modo semplice ed esplicativo i problemi che i gay vivono quotidianamente. Outing, incomprensioni, sentimenti vengono raccontati ai piccoli con dei cartoni animati. Un atteggiamento considerato dai Giovani Padani e da Lealtà-Azione «un indottrinamento alla ideologia di genere». «La Legge Scalfarotto sta facendo passare il messaggio che gli omosessuali sono una categoria di individui che deve avere dei favoritismi - sostiene il relatore Gianfranco Amato, avvocato e presidente di Giuristi per la Vita -. Stiamo mettendo queste persone sullo stesso livello di categorie represse, quali gli ebrei o i neri. Ma non mi sembra che le loro storie siano uguali. Ci sono inoltre dei risvolti. L’omosessualità non è una condizione che si può provare scientificamente. Chi vieta allora a una persona di fingersi gay per ricavarne vantaggi giuridici?». Posizioni forti che hanno portato Michele Quitadamo, di Rifondazione Comunista, a scrivere al primo cittadino: «Abbiamo bisogno che questa Giunta si schieri e che non conceda spazio a questi movimenti razzisti. Da oltre un anno, assieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ho inviato diverse comunicazioni in Municipio, denunciando fatti contro la nostra costituzione. Abbiamo più volte sollecitato una risposta. Ma tutt’oggi l’argomento non è ancora stato trattato. Intanto però in città si permette l’organizzazione di tali conferenze».

Seregno - Il segretario provinciale della Lega Nord, Alberto Rivolta, difende la "militanza" di Boneschi

Riceviamo e pubblichiamo una nota inviataci dalla segreteria provinciale della Lega Nord- Monza e Brianza in relazione all'articolo apparso sul nostro sito qualche giorno fa: Seregno - Trezzi rassegna le dimissioni. L'ultimo consigliere leghista seregnese abbandona il sindaco e il partito.

la redazione di infonodo.org

di seguito il testo:

Buongiorno,
in relazione all’articolo da voi pubblicato in data 11.08 u.s. dal titolo “Seregno – Trezzi rassegna le dimissioni”, in relazione alla militanza del S.O.M. Alessandro Boneschi, così il Segretario Provinciale Alberto Rivolta “L’apporto di militanza di Alessandro Boneschi, in termini quantitativi e qualitativi, è fuori discussione, dalle presenze costanti agli appuntamenti sul territorio alla gestione di importanti società pubbliche ottimizzando risultati economici e servizi per la cittadinanza, ed è apprezzata e tenuta in grande considerazione anche dai massimi vertici federali del Movimento. Stupisce, o forse no, che anzichè compiacersene si inventino casi, tralasciando invece di menzionare impegno, risultati ed efficienze dimostrate dal manager del Carroccio.”


Cordiali saluti

Roberto Brambilla
Responsabile Organizzativo Provinciale Lega Nord

 

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