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Comunicato Stampa Andrea Monti: La Ricchiuti chiederà lo scioglimento anche del Consiglio di Cesano?

La Ricchiuti chiederà lo scioglimento anche del Consiglio di Cesano?

Nel giorno in cui la Ricchiuti chiede lo scioglimento del Consiglio di Seregno, anche a Cesano viene chiusa un'attività per sospetta infiltrazione mafiosa. Oserà chiedere lo scioglimento del Consiglio di un sindaco PD?

Tratto da http://www.ilmonti.com/la-ricchiuti-chiedera-lo-scioglimento-anche-del-c...

Senza scomodare Leonardo Sciascia, che aveva già intuito il pericolo anni fa
In nome dell’antimafia si esercita una specie di terrorismo, perché chi dissente da certi metodi o da certe cose è subito accusato di essere un mafioso o un simpatizzante (Intervista al Tg2)
l’errore di approccio di quelli come la Senatrice Lucrezia Ricchiuti, lo si intuisce fin dal nome del movimento/gruppo (o qualcosa di simile) che ha fondato:«LaMeglioItalia». Come dire che l’Italia migliore è quella che sta dalla parte della Ricchiuti, Partito Democratico. La «MeglioItalia» è solo quella che la segue, che la pensa come lei. Gli altri, evidentemente, sono i peggiori, la PeggioItalia: sono magari mafiosi, o comunque loro amici. Sono conniventi con i criminali, lestofanti, ladri e farabutti. Ovvio, non è così. Anche perché, dato lo scarso successo dell’iniziativa (la pagina Facebook conta la miseria di 289 «Mi Piace»), dovrebbe significare che siamo tutti indistintamente «LaPeggioItalia». Confondere i piani tra lotta alle mafie e appartenenza politica è assurdo e soprattutto pericoloso. Credere che le mafie abbiano una specifica appartenenza partitica è semplicemente idiota, perché le mafie si alimentano dell’aderenza con il potere, anche a livello locale. E da qualche anno la stragrande maggioranza dei comuni in Italia è retta da maggioranze di centro sinistra. Ma naturalmente, una volta costruita la propria carriera politica su questa tesi, la senatrice non può che seguire l’onda. Ed ecco che l’occasione del provvedimento di chiusura di due attività commerciali a Seregno è l’occasione propizia: la maggioranza a Seregno è di Centro Destra e risulta facile alzare i toni, spararla grossa e tirare in ballo direttamente la politica: ecco partire la richiesta ad Alfano di scioglimento del Consiglio Comunale di Seregno per infiltrazione mafiose. Booom! Scoppia la bomba, ci si frega le mani, si finisce sui giornali e si conquista qualche comparsata. Il giochino è sempre lo stesso. Ed è inutile abbozzare qualsiasi difesa, perché come ammoniva Sciascia: «chi dissente da certi metodi o da certe cose è subito accusato di essere un mafioso o un simpatizzante».
Oggi ci pensa però la perfida cronaca a rompere le uova nel paniere alla Ricchiuti. La notizia è che a Cesano Maderno è stata chiusa una rivendita di automezzi per infiltrazioni mafiose. La cosa carina è che i giornali locali titolano la notizia proprio sotto la richiesta di scioglimento del Consiglio di Seregno avanzata dalla Ricchiuti.
Perché non dare il bis di richieste allora? Il problema è che a Cesano non governano i brutti e cattivi del centro destra, quelli della «PeggioItalia», al contrario Cesano Maderno è proprio il comune dove il primo cittadino è l’uomo simbolo del PD brianzolo, quel Gigi Ponti che è pure Presidente della Provincia. «A Seregno ci sono stati dei precedenti preoccupanti», qualcuno potrà abbozzare una difesa. Vero. Ma anche a Cesano, giusto nel marzo 2014, veniva arrestato il marito di un consigliere di maggioranza, proprio con l’accusa di essere vicino alla criminalità organizzata nell’operazione in cui si scovava la banca della ’ndrangheta. Fu lo stesso Gigi Ponti a liquidare la questione come un fatto grave ma privato e poi tutta la maggioranza aveva fatto quadrato:
non esiste nessun atto amministrativo o politico che possa adombrare o mettere in discussione l’operato di Consiglieri o Assessori di questa Amministrazione, la reciproca stima e l’unità dell’azione politica
Naturalmente nessuno qui sta sostenendo il contrario, ma quello che è giusto sottolineare è il plateale doppiopesismo. In questo caso non si trattava del parente di un titolare di un bar in cui il Sindaco forse andava a bere un caffè. La questione coinvolgeva direttamente il marito di un consigliere di maggioranza. All’epoca però Ponti e la sua maggioranza si poterono giustamente difendere (e ci mancherebbe, visto che un minimo di garantismo dovrebbe ancora esistere). Perché invece la maggioranza di Seregno sarebbe automaticamente collusa con le mafie e addirittura il Consiglio Comunale andrebbe sciolto?
A questo punto mi pare scontato che la senatrice, presa in mezzo a questo curioso scherzo del destino, si affretti ad avanzare una simile richiesta di scioglimento anche per il Consiglio di Cesano. Se non lo farà, e credo che non lo farà, sarà l’ennesima conferma che questi sono solo dei professionisti dell’antimafia. Sono dei finti paladini della giustizia e del bene comune a corrente alternata, solo se fa comodo alla parte politica che gli ha garantito uno scranno d’oro e un lauto stipendio, una bella carriera politica insomma. Gente la cui credibilità diventa sempre più vicina allo zero.

Seregno - Lapide dei repubblichini al cimitero. Comunicato del Pd

COMUNICATO STAMPA

Il rispetto umano dovuto ad ogni defunto non ci esime dal fare alcune gravi considerazioni in relazione alla posa della lapide, avvenuta recentemente al cimitero principale, in ricordo dei caduti seregnesi nella Repubblica Sociale Italiana.
La storia ha già sentenziato che quanti sono caduti per la difesa della libertà e della democrazia, che dopo settant’anni non pare purtroppo pienamente compiuta, non possono essere equiparati ai morti invece sotto le insegne di regimi totalitari e sanguinari come il nazismo ed il fascismo. Dittature responsabili di aver negato ogni forma di libertà di pensiero e di azione e di aver trascinato il mondo e l’Italia nella più grande carneficina umana qual è stata la seconda guerra mondiale.
Il Partito Democratico manifesta la propria condanna di fronte a questa iniziativa ed esprime forte protesta nei confronti dell’amministrazione comunale che non ha ritenuto di informare in alcun modo e preventivamente né le forze politiche, né i gruppi presenti in consiglio comunale.

Seregno, 5 novembre 2015

Partito Democratico
Circolo di Seregno

 

Seregno - Elezioni 2015, verso il ballottaggio. Il sindaco che non c'é e il volo delle locuste

di k.ts.

C’erano undici candidati in lista per aggiudicarsi la poltrona di sindaco di Seregno, ha vinto quello che non c’è. Il candidato di quel 50% e passa dell’elettorato di Seregno che non si é sentito rappresentato dall’offerta messa sul tavolo da partiti e liste civiche e ha deciso di non votare (48,42%) e se è andato ai seggi ha annullato la scheda o l’ha consegnata bianca: complessivamente il 3,39% dei votanti.

Nel 2010 Giacinto Mariani era stato eletto al primo turno con 15.361 voti, a distanza di cinque anni il suo assessore all’Urbanistica, Edoardo Mazza, candidato sindaco per Forza Italia e Lega Nord (con due liste di appoggio, tra cui Amare Seregno che cinque anni fa presentava un proprio candidato sindaco), si ferma a 6.926 voti.
Numeri da disastro, di cui però il Pd non riesce ad approfittare perché non aumenta il consenso, anzi, il suo candidato William Viganò (4.148 voti) prende 900 voti in meno di quello raccolto da Mauro Ballabio cinque anni fa.

Rispetto alle elezioni per il parlamento europeo, in cui il Partito democratico era arrivato a Seregno al 36,3 %, dimezza percentuali e voti: erano stati 7.464 nel 2014, con un affluenza alle urne del 59%.

I numeri del centrodestra sono i numeri della bocciatura di dieci anni di amministrazione. Con Giacinto Mariani, sindaco uscente, che segna il gol della bandiera, diventando il candidato consigliere più eletto, prendendo in queste elezioni 476 voti di preferenza, praticamente la metà dei voti che aveva preso a Seregno nelle europee dell’anno scorso (vedi Il Pd è il primo partito. Giacinto Mariani bocciato nella sua Seregno) che pure erano state vissute da Mariani come una bruciante umiliazione.

Dopo dieci anni da sindaco e avendo esplicitamente richiesto i voti di preferenza in campagna elettorale, quei 476 voti definirli un gol della bandiera forse è troppo; sarebbe più giusto chiamarli la conquista di un calcio d’angolo, da fare, però, pesare poi per diventare vice sindaco e avere la delega all’Urbanistica e voce in capitolo sulle partecipate, settori ai quali Giacinto Mariani é interessato in modo esplicito (il suo socio d’affari Fiorenzo Ballabio è da anni che viene nominato nei collegi sindacali di AEB-Gelsia dallo stesso Mariani).

Nella bocciatura della giunta guidata da Giacinto Mariani ci stanno le esigue preferenze raccolte da Marco Formenti (91 voti) che dopo dieci come assessore al Commercio e dopo una ventilata candidatura a sindaco per la Lega Nord prende le stesse preferenze di Edoardo Trezzi, un semisconosciuto che molti elettori della Lega hanno votato scambiandolo per Roberto Trezzi. Vale a dire il consigliere uscito/espulso dalla Lega, l’anno scorso in disaccordo con la linea dettata da Mariani e dall’eterno commissario Marco Tognini (la sezione della Lega Nord è commissariata ormai da più di due anni).

Unica eccezione alla bocciatura della giunta uscente, le preferenze raccolte da Ilaria Cerqua (472 voti per l’assessore ai Servizi sociali) che si è giovata del suo presenzialismo, delle relazioni intessute al centro anziani dal fedele Vittorio Armenio (premiato con una carica nel consiglio di amministrazione di Gelsia, €12.000 l’anno la sua retribuzione) e della campagna da candidato sindaco che aveva già lanciato ma che le è stata stoppata quando non c’è stata convergenza sul suo nome e il suo partito: Forza Italia, le ha preferito Edoardo Mazza.

La Seregno dei Gioffré, ricandidato dopo che lo stesso suo partito ne aveva chiesto le dimissioni due anni fa per le sue frequentazioni con noti ‘ndranghetisti (da riascoltare la dichiarazione letta in consiglio comunale da Chiara Novara a nome di tutto il Pdl, ascolta audio); dei Ciafrone, intesi come fratelli e loro dipendenti, infilati nei vari cda delle municipalizzate; di Gianfranco Ciafrone, inteso come vicesindaco, che si “dimentica” per anni di pagare la tassa sui rifiuti, dei Tripodi e dei loro aperitivi elettorali (vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss); delle fiduciarie del sindaco uscente Giacinto Mariani (vedi Seregno – Una fiduciaria aperta per Giacinto Mariani, il sindaco fotovoltaico. La società con Barzaghi sullo sfondo del PGT); dello champagne agli ‘ndranghetisti e della gestione dei buttafuori in alcuni locali pubblici di Seregno (vedi Seregno - I verbali di Antonino Belnome: buttafuori e champagne per la 'ndrangheta)... questa Seregno è minoranza e raccoglie meno del 20% dei voti degli aventi diritto. E’ una buona notizia.
La cattiva notizia è che questa Seregno minoritaria rischia di continuare a governare, soprattutto per l’insipienza del Pd locale e del suo candidato.

Tre mesi fa scrivevamo:
Scordatevi il voto del maggio dell’anno scorso...Alle prossime elezioni del 31 maggio per il rinnovo dell’amministrazione comunale, sarà un’altra storia.
Nonostante le divisioni nel centrodestra, il Partito Democratico stenta a imporsi come lepre della situazione. Ruolo che il risultato delle elezioni dell’anno scorso, sull’onda del vero e proprio plebiscito per il partito di Renzi, sembrava avergli assegnato, o comunque aver messo le basi per una sua affermazione a Seregno dopo dieci anni di amministrazione di centrodestra (vedi ”Seregno - Elezioni comunali. Il Pd rischia di sbatterci la faccia..un'altra volta)”.

Non avevamo e non abbiamo la sfera di cristallo però il trantran con cui il Pd e il suo candidato William Viganò si apprestavano a iniziare la loro campagna elettorale, era lo stesso con cui avevano condotto in questi anni la loro opposizione.

E se qualcuno lavora poco come consigliere comunale poi non si trasforma in un fulmine di guerra quando arriva il momento delle elezioni.
Perché gli mancano le basi da cui partire, testimone ne sia il programma elettorale del Pd: vuoto, debole e generico, sintomo di chi ha studiato poco e non ha una idea chiara sul che fare (vedi programma Pd).

Nel programma del Pd non c’è nemmeno la revisione del Pgt, idea chiave che pure esiste nel programma delle forze che stanno alla sua destra e hanno appoggiato Pietro Amati e in quello dei partiti che stanno alla sua sinistra e hanno sostenuto Giusy Minotti.

Un Pgt che non é affatto a consumo zero come l’assessore all’Urbanistica Edoardo Mazza ha cercato di raccontare, prova ne sia il Piano Attuativo approvato dalla Giunta uscente alla vigilia del voto ( vedi Delibera di Giunta 104/2015).

In una Provincia di Monza e Brianza che è la più cementificata d’Italia, secondo gli ultimi dati di Ispra (vedi Ogni anno in Italia scompare sotto il cemento una superficie grande come Milano), Seregno è nettamente al di sopra della già alta media provinciale con il 44% del suolo coperto da cemento.
Ma la corsa alla cementificazione non è ancora finita ed è pronta a ripartire con nuovo vigore.
Nel programma di Forza Italia-Lega Nord, infatti, si può leggere: “Individuazione e creazione di un centro direzionale strategico propedeutico allo sviluppo della città economica legato soprattutto al terziario avanzato”.
E’ il vecchio progetto del Pgt Mariani-Gavazzi-Corbetta che individuava nell’area Effebiquattro il “centro direzionale strategico”.
Pgt che è stato poi scartato non dalle opposizioni, che non avevano i numeri per farlo, ma da quella opposizione interna alla maggioranza costituita dal gruppo consigliare della Lega Nord che sull’idea di un vero consumo zero di suolo aveva detto parole chiarissime e fatto battaglia dura.

L’hanno pagata cara quella posizione contro gli interessi dei poteri forti.
Luca Talice che era in un certo senso il leader di quella pattuglia leghista è stato accusato di violenza sessuale.
Basta leggersi le motivazioni dell’assoluzione di Talice per capire quanta parte di quella vicenda sia ascrivibile alla sua opposizione alla cementficazione di Seregno (vedi sotto le motivazioni della sentenza di assoluzione di Luca Talice).

Gli altri o sono stati espulsi dalla sezione della Lega Nord (Roberto Trezzi) o sono stati messi ai margini, alcuni di loro retrocessi disciplinarmente da militanti a semplici simpatizzanti.
Il centrodestra che adesso si raccoglie attorno a Mazza non ha più al suo interno quella componente pronta a frenare gli appetiti dei costruttori, e chi  - come Mazza e Mariani - non si fa scrupoli a mischiarsi con certa gente ( vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss), é chiaro che idea di città ha in testa e andrà a sviluppare una volta arrivato al potere, e a questo giro con le mani libere.

Ricordano uno sciame di locuste in volo, guidato da niente altro che la propria voracità.

Per capire il valore degli affari che stanno dietro alle scelte urbanistiche dell’amministrazione comunale basta guardare al bilancio della Dell’Orto del 2009, anno in cui  la società ha ceduto lo stabile di via San Rocco per € 5.016.000 più un differenziale.
Si legge nel bilancio che “Il differenziale da incassare, variabile in funzione delle volumetrie accordate in base al Piano di Governo del Territorio, é variabile da un minimo di 1,5 milioni a un massimo di 4 milioni di euro”.
In pratica il Piano attuativo previsto per quell’area dal vigente Pgt è in grado di raddoppiare il valore fondiario dell’area stessa.

Come funziona il meccanismo tutto interno alla Giunta attraverso il quale verranno approvati i piani attuativi, si é visto in opera alla vigilia del voto con il già citato Piano Attuativo di via dello Stadio.

Lo scenario di una vittoria di Edoardo Mazza è di avere a Seregno, come vicesindaco e assessore all’Urbanistica Giacinto Mariani, il sindaco uscente che mentre veniva scritto il primo Pgt, quello del sacco della città, costituiva attraverso una fiduciaria una società con Mario Barzaghi, massimo beneficiario di quel Piano di Governo del Territorio.

Per vincere al ballottaggio, William Viganò dovrà recuperare una differenza di 2.778 voti, tanta è la distanza che lo separa da Edoardo Mazza.

Gli potrebbe bastare, se si confermerà la tendenza astensionista, prendere al ballottaggio tra i sette e gli ottomila voti.
Lontano da quei 11.188 elettori che nel 1995 diedero fiducia a Gigi Perego che era partito dietro dopo il primo turno, con un patrimonio di 6.452 voti quasi raddoppiati al ballottaggio.

William Viganò dovrebbe cercare di arrrivare ai livelli raggiunti nel 2005 da Pietro Amati, candidato sindaco di quei partiti che poi confluirono nel Pd, che prese al primo turno 7.403 voti.
Da quella elezioni che vide l’affermazione di Giacinto Mariani con 15.417 voti, mentre Giuseppina Minotti di Rifondazione Comunista raccolse 1.912 voti (quest’anno sono stati 697) sono passati solo dieci anni eppure sembra un’era geologica fa, sia per chi ha governato, sia per chi è stato all’opposizione.
 

Sentenza Talice Urbanistica by infonodo

Lissone - Quella sinistra stupida che vuole riscrivere il significato del 25 aprile

di k.ts.

Ogni 25 aprile è sempre la stessa storia, all’interno delle commemorazioni si vuole inserire anche il ricordo dei caduti della Repubblica di Salò o di quei fascisti che furono passati per le armi dai partigiani nei giorni precedenti e successivi il 25 aprile.

Lo hanno fatto o hanno cercato di farlo per anni esponenti politici del centrodestra - non tutti a dire la verità - adesso questa mania sembra essersela presa anche il centrosinistra.

É di questi giorni, infatti, la polemica a Lissone dove la giunta del Pd, nella pagina web dedicata al 70° anniversario della Liberazione e alla mostra dell’ANPI, ha voluto inserire questo testo:
A 70 anni dalla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, la sezione lissonese "Emilio Diligenti" dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia ha realizzato una mostra documentaria dedicata ai 15 martiri lissonesi per la libertà, 8 fucilati dai nazifascisti e 7 deceduti nei campi di internamento tedeschi.
Ne pubblichiamo ogni giorno un pannello su questo sito, a ricordo del loro sacrificio e senza dimenticare i 670 giovani concittadini che furono prigionieri di guerra dell'uno o dell'altro fronte, i 54 scomparsi nella ritirata di Russia e gli altri circa 200 morti e dispersi nella seconda guerra mondiale, nonché le vittime delle leggi razziali (un'ebrea sfollata a Lissone e deportata ad Auschwitz) e i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città dopo il 25 aprile.

Un testo che per quel “senza dimenticare [...] i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città il 25 aprile” ha lasciato sconcertati alcuni iscritti all’ANPI di Lissone che hanno, giustamente, protestato e scritto una lettera (vedi sotto).

L’assessore Beretta ha spiegato e giustificato la scelta della Giunta lissonese in questo modo:
Fu una guerra fratricida e indipendentemente dalla causa per cui sono morti - il giudizio sulla causa é ovviamente diverso - resta il fatto che anche queste persone hanno perso la vita. Non vogliamo rinnegare l’umanità nel riconoscere che anche colui che sbaglia é morto ed ha pagato con la vita. C’é uno strascico di dolore nei familiari che ha bisogno di essere sanato. Sono molto felice che l’Anpi abbia voluto sostenere questa mia intenzione perché si getta un seme di riconciliazione 70 anni dopo, al di là delle fazioni”.

Le fazioni in lotta di cui parla l’assessore di Lissone, non erano dieci o cento ma due: da una parte l’esercito della Germania nazionalsocialista e i soldati e i miliziani italiani della fascistissima Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini, dall’altra parte l’esercito alleato (Usa - Impero Britannico - la Francia Libera di De Gaulle, ma anche polacchi e greci), l’esercito italiano che era rimasto fedele alla monarchia e non a Mussolini, e il Comitato di Liberazione Nazionale che rappresentava la resistenza italiana ed era formato principalmente da comunisti e socialisti, ma anche da repubblicani, azionisti, democristiani oppure da partigiani che semplicemente combattevano i nazifascisti (le Brigate autonome o i partigiani badogliani). Quindi per riconciliarsi, come vuole l'assessore Beretta, bisognerebbe riconciliarsi con il nazifascismo.

La festa del 25 aprile è stata istituita come festa nazionale nel 1949, allora al governo c'era il democristiano Alcide De Gasperi.

La definizione esatta che si può trovare anche sul sito del Governo Italiano é: Festa del 25 aprile - Liberazione dal nazifascismo (1945).

Non c’è scritto: festa di commemorazione dei defunti oppure festa dei caduti in guerra, festa di liberazione dall’occupazione tedesca e meno che mai festa di riconciliazione nazionale, ma "Liberazione dal nazifascismo", e con il termine nazifascismo non si indica solo il nazionalsocialismo tedesco ma anche il fascismo italiano (vedi Nazifascismo).

Con il 25 aprile si sancisce il passaggio verso un nuovo capitolo della storia d’Italia che si contrappone nettamente al passato regime fascista.

Il 25 aprile è forse il solo mito fondativo della Repubblica Italiana nata nel dopoguerra.
Come tutti i miti fondativi a volte eccede in retorica, semplifica, é di parte, partigiano, ma questo vale per ogni mito fondativo di tutte le nazioni al mondo.

In Francia il 14 luglio si festeggia la presa della Bastiglia e la Rivoluzione francese, ma nessuno si sognerebbe di inserire nelle commemorazioni ufficiali anche un omaggio a Maria Antonietta e alla Vandea; negli Stati Uniti il 4 luglio non si piangono i coloni che rimasero fedeli alla corona britannica e che per questo pagarono con la vita.

Ogni mito fondativo traccia una linea netta tra chi é stato di qua e chi é stato di là, e non ci può essere riconciliazione, mai, in nessun caso, se non al prezzo di rinunciare alla propria identità che proprio la celebrazione di quel momento fondativo dovrebbe servire a costruire.
Sembra un’ovvietà ma vale la pena dirlo in modo chiaro: il 25 aprile può essere solo antifascista, altrimenti non è più la festa di Liberazione dal nazifascismo, non è più niente.

Chi ha un mito fondativo lo coltiva e se lo tiene caro, chi non ce l’ha se lo inventa spesso arrampicandosi sugli specchi come la Lega Nord con celti, longobardi e con il dio Po, per la Padania.
Solo il Partito Democratico, nato dai resti di due partiti antifascisti, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, è così stupido da svilire e annacquare quello che dovrebbe essere un suo punto di riferimento ben preciso: il 25 aprile 1945, il mito fondativo di questa democrazia italiana.

Oggi su un giornale locale si potevano leggere le parole di Alberto Pilotto, segretario del Pd di Monza:
A settant’anni da quel 25 aprile dobbiamo soprattutto ricordare che ci siamo liberati dalla necessità di avere un nemico tra i nostri fratelli o i nostri concittadini italiani. La scelta dell’Anpi di Lissone credo che vada in questa direzione: non vogliamo e non abbiamo più la necessità di essere nemici tra di noi. Non vuole essere revisionismo. E’ chiaro che chi ha combattuto e dato la vita per gli ideali giusti (e va per questo ringraziato e commemorato) e chi ha fatto la scelta sbagliata, per un’errata posizione politica, per costrizione magari per mancanza di coraggio pagandola comunque con il prezzo più alto

Ci si chiede se dopo la scelta della giunta lissonese di infilare nelle celebrazioni anche i sette fascisti fucilati, il passo successivo sarà mettere nelle commemorazioni anche Benito Mussolini.
Anche lui, infatti, ha pagato la sua “errata posizione politica” con la vita ed è stato fucilato.

Se il Partito Democratico in Brianza non si considera più un partito antifascista, sono affari suoi, ma questa Repubblica Italiana, con la sua Costituzione e la sua festa di Liberazione dal nazifascismo, antifascista lo è ancora, ed é dovere di chi ricopre cariche istituzionali ricordarselo e rispettarlo, almeno fino a che le cose stanno così.

Di seguito la lettera di tre iscritti all’Anpi di Lissone.



Alla CA del direttivo dell’ANPI sezione di Lissone, Lissone, 20 aprile 2015
PC al comitato provinciale dell’ANPI di Monza e Brianza

Come iscritti al circolo dalla sezione lissonese «Emilio Diligenti» dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia siamo rimasti sconcertati nel leggere il comunicato stampa apparso sul sito del comune il 9 aprile 2015, che illustra il calendario delle celebrazioni del settantesimo anniversario della Liberazione. Infatti, accanto alle iniziative che ricordano i martiri antifascisti, la nota riporta letteralmente questa frase: “Meritoriamente l'Anpi unisce infine nel ricordo dell'umana pietà anche i nomi di chi stava «dall'altra parte», ovvero i 7 fascisti - o presunti tali - uccisi sommariamente nella nostra città nei giorni successivi al 25 aprile 1945”.

Al di là dei singoli casi specifici, ci pare assai grave che questo comunicato stampa accomuni nel ricordo –proprio nella ricorrenza del 25 aprile-, chi volontariamente collaborò con i nazisti e chi invece scelse coraggiosamente la via della ribellione a un regime criminale che nel corso di un ventennio si contraddistinse per le leggi razziali e per una brutale guerra d’aggressione che portò a morire migliaia di soldati nel fango dei Balcani, nel deserto africano e nel gelo della steppa sovietica. Assimilare vittime e carnefici, sminuisce le ragioni della lotta che si combatté tra fascisti e partigiani, e apre la strada ad una banalizzazione della storia del nostro paese.

Accostare oppressi e oppressori, favorisce quegli squallidi suonatori che da vent’anni battono la grancassa su una inesistente ferocia partigiana; e spiana la strada a quella vulgata reazionaria che punta a riscrivere la vicenda italiana, riaccreditando la storia del fascismo italiano nell’alveo delle culture politiche legittime e smantellando, nel senso comune del paese, quel che resta della cultura e dei valori della Resistenza.

Mettere sullo stesso piano fascisti e partigiani significa favorire le forme peggiori di revisionismo storico. Uniformando sotto il criterio di una indefinita “violenza” elementi diversi per natura, origine e sviluppo, conduce inevitabilmente alla conclusione che tra vittime e carnefici vi fu lo stesso medesimo grado di crudeltà e che in sostanza fascisti e antifascisti abbiano una uguale moralità e dignità storica. In questo modo le ragioni dei partigiani vengono cancellate favorendo la costruzione di quel senso comune che ha permesso in questi ultimi anni un vero e proprio processo mediatico alla Resistenza.

Un’operazione, questa, che guardando al passato influisce sul presente, e che per questo va respinta senza indugio, a maggior ragione, oggi nel contesto attuale, segnato dal riemergere di preoccupanti rigurgiti neofascisti. Oggi, non c’è pacificazione alcuna con chi ha valori antitetici ad ogni principio di uguaglianza e libertà, non c’è riconciliazione alcuna con chi rivaluta le vestigia del fascismo storico, non c’è concordia alcuna con chi fomenta la caccia xenofoba e organizza il nuovo squadrismo fascista. C’è invece la necessità di rilanciare l’antifascismo, e di riattualizzare i contenuti che furono alla base della lotta di liberazione dal nazifascismo, per far rivivere oggi, nel corpo della società, i valori e i principi della Resistenza.

Per questo chiediamo che il direttivo dell’Anpi annulli le iniziative proposte con un’ amministrazione comunale che surrettiziamente vorrebbe cambiare di segno la celebrazione del 25 aprile.

Valentina Fumagalli
Natale Locati
Filippo Piacere

 

Seregno - Elezioni comunali. Il Pd rischia di sbatterci la faccia..un'altra volta

di k.ts.

Scordatevi il voto del maggio dell’anno scorso, quando alle europee il Pd a Seregno prese il 36,29%, davanti a Forza Italia 19,6%, Movimento 5 Stelle 16,49% e Lega Nord al 16,04%.
Alle prossime elezioni del 31 maggio per il rinnovo dell’amministrazione comunale, sarà un’altra storia.
Nonostante le divisioni nel centrodestra, il Partito Democratico stenta a imporsi come lepre della situazione. Ruolo che il risultato delle elezioni dell’anno scorso, sull’onda del vero e proprio plebiscito per il partito di Renzi, sembrava avergli assegnato, o comunque aver messo le basi per una sua affermazione a Seregno dopo dieci anni di amministrazione di centrodestra.

Un anno è passato, il personaggio Renzi ha perso di novità e si é appannato, ma non è solo il riflesso nazionale che pesa sulla debolezza con cui il Partito Democratico si appresta a iniziare la campagna elettorale.

In quest’anno il Partito Democratico a Seregno ha fatto ben poco per scrivere l’agenda politica della città e per attaccare a fondo un’amministrazione che si è rivelata:
- incompetente, il disastro di piazza Risorgimento,
- coinvolta in inchieste giudiziarie, il vicesindaco dei primi cinque anni e assessore per un anno del secondo mandato di Giacinto Mariani, Attilio Gavazzi rinviato a giudizio per corruzione,
- con una maggioranza con elementi al limite della connivenza con la ‘ndrangheta, parole usate dai magistrati per descrivere il comportamento del consigliere comunale di Forza Italia, Francesco Gioffré.

L’elenco potrebbe continuare e sarebbe molto lungo, per farla breve valga per tutte la vicenda +Energy, con il sindaco che si mette in società, però attraverso una fiduciaria per non comparire, con l’immobiliare di Mario Barzaghi che era la principale beneficiaria di quel PGT già pronto ma poi abortito in fretta e furia quando l’onda delle inchieste su Massimo Ponzoni - la sua prima iscrizione al registro degli indagati é dell’aprile 2010 - iniziava a montare.
Quel Massimo Ponzoni che poi si scoprirà dal memoriale di Sergio Pennati esercitava una forte influenza sul PGT di Seregno proprio attraverso Attilio Gavazzi. Nell’estate del 2011 Attilio Gavazzi e il PGT faranno la stessa fine, uno fuori dalla Giunta e l’altro nel cestino, eliminato così il peccatore e il peccato, l’amministrazione Mariani rinacque "vergine".

Il Pd, fatte le primarie e scelto il candidato sindaco con un largo anticipo, il 30 novembre dell’anno scorso, ha deciso di non fare una campagna elettorale lunga, ma breve racchiusa in questi ultimi cinquanta giorni e si è messo così in attesa.

Un atteggiamento che di solito premia chi è in largo vantaggio e lascia che le cose vadano a compimento cercando di non fare passi falsi.
Il problema é che il vantaggio del Pd é tutto teorico in una città come Seregno che da sempre é spostata a destra.
Il miracolo di ribaltare la situazione riuscì per ben due volte a Gigi Perego, ma lì prevalse la forza del candidato sindaco.

Dal rito delle primarie il Pd ha però estratto il nome di William Viganò che non ha lo stesso carisma di Gigi Perego e si é aggiudicato la candidatura a sindaco con 375 voti, non certo un plebiscito.

Con una carriera scolastica alla Umberto Bossi e una laurea annunciata che sembrava sempre sul punto di arrivare ma che non è mai arrivata, William Viganò siede pacificamente in consiglio comunale dal 2005 con un modesto periodo di luce quando ne è stato prima vicepresidente dal 2010 al 2012 e poi presidente per un anno fino al 2013.

Gli viene riconosciuta la capacità di ascolto, una competenza sulle regole di funzionamento della macchina comunale e una specifica conoscenza del settore dei servizi sociali, settore nel quale esercita la professione di educatore a Seregno.
Un pregio che é anche un limite allo stesso tempo, infatti la cooperativa per cui lavora ha una convenzione con affidamento diretto dal comune di Seregno ricevendo per il servizio che offre 243mila euro ogni anno, principale fonte di introito della cooperativa.
Diventando sindaco si troverebbe, così, nella non facile situazione di dover decidere su un settore, quello dei servizi sociali che vale 10 milioni di euro nel bilancio comunale e che vede coinvolta come affidataria per un servizio anche la sua cooperativa, dalla quale si metterà in aspettativa se diventerà sindaco.

Chiesto un giudizio su William Viganò nel ruolo di sindaco di Seregno, alcuni dei suoi elettori ti rispondono: “un bravo ragazzo..ma..”. E non si capisce se è peggio la prima parte o quel “ma” che rimane lì sospeso.
Sull’onestà della persona nessuno ha dubbi ma di entusiasti è difficile trovarne.

Con un candidato debole e un partito incapace di costruire alleanze alla sua sinistra con la lista Per un’altra Seregno che candida come sindaco Giusy Minotti e alla sua destra con Per Seregno Civica che candida Pietro Amati, i democratici seregnesi, per vincere le elezioni, si troveranno davanti una strada che è meno in discesa di quanto ci si sarebbe potuti aspettare alla vigilia delle elezioni e che, con una stampa locale avversa, si farà ancora più erta.

Il Cittadino, infatti, é finito in mani ai lupiani - da Maurizio Lupi ex ministro delle Infrastrutture dimessosi a seguito della recente inchiesta Grandi Opere-, come avevamo raccontato l’anno scorso (vedi Tempi da Lupi per il Cittadino. Nel gruppo editoriale entrano uomini vicino al ministro e alla rivista ciellina). Il giornale ha come amministratore delegato quel Samuele Sanvito, ex vicecoordinatore provinciale del Pdl, che a cavallo tra editoria e politica si occupa ancora largamente di politica, anche seregnese a quanto pare, come riportava qualche mese fa Nuova Brianza (su imbeccata di Giacinto Mariani?), Seregno: una cena segreta per l’erede del sindaco Mariani.

Il direttore de il Cittadino, Martino Cervo che arriva da Libero, si ispira invece, come ha voluto sottolineare nel suo editoriale di presentazione, a quei campioni del giornalismo indipendente che rispondono ai nomi di Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro (vedi Nuovo direttore al Cittadino: leggi l’editoriale di Martino Cervi).

Finora il giornale ha scelto semplicemente di ignorare William Viganò, confinandolo a quel grigio anonimato che è il pericolo peggiore che ha di fronte il candidato del Partito Democratico. Stessa linea che sta seguendo il Giornale di Seregno, il cui cuore da sempre batte ancora più a destra.
Alle ultime due iniziative del Pd, con Giulio Cavalli al cinema Roma e ieri sera nella sala civica, ospiti gli assessori alle Attività produttive di Monza e Lentate sul Seveso, Carlo Abbà e Marco Cappelletti, e il segretario generale della Cgil Monza e Brianza, Maurizio Laini, nessuno dei cronisti locali era presente.
Vedremo se settimana prossima, presentando candidati e programmi William Viganò riuscirà a colorare la sua campagna elettorale.

Lunedì a Monza nelle sede provinciale del Pd, invece, saranno presentati i dati relativi a una ricerca svolta sui cittadini di Seregno in merito alle prossime elezioni del 31 maggio.
Presenti all’incontro oltre al candidato William Viganò, il segretario provinciale Pietro Virtuani e lo stratega di comunicazione politica, Marco Marturano della Game Managers & Partners, consulente per il Pd di Monza e Brianza.

 

Il Pd rottama Pisapia: meno tasse e più sicurezza

di Simona Bertuzzi da Libero

I maligni dicono che abbia stappato una cassa di champagne appena Pisapiaha preso inmano ilmicrofono per rinunciare alla candidatura a sindaco. Gli invidiosi lo descrivono impegnato a tramare nelle segrete stanze del Pd contro questo e quell’altro candidato, chissà mai che gli riesca il colpo di essere lui l’uomo nuovo 2016. La verità è che Pietro Bussolati, classe 1982, segretario cittadino del Pd, è un renziano doc. Un altro che gli piace «metterci la faccia». E punta dritto a vincere la prossima partita. Costi quel che costi.

Bussolati, partiamo dal passo indietro di Pisapia.
«Era nell’aria. Pisapia ha sempre detto di voler fare un solo mandato. È stata una scelta di grande coerenza».

I sondaggi lo davano in calo però...
«Non conosco i sondaggi di cui parla. Ma posso dirle che quello commissionato dal Pd è posteriore alla decisione di Pisapia e il sindaco ne esce bene, meglio della Moratti alla fine del primo mandato».

È vero che il favorito è Ambrosoli?
«Il Pd ha fatto un sondaggio sulla popolarità delle persone. Non ha certo chiesto “chi vorreste come sindaco alle prossime elezioni”. Ovvio che Ambrosoli sia più conosciuto di altri esponenti del Pd».

Fiano per esempio? È in fondo alla classifica...
«Ci sono stati candidati che hanno vinto le elezioni senza essere particolarmente conosciuti. La popolarità si costruisce e in ogni caso il candidato è frutto di una scelta politica. Non mi preoccupa il posizionamento di Fiano».

Che resta il vostro uomo?
«Sia Fiano che Majorino (l’assessore ai Servizi Sociali, ndr) sarebbero ottimi candidati: sono preparati, competenti, rappresentano idee simili di governo. Ma basta nomi... È prematuro. Saranno le primarie a decretare il candidato».

E Roma interferirà?
«Mi sembra uno scenario ampiamente smentito da tutti. Renzi seguirà con attenzione la partita, ma l’autonomia di Milano non si discute».

E che farete con gli arancioni?
«Ci faremo uno dei colori dell’arcobaleno. Scherzi a parte, stiamo ragionando insieme sui contenuti e sul programma vista l’ottima esperienza di governo ».

Dunque proporrete un candidato condiviso?
«Proporremo il candidato che scelgono i milanesi».

Ho letto che farete il tagliando agli assessori della giunta Pisapia.
«Saranno incontri-dibattito ».

Ma farete l’elenco dei promossi e bocciati?
«Per carità. Non è nella nostra logica dare le pagelle a qualcuno. Vogliamo creare dei momenti di dibattito e confronto con i cittadini sul lavoro fatto finora.Tant’è che non inviteremo solo gli assessori Pd ma tutta la giunta».

A proposito di giunta, il passo indietro di Pisapia ha scatenato una sorta di “liberi tutti”.
«Ma no...».

Massì... Ognuno tira l’acqua al suomulino e le delibere importanti - il Leoncavallo, per dirne una - restano in un cassetto.
«Capisco la preoccupazione ed è doveroso prenderne atto».

Cambierete rotta rispetto alla giunta Pisapia?
«La discontinuità più grande deve essere sul concetto di Città metropolitana. Milano dovrà essere pensata come una città con 3,5milioni di abitanti, dove i confini sono quelli metropolitani e non la cerchia dei Bastioni. Ci vuole una dose in più di coraggio. Anche il dialogo con Roma, che pure in questi anni non è mancato, deve essere pensato sapendo di governare e quindi dover chiedere fondi per una realtà molto più ampia. Poi c’è il tema sicurezza ».

Ci dica.
«La sicurezza deve diventare una priorità».

Finalmente l’avete capito.
«Guardi che l’assessore Granelli ha compiuto un’azione molto incisiva su questo fronte. Sia in termini di allontanamenti che di sgomberi. Ha fatto più lui in pochi anni che la giunta Moratti».

Il centrodestra dice l’opposto.
«E sbaglia. Ma su questa strada bisogna insistere».

Parla come Salvini...
«Parlo da segretario cittadino del Pd. La sicurezza è il tema cui noi teniamo di più e su cui va impostata la nostra campagna elettorale».

Lo dice anche la Lega.
«C’è differenza tra noie Salvini. A noi non frega nulla degli slogan. Non diciamo: “Tempo sei mesi e chiudiamo tutti i campi rom”. Noi diciamo: facciamo gli allontanamenti, ma capiamo le ricadute e gestiamole. Bisogna creare le condizioni perché la chiusura di un campo non comporti la riapertura di un altro. Non prima, è chiaro, di aver fatto tutto il possibile per l’integrazione di queste persone, sia in termini di servizi, che di lavoro».

I famosi contratti di lavoro. Ma sono statiun fallimento. Solo 9 a buon fine.
«Il concetto è semplice: la sinistra deve dare un’opportunità a queste persone. Se non vogliono coglierla, via tutti. Allontaniamoli».

Parliamo di multe. Non pensate che i milanesi siano stati vessati dalla giunta? «
Sulle multe bisogna intraprendere una dura lotta alla burocrazia, che danneggia i milanesi anziché aiutarli».

Migliaia di cittadini multati non saranno mica un problema di burocrazia.
«Una politica della mobilità che incentivi i mezzi pubblici non puòc he essere un fatto positivo. Diverso il caso di una burocrazia che ti fa arrivare a casa migliaia di multe oltre i termini previsti dalla legge».

Toglierete gli autovelox?
«Il punto non è togliere gli autovelox ma ottenere un codice della strada su misura per Milano. Che sugli autovelox per esempio preveda una tolleranza di sforamento dei limiti di velocità di 10 chilometri anziché 5. Anche la segnaletica stradale dovrebbe essere adeguata a una città come Milano. Milano deve avere più autonomia».

E la pressione fiscale?
«Renzi ha dimostrato che certi tabù possono cadere. Che il Pd può essere il partito che abbassa le tasse. Se l’ha fatto Renzi a Roma non vedo perché non dovremmo farlo noi a Milano».

Sicurezza, multe, tasse. Mi perdoni Bussolati, ma se non è un’inversione di marcia questa?
«È sbagliato parlare di svolta perché Pisapia è stato un ottimo sindaco. Ha gestito Expo e governato senza un avviso di garanzia.Ha trasformato la mobilità e il welfare».

Ma cambiate direzione.
«Questo lo dice lei. Noi diciamo i temi su cui bisogna puntare. A proposito di Expo...».

Porterete le salamelle della festa dell'Unità all’esposizione?
«Mannooooo. Abbiamo fatto un accordo con loro per vendere i biglietti ai nuovi tesserati Pd. Chi si tessera e ha meno di 30 anni potrà entrare gratis».

Un modo insolito per far tesserati.
«Diamo un’occasione ai ragazzi e mettiamo da parte qualcosa. Siamo un partito in crescita a Milano. Dal 2012 è un trend costante: 9600 iscritti, circa 700 under trenta, 200 in più in due anni».

Parliamo di Leoncavallo.
«Il nostro interesse è che emerga nella legalità un posto che è una ferita aperta per la città, che per anni è stato illegale e ha portato avanti le sue attività senza fare uno scontrino».

Basilio Rizzo dice che sarà un bando su misura del Leoncavallo.
«E magari ci dirà anche chi deve essere il prossimo candidato sindaco. Ma se non c’è ancora il bando? La permuta è una buona cosa e il bando riconoscerà la storia di quel posto».

Si candiderà anche lei alle primarie?
«Mai. Troppi nomi in lista».

Il Pd riapre l’Unità lasciando i giornalisti con le case pignorate. La vecchia società non ha pagato le condanne per diffamazione

di Tommaso Rodano da il Fatto quotidiano

Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in edicola. Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile. La notizia era attesa dal 1° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale. L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici.

L’INTESA è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’or - ganico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità“. L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani. Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie. Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato. Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino.

Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale. Alcune condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente. Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili. Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione. IL CDR de l’Unità, impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granché di questa vicenda. Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip comeStopeVero , ha il 60 per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35%) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento). Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi).

Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe. Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità. A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci. Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo. La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione.

Lecco - Il guru di Obama per la campagna del sindaco. Il Pd paga il rimborso spese

di Paolo Marelli da il Corriere delal sera

LECCO Primo giorno di lavoro (gratis) con 50 volontari. E presentazione ufficiale a Lecco per Mike Moffo, 34 anni. Il guru della comunicazione politica e stratega organizzativo, che ha fatto vincere due volte il presidente americano Barack Obama, lavorerà per la campagna elettorale di Virginio Brivio, 53 anni, renziano doc, sindaco uscente e candidato del centrosinistra alle elezioni amministrative di maggio. «Sarò il primo volontario che s’impegnerà per il successo di Brivio», ha detto Moffo nell’incontro nella sede della Confcommercio di Lecco, con il sindaco in corsa per il bis e con Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd. Perché se Moffo non intascherà un euro per la consulenza offerta a Brivio, sarà il Partito Democratico, su input del premier Matteo Renzi, a pagare le spese di viaggio per venire a Lecco: infatti lo stratega italoamericano, con origini molisane (anche se parla solo inglese), ha casa e lavoro a Edimburgo (Scozia).

Ma, partendo da questa piccola esperienza, vuole preparare il terreno per test più impegnativi, da quello di Milano (se Giuliano Pisapia correrà nel 2016) alle future sfide di Renzi. Moffo verrà a Lecco tre, forse quattro volte nei prossimi due mesi. «Divideremo la città come se fosse una torta — ha spiegato — e a ogni volontario toccherà una fetta. Incontrerà gli elettori a casa, al bar, nei quartieri: sarà un porta a porta pianificato, un passaparola scientifico nei tempi e nei modi. E ancora: il volontario illustrerà il programma di Brivio, ma soprattutto ascolterà osservazioni e domande dei cittadini. Così come si terrà collegato con loro graz ie ai social network». Organizzazione, metodo e capillarità: ecco gli ingredienti con cui Moffo vuole conquistare la fiducia dei 30 mila lecchesi (su 48 mila abitanti) che andranno alle urne. «Non sono qui né per un esperimento, né per esportare uno stile americano — ha concluso —. Ogni campagna elettorale ha le sue caratteristiche che cambiano da città a città. E Lecco avrà la sua».

Lombardia - Caso D’Avolio indagato un altro esponente del Pd

di Sandro De Riccardiis da la Repubblica

C’È UNaltro politico coinvolto nell’inchiesta che vede indagato per abuso d’ufficio l’ex sindaco di Rozzano e attuale consigliere regionale del Pd, Massimo D’Avorio. A ricevere un avviso di garanzia per concorso in abuso d’ufficio con l’ex sindaco è stato Vito Ancora, ingegnere, capogruppo comunale del Pd nella vicina Segrate e presidente della Fulgor, la locale quadra di calcio. Gli investigatori del comando provinciale della Guardia di Finanza di via Valtellina hanno perquisito tre giorni fa, su ordine dei pm Luca Poniz e Letizia Mannella, la sede del comune di Rozzano e della municipalizzata Ama, per raccogliere documentazione su appalti e delibere degli anni in cui D’Avolio era sindaco e Ancora un importante professionista con un avviato studio di progettazione e consulenze in Ama.

E per chiarire anche il ruolo della moglie dell’ex sindaco, che comparirebbe in società che hanno avuto rapporti col Comune. Nonostante Ancora si definisca «un semplice consigliere di minoranza», per mesi è stato il principale candidato alla carica di sindaco a Segrate per il centrosinistra. Poi le denunce di iscritti al partito ma anche di cittadini su un presunto «conflitto d’interessi » tra lo stesso Ancora e l’ex sindaco D’Avolio, hanno portato i vertici del Pd a farsi qualche domanda. È il consigliere comunale di Milano, David Gentili, a inviare a novembre una email — oggetto “richiesta di chiarimenti per elezioni a Segrate” — a Pietro Bussolati, segretario metropolitano del Pd. «Ti scrivo a nome anche dell’area tematica legalità — scrive Gentili — per sollecitare una tua riflessione sulla possibile candidatura di Ancora a sindaco di Segrate. In particolare ti pongo alcune domande in merito a notizie a me giunte su un possibile conflitto d’interessi che lo avrebbe visto coinvolto. Intrecci, che se fossero confermati - scrive Gentili - renderebbero inopportuno e rischioso candidare proprio Vito Ancora a sindaco di Segrate».

Un mese fa, a pochi giorni dalla scadenza del termine per le candidature alle primarie, nel Pd di Segrate scoppia anche lo scandalo delle tessere, decisive nella scelta del candidato sindaco. Il segretario cittadino, Damiano Dalerba, denuncia ai garanti il «tesseramento anomalo al circolo di Segrate», un’impennata del 50% degli iscritti in due mesi. E denuncia l’iscrizione nel 2013 di «13 calciatori della Fulgor Segrate, di cui il nostro capogruppo in consiglio comunale, Vito Ancora, è presidente ». E nota come «il pagamento delle tessere è stato fatto dal conto personale di Ancora». Alla fine, tra inchieste della magistratura e faide interne, anche per questo il Pd metropolitano decide di annullare le primarie. E lanciare la candidatura di Paolo Micheli, un giovane ex consigliere comunale, pescato fuori dal Pd, eletto a sorpresa in Regione alle scorse elezioni nella Lista Ambrosoli.

Le primarie per finta che Venezia non merita

di Francesco Giavazzi da il Corriere della sera

Le primarie del Partito democratico per il sindaco di Venezia sono la dimostrazione che in Italia il consenso politico continua a poter essere acquistato. Con la differenza che ora comprarlo costa non più di qualche spicciolo: quanto necessario per organizzare poche migliaia di cittadini e spedirli a votare alle primarie del Pd. Decapitate dall’inchiesta sul Mose, le imprese che negli scorsi vent’anni, grazie a leggi ad hoc, hanno sottratto ai contribuenti 2,3 miliardi di euro (cifra documentata in Corruzione a norma di legge, Rizzoli 2015) sono rapidamente risorte e stanno per vincere di nuovo. La politica sembra non aver capito nulla. O meglio: io spero che non abbia capito nulla perché la drammatica alternativa è che ancora una volta essa sia connivente, come lo fu in passato quando approvò le leggi che hanno consentito che il Mose si trasformasse in un «furto legale » ai danni dei contribuenti.

Mentre Matteo Renzi commissariava i lavori in Laguna, le imprese che da quei lavori hanno lucrato i 2,3 miliardi si sono già spostate su un’altra partita: il grande porto off-shore che vogliono costruire con denaro pubblico in mezzo all’Adriatico. Costo previsto, poco più di 2 miliardi di euro. Per realizzare quell’inutile ma ricchissimo progetto serve una politica debole e un sindaco che non si opponga agli interessi delle imprese in campo. Un sindaco che nei fatti non impedisca il sacco di Venezia. Abilmente gestite, le primarie di Venezia ci daranno quel sindaco.

Un giornalista veneziano, Nicola Pellicani, persona certamente perbene, ma che non si è mai espresso pubblicamente contro le imprese del malaffare e del quale non si conosce il progetto per la città. Pellicani è fortemente sostenuto da Massimo Cacciari che ha governato Venezia per 15 dei vent’anni in cui il Consorzio Venezia Nuova, gestendo i lavori del Mose, ha saccheggiato la città. Poiché nelle primarie di coalizione Pellicani dovrà sfidare un avversario forte, il senatore del Pd Felice Casson, avrà bisogno di molti appoggi: quelli che le imprese del Mose certamente gli offriranno consentendogli di battere Casson. Ma procediamo con ordine.

La strategia con cui alcune imprese riescono a trasformare le opere pubbliche in rendite straordinarie è sempre la stessa. Prima si rinviano le decisioni e si lascia che monti un problema drammatico. Le grandi navi che mettono a rischio la basilica di San Marco, o l’Expo, i cui lavori non cominciano nel 2008, quando fu scelta Milano, ma 5 anni dopo, quando ne mancano meno di 3 all’apertura della manifestazione. Problemi noti da anni, ma lasciati macerare, così che, di fronte all’emergenza, la politica si trovi costretta a decidere letteralmente in poche ore. A quel punto le sole opzioni concretamente disponibili sono quelle abilmente preparate da alcuni. Ma per poterle realizzare c’è bisogno di modificare qualche norma. E la politica, presa per la gola, non ha alternative.

Così si creano le rendite straordinarie di cui si appropriano legalmente i costruttori delle grandi opere. (Poi ci sono anche gli stupidi che rubano, e che, come si è visto nella vicenda del Mose, sono rapidamente scaricati da chi è impegnato nel gioco vero). Così è accaduto che le certificazioni antimafia siano state sospese per gli appalti dell’Expo perché bisognava far presto (poi fortunatamente è arrivata l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone a riportare la legge). Così è accaduto nella vicenda del Mose: dopo l’alluvione del 1966 si lasciano trascorrere 40 anni e infine, nel 2006, la politica si trova a dover decidere in poche ore. Sul tavolo del governo di Romano Prodi c’è il progetto del Consorzio Venezia Nuova, preparato da anni e corredato dalle valutazioni di una messe di esperti internazionali, tutti scelti dal Consorzio. Un progetto che nessuno ha mai discusso seriamente.

L’alternativa sono le soluzioni radicalmente alternative al Mose portate dal sindaco Cacciari. Che fa Prodi? Zittisce il ministro dell’ambiente che strillava ed agitava il giudizio negativo della Commissione di valutazione sull’impatto ambientale del Mose e dà il via libera al progetto del Consorzio. Così sta accadendo per il porto off-shore che si vuol costruire nel mezzo dell’Adriatico. La tecnica in questo caso è sfruttare strategicamente il clamore internazionale prodotto dalle foto delle grandi navi che transitano davanti a San Marco. Il decreto Clini-Passera che sospendeva quei passaggi fu approvato dal governo Monti due anni fa. Poi fu sospeso, perché ci fosse il tempo di studiare soluzioni alternative.

Poteva essere un’occasione per riflettere sulla riorganizzazione dei porti dell’Alto Adriatico, magari concentrando le navi commerciali a Trieste e spostando le navi da crociera a Marghera, dove potrebbero arrivare già domani usando il canale percorso dalle petroliere Ma non a caso per due anni non si fa nulla. Intanto la pressione internazionale cresce: sul tavolo c’è una sola soluzione, proposta dal presidente del porto di Venezia, Paolo Costa. Richiede lo scavo di un nuovo canale che porti le navi in città aggirando il bacino di San Marco.

È palese che questa è solo una pezza tappa-buchi: navi sempre più grandi arriveranno comunque nel centro della città storica, una situazione alla lunga insostenibile. Ma è proprio questo quel che vogliono Costa e i costruttori. Creare una situazione insostenibile cosicché si sia «costretti» a decidere la costruzione del porto nel mezzo dell’Adriatico, un altro ricco lavoro decennale per le imprese del Mose. Dopo quanto accaduto, Venezia deve fermarsi e riflettere sul suo futuro: vuole diventare Disneyland, o rimanere una città? E in questo caso con quali attività produttive? Sono scelte che richiedono una politica forte e decisa, soprattutto nei confronti dei «padroni della città», interessati al suo futuro solo per le rendite che essa garantisce. È un vero peccato che la politica sembri non capirlo.

Desio - Il Pd rilancia Prospettive Democratiche. Tre giorni per confrontarsi sui temi che contano

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

LAVORO, riforme, istruzione, cultura, Europa. Sono tanti i temi che verranno sviscerati nel week-end a Desio, con personaggi di rilievo nel panorama nazionale. Temi che toccano la quotidianità e le tasche di ciascun cittadino, che riguardano il presente e il futuro del Paese, ma anche nello specifico della Brianza.
L’occasione è la manifestazione «Prospettive Democratiche», promossa dal Pd di Desio, dal Pd Monza Brianza e dal circolo GD25. «Non sarà una esaltazione del pensiero unico - tiene subito a sottolineare Giorgio Gerosa, giovane segretario del partito in città -. Abbiamo volutamente chiamato persone di correnti, idee e vedute diverse, in maniera da stimolare un confronto da cui possano emergere le soluzioni migliori».
Il format è già stato sperimentato lo scorso anno, con successo. Una serie di convegni-incontri, con personaggi di rilievo di varia estrazione, come laboratorio di idee sui vari settori chiave. «Avremo otto spazi di dibattito - dice Gerosa - con personaggi molto competenti, non solo rappresentati delle istituzioni, ma anche docenti universitari, tecnici, scrittori. Credo che il nostro partito sia rimasto un po’ troppo fermo nell’attività di elaborazione delle proposte, ecco che questa sarà un’ottima occasione. Come lo sarà per i cittadini che potranno confrontarsi con i personaggi che li rappresentano in Parlamento».
Quest’anno è stato eliminato il confronto tra i cittadini e la Giunta, «perché erano troppi i temi caldi nazionali da affrontare», ma non mancherà uno spazio di dibattito con il sindaco Roberto Corti e con il suo collega di Monza Roberto Scanagatti: è in programma sabato alle 21 nella Sala Pertini del municipio con il titolo «Idee in comune - governare le città, governare la Brianza».
Tra gli altri protagonisti della tre giorni, il deputato Giuseppe Civati, Daniele Checchi, docente di economia dell’educazione, Marco Campione capo segreteria del ministero dell’Istruzione, Filipp Taddei, responsabile economia del Pd nazionale, Giampaolo Galli, economista e deputato Pd, oltre alla senatrice desiana Lucrezia Ricchiuti. La tre giorni si aprirà venerdì alle 19.45, presso il circolo Briani di via F.lli Cervi 25 con la Cena democratica.

Seregno - PD: se svendono AEB, la nostra (vostra) azienda

SE SVENDONO AEB, LA NOSTRA (VOSTRA) AZIENDA…

AEB è la multiutility controllata dal Comune di Seregno che dal 1910 come azienda municipalizzata e dal 2003 come Gruppo AEB opera nel settore dei servizi di pubblica utilità: fornitura gas metano, ciclo idrico, energia elettrica, settore ambientale, ciclo rifiuti, illuminazione pubblica, farmacie, centro sportivo e altro.

E’ un’azienda pubblica SANA ed EFFICIENTE che VALE CENTINAIA di MILIONI di EURO e che ogni anno PRODUCE UTILI che le municipalità associate -Seregno sopra tutte- reinvestono nei propri comuni, a beneficio dei cittadini. È la CASSAFORTE DI TUTTI I SEREGNESI!

Ora Lega Nord e Forza Italia, a 6 mesi dal termine del mandato, vogliono aggregarla ad ACSM-Agam (altra multiutility partecipata dai comuni di Como e Monza, da a2a e da privati), ma col loro piano:

- Seregno cederebbe il controllo della propria azienda senza la giusta contropartita, nonostante AEB valga più di ACSM-Agam (che peraltro è indebitata per oltre 100 milioni di euro);

- Prima della fusione verrebbero scorporati i servizi in passivo (centro sportivo alla Porada e farmacie), che finiranno col gravare sul bilancio di Seregno (e sui portafogli dei seregnesi);

- Si rischia una progressiva privatizzazione della nuova multiutility, e sono a rischio i dividendi (diversi milioni di euro ogni anno) che il Comune di Seregno percepisce dall’azienda;

- È certa un’ulteriore delocalizzazione dei servizi (e certo sarà anche il giro di poltrone).

Secondo noi:

- LA FUSIONE di AEB con ACSM-Agam È AUSPICABILE, MA NON A QUESTE CONDIZIONI !
- QUESTO PROGETTO CONVIENE soprattutto AD ACSM-AGAM, MENTRE SEREGNO PERDE VALORE !
- IL CONTROLLO della nuova società È CRUCIALE: NON LO SI PUÒ REGALARE O DAR VIA A POCO !

Inoltre il PROGETTO DI AGGREGAZIONE È ANCORA IN PARTE IGNOTO; L’ADVISOR INCARICATO (arbitro nel processo di fusione) RISULTA IN PALESE CONFLITTO DI INTERESSI, e noi DEL SINDACO E DELLA SUA GOVERNANCE NON CI FIDIAMO ! CITTADINI DI SEREGNO, NON FIDATEVI NEANCHE VOI !!!

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Partito Democratico - Circolo di Seregno

Monza e Brianza - La carica dei sindaci su Palazzo Grossi. Il Pd ne schiera otto

di Monica Guzzi da il Giorno

ELEZIONI provinciali, è la carica dei sindaci. Il primo schieramento ai nastri di partenza, guidato dal Pd, che ieri ha ufficializzato la sua lista «Brianza Rete Comune», ne mette in campo addirittura otto. Ma anche gli avversari, Lega e centrodestra, scommettono su due primi cittadini come candidati alla presidenza.

CONFERMATA la candidatura alla presidenza di Gigi Ponti, sindaco di Cesano Maderno e già assessore all’attuazione della Provincia di Monza e Brianza. Con lui il 12 ottobre, data delle elezioni - riservate esclusivamente a sindaci e consiglieri comunali in carica, in tutto 865 grandi elettori con peso specifico diverso a seconda del Municipio di appartenenza (più è grande più il voto «vale») - ci saranno altre 16 persone, in corsa per il Consiglio provinciale.
Di queste 7 sono sindaci: Roberto Scanagatti (Monza), Paolo Brambilla (Vimercate), Roberto Invernizzi (Bellusco), Rosalba Colombo (Arcore), Sergio Cazzaniga (Besana Brianza), Concetta Monguzzi (Lissone) e Renato Casati (Verano Brianza). Gli altri candidati sono i consiglieri provinciali uscenti Cecilia Veneziano e Domenico Guerriero, Corrado Guarnaccia (consigliere comunale a Monza), il segretario provinciale Pietro Virtuani, il vicesindaco di Caponago Enrica Galbiati, il presidente del Consiglio di Seveso Giorgio Garofalo e i consiglieri comunali Valeria Fasola (Nova Milanese), Rocco Cicchetti (Desio) e Orietta Vanosi (Bovisio).
«Abbiamo iniziato a luglio questo percorso di ascolto, condivisione e partecipazione - dice il segretario del Pd di Monza e Brianza Pietro Virtuani - con l’obiettivo di recuperare e valorizzare le competenze già presenti e attive nel nostro territorio: non dobbiamo dimenticare che il centrosinistra ora amministra 40 dei 55 comuni brianzoli. Queste forze devono mettersi al servizio del nuovo ente, la nuova Provincia, che noi abbiamo voluto e che ora noi siamo chiamati a gestire».
«Vogliamo una Provincia che si proponga come una rete a servizio dei Comuni - aggiunge il candidato presidente Gigi Ponti - nella quale valori principali siano la condivisione degli obiettivi, la semplificazione dell’amministrazione, la valorizzazione di un territorio che dispone di tante risorse uniche e capaci di fare la differenza nei campi più disparati, dal mondo dell’impresa al terzo settore, dall’offerta formativa a quella culturale».
Intanto anche gli avversari si organizzano. Per loro in queste ore il principale obiettivo è raggiungere le 130 firme necessarie, da raccogliere fra sindaci e consiglieri comunali, a sostegno dei rispettivi candidati alla presidenza: il sindaco di Concorezzo Riccardo Borgonovo per Forza Italia, Ncd e Udc, e il sindaco di Biassono Angelo Malegori per la Lega Nord.
Dal canto suo, l’associazione degli Ecocivici Verdi Europei lancia l’iniziativa ambiente-lavoro- pace chiedendo a tutti i consiglieri comunali che parteciperanno alle elezioni provinciali del 12 ottobre un impegno su tre punti programmatici da far assumere alla nuova Provincia: zero consumo di suolo, energie rinnovabili e lavoro verde, immigrazione e cultura di pace. L’associazione ha anche chiesto un incontro a Gigi Ponti.

Brianza - Il PD é il primo partito con il 41,42%. Alessia Mosca è il candidato più votato. Giacinto Mariani bocciato dalla sua Seregno

k.ts.

Il terremoto politico uscito dalle urne nella tornata elettorale di ieri, con l’ampia affermazione del PD, sopra il 40% a livello nazionale, si riflette anche nel voto nei comuni della Provincia di Monza e Brianza.  Dove, i dati definitivi vedono il Partito Democratico primo partito con il 41,42%, che stacca nettamente il Movimento 5 Stelle fermo al 17,05%.
Al terzo posto Forza Italia con il 17,01% superata dai grillini per 155 voti. In quarta posizione la Lega Nord  conserva il 12,63% del consenso.

Gli altri partiti: Ncd  3,91%, Lista Tsipras 3,15%, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale 2,63%,  si fermano in Brianza tutti sotto il 4%, soglia di sbarramento superata a livello nazionale dal Nuovo Centro Destra e con tutta probabilità dalla lista Tsipras che si attesta mentre scriviamo al 4,03% con ancora 300 sezioni su 61.592 da scrutinare. Fuori dal parlamento Europeo, invece, la formazione guidata da Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia.

La Brianza che per molti anni é sembrata un feudo inattaccabile del centrodestra con PDL-Lega che da soli sfioravano complessivamente il 60%  mentre il centrosinistra  era relegato al ruolo di eterno perdente, con questa elezioni ha completamente ribaltato la situazione.

Il Pd è di gran lunga il primo partito in tutti paesi della Brianza con percentuali da regioni rosse impensabili solo pochi anni fa.

Sul fronte dei candidati, nella circoscrizione Nord-Ovest, Matteo Salvani, segretario della Lega Nord ed europarlamentare uscente, è il candidato in assoluto più votato con 216.755 voti.

Di questi, 15.867 preferenze gli arrivano dai comuni della provincia di Monza e Brianza, dove il candidato più votato in assoluto è la monzese, Alessia Mosca del PD con 19.996 preferenze.

E’ andata, invece, male al sindaco di Seregno Giacinto Mariani che nell’intera circoscrizione Nord-Ovest (Lombardia-Piemonte-Liguria e Valle D’Aosta) ha ottenuto 3.538 voti di preferenza, piazzandosi quattordicesimo sui 20 candidati  presenti in lista per la Lega Nord.

Dei voti totali raccolti da Mariani, 2.745 preferenze gli arrivano dai comuni della Provincia di Monza e Brianza ma solo 912 voti da Seregno, il comune di cui è primo cittadino da quasi dieci anni.

Una sonora bocciatura se si considera che a Seregno la Lega Nord ha raccolto 3.300 voti (16,04 % dei consensi) ma solo un terzo  di questi ha espresso una preferenza per Giacinto Mariani.

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